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PATACCARI SENZA VERGOGNA: ALLA FINE TRA PISAPIA E LA MORATTI SI SCOPRE CHE E’ LEI AD AVER SUBITO TRE CONDANNE

Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile

NEL 2010 LA CORTE DEI CONTI L’HA COSTRETTA IN APPELLO A PAGARE 125.000 EURO PER LA VICENDA DEGLI INCARICHI D’ORO E   261.000 EURO PER LA VICENDA CONSULENZE   AD AMICI….NELLO STESSO ANNO ALTRA CONDANNA PER 50.000 EURO DELLA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO PER UN CONTRATTO INUTILE QUANDO ERA MINISTRO DELL’ISTRUZIONE

Non si è scusata dopo le accuse di ieri all’avversario Giuliano Pisapia.
Anzi, ha rilanciato gli attacchi al rivale: “La mia intenzione era ed è sottolineare che non può essere considerata come moderata la storia di una persona che in quegli anni era vicina ad ambienti terroristici”.
Letizia Moratti non demorde nonostante il colpo basso nel faccia a faccia su Sky si sia dimostrato un passo falso: il sindaco ha citato una condanna amnistiata a Pisapia per aver concorso morale nel furto, negli anni ’70, di un furgone utile agli uomini di Prima Linea per compiere una spedizione punitiva, omettendo l’Appello che ha assolto pienamente il candidato di centrosinistra.
Così donna Letizia ha finito per incassare una denuncia per diffamazione e perfino la disapprovazione dell’alleato numero uno Umberto Bossi (“Io non l’avrei fatto”).
In realtà , l’unico dei tre principali candidati sindaco di Milano con delle condanne alle spalle è proprio lei, Letizia Moratti.
Che ne ha collezionate ben due, entrambe confermate in Appello.
Sì, perchè se la fedina di Giuliano Pisapia e di Manfredi Palmeri resta specchiata, è proprio quella della “moderata” Letizia ad avere due vistose macchie.
Due condanne collezionate in epoche diverse per aver sprecato soldi pubblici attribuendo consulenze e incarichi ad amici e conoscenti violando le leggi che regolano la materia.
Proprio a Milano la Corte dei Conti l’ha condannata due volte insieme ad alcuni membri della giunta di centrodestra per “danno erariale con colpa grave”.
La vicenda è quella dei cosiddetti “incarichi d’oro” che risale al 2006.
Prese le leve del comando a Palazzo Marino la Moratti fa assumere sei persone come dipendenti (e con gli stipendi dirigenziali) senza verificare le loro competenze nè la presenza nell’ente pubblico di analoghe capacità .
Uno spoil system che premia i manager esterni e allinea il Comune a un’azienda privata.
Il danno dell’operazione, in primo grado, era stato calcolato in 887mila euro, poi ridotto nel processo di Appello che si conclude quattro anni dopo (9 gennaio 2010) con la conferma della condanna e la richiesta di 125mila euro di risarcimento.
Una cifra certo simbolica per la moglie del magnate che spende sei milioni di euro e più per la campagna elettorale ma non meno importate sul fronte politico-giudiziario.
C’è poi una seconda inchiesta ha travolto la Moratti nei panni di primo cittadino. Si tratta dell’indagine su 80 contratti di consulenza e presunte azioni di mobbing per i quali il 29 novembre del 2007 erano stati indagati Letizia Moratti e quattro ex dirigenti dell’amministrazione comunale.
A indagare sono ancora i magistrati contabili che infliggono una condanna a risarcire l’erario comunale per 261mila euro per il danno che avrebbero provocato all’erario nell’assegnare ben 80 consulenze in modo del tutto arbitrario e violando ancora una volta la normativa in materia.
Finisce invece con una archiviazione la parte penale di questa vicenda.
L’accusa per la Moratti era di abuso di ufficio.
Ma le parole scritte nere su bianco due anni dopo (27 agosto 2010) dal Gip Maria Grazia Domanico lasciano zone d’ombra sull’operato del primo cittadino che viene definito ancora una volta “grave e colposo”: «Si deve ritenere che le modalità  di rimozione dei dirigenti, per quanto censurabili sotto diversi profili, non abbiano travalicato il limite dell’illecito penale».
Non è la prima volta che Letizia scambia un ente pubblico per un’azienda privata.
Quando era Ministro dell’Istruzione aveva già  incassato una condanna e una richiesta di indennizzo.
Nel 2001 infatti aveva affidato alla società  mondiale leader nei servizi di revisione-fiscalità -advisory uno studio da 180mila euro per l’accorpamento dei ministeri della pubblica amministrazione e ricerca.
Un incarico che la Corte dei Conti del Lazio ha ritenuto del tutto inutile visto che uno studio sulla “fusione” era già  stato condotto internamente.
In pratica, un’altra consulenza esterna non necessaria.
Risultato: il 20 aprile 2010 è stata condannata a risarcire l’importo del contratto da 50mila euro.
Insomma il Pdl dei pataccari ha perso una buona occasione per tacere.

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BERLUSCONI, APOLOGIA DELL’ILLEGALITA’: NON VUOLE PIU’ ABBATTERE LE CASE ABUSIVE A NAPOLI PER PRENDERE I VOTI DELLA CAMORRA

Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile

CLAMOROSO AUTOGOL DEL PREMIER: CASE ABUSIVE, STOP ALLE RUSPE…E QUESTA SAREBBE LA DESTRA DELLA LEGALITA’? … LA LEGA FA FINTA DI INDIGNARSI, MA VERRA’ TACITATA CON QUALCHE POLTRONA, COME SI ADDICE AI SERVI DI CORTE

Un provvedimento del Consiglio dei Ministri sospenderà  gli abbattimenti di case «fino alla fine dell’anno, per valutare situazione e rimediare».
È la promessa di Silvio Berlusconi che, intervistato da radio Kiss Kiss il giorno prima del suo arrivo a Napoli è tornato anche sul dramma rifiuti sparando a zero contro il Comune.
«Ecco cosa intende la destra quando parla di legalità » è stato il commento del candidato sindaco del Pd, Mario Morcone, alle dichiarazioni assist di Silvio Berlusconi sullo stop alle demolizioni di case abusive.
«In una città  invasa dai rifiuti e con problemi di inquinamento – ha continuato Morcone – invece di pensare a tutelare l’ambiente e sostenere il nostro territorio con iniziative che mirino alla qualità  della vita, dell’aria e dell’acqua, il premier annuncia l’ennesima legge ad hoc, promettendo fondi e misure a sostegno”.
Secondo il Wwf e il Fondo per l’ambiente italiano, “La proposta avanzata oggi dal presidente del Consiglio di presentare un provvedimento per la sospensione delle demolizioni in Campania non è nuova”.
Le due sigle ambientaliste segnalano in una nota congiunta che “analoghe proposte sono state avanzate da parlamentari campani mediante emendamenti al cosiddetto milleproroghe sia del 2010 che del 2011, dichiarati inammissibili dalle competenti commissioni parlamentari”.
Su proposte di questo tipo, “Fai e Wwf hanno sempre espresso la propria opposizione”, aggiunge la nota.
Che evidenzia come non ci sia “nessuna esigenza di compiere una ricognizione della situazione di fatto e di diritto sottostante”, perchè esiste “una sentenza penale passata in giudicato di condanna alla demolizione dell’abuso edilizio”. Concludono Fai e Wwf: “Il reale intento di chi compie queste proposte, è da un lato quello di violare il principio di legalità  derogando a sentenze penali definitive di condanna all’abbattimento di edifici abusivi e, dall’altro, riaprire in modo subdolo i termini per la presentazione delle domande di condono edilizio”
Da parte nostra riteniamo vergognoso che per una manciata di voti contigui spesso alla camorra, Berlusconi annunci l’ennesima immorale sanatoria sulle case abusive, costruite anche in parchi naturali e zone ad alta inedificabilità .
Questa sarebbe la destra della legalità ?
Questo era forse scritto nel programma elettorale del centrodestra?
E La Lega che finge di indignarsi (come nel caso Libia), non è la stessa che poi, in cambio di poltrone e prebende, viene tacitata come si addice ai servi di corte?
Questi stanno sputtanando la destra vera per salvarsi il culo dai processi e per rimanere attaccati con il mastice alla poltrona di parlamentare.
Venderebbero anche la madre per due voti in più: ora possono fregiarsi anche del titolo di gran ciambellani di corte abusiva.

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LA POLITICA IN PERIZOMA: L’ON. DORINA BIANCHI, DONNA DA QUATTRO PARTITI IN QUATTRO ANNI

Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile

PASSATA DALL’UDC ALLA MARGHERITA, POI PD E DI NUOVO UDC, ORA PROSSIMA A ENTRARE NEL PDL… GRIIFFATA PRADA E BALENCIAGA, PENSA POSITIVO ED E’ TEORICA DELLA CREMA PER IL CORPO DUE VOLTE AL GIORNO

Alla vigilia delle politiche 2008 Dorina Bianchi ebbe l’onore di un’intervista su Chi. Il giornalista fu implacabile.
Preferisce il perizoma o gli slip? “Perizoma”.
Reggicalze o collant? “Reggicalze e collant”.
Griffe del cuore? “Prada e Balenciaga”.
Parrucchiere: quante volte la settimana? “Una volta”.
Al termine di quell’ interrogatorio all’americana l’intervistatore le chiese qual era il suo segreto di bellezza.
E Dorina: “Essere quasi sempre di buonumore, pensare positivo e una buona crema per il corpo due volte al giorno”.
Fu eletta senatrice del Pd.
L’altro giorno Silvio Berlusconi è volato a Crotone per sostenere la sua candidatura a sindaco: qui Dorina Bianchi, nel frattempo diventata parlamentare dell’Udc, guida una coalizione di centrodestra che comprende il Pdl.
E siccome il Cavaliere parla ormai come un disco rotto — s’infila la monetina nel jukebox e lui parte con il refrain contro giudici, sinistra, Fini e Casini — durante il comizio ha attaccato violentemente il leader Udc.
La sala si è messa a ridere per l’incredibile gaffe, ma con bonomia e indulgenza: “Silvio, cosa ci combini!”.
E sul palco anche Dorina rideva, come dimostrano le immagini tv.
“Quel buontempone di Silvio si è dimenticato che qui siamo alleati!”, dicevano quei fotogrammi.
Non ha riso affatto Casini, che l’ha licenziata con un sms.
Povera Dorina! Pare che per le elezioni le sue quotazioni siano precipitate di brutto. E dovrà  pure cercarsi un nuovo partito.
Ma ai traslochi è abituata: il quarto in pochi anni.
E’ stata Udc, poi Margherita prima in quota Rutelli poi corrente Fioroni, quindi Pd (dove si distinse per posizioni ultra-cattoliche, come l’assenso all’indagine conoscitiva sulla pillola Ru486), infine è tornata Udc.
Ora i Responsabili l’aspettano a braccia aperte, anche in perizoma.

(da “Ritagli“)

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VERSO IL VOTO A LATINA: PENNACCHI GUIDA LA RIVOLTA DEI FASCIOCOMUNISTI CONTRO IL RAS DEL PDL FAZZONE

Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile

“IL SIGNOROTTO DI FONDI NON PRETENDA DI COMANDARE NELLE NOSTRE PALUDI”… UN IMPEGNO CONTRO LE INFILTRAZIONI MAFIOSI…LA GAFFE DI BERLUSCONI: “RILANCEREMO LE TERME DI FOLIGNO”: MA SONO QUELLE DI FOGLIANO

Il rombo della Maserati si sente da lontano.
Ignazio la Russa, con la consueta discrezione, piomba a Latina nelle ultime ore di campagna elettorale.
E’ l’unico capoluogo di provincia che va al voto nel Lazio e i ministri del governo Berlusconi vengono a frotte qui: la Brambilla per promettere la riqualificazione del lungomare, Alfano per giurare che faranno come nuovo il tribunale, Sacconi per impossessarsi dell’unica buona notizia nell’agonizzante economia locale: la multinazionale del chimico-farmaceutico Janssen, invece di chiudere, aumenta dipendenti e investimenti.
Tutti a dare pacche sulle spalle al candidato del Pdl Giovanni Di Giorgi, 43 anni, architetto, consigliere regionale, già  camerata, appoggiato dall’Udc, dalla Polverini e da Storace.
In questa terra di cultori del Duce che ha sempre votato negli ultimi 18 anni sindaci con la camicia nera (prima Ajmone Finestra, che girava a cavallo nei suoi feudi elettorali, e poi il suo “garzone di bottega” Vincenzo Zaccheo, che non ha finito il secondo mandato, ed è uscito perdente dalla cruenta lotta con il senatore Claudio Fazzone, chiacchierato ras di Fondi), le investiture sono sempre state plebiscitarie con un centrosinistra fermo al 23%.
Adesso tira un’aria diversa.
Può succedere – anzi è molto probabile – che a Latina si vada al ballottaggio: Di Giorgi contro il candidato del centrosinistra Claudio Moscardelli, 48 anni, avvocato, franceschiniano, curriculum moderato: chierichetto, scout, militante Dc, poi Ppi, Margherita e Pd.
Non è la prima volta che Moscardelli si candida ma è la prima che rischia di farcela davvero.
Che cosa è successo?
Vale la pena di lasciarlo riassumere ad Antonio Pennacchi, premio Strega con Canale Mussolini, figlio di Latina e “fasciocomunista”: “A destra se sò divisi in due, se sò menati come zampogne, se sò magnati er piano regolatore… sò loro i veri traditori della bonifica, sò una banda de inetti e de indegni”.
Insomma, questo per dire, al di là  del linguaggio, che la destra di Latina è implosa, uno scontro che non a caso ha portato al commissariamento del Comune.
I candidati sindaco sono 13 in una città  di 120 mila abitanti.
E anche Pennacchi c’ha messo del suo con la Lista Pennacchi-Fli per Latina, capogruppo il finiano Granata e candidato sindaco Filippo Cosignani, classe 1959, un altro camerata.
In caso di ballottaggio i fasciocomunisti l’hanno già  detto: appoggeranno il candidato del Pd.
Ma non è da loro che arrivano le reali chances.
Azzarda Moscardelli: “È in atto uno spostamento elettorale. La città , negli ultimi anni, ha sofferto tantissimo. La perdita di ricchezza è di quasi tre volte quella del Lazio, il tasso di disoccupazione è al 20%. Io ho un programma da offrire. Penso alle piccole medie imprese, ad uno sportello per le attività  produttive, ad un’area artigianale, ad un polo di ricerca industriale, a nuovi quartieri “green” di edilizia residenziale pubblica a impatto zero”.
Secondo Moscardelli, la vecchia Littoria è pronta a chiudere con l’ideologia. “Tantissimi a destra mi voteranno, sono stato sdoganato”, assicura.
Circola effettivamente la voce in città  che ci sarà  molto voto disgiunto, frutto anche di vendette in famiglia.
Gli elettori potrebbero scegliere liste di destra e il candidato sindaco di sinistra.
Forse per questo i ministri si danno da fare e lo stesso Berlusconi ha fatto la sua solenne telefonata di sponsorizzazione con una promessa: “Rilanceremo le terme di Foligno”.
Peccato che il vero nome sia Fogliano.
Il referendum vero qui non è però Berlusconi sì Berlusconi no, ma Fazzone sì, Fazzone no.
Claudio Fazzone, coordinatore provinciale del Pdl, è riuscito per due volte a evitare lo scoglimento del Comune di Fondi, inquinato dalla criminalità  organizzata, come risulta dalla relazione del prefetto Frattasi.
Ha guidato la rivolta contro il sindaco Zaccheo, suo nemico numero uno, dotato di un potere autonomo.
Adesso sponsorizza Di Giorgi il quale certo non può prendere le distanze ma dice: “Fazzone non mi preoccupa. Berlusconi e la Polverini mi hanno garantito autonomia assoluta”.
Quanto alla criminalità  organizzata, Di Giorgi ammette la gravità  del problema: “Non si tratta più di infiltrazioni, è un fenomeno stanziale”.
Droga, usura, appetiti legati all’edilizia, al Mercato Ortofrutticolo di Fondi, il più grande d’Italia.
Latina si gioca un’idea di sviluppo, di legalità , adesso, in questa tornata elettorale.
E l’ex sindaco Zaccheo? Vittima di un video, risultato poi manipolato, nel quale chiedeva alla Polverini, appena eletta, di ricordarsi delle figlie ma anche – e questa era la parte vera – di non dare più appalti a Fazzone, è entrato apparentemente in sonno.
Qualcuno dice che l’hanno “normalizzato” offrendogli alternative regionali.
Chi lo conosce, però, lo descrive attivo, sotto traccia.
Chiosa il fasciocomunista Pennacchi: “Il signorotto di Fondi non può pretendere di comandare a Latina. Dal fango delle paludi redente deve sorgere un tavolo costituente. Se ce date i voti, bene. E sennò pigliatevela in tel c…”.

Alessandra Longo
(da “La Repubblica“)

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PER AIUTARE I GIOVANI TAGLIAMO LE TASSE

Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile

LA DIFFICOLTA’ DI INSERIMENTO NEL MONDO DEL LAVORO E’ UN PROBLEMA COMUNE A MOLTI PAESI, MA IN ITALIA E’ PIU’ ACUTO CHE ALTROVE…NON E’ TROPPO TARDI PER INTERVENIRE ED EVITARE DI COMPROMETTERE IL FUTURO DI UN’INTERA GENERAZIONE

Per capire come affrontare il problema bisogna individuarne la natura.
In Italia, nella fascia d’età  fra i 16 e i 24 anni, solo un ragazzo su quattro lavora: in Germania, negli Stati Uniti e nella media dei Paesi europei, uno su due.
I ragazzi italiani lavorano meno di altri per due ragioni: sono meno quelli che cercano lavoro (cioè la partecipazione alla forza lavoro è più bassa che in altri Paesi), e tra quelli che lo cercano in meno lo trovano (cioè il tasso di disoccupazione è più alto).
La partecipazione alla forza lavoro in questa fascia di età  è il 30 per cento in Italia, contro il 51 per cento in Germania, 41 in Francia, 56 negli Stati Uniti.
La disoccupazione giovanile è oltre il 25 per cento in Italia a fronte del 19 per cento nell’area Euro, 18 per cento negli Stati Uniti, 10 in Germania.
Questo divario impressionante non dipende dal fatto che i giovani italiani studiano di più, e quindi non lavorano perchè stanno investendo nel loro futuro. Nella fascia d’età  25-34 anni, gli italiani che hanno una laurea sono 18 su cento, meno della metà  che in Francia, Svezia e Stati Uniti.
Naturalmente c’è molta differenza tra Nord e Sud.
La disoccupazione giovanile al Centro-Nord è vicina alla media europea, mentre è molto più alta al Sud. Ma non è solo Sud. Anche al Nord la partecipazione dei giovani alla forza lavoro è più bassa rispetto al resto d’Europa.
Un secondo aspetto importante emerge confrontando il tasso di disoccupazione dei giovani (fra i 15 e i 24 anni) con quello degli adulti (25-64).
La peculiarità  dell’Italia non è solo l’elevata disoccupazione giovanile, ma il divario fra giovani e adulti.
Il rapporto tra il livello di disoccupazione dei giovani e quello degli adulti è 4 in Italia (cioè per ogni disoccupato adulto ci sono 4 disoccupati giovani) contro il 2,4 dell’area Euro, 1,4 in Germania.
Questa differenza si riscontra ovunque in Italia, sia al Nord sia al Sud. Anzi, in qualche regione del Nord è più alta che al Sud.
Ad esempio, il rapporto fra disoccupati giovani e adulti è 4,8 in Emilia-Romagna e 3,2 in Sardegna.
Questo rapporto è una misura di quanto il mercato del lavoro protegga chi un lavoro ce l’ha, cioè gli adulti.
Più il rapporto è elevato, più i giovani sono esclusi.
In altre parole, il mercato del lavoro in Italia è molto più chiuso ai giovani che in altri Paesi europei e lo è forse di più al Nord che al Sud.
È un’osservazione importante perchè ci dice che il mancato lavoro dei giovani non è solo un problema collegato specificamente al Mezzogiorno: dipende da regole e istituzioni nazionali, che escludono i giovani sia a Napoli che a Torino.
Non solo i giovani in Italia lavorano poco, ma sempre più sono impiegati con contratti temporanei che raramente sfociano in un contratto a tempo indeterminato.
In Veneto ad esempio (dati pubblicati sul sito www.lavoce.info, vedi anche l’articolo di Ugo Trivellato sul medesimo sito) la percentuale di assunzioni (al di sotto dei 40 anni) con contratti a tempo indeterminato è scesa, negli ultimi 12 anni, dal 35 al 15 per cento; le assunzioni a tempo determinato sono salite dal 40 al 60 per cento.
Sono quasi scomparsi anche gli inserimenti tramite contratti di apprendistato, la cui quota (sempre in Veneto) è scesa dal 25 al 10 per cento.
Altrove al Nord è ancora più bassa. Non conosciamo dati per il Sud. Evidentemente le imprese ritengono altre forme di «assunzione» più convenienti dell’apprendistato.
Il fatto è che le aziende sono comprensibilmente restie a trasformare i giovani assunti temporaneamente in «illicenziabili».
Preferiscono i contratti a tempo determinato perchè consentono loro di aggirare le rigidità  dei rapporti a tempo indeterminato.
Le conseguenze di questo mercato del lavoro «duale» sono innumerevoli. I giovani vivono con i genitori più a lungo, si sposano più tardi, fanno meno figli, non accumulano contributi per la loro pensione.
Non solo, ma molti studi dimostrano che lunghi periodi di disoccupazione da giovani hanno conseguenze permanenti sulla carriera lavorativa perchè rendono le persone meno impiegabili. In Italia l’attesa media per trovare il primo lavoro è 33 mesi contro 5 negli Stati Uniti.
Il Testo Unico sull’apprendistato, approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri fa un passo avanti, consentendo l’apprendistato agli studenti delle scuole superiori.
Il testo prevede che questa forma di inserimento nel mondo del lavoro sia utilizzabile per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione di ragazzi che abbiano compiuto quindici anni.
In questo caso la durata del contratto non può estendersi oltre il termine del ciclo di studi, con un limite di tre anni.
Ma il Testo Unico non fa nulla per ridurre il dualismo del nostro mercato del lavoro.
Infatti prevede anche che «se, al termine del periodo di apprendistato, nessuna delle parti esercita la facoltà  di recesso, il rapporto prosegue come ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato», cioè l’apprendista diventa da un giorno all’altro illicenziabile.
Poche imprese rinunceranno all’opzione di esercitare unilateralmente il recesso.
Le idee su come riformare il nostro mercato del lavoro per facilitare l’inserimento dei giovani non mancano, ma qualunque proposta si scontra con un ostacolo politico apparentemente insormontabile: l’elettore medio italiano, cioè colui (o colei) che determinano chi vince le elezioni, è sempre più anziano.
L’età  media degli italiani è la terza più alta al mondo, ed è quella che sta crescendo più rapidamente.
Se le riforme che favoriscono i giovani richiedono qualche sacrificio agli adulti, è difficile che siano sostenute da partiti e sindacati la cui fortuna dipende dal voto e dall’influenza degli anziani.
Ciò ovviamente non significa che i genitori italiani non siano interessati al futuro dei propri figli.
Ma si è creato un equilibrio per cui i genitori si occupano del benessere dei figli attraverso la famiglia, mentre come società  adottiamo politiche che rendono difficile ai giovani rendersi economicamente indipendenti.
La famiglia è diventata il meccanismo di protezione dei giovani. Il lavoro sicuro (prima) e la pensione (dopo) del padre assicurano un minimo di supporto per figli precari.
La loro sopravvivenza è assicurata, la crescita, il dinamismo ed il futuro dei giovani stessi no.
Cosa fare dunque?
Alcune cose si possono fare subito e darebbero risultati immediati.
Prima di tutto, e di questo si è molto parlato, bisogna riformare radicalmente il mercato del lavoro abolendo la separazione fra contratti a tempo determinato e indeterminato, e sostituendoli con un contratto unico con protezioni e garanzie che crescono con l’anzianità  sul posto di lavoro.
Tutte le proposte, di questo governo e dei precedenti, hanno finora riguardato solo i contratti a tempo determinato: modificandoli marginalmente, e introducendo nuove modalità  di precariato.
Nessuno ha avuto il coraggio di smantellare il dualismo e passare al contratto unico.
La resistenza degli anziani si potrebbe superare non toccando i vecchi contratti e applicando il contratto unico solo ai nuovi assunti.
Se lo si fosse fatto quindici anni fa, ai tempi del Pacchetto Treu, durante il primo governo Prodi, la transizione si sarebbe già  completata. Nessun governo nè di destra, nè di sinistra ha avuto la lungimiranza di farlo.
Un’altra idea è modulare le aliquote delle imposte sul reddito in funzione dell’età , abbassando le tasse per i più giovani.
La perdita di gettito si dovrebbe recuperare con riduzioni di spesa.
Ciò aumenterebbe il reddito disponibile dei giovani e li renderebbe più indipendenti e più impiegabili perchè al lordo delle imposte costerebbero meno alle imprese.
L’idea di modulare le aliquote fiscali in funzione dell’età  è stata studiata negli Stati Uniti da una commissione presieduta dal recente premio Nobel Peter Diamond.
A ciò si potrebbero aggiungere sgravi fiscali per le imprese che offrono lavori ai giovani, ma solo dopo aver riformato il sistema dei contratti come discusso sopra.
Altrimenti le imprese continuerebbero a offrire ai giovani contratti temporanei.
Ma si dovrebbe pensare anche a qualche provvedimento più radicale che sblocchi la gerontocrazia che domina l’Italia.
Per esempio, perchè non abbassare a 16 o 17 anni l’età  minima per votare?
O porre dei limiti di età  (ad esempio 72 anni) ai politici, ai burocrati, ai membri dei consigli di amministrazione delle società  quotate?
In questi consigli si vorrebbero introdurre le quote rosa: perchè non pensare anche ai giovani (uomini e donne), oltre che alle donne di ogni età ?
Il problema dei giovani in Italia non è solo economico.
Stiamo creando una generazione sfiduciata, disillusa che non s’impegna perchè non trova sbocchi e non vede per sè un futuro.
Perdiamo molti bravi giovani che se ne vanno all’estero.
Non solo i cosiddetti «cervelli», ma anche giovani che non trovando un normalissimo lavoro in Italia lo cercano, e lo trovano, altrove.
Una generazione di scoraggiati non si riproduce nè economicamente, nè demograficamente e crea un pericoloso circolo vizioso.
Queste spirali si possono arrestare, ma solo se si interviene presto.
Se accelerano diventa impossibile fermarle.

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi
(da “Il Corriere della Sera“)

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NEL PDL ORMAI VIGE IL MODELLO SANTANCHE’: “ELEZIONI COME UN RING, E’ GIUSTO SUONARLE”. MA ORA RISCHIANO DI PRENDERLE

Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile

(NON) ABILE E ARRUOLATA ANCHE LA MORATTI CHE LASCIA IL SUO APLOMB PER INDOSSARE I GUANTONI, MA NEL NUOVO RUOLO E’ CHIARAMENTE A DISAGIO…PENSAVA DI ASSESTARE IL COLPO DECISIVO MA E’ FINITA STESA SUL RING… IL BALLOTTAGGIO SI AVVICINA

Mai avremmo immaginato di vedere Letizia Moratti come ieri.
Di lei tutto si poteva dire tranne che fosse in sintonia con la politica urlata e un po’ killer dei nostri tempi.
Una politica fatta di insulti, di riesumazioni di peccati di gioventù, di dossieraggi. Il sindaco di Milano fino a ieri è stata tutt’altro e, se aveva difetti, erano di segno opposto: per quelli del suo schieramento, semmai, era troppo timida e troppo poco passionale, perfino algida, insomma inadeguata a stare sul palcoscenico, a scaldare i cuori, a strappare l’applauso; per i suoi rivali invece la freddezza era il segno di un irreale distacco dalla città  e dal mondo, dai problemi della gente comune. In ogni caso — ripetiamo: fino a ieri — Letizia Moratti era, nel bene e nel male, una donna di addirittura eccessivo self control, anzi di gelido aplomb.
Ieri abbiamo vista un’altra Moratti.
Alla fine del confronto su Sky con il suo rivale candidato sindaco, Giuliano Pisapia, ha colpito basso, con un’arma segreta che evidentemente aveva tenuto in serbo durante tutta la trasmissione per poter chiudere con un colpo di teatro, anzi con un colpo da pugile che avrebbe dovuto mettere ko il suo avversario.
Il sindaco di Milano ha così abbandonato il suo bon ton per passare all’attacco personale.
Diciamo subito che in questo ruolo Letizia Moratti è parsa evidentemente a disagio.
Non era lei, e lo si è visto da com’erano contratti i suoi lineamenti e da come fosse assente, sotto i suoi panni, il sacro furore di una Santanchè.
Oltretutto, dev’essere anche stata imbeccata male, perchè il dossier sbandierato —una condanna per furto d’auto — era una patacca.
Il cambio di marcia della Moratti comunque c’è stato, ed è evidentemente un ribaltone rispetto all’inizio della campagna elettorale, quando il sindaco di Milano aveva posto un “o io o lui” alla presenza in consiglio comunale di Roberto Lassini, il candidato del Pdl che ha tappezzato Milano con i manifesti “Via le Br dalle Procure”.
E forse non è un caso che il ribaltone abbia seguito di poche ore l’uscita, sul Giornale, di un editoriale del direttore intitolato “Elezioni come un ring. E’ giusto suonarle”.
Evidentemente nel centro destra sono convinti che per raggiungere la pancia del proprio elettorato un Lassini è più efficace di un’educata signora della Milano bene; e così è partito un ordine di scuderia.
Letizia Moratti ha dovuto obbedire.
Ma perchè s’è deciso questo inasprimento dei toni?
Da sinistra si è subito risposto così: il centro destra a Milano è nervoso perchè ha paura di perdere. Che lo dica la sinistra, è ovvio, Ma è anche plausibile?
A prima vista, una sconfitta del centro destra a Milano appare quasi impossibile. Però ci sono alcuni numeri e alcuni fatti che turbano i sonni del Cavaliere, il quale sa bene quali disastrose conseguenze avrebbe per lui la perdita di Milano. Cominciamo dai numeri.
Nel 2006 Letizia Moratti vinse al primo turno con il 51,97 per cento: ma aveva nella propria coalizione l’Udc e i finiani, che ora non ci sono più.
Il margine appare ancora più esiguo se lo si conteggia, anzichè in percentuale, in voti: 35 mila in più del candidato del centrosinistra, che era il debolissimo Bruno Ferrante.
Ma andiamo avanti.
In quelle elezioni comunali, il Pdl prese il 41,8 per cento; alle politiche del 2008 è sceso al 36,9; alle regionali del 2010 al 36.
Sempre alle regionali del 2010, e alle provinciali del 2009, a Milano città  il candidato del centro sinistra Filippo Penati ha superato quelli del centrodestra, Roberto Formigoni e Guido Podestà .
Insomma, anche se il Cavaliere ha fatto girare un sondaggio dei suoi, che dà  la Moratti vincente al primo turno con il 52 per cento, i numeri reali non sono del tutto rassicuranti.
E poi c’è ci sono quelli che abbiamo chiamato “alcuni fatti”.
Si potrebbe anche dire che per il momento sono, più che fatti, suggestioni.
Stiamo parlando dell’atteggiamento del tradizionale alleato, la Lega.
Quanta voglia ha di impegnarsi per la Moratti? I leghisti non la amano.
Bossi non è andato ai suoi comizi, al massimo ha acconsentito che lei venisse a uno dei suoi.
Ma se queste sono appunto suggestioni, ci sono anche dei fatti.
E i fatti dicono che in queste amministrative c’è effettivamente una prova di disimpegno da parte della Lega.
In Lombardia il Carroccio propone 70 candidati sindaco e, di questi, 49 corrono da soli.
In sette importanti comuni — Desio, Rho, Gallarate, Cassano d’Adda, Malnate, Nerviano e San Giuliano Milanese — la Lega ha rotto con il Pdl.
Bossi in questa campagna elettorale sta privilegiando soprattutto questi comuni, è stato certamente più volte (quattro) a Gallarate che a Milano: vorrà  dire qualcosa?
E vorrà  dire qualcosa anche quella battuta che Maroni — uno che non parla mai a caso — s’è lasciato scappare appunto a Gallarate?
Ha detto che la scelta di rompere con il Pdl in quel comune — che, non dimentichiamolo, è in provincia di Varese, la culla del leghismo — “ci riporta alle origini e indica anche una possibile strada per il futuro”.
Non è chiaro se la Lega lanci questi messaggi perchè davvero sia tentata di rompere, oppure se si tratti delle solite strategie interne all’alleanza.
Ma che Berlusconi cominci a essere irritato, l’ha scritto anche il Giornale.
Ecco insomma le preoccupazioni del centro destra.
Preoccupazioni che hanno portato avanti la linea dei falchi.
Una linea però rischiosa, tanto che la prima uscita della Moratti alla Gattuso pare aver prodotto un autogol.

Michele Brambilla
(da “La Stampa”)

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CORRUZIONE E L’OMBRA DELLA ‘NDRANGHETA: ARRESTATO IL CANDIDATO DEL PD A SAVONA

Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile

A DUE GIORNI DAL VOTO, SCOPPIA IN RIVIERA LA QUESTIONE MORALE NEL PD…ARRESTATO PER TANGENTI ROBERTO DROCCHI, DIRIGENTE PUBBLICO DI VADO LIGURE E CANDIDATO ALLE COMUNALI…CON LUI IN CARCERE ANCHE IL CALABRESE DOMENICO FOTIA

Le fatture false nascoste in un pallone aerostatico che volava sui cieli di Savona.
È la nota di colore in un’inchiesta che invece dipinge una Liguria dai toni sempre più cupi.
Doveva diventare il capogruppo del Pd a Savona. A tre giorni dalle elezioni comunali invece è finito in manette.
Non poteva andare peggio a Roberto Drocchi. E anche al Partito Democratico.
Ma non è soltanto l’arresto ad aver portato un terremoto in Riviera.
Sono anche le circostanze in cui è maturato. E le accuse.
La Procura di Savona ha indagato Drocchi per corruzione.
Insieme con lui ha arrestato altre tre persone, tra cui Pietro Fotia, un imprenditore originario di Africo (Reggio Calabria) di cui da tempo in città  si discute molto per la sua vertiginosa ascesa nel settore dei movimenti terra, per i tanti appalti che riceve dagli enti pubblici locali.
Non solo: in casa del fratello Donato Fotia (anch’egli indagato, anche se il gip ha respinto la richiesta di arresto nei suoi confronti) il 22 dicembre scorso gli investigatori calabresi avevano arrestato un commerciante indagato per associazione a delinquere (in quell’inchiesta Fotia non è indagato).
Insomma, gli ingredienti per far esplodere la “questione morale” nel Pd savonese e ligure ci sono tutti.
A tre giorni dalle elezioni che si annunciano combattute, nonostante da queste parti il centrosinistra abbia sempre fatto il bello e il cattivo tempo. Anche perchè i cittadini sono stati scossi leggendo le accuse mosse ai quattro arrestati.
E a Drocchi, che di lavoro fa il dirigente ai Lavori Pubblici nel comune di Vado, importante centro della provincia di Savona.
Scrive il gip: “Donato e Pietro Fotia, della società  di scavi Scavoter, effettuavano elargizioni di denaro in favore di Roberto Drocchi capo settore Lavori Pubblici del Comune di Vado Ligure e legale rappresentante della squadra di Basket Riviera Vado Basket in cambio del compimento da parte del pubblico ufficiale di più atti contrari ai propri doveri di ufficio consistiti nell’aggiudicazione alla Scavoter di appalti in assenza dei presupposti di legge”.
La storia parte da una banalissima verifica fiscale.
E al centro di tutto ci sono la società  di basket di cui Drocchi era dirigente e le fatture, “false” secondo la Procura: la Scavo Ter dei fratelli Fotia versava dieci volte tanto quello che la squadra riceveva dal principale sponsor, la Tirreno Power (non toccato dall’inchiesta).
Le ricevute, secondo i pm, sarebbero state preparate in tempo reale da un commercialista mentre cominciavano gli accertamenti della Finanza.
Un po’ perchè gli arrestati volevano evitarsi guai fiscali, un po’ forse anche perchè — avrebbero accertato gli investigatori — un ispettore di polizia ha avvertito il gruppo delle indagini.
E poi, come in una commedia di costume, ci sono le classiche buste: tre, ricevute dal consigliere comunale del Pd (e, appunto, dirigente del vicino comune di Vado) davanti alle telecamere piazzate dalla Procura di Savona.
Drocchi, secondo l’accusa, collaborava molto strettamente con gli imprenditori: al punto che negli uffici della Scavo Ter gli investigatori avrebbero addirittura sequestrato una lista completa dei prossimi appalti di Vado Ligure.
Un elenco di cui nemmeno il sindaco di Vado era a conoscenza.
Un impegno molto ben remunerato, secondo i pm, che parlano di centinaia di migliaia di euro intascate dalla società  sportiva.
E qui, per gli elettori savonesi si aggiungono altri “dettagli” non graditi, anche se totalmente estranei alle indagini: il principale sponsor ufficiale della squadra di basket del candidato Pd è la Tirreno Power, colosso dell’energia che vorrebbe raddoppiare una centrale a carbone alle porte di Savona.
Un progetto contestatissimo dalla città , le cui sorti potrebbero essere decisive anche per le elezioni.
Ripetiamo: Tirreno Power non c’entra in alcun modo nelle indagini.
Tutt’altra storia.
Ma lo stesso quella sponsorizzazione del colosso dell’energia alla squadra del candidato Pd ha fatto storcere il naso a molti.
Il nodo della questione, però, è un altro: l’arresto del candidato. E gli appalti pubblici, soprattutto quelli relativi al movimento terra.
Da anni Christian Abbondanza, della Casa della Legalità , ha sollevato la questione sul suo sito blog: “Bisogna fare chiarezza — chiede Abbondanza — sugli appalti per i movimenti terra soprattutto relativi ai porticcioli (di cui si stanno occupando altre procure del Ponente) e sulle bonifiche. Gli enti pubblici di tutta la Liguria, non importa se di centrosinistra o centrodestra, scelgono spesso le stesse aziende senza compiere accertamenti adeguati. Piccole società  sono diventate colossi grazie agli appalti pubblici. Alcune appartengono anche a famiglie citate nei rapporti della Direzione Investigativa Antimafia (i fratelli Fotia, va detto, non sono indagati per associazione a delinquere)”.
Abbondanza propone al Pd: “Sia istituita una commissione indipendente per verificare i rapporti finanziari dei propri candidati e amministratori e i contributi ricevuti dal partito, da comitati elettorali e associazioni a partire almeno dal 2005. A livello regionale e in ogni provincia”.
Denunce e proposte cadute nel vuoto.
Anzi, Christian Abbondanza e la sua Casa della Legalità  sono sempre stati oggetto di attacchi durissimi da parte di tutti i partiti, soprattutto dai vertici del Partito Democratico ligure.

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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PISAPIA FU ASSOLTO, ECCO COSA DICONO LE CARTE SUL CANDIDATO SINDACO DI MILANO: LA MORATTI FORSE SI E’ CONFUSA CON BERLUSCONI CHE ALL’AMNISTIA NON RINUNCIO’

Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile

LA VICENDA RISALE AL SETTEMBRE DEL 1978 QUANDO I TERRORISTI DI PRIMA LINEA RUBARONO UN FURGONE….UN ITER PROCESSUALE INIZIATO NEL 1980 E CHIUSO 8 ANNI DOPO CON L’ASSOLUZIONE DI PISAPIA PER NON AVER COMMESSO IL FATTO

In 25 secondi, studiatamente gli ultimi del faccia a faccia con Giuliano Pisapia su Sky, le parole di Letizia Moratti risultano contraddette due volte dalle sentenze: da quella d’Appello che il sindaco tace, e da quella stessa di primo grado che lei cita.
Moratti richiama un verdetto d’Assise del 1984 per affermare che solo un’amnistia aveva salvato il rivale da una condanna per furto, ma tace che Pisapia in Appello era poi stato assolto nel merito nel 1986 «per non aver commesso il fatto».
E anche solo restando alla sentenza di primo grado del 1984, fa credere che alla base dell’applicazione dell’amnistia vi fosse da parte dei giudici un’affermazione di responsabilità  di Pisapia per il furto del 1978, mentre invece nella motivazione la Corte d’Assise esplicitamente scriveva che, se non fosse intervenuta l’amnistia, avrebbe comunque «assolto per insufficienza di prove» Pisapia.
La storia vera comincia la sera del 19 settembre 1978, quando a Milano i terroristi di «Prima Linea» Massimiliano Barbieri, Roberto Sandalo e Marco Donat Cattin rubano un furgone Fiat, e Barbieri viene arrestato.
Due anni e mezzo dopo, Sandalo, “pentito” come anche gli altri due, spiega il furto come finalizzato a un progetto (poi mai attuato) di sequestro di William Sisti, capo del servizio d’ordine del «Movimento lavoratori per il socialismo» che aveva avuto violenti scontri con l’«Autonomia operaia» cittadina, e al quale il «Collettivo» studentesco della libreria di via Decembrio, nel quale all’epoca militavano attivamente Massimiliano Trolli (ex di Lotta Continua) e suo cugino Giuliano Pisapia, addebitava pestaggi di “compagni”, come un disegnatore di murales ridotto in fin di vita.
Barbieri, che secondo Sandalo e Donat Cattin voleva colpire Sisti «come carta di credito per entrare in Prima Linea», nell’estate 1978 li porta dunque in una casa di benestanti nel centro di Milano, dove vivevano Trolli e «il cugino», cioè Pisapia.
Tutti e tre i pentiti collocano nella casa alcune riunioni di luglio 1978 nelle quali «venne avanzata la proposta di compiere un’azione punitiva contro Sisti» da sequestrare, picchiare e liberare con la colla nei capelli.
Ma i tre pentiti divergono sul ruolo di Pisapia: per Sandalo era presente; lo stesso dice Barbieri, che però per la riunione operativa indica una data in cui Pisapia era a Santa Margherita Ligure bloccato da un’ulcera, attestata sul ricettario milanese del medico Carlo Agnoletto (zio di Pisapia); invece Donat Cattin esclude Pisapia fosse alla riunione.
E’ notorio che per questa vicenda Pisapia nel 1980 fu arrestato con due accuse: partecipazione alla banda armata «Prima Linea», e concorso morale (luglio 1978) nel furto del furgone poi commesso (settembre 1978) da Sandalo-Barbieri-Donat Cattin.
Resta 4 mesi in carcere, ma per la banda armata neppure viene processato, direttamente prosciolto su richiesta del pm Armando Spataro.
E’ invece rinviato a giudizio in Corte d’Assise per il concorso morale nel furto del furgone, anche qui noto negli archivi (es. Ansa dell’11 giugno 1982).
Finisce con una amnistia.
Nella motivazione di primo grado la Corte d’Assise tende a escludere «sovrapposizione di ricordi» nella versione di Sandalo, ritiene «poco verosimile che Barbieri abbia clamorosamente errato», appare dubbiosa rispetto a Donat Cattin che dice che Pisapia non c’era, e svaluta il certificato medico.
Tuttavia la Corte prende atto che anche Sandalo e Barbieri «non hanno esplicitamente parlato di uno specifico apporto di Trolli e Pisapia all’episodio del furto».
E conclude che, «nell’irrisolto contrasto» tra le dichiarazioni di Donat Cattin e quelle «non meno rilevanti deponenti in contrario di Barbieri e Sandalo, nei confronti di Pisapia potrebbe essere emessa solamente una pronuncia di assoluzione per insufficienza di prove».
Poichè però nel 1978 era intervenuta una amnistia, «per giurisprudenza consolidata l’amnistia prevale» tranne nel caso di assoluzione piena: quindi il dispositivo della terza Corte d’Assise il 22 ottobre 1984 ritiene «amnistiato il reato ascritto» a Pisapia e dichiara «il non doversi procedere».
Pisapia rinuncia all’amnistia e fa ricorso alla Corte d’Assise d’Appello, che lo assolve nel merito.
I giudici scrivono che dalla «coabitazione di Pisapia con il cugino Trolli» e dall’«adesione di Pisapia all’ideologia di sinistra» possono «sorgere al più soggettivi sospetti» ma non certo «la prova di un coinvolgimento che connoti estremi di rilevanza penale».
In più, i giudici di secondo grado, diversamente da quelli di primo, ritengono la presenza di Pisapia alla riunione di fine luglio 1978 «del tutto smentita» dal certificato medico che lo indicava fermo a Santa Margherita Ligure, per la stessa ulcera per la quale ulteriore «documentazione sanitaria» lo mostrava «ricoverato in ospedale a Santa Margherita dal 12 al 18 giugno e dal 24 giugno al 3 luglio». La conclusione della terza Corte d’Assise d’Appello l’8 marzo 1986 è dunque che «non vi è prova, nè vi sono apprezzabili indizi, di una partecipazione di Pisapia al furto, sia pure sotto il profilo di un concorso morale: va pertanto assolto per non aver commesso il fatto».
Finita? Non ancora.
Neppure l’accusa impugna l’assoluzione di Pisapia, ma il 3 marzo 1987 la Cassazione rileva un errore nella formazione del collegio d’Appello, annulla la sentenza per tutti gli imputati e quindi fa ricelebrare il processo di secondo grado.
E’ solo un formalità : infatti sia la Procura generale sia le difese chiedono ai giudici del processo-bis d’Appello di confermare le statuizioni riguardanti ciascun imputato, e la nuova Corte lo fa per tutti gli imputati (compreso Pisapia) nelle ordinanze del 3 dicembre 1987, 25 febbraio, 28 marzo e 14 aprile 1988.
A chiudere lo svuotato Appello-bis resta il «non doversi procedere non potendo essere proseguita l’azione penale» già  definita dalle ordinanze sui vari imputati; e cioè, nel caso di Pisapia, dall’assoluzione passata in giudicato per non aver commesso il fatto.
Un dato definitivo che relega in secondo piano la scelta del sindaco di connotare negativamente l’amnistia attribuita (erroneamente) al rivale nonostante di un’amnistia vera abbia usufruito, per fatti parimenti datati, il capolista della sua lista Pdl, Silvio Berlusconi, per il quale 21 anni fa la Corte d’Appello di Venezia dichiarò nel 1990 l’amnistia della «falsa testimonianza» imputatagli per aver negato l’iscrizione alla loggia P2 di Licio Gelli.

Luigi Ferrarella
(da”Il Corriere della Sera“)

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MACCHINA DEL FANGO IN AZIONE: FALSE ACCUSE DI ESTORSIONE PER DANNEGGIARE BOCCHINO NELL’ULTIMA SETTIMANA ELETTORALE

Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile

INDAGATO PER TRUFFA E CALUNNIA UN EX MILITANTE DEL MSI, MA CHI SARA’ MAI IL MANDANTE DELL’OPERAZIONE?…SI ERA PRESENTATO IN PROCURA DICENDO DI AVERE LE PROVE (RISULTATE POI DEI FALSI) DI PROMESSE DI ASSUNZIONI ALLA CAMERA IN CAMBIO DI DENARO…DOVEVA SERVIRE PER DANNEGGIARE L’IMMAGINE DEL PARTITO ALLE ELEZIONI COMUNALI DI NAPOLI? E A CHI AVREBBE GIOVATO?

Italo Bocchino, vice presidente di Fli, doveva essere infangato in questa ultima settimana di campagna elettorale con un’accusa infamante.
Aver estorto, tra il 2006 e il 2010, 3 milioni di euro in contanti a giovani diplomati e laureati in cambio della promessa di assunzioni nel personale della Camera.
La macchinazione aveva come suo protagonista Giancarlo Battista, 52 anni, romano, ex iscritto al Msi, “giornalista” con precedenti per truffa.
L’uomo che lunedì si era presentato ai carabinieri con un esposto di sei pagine in cui riferiva di essere stato il collettore del denato chiesto da Bocchino, nonchè con sei cd di file audio registrati clandestinamente (in cui l’asserita voce di Bocchino già  ad un primo ascolto tale non è) e documenti della Camera (risultati falsi”, dopo la perquisizione della sua abitazione, è stato indagato dal pm Antonio Cederna per calunnia e truffa.
Ieri Bocchino, che è parte lesa, è stato sentito dal pm e ha escluso di aver mai conosciuto Battista.
Sarebbe interessante conoscere a questo punto, escludendo che si tratti di una iniziativa personale, chi è il mandante di questa sporca operazione.
A chi avrebbe giovato uno sputtanamento di Bocchino nell’ultima settimana elettorale.
Un grave danno a Fli, soprattutto a Napoli.
Dove il terzo polo si pone, non a caso,   come alternativa di centrodestra al Pdl di Cosentino.

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