RIFORME, FORZISTI GIÀ DIVISI
ALLA CAMERA SI DIMETTE IL RELATORE SISTO, GLI ALTRI VOTANO A CASO
Si erano presi una settimana di tempo per riprendersi dalle fatiche dell’elezione di Sergio Mattarella e
per sedare i rancori di chi aveva subìto la scelta del Capo dello Stato senza essere invitato al tavolo delle decisioni.
Ma evidentemente la pausa di riflessione non è bastata.
Il primo giorno di rientro al lavoro sulle riforme costituzionali finisce con un espulso, il lancio di fascicoli da 400 pagine e le dimissioni del relatore del ddl Boschi, Francesco Paolo Sisto, Forza Italia.
Non stanno per nulla sereni, a Montecitorio.
E il presidente della Repubblica, tornato ieri per la prima volta alla Camera per la cerimonia sulle Foibe, non pronuncia nemmeno una sillaba di fronte al castello che aveva costruito Giorgio Napolitano e che d’improvviso viene giù.
Già dalla mattina, si era intuita aria di tempesta.
Con un colpo di teatro, il berlusconiano più vicino a Raffaele Fitto, alle 11 e mezza comunica all’Aula che la sua faccia, su quella riscrittura della Carta, non ce la mette più.
“Il mio partito ha rotto il Patto? — sintetizza Sisto — Io non posso rimanere a fare il centravanti del Nazareno”.
Sente il “dolore profondo del giurista” (“non c’è nulla di più esaltante — dirà — che scrivere di prima mano la Costituzione”).
Ma almeno adesso, dice Sisto, “Forza Italia è libera di non essere scontenta, di scegliere solo quello che le piace”.
Segue una serie di dichiarazioni di apprezzamento della “responsabilità ” di Sisto.
E tutta l’opposizione — dalla Lega ai Cinque Stelle a Sel — domanda se non sia il caso di prendere atto che qualcosa è cambiato: “In una democrazia normale — dice Arturo Scotto, capogruppo del partito di Nichi Vendola — si fermano le bocce e si ridiscute tutto”.
Ma dal Pd la replica è la solita: turbo ai motori, “avanti tutta”.
È da poco passato mezzogiorno quando il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti scandisce il cronoprogramma.
Altro che bocce ferme: M5S e Sel, avverte, “hanno esaurito i tempi previsti dal contingentamento”. Per loro, la discussione è finita. Daniele Capezzone, anche lui fittiano di Forza Italia, interviene in loro difesa.
Dice al ministro Maria Elena Boschi, per tutto il giorno in Aula a presidiare le truppe:“Stiamo discutendo della riforma costituzionale, occorre una grande dignità del dibattito. Mi permetta: questa è un’Assemblea costituente e che voi siete nella posizione che fu di giganti come Giuseppe Saragat e Umberto Terracini. Decidete su questo come avrebbero deciso Giuseppe Saragat e Umberto Terracini. Ve la figurate quell’Assemblea costituente, con Croce, Einaudi, De Gasperi e altri ancora, che parla per trenta secondi sulla metà degli emendamenti che sono rimasti?”.
Gli illustri precedenti, evidentemente, non intimidiscono. Si vota.
E al primo emendamento è già caos.
Elena Centemero, incaricata per Forza Italia delle dichiarazioni di voto, viene subito impallinata dai compagni di banco.
“Lei diceva una cosa — conferma Fabrizio Cicchitto, seduto a pochi metri di distanza — e almeno in dieci votavano il contrario”.
Maurizio Bianconi — già ideatore della sigla ‘Forza Renzi’ per ribattezzare il suo partito — non si nasconde: “Qui io non so chi governa la questione. Prendiamo atto che Forza Italia è in maggioranza, che vota le riforme, che fa finta di essere all’opposizione e che ha risuscitato il Nazareno dopo dodici ore”.
La giornata prosegue così: con i voti dei berlusconiani quasi sempre dalla stessa parte dei renziani e con le pattuglie di Fitto in completa anarchia.
E pure con la certezza — chiarissimo il labiale di Debora Bergamini, una delle poche a stretto contatto con il capo — che Berlusconi non sia ancora deciso sul cambio di rotta. “Sisto — dice la Bergamini — non si doveva dimettere”.
Ma a sera, i guai di Forza Italia, paiono schermaglie rispetto ai tumulti di Sel.
Quando arriva la conferma che i tempi di discussione non verranno allungati , il capogruppo Scotto chiude l’ultimo intervento a sua disposizione con un vaffa.
Poi lancia il fascicolo da 400 pagine con gli emendamenti al disegno di legge.
Marina Sereni, in quel momento presidente dell’aula, alza la voce. Dai banchi alla sua estrema sinistra partono uno, due, tre, quattro fascicoli. Sfiorano i banchi del governo. Adriano Zaccagnini, quello con la mira più precisa, viene espulso.
Maria Elena Boschi è ancora lì seduta. La Sereni urla: “Avete voluto dimostrare qual è il grado di tenuta di quest’Aula, perfetto! Onorevoli colleghi! Questo spettacolo non è uno spettacolo degno di un Parlamento che vuole discutere. Va bene. Sospendo la seduta”.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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