SUI CONTI PUBBLICI IL GOVERNO E’ NUDO
LA DISFATTA REFERENDARIA HA STRAVOLTO IL RACCONTO DEL BELPAESE GAUDIOSO CHE MELONI CI HA PROPINATO
È arrivata la Pasqua e il presepe meloniano viene giù come un castello di carta. E suonano quasi un po’ afflitte le rassicurazioni affidate dalla presidente del Consiglio al solito tg amico, appena atterrata a Gedda per un blitz necessario a «garantire all’Italia le forniture di petrolio».
In meno di due settimane la disfatta referendaria ha stravolto il racconto del Belpaese gaudioso che la premier e la sua corte ci hanno propinato per tre anni e mezzo. Al suo posto c’è il mesto storytelling di un governo debole e impresentabile (“mascariato” da ministre che si fanno esplodere come mine vaganti e ministri che vacillano come trottolini amorosi) e di un’Italietta fragile e vulnerabile (zavorrata da un’economia in crisi e da un bilancio in bolletta). Non c’è più traccia della retorica patriottarda e bugiarda sulla «nazione forte e credibile» tornata agli onori della storia.
Meloni si era illusa che tra le braccia di Trump saremmo stati al sicuro. E invece quell’abbraccio è mortale: in colpevole ritardo l’ha capito anche lei, che per la prima volta osa dire «non siamo d’accordo». Ma serve a poco.
Tutto il mondo paga il prezzo del caos innescato dallo sceriffo di Washington, tra dazi commerciali e conflitti neocoloniali. A parte la Russia di Putin (che per un destino cinico e baro fa soldi a palate non solo con gas e petrolio ma anche con l’export di fertilizzanti lievitato del 20%) nessuno si salva dalle fiamme del Medio Oriente. I consumatori americani pagano un’elettricità più cara del 6,9% e, con una benzina a 4 dollari e un diesel aumentato di 1,7 dollari al gallone, subiranno un salasso da 100 miliardi di dollari l’anno. I cittadini europei, come anticipa la lettera
del commissario Ue Dan Jorgensen, devono prepararsi a un razionamento dell’energia elettrica e dei carburanti.
In questa apocalisse incombente noi soffriamo di più. Lo dicono i numeri dell’Istat, non le toghe rosse dell’Anm o gli anarchici di Askatasuna: nel quarto trimestre 2025 il reddito disponibile delle famiglie è calato dello 0,4% e il potere d’acquisto dello 0,8 mentre la pressione fiscale è schizzata al 51,4%. Scontiamo non solo i mali antichi del passato ma anche il nulla cosmico di questi ultimi tre anni sprecati. Meloni e i suoi menestrelli hanno provato a nasconderlo, vendendo al popolo bue la fontana di Trevi.
Ma dopo Ocse, Fmi e S&P, a spazzare via le menzogne di palazzo Chigi provvede ora la Banca d’Italia, che apre due finestre sull’abisso del prossimo triennio. La prima finestra è drammatica: se il conflitto con l’Iran dura poco e i prezzi delle materie prime si stabilizzano, allora sarà stagflazione, con una crescita dello 0,5% e un indice dei prezzi intorno al 2%. La seconda finestra è devastante: se il conflitto dura a lungo e i rincari energetici persistono, allora sarà recessione, con il Pil sottozero di mezzo punto quest’anno e un punto l’anno prossimo e un’inflazione sopra al 3%.
Ecco cosa resta del «miracolo italiano» di Giorgia e dei suoi aspiranti Arthur Laffer de’ noantri, cresciuti non alla Scuola di Chicago ma ai corsi serali di Colle Oppio. Un pugno di mosche. Zero riforme, zero crescita. Lo scrive Wolfgang Münchau sul Financial Times: da quando è salita al potere Meloni è riuscita a rimanere fuori dal mirino degli speculatori sul mercato dei bond «ma non ha risolto nessuno dei problemi strutturali dell’economia italiana, come l’inerzia burocratica, la debolezza dei capitali» e «una crescita della produttività praticamente nulla». Lo conferma Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera: è vero che lo spread è caduto da 260 a 60 punti, generando un risparmio di 35 miliardi di minori interessi, ma i “fondamentali” non sono cambiati, il prodotto lordo si è fermato e il debito pubblico è rimasto invariato.
La Economicismo non ha funzionato. Ha scommesso sulla fiammata inflattiva cumulata al 14% del biennio passato, per lucrare sulla svalutazione implicita del debito e sui tassi reali negativi, su 12/25 miliardi di entrate da fiscal drag e sul calo da 24 miliardi del costo del lavoro nella pubblica amministrazione. Ha usato parte di questo tesoretto per ammortizzare gli oneri da superbonus e bonus facciate. Ma niente più di questo.
Nonostante il picco dei prezzi, non ha toccato gli scaglioni Irpef, lasciando che quasi 4 milioni di lavoratori dipendenti pagassero più tasse per effetto dell’aumento solo nominale dei loro stipendi. Ha premiato i lavoratori autonomi estendendogli la flat tax e per il resto ha combinato pastrocchi inverecondi sui contributi alle imprese che investono e sparso la solita semina di prebende, inutili e costose. Comprese le ultime, per far finta di fronteggiare il caro-bollette e il caro-carburanti: decreti-tampone nati per vincere il referendum e morti subito dopo, bruciati in meno di due settimane dal rally dei prezzi alla pompa. Coperti, oltre tutto, facendo cassa sui più deboli: cioè con altri tagli lineari ai ministeri, compresa la già martoriata sanità.
Credendosi furbi, i patrioti hanno usato il braccino corto sull’ultima legge di stabilità, la più mediocre degli ultimi 15 anni, sperando di prendere tre piccioni con la stessa fava: tenere il rapporto deficit/Pil sotto il 3%, uscire dalla procedura d’infrazione Ue e poi impapocchiare una ricca maxi-manovra in disavanzo per l’anno prossimo, distribuendo laute gratifiche elettorali prima del voto di fine legislatura. Ma anche questa mandrakata è finita male: Giorgetti ha sforato il tetto del deficit e Bruxelles non ci consentirà deroghe. L’ha già fatto sapere agli scapestrati ragazzi di via della Scrofa, che per tutta risposta erigono barricate di cartapesta gridando «basta con il patto di stabilità!». Un film già visto, e mai a lieto fine.
Nell’anno che manca alle elezioni cosa può offrire agli italiani la capa di un governo azzoppato, senza idee in testa e senza un euro in cassa? Quali “riforme strutturali” può azzardare adesso, dopo che per quasi quattro anni ha sabotato le iniziative europee, ha evitato qualunque iniziativa per allentare la nostra dipendenza energetica dalle risorse fossili, ha rinviato le gare sulle concessioni balneari e non ha neanche provato quelle idroelettriche?
Prima di partire per l’Arabia Saudita, la Sorella d’Italia improvvisa il suo farlocco rilancio: prepariamo misure per il lavoro povero e per le liste d’attesa. E perché mai, di grazia? Non eravamo il Bengodi europeo che più di tutti gli altri ha tutelato il potere d’acquisto delle famiglie e creato nuova occupazione per i giovani? Non eravamo il paradiso della salute, dove un decreto di luglio di due anni fa aveva risolto i problemi dei 6 milioni di italiani che rinunciano alle cure?
Con le minestrine rancide e riscaldate per le destre in disarmo è difficile recuperare il consenso della generazione Z e del sud, vere zone-disagio dalle quali è partita l’onda del no alla disastrosa riforma della giustizia. E le goffe commediole inscenate a Sigonella, fatte filtrare quattro giorni dopo sui giornali, non bastano a trasformare l’obbediente Underdog di Trump nel recalcitrante Ghino di Tacco di Reagan. È troppo tardi per i travestimenti, mentre scorrono i titoli di coda.
(da repubblica.it)
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