TUTTE LE BUGIE DEL GOVERNO SUL CASO ALMASRI VENGONO A GALLA : LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE CONFERMA CHE PALAZZO CHIGI HA MENTITO. L’ESECUTIVO HA PROVATO A SOSTENERE DI AVERLO LIBERATO PERCHÉ A CONOSCENZA DI UNA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE LIBICA. MA NON È ANDATA COSÌ
LA PROCURA DELL’AIA RICOSTRUISCE LA VICENDA PUNTO SU PUNTO: “LA TRADUZIONE IN ITALIANO DELLA RICHIESTA DI ESTRADIZIONE DA PARTE DI TRIPOLI ERA STATA EFFETTUATA DALL’AMBASCIATA ITALIANA QUANDO ALMASRI ERA GIÀ RIENTRATO IN LIBIA”… ORA L’ASSEMBLEA DELLA CPI DOVRÀ DECIDERE SE SANZIONARE L’ITALIA
«Una richiesta strumentale, una mossa tattica volta a mettere in difficoltà le autorità». La Corte penale internazionale dà un’altra spallata all’Italia sul caso Almasri confermando, in sostanza, che Palazzo Chigi ha mentito. Dopo l’arresto del torturatore libico a Tripoli, il nostro governo ha provato a sostenere di averlo liberato perché esisteva una richiesta di estradizione libica.
Ma così, secondo la procura dell’Aia, non era. E il perché è ricostruito punto su punto. In quello che già il tribunale dei ministri, e gli stessi dirigenti del ministero della Giustizia, avevano evidenziato: e cioè che la scarcerazione era arrivata prima dell’arrivo della documentazione libica.
«Dai documenti acquisiti presso l’Aise», scrive infatti il procuratore Karim Khan, «risulta che la traduzione in italiano della richiesta di estradizione era stata effettuata — dalla stessa Ambasciata italiana a Tripoli — tra le 18:28 e le 20:02 del 21 gennaio 2025.
Poiché a quel punto la persona indicata era già fuori dal territorio nazionale, o meglio, già rientrata in Libia, si erano limitati a protocollare la richiesta e chiudere il procedimento con un non luogo a provvedere, non sussistendo l’obbligo di comunicazione ai sensi dell’articolo 90 dello Statuto, che presuppone la
contemporanea pendenza di richieste concorrenti — circostanza che nel caso di specie non ricorreva».
Dunque, scrive la Cpi: la richiesta ufficiale libica era arrivata, come aveva segnalato il tribunale dei ministri e al contrario di quanto sostenuto nei giorni scorsi da Palazzo Chigi, quando Almasri era già stato liberato.
«In ogni caso – annota inoltre il procuratore – analizzata la richiesta arrivata dalla Libia», gli stessi tecnici italiani «avevano rilevato che si trattava tecnicamente di una richiesta di estradizione strumentale, una mossa tattica volta a mettere in difficoltà le Autorità qualora avessero deciso di darvi seguito.
Tale valutazione era confortata dal fatto che la richiesta era pervenuta sprovvista di atti e documenti ufficiali, senza alcuna indicazione del titolo processuale esecutivo o del mandato di cattura, e senza il cosiddetto “reading the case”, vale a dire l’analisi del caso con il riassunto delle indagini e del procedimento».
Le estradizioni, inoltre, normalmente si basano su mandati di arresto. E invece nel caso di Almasri esisteva soltanto l’indicazione di un’indagine in corso.
Ora l’Assemblea degli Stati dovrà decidere se sanzionare o meno l’Italia. L’ultima bugia, certamente, non aiuterà.
(da agenzie)
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