TRUMP NON SA COME USCIRE DAL PANTANO IRANIANO. NEL PRIMO DISCORSO DEL TYCOON ALLA NAZIONE DOPO L’INIZIO DELLA GUERRA, IL GANGSTER DELLA CASA BIANCA ALTERNA MINCHIATE A COSE GIA’ NOTE
SUL CAMBIO DI REGIME AVEVA GIÀ MUTATO LINEA NEI GIORNI SCORSI, E DOPO AVER INUTILMENTE INCORAGGIATO GLI IRANIANI ALLA RIVOLTA LA SERA DEL PRIMO ATTACCO, ORA RIGIRA LA FRITTATA E AFFERMA CHE IL CAMBIO DI REGIME È “GIÀ AVVENUTO” CON LA DECAPITAZIONE DEI LEADER – RISULTATO: NON HA MESSO IN GINOCCHIO GLI AYATOLLAH E NON HA RASSICURATO NE’ GLI AMERICANI NE’ I MERCATI
La notizia del primo discorso alla nazione tenuto dal presidente dall’inizio della guerra in
Iran è l’assenza di notizie. Anche la nuova scadenza di due o tre settimane per chiudere il conflitto, che allunga un po’ la previsione iniziale tra quattro e sei settimane, l’aveva già annunciata un paio di giorni fa parlando nell’Ufficio Ovale. Che gli obiettivi siano stati quasi tutti raggiunti, o comunque lo saranno a breve, lo dice dal giorno dopo l’inizio dei bombardamenti.
Trama simile per la minaccia di distruggere le infrastrutture elettriche della Repubblica islamica, se non si piegherà alle richieste del suo piano in 15 punti. Ha avvertito che i satelliti tengono un occhio sempre fisso sui laboratori nucleari, e lui è pronto a tornare a colpirli se qualcosa si muovesse
Il Washington Post ha scritto che il Pentagono gli ha consegnato un piano per sequestrare gli oltre 400 chili di uranio arricchito ancora nelle mani degli ayatollah, ma lui ieri alla Reuters ha detto che in fondo lo interessano poco, perché sono seppelliti a grandi profondità sotto terra e quindi di fatto non utilizzabili senza essere scoperti. Se ci sono piani per le operazioni di terra, non vi ha fatto alcun accenno.
Questo è normale, perché nessun leader vuole informare in anticipo i nemici, ma non ha neppure posto le fondamenta per giustificare questa eventuale mossa davanti agli americani, che sono contrari con una maggioranza di due terzi.
Sul cambio di regime aveva già mutato linea nei giorni scorsi, e dopo aver incoraggiato gli iraniani alla rivolta la sera del primo attacco, ora che non è ancora avvenuta se la cava ripetendo che di fatto è già avvenuto con la decapitazione dei leader. Ha ribadito che lo Stretto di Hormuz è un problema degli europei e dei cinesi, perché sono loro ad usarlo per importare petrolio e gas, quindi tocca a loro garantirne la sicurezza.
Alla fine però non ha usato la parola “disgusto” per lamentarsi del mancato aiuto della Nato, come aveva promesso alla vigilia del discorso, prospettando di uscirne. Ha detto che le discussioni diplomatiche con Teheran sono in corso, senza però offrire aggiornamenti sulla loro sostanza, tornando a minacciare di colpire in maniera estremamente dura nelle prossime due settimane, forse per convincere gli interlocutori iraniani a cedere.
In altre parole, durante i 19 minuti di discorso alla nazione Trump ha ripetuto cose in gran parte già note. Secondo i suoi critici, ha tenuto il sermone che avrebbe dovuto fare la sera dei primi bombardamenti, per spiegarne i motivi. A meno che non pensi di aver spaventato con le sue parole il regime iraniano, già colpito duramente eppure sopravvissuto, i destinatari erano gli americani scontenti, incerti, quelli che dicono ai sondaggi di voler chiudere subito la guerra, anche se gli obiettivi elencati dal presidente non sono stati tutti raggiunti.
E ovviamente i mercati, che però forse si aspettavano un po’ più di sostanza sulle prospettive per chiudere la guerra, come dimostra il calo dei Futures seguito al discorso. Se il discorso non serviva a nascondere le sue reali intenzioni agli iraniani, lo scopo più plausibile era quello di guadagnare un po’ di tempo con il pubblico americano quanto meno perplesso
Magari per avviare le operazioni di terra, accelerare il negoziato, riaprire Hormuz e piegare il regime, in modo comunque da poter andare via con qualcosa in mano che gli consenta di dichiarare vittoria. Ieri sera non ha potuto farlo, anche se ha detto che gli obiettivi verranno raggiunti molto presto. Resta da vedere se questo basterà a calmare gli americani, ricostruire la loro fiducia nel presidente, placare i mercati e farlo risalire nei sondaggi.
(da Repubblica)
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