UN LABOUR DIVERSO: NON PIU’ DI PROTESTA, MA DI SERVIZIO
KEIR STARMER PROMETTE DI SOSTENERE INFRASTRUTTURE STRATEGICHE, RISANARE IL SISTEMA SANITARIO E COSTRUIRE 1,5 MILIONI DI CASE
La recente netta vittoria dei laburisti inglesi ai danni dei tories in due
storici collegi elettorali, Mid Bedfordshire, nell’est dell’Inghilterra dove i residenti sono tra i più ricchi della media del Regno Unito – feudo dei conservatori ininterrottamente dal 1931 – e quello di Tamworth, poco fuori Birmingham, bacino elettorale degli eredi della Thatcher sin dal 1996 quando venne istituito, sono la dimostrazione che la scelta di puntare su sir Keir Starmer alla guida del partito è sicuramente quella vincente.
Qualcuno dirà che sono solo elezioni suppletive, ma ormai è evidente che i Tory stanno consegnando, dopo la storica vittoria del 2019 di Boris Johnson che conquistò 365 seggi (l’asticella della maggioranza assoluta era a 326, 80 in più dei laburisti), su un piatto d’argento il prossimo governo ai laburisti.
A confermarlo non sono solo i sondaggi. Il partito conservatore in questi anni ha sbagliato tutto, o quasi: dalla gestione della tanto voluta Brexit, travolto dagli scandali dello stesso Johnson, dall’instabilità finanziaria sui mercati provocata dalle continue incertezze della premier Liz Truss, dalle lotte intestine. E poi come si fa a cambiare tre governi in una sola estate e cinque in pochi anni senza pensare di incrinare il rapporto, la sintonia con i cittadini di re Carlo III.
Alle prossime elezioni previste per la fine del 2024 e le prime settimane del 2025 ed a qual punto dopo quasi 15 anni d’opposizione e quattro sconfitte elettorali consecutive (2010, 2015, 2017, 2019) possiamo tranquillamente supporre che, se non ci saranno imprevisti, i laburisti torneranno al potere.
Stabilmente avanti nelle intenzioni di voto di 18/20 punti sui Tory. Il sistema elettorale a turno unico non dovrebbe fare brutti scherzi, anche se le insidie non mancano. Nelle proiezioni per circoscrizione mancherebbero, secondo gli analisti, ancora 30 seggi per la maggioranza assoluta. Comunque, nel caso dovesse servire un governo di coalizione, che Starmer preferirebbe evitare, i liberaldemocratici sarebbero ben disponibili all’ingresso.
Come e con quali idee i laburisti si presenteranno in campagna elettorale?
Starmer guida il partito dal 2020 dopo la peggiore sconfitta del Labour da 84 anni, imputabile alla leadership di Jeremy Corbyn, ritenuto da gran parte degli inglesi troppo estremista e fautore di un programma di rinazionalizzazione inattuabile in un economia di mercato. Sir Starmer ha messo all’angolo l’ala più estremista della gestione Corbyn, estirpato l’antisemitismo, spostato al centro la barra del partito, riprendendo a parlare con le imprese. E allo stesso tempo si è presentato al pubblico come colui che è in grado di riprendere la crescita e gestire le finanze pubbliche, “totalmente nell’interesse dei lavoratori”. Un messaggio rivolto anche alla sinistra del partito preoccupata che le politiche del Labour non prendano la deriva solo degli interessi del business. Oggi i laburisti di Starmer, che “antepongono il Paese al partito”, sono nettamente al fianco della NATO, sostengono senza se e senza ma l’Ucraina, sono uniti nella condanna delle violenze di Hamas. Siamo in presenza di una politica che si ispira a quella di Blair e non è un caso se vicino a lui siedano alcuni dei consiglieri di allora, tra tutti Peter Mandelson, lo spin doctor del New Labour.
L’ultimo passaggio per chiudere il cerchio Starmer l’ha fatto qualche settimana fa nel consueto appuntamento annuale che i laburisti tengono a Liverpool, scaldando i motori prima del voto politico. Al Congresso ha di fatto confermato la linea “centrista” della sua azione politica. Anche con qualche contraddizione per chi si candida alla guida di una grande potenza del G7: come sulle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici.
A Liverpool non ci sono state proposte dirompenti o toni accesi, nessuna riforma radicale sul tavolo. Con il titolo del manifesto “riprendiamoci il futuro” Starmer ha ribadito la visione seguita sino ad oggi, con l’ambizione di riconciliare il Labour con la classe lavoratrice come avvenne nel 1945 quando si trattò di costruire una nuova Gran Bretagna dopo le macerie della Seconda Guerra Mondiale, oppure nel ‘64, quando l’obiettivo fu quello di modernizzare un’economia lasciata indietro dal ritmo della tecnologia, ed infine nel ‘97, quando si rimise in piedi lo stato sociale. Oggi, ha detto Starmer, tra gli applausi dei delegati, dobbiamo essere in grado di fare tutte e tre le cose. “Più tempo, più energia, più possibilità di vita. Abbiamo bisogno della capacità di guardare avanti, di andare avanti, senza ansie. Ecco cosa significa riprenderci il nostro futuro”, queste le sue parole.
I punti chiave del suo programma sono: sostenere i progetti in infrastrutture strategiche attraverso un fondo nazionale e la partnership pubblico-privato; risanare, dopo i violenti tagli dei governi conservatori, il sistema sanitario nazionale (NHS); modificare il regime fiscale privilegiato per gli stranieri residenti ma “non domiciliati”; costruire 1,5 milioni di case; riformare le norme sul lavoro ritenute troppo flessibili, con l’abolizione dei contratti a zero ore e l’aumento del salario minimo; rilanciare l’economia verde e gli investimenti in energia rinnovabile. Qui Starmer, tuttavia, è meno incisivo e il suo programma ha qualche falla, anche se gioca facile dopo le ultime uscite del premier conservatore Rishi Sunak, che a chiare lettere ha adottato l’idea che bisogna frenare e non accelerare la riconversione verde.
Per il leader laburista invece l’energia pulita dovrà costare meno di importare i combustibili fossili. Come? Raddoppiando l’eolico terrestre, triplicando l’energia solare, quadruplicando l’eolico offshore. Investendo nel nucleare, idrogeno, nella cattura del carbonio e nell’energia delle maree. E nello stesso tempo rassicurando i lavoratori del settore petrolifero e del gas che i giacimenti saranno sfruttati per decenni a venire, sino ad esaurimento. La società pubblica Great British Energy avrà il compito di trovare le risorse e gestire gli investimenti. Nel complesso una spinta ambientalista minimale, in particolare se guardiamo e la paragoniamo al piano USA di Biden per la lotta ai cambiamenti climatici. Un pò poco, troppo poco difronte alle grandi sfide che attendono il Pianeta. Quindici anni fa il Regno approvò un’importante legge sul cambiamento climatico, un faro. Pionieristico se si pensa che allora l’opinione pubblica era meno attenta e interessata di oggi. A Liverpool è mancata questa lungimiranza, ma ha prevalso la realpolitik.
(da Huffingtonpost)
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