Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
IL COORDINATORE REGIONALE CHE AVEVA RICEVUTO ATTENZIONATI DALLA DIA NELLA SEDE DI PARTITO (MESSA A DISPOSIZIONE GRATIS DA UN ALTRO PLURINQUISITO), FATTO USCIRE DALLA FINESTRA, HA CERCATO DI RIENTRARE DALLA PORTA…MA QUALCUNO HA PROVVEDUTO A FARGLIELA TROVARE SBARRATA
Una volta passi: può accadere che i pifferi di montagna, andati per suonare, tornino
suonati.
Ma questa volta il pifferaio magico è stato respinto, con definitiva perdita di immagine, al suono di note struggenti.
“Ecco, la musica è finita…Gli amici se ne vanno…Che inutile serata…Ho aspettato tanto per vederti (eletto)…Ma non è servito a niente.. Ecco, la musica è finita…Gli amici se ne vanno…E tu li lasci soli”…
Forse Mina e la Vanoni, quando interpretavano il bel testo del genovese Umberto Bindi, mai avrebbero pensato che potesse diventare la colonna sonora della Caporetto delle truppe cammellate di Enrico Nan da Pietra Ligure.
Località da non confondere con Pietralcina: nella vicenda che narriamo dell’incenso della Santità non vi è traccia.
Altri tempi e altri uomini, ma con una sola cosa in comune: Padre Pio passava le notti nella sua cella, al lume di candela, per favorire la propria ascesi spirituale; Enrico Nan, chiudendo improvvisamente la sede di Fli per portarla in un locale provvisorio al terzo piano, ha indotto gli iscritti ad assumere l’abito mentale degli adepti che si riuniscono, tra mobili accatastati, al lume di candela, mancando in loco l’allaccio della luce.
Certo, altro rito rispetto a quelli dell’iniziazione massonica tanto cara agli imprenditori Mamone, con loggia chiusa d’autorità a Fegino, attenzionati dalla Dia e con diversi procedimenti in corso, noti a tutti a Genova, salvo che a Nan che li aveva ricevuti questo inverno nella sede di Fli sostenendo che “non li conosceva”.
Non può neanche appellarsi al fatto che i locali fossero bui perchà a quei tempi la sede aveva l’allaccio alla rete elettrica, anche perchè la sede era stata messa a disposizione gratuitamente da un altro imprenditore pluri-indagato con un contratto di comodato gratuito.
Il pifferaio magico ha accompagnato per mesi al fiume tanti iscritti e dirigenti di Fli che infatti poi scomparivano, come nella omonima fiaba di Hamelin.
Divenuto coordinatore musicale di Fli Liguria, Nan ha pensato di poter dettare legge e spartito anche all’orchestra locale dove non mancavano trombettieri e trombati, stonati e straniti, privilegiando da par suo l’uso degli strumenti a bocca e a bocchino.
Ma qui sono cominciate le stecche.
Ecco il primo comunicato stampa di Nan a settembre, subito dopo Mirabello:
“Enrico Nan, coordinatore regionale ligure, a Mirabello ha incontrato tutti i leader nazionali e in particolare Italo Bocchino e Gianfranco Fini, ricevendo una rinnovata fiducia. «Nei prossimi giorni penseremo al congresso di Genova, che si terrà per ottobre»
Sarà la sfiga dei pifferai ma passano pochi giorni ed ecco il comunicato nazionale di Fli:
“L’ufficio politico nazionale del partito ha deciso ieri di commissariare, limitatamente alla provincia di Genova, Enrico Nan che conserva la giurisdizione sulle altre province.Prende il suo posto la sen. Barbara Contini per “organizzare e strutturare” il partito in vista delle prossime elezioni comunali genovesi di primavera”
Ma non finisce qua.
A ottobre Enrico Nan, fatto uscire dalla finestra, prova a rientrare con tutti gli onori dalla porta principale: cosa c’è di meglio che indire un congresso regionale di Fli che lo elegga e confermi direttore-pifferaio?
Ecco una parte dell’intervista del 21 ottobre concessa da Nan al “Il Giornale”:
domanda: Il 26 novembre allora fate il congresso regionale.. È arrivato il via libera da Roma?
risposta di Nan: «Sì, confermo. Tutto ufficiale. Il 26 sarà una grande giornata, con il presidente Fini che viene a Genova da mattina a sera. La sua presenza è per confermare quanto tiene al congresso di Genova».
Sarà una maledizione del piffero, ma ecco che da Roma arriva la ovvia decisione di Fini: congresso annullato.
Qualche mano provvida ha sbarrato la porta che il pifferaio pensava di aver individuato per riprendere in mano il potere sugli orchestrali.
Figuraccia da “sprofondo rosso” e ora qualche suo sodale comincia a prendere le distanze per riposizionarsi.
E mentre, come i bambini di Hamelin nella fiaba, il popolo di Fli sopravvissuto alla catastrofe esce dalle case per festeggiare un parziale e possibile ritorno alla normalità , corre voce che il pifferaio stia trattando per cambiare orchestra e palcoscenico.
Che si avvicini finalmente il ritorno alla coerente propaganda e diffusione delle tesi politiche di Futuro e Libertà , dove tutti lavorino per il partito e non per interessi personali?
Che sia giunto il momento di restituire il partito alle intelligenze e ai militanti, sottraendolo ai signori delle tessere, più o meno taroccate?
E’ innegabile che Fini abbia dato un segnale forte, ora occorre saperlo tradurre in realtà .
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE AL TURISMO DI MANTOVA SI SCAGLIA CONTRO LA CELEBRAZIONE DEL POETA PERCHE’ “SE N’E’ ANDATO A ROMA, POI IN CALABRIA E A NAPOLI, UN TRADITORE INSOMMA”…E SENTENZIA: “MEGLIO IL PADANO TEOFILO FOLENGO”
“Cara Mantova, bentornata in Lombardia”.
Così esultava Roberto Formigoni l’anno scorso per la città lombarda espugnata dal centrodestra.
Non calcolava la Tunisia. Proprio il viaggio in Tunisia fatto dal sindaco del Pdl Nicola Sodano per negoziare il prestito del raro mosaico di Virgilio tra le Muse per la grande mostra virgiliana aperta a Palazzo Te il 15 ottobre ha scatenato la Lega, alleata di giunta sempre più inquieta: cultura sprecona, costi eccessivi.
In più, la provocazione dell’assessore al Turismo, Vincenzo Chizzini: era meglio celebrare il poeta Teofilo Folengo, perchè Virgilio, testuali parole, “se n’è andato a Roma, in Calabria, infine a Napoli, dove è sepolto. Ci ha traditi”.
Ma non bastava Virgilio terrone.
Il parlamentare bossiano Gianni Fava ha bollato l’inaugurazione con gli ospiti tunisini (console, ministro, sindaco di Cartagine), presente la connazionale Afef Jnifen con Marco Tronchetti Provera, come “ricettacolo di soubrette a fine carriera”.
L’estrema rozzezza dei toni ha fatto infuriare il mite sindaco Sodano, inasprendo i rapporti già tesi.
Al punto che la parte oltranzista della Lega minaccia di ritirare i suoi assessori.
Chissà se il presidente Napolitano, già pesantemente offeso dal capogruppo leghista l’anno scorso, verrà a omaggiare Virgilio il 7 dicembre.
Meglio la prima della Scala.
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
INDAGINE DEL MOVIMENTO CONSUMATORI: MANTENERE UN FIGLIO IN UN ATENEO DI UN’ALTRA CITTA’ COSTA OLTRE 11.000 EURO L’ANNO, CIRCA IL 34% DEL REDDITO MEDIO DI UNA FAMIGLIA…E BUONA PARTE DEGLI AFFITTI RESTANO IN NERO
Per studiare in un ateneo in un’altra città ci vuole impegno, volontà e tantissimi soldi. 
E’ questo il risultato di un’indagine del Movimento Consumatori sui costi che deve affrontare uno studente fuori sede. In cima alla classifica troviamo Roma e Milano, dove mantenere un figlio all’università può costare anche oltre 11mila euro l’anno. Ovviamente questo considerando le strutture pubbliche (circa 1000 euro l’anno di tasse), con l’iscrizione ai grandi istituti privati, la cifra può anche triplicare.
I dati parlano chiaro: 11.400 per una camera singola a Roma (tasse, libri e utenze incluse), 10.980 euro a Milano, 10.800 a Venezia, 10.200 a Torino.
I prezzi scendono un po’ se si va in doppia (7.620 a Roma, 8.360 a Milano, 7.100 a Venezia, 7.500 a Torino), ma mantenere un figlio all’università in un’altra città resta un salasso.
La spesa più grossa, manco a dirlo, è rappresentata dall’affitto.
Stanze in coabitazione, a volte veri e propri tuguri in edifici fatiscenti affittati a peso d’oro.
Una media di 310 euro (senza spese) al mese a Roma, 370 a Milano, 260 a Venezia, e bisogna essere fortunati.
A tutto questo vanno aggiunti i prezzi dei libri, stimati dal Movimento Consumatori in circa 500 euro annui negli atenei pubblici.
E poi bisogna pur mangiare qualcosa. Ecco altri 2400 euro annui di vitto, una stima al ribasso visto che dividendo questa cifra per 10 mesi (togliamone 2 l’anno dove magari si torna a casa) fanno appena 8 euro al giorno, perfetti per mantenere il peso forma.
La ricerca del Movimento Consumatori è stata effettuata partendo dal prezzo degli alloggi in diverse città sedi di università molto frequentate in Italia.
Per ogni città è stata fatta la media tra il costo più basso e quello più alto relativo all’affitto mensile di un posto letto in camera doppia e di una camera singola.
I prezzi degli alloggi sono comprensivi anche delle cosiddette “spese aggiuntive” (condominio e utenze).
Ma quanto incide sul bilancio familiare un figlio che studia fuori sede?
Se si prende come esempio Milano (in cui un posto letto in camera doppia costa 372 euro al mese e una camera ad uso privato ne costa 590) si calcola che un nucleo familiare con reddito medio di 32.148 euro annui (dato Bankitalia riferito al biennio 2006-2008) può arrivare a pagare dagli 8.364 euro ai 10.980 euro all’anno.
La percentuale di incidenza sul reddito familiare è da capogiro: dal 26 al 34% a Milano, dal 24% al 35% a Roma, dal 23% al 32% a Torino e dal 22% al 28% a Firenze. E tutto questo, ovviamente, per un figlio solo.
“Lasciando i costi dello studio a carico delle famiglie, in difficoltà per la crisi che le colpisce da dieci anni a questa parte, l’abbandono universitario, già molto elevato e nocivo per la competitività del sistema Italia, è decisamente favorito e non combattuto”, attacca Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori.
“Con i recenti tagli alle regioni si sono inoltre penalizzati gli enti per il diritto allo studio, tagliando così ulteriori servizi”.
Insomma Miozzi non ha dubbi, “In Italia, sembra ormai un triste dato di fatto, investire nella ricerca e nella formazione interessa poco ai governi. Il risultato è che registriamo zero politiche di sostegno per chi studia e zero opportunità per i rinomati “cervelli” nostrani usciti con merito da università prestigiose, che spesso sono costretti ad emigrare all’estero”.
Senza contare il fatto che buona parte di questi affitti sono pagati in nero, con migliaia di studenti alla merce dei capricci dei padroni di casa e senza uno straccio di tutela legale. Un blitz della Guardia di Finanza di Padova a fine settembre ha portato al recupero di 2 milioni e 24mila euro di imposte di registro solo nella città veneta, sede di una delle università più antiche d’Italia.
“Ogni 100 verifiche nel settore delle locazioni, 80 si concludono con esito positivo”, ha riferito la GdF padovana.
Un passo avanti contro questo fenomeno lo si è fatto con l’approvazione del decreto legislativo 23/2011 che obbliga i proprietari che non hanno regolarizzato i propri inquilini a sottoscrivere un regolare contratto di locazione di 4+4 anni ad un canone mensile anche 10 volte più basso di quello attuale.
Si tratta della cosiddetta “cedolare secca” che dava ai padroni di casa tempo fino al 6 giugno scorso per registrare il contratto d’affitto. Adesso si aspettano le denunce.
Tuttavia regolarizzare i contratti di affitto darebbe più tutela agli inquilini e aumenterebbe le entrate nelle casse del Fisco, ma difficilmente diminuirebbe il costo degli affitti stessi, a meno che non si punti tutto sulla denuncia del proprio proprietario e sul relativo contratto scontato.
Ma allora quel è la soluzione?
Difficile a dirsi, per il momento non resta che aprire il portafogli.
“Purtroppo in Italia investire nella ricerca e nella formazione interessa poco ai governi. Il risultato è che registriamo zero politiche di sostegno per chi studia” sintetizza Miozzi.
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
“UNA VOLTA ERANO CENE E BASTA ORA SONO DIVENTATE NOTTI DI SESSO”… “UNA VOLTA DIRE CHE SI ANDAVA DAL PREMIER GRATIFICAVA, ORA NON CI PUOI ANDARE SENNO’ POI LE DONNE A CASA TI MENANO”
“Sesso e droga”, altro che “cene eleganti “.
Così descrive le notti del premier Valter Lavitola, uno degli uomini più vicini al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
L’imprenditore-faccendiere – che frequenta Palazzo Grazioli con generali della Finanza e i vertici dei servizi segreti, e che partecipa ai vertici del ministero degli Esteri – lo racconta al telefono in almeno due occasioni, nell’ottobre del 2009.
Ignaro di essere ascoltato dagli uomini della polizia giudiziaria di Pescara, che lo intercettano per indagare sull’imprenditore Giuseppe Spadaccini, autore di uno strano investimento da tre milioni di euro nelle casse dell’Avanti! (e accusato di evasione internazionale per 90 milioni di euro).
E così, Lavitola commenta – e involontariamente mette a verbale – le notti del premier sia con l’imprenditore e stampatore Maurizio Farina, sia con il senatore del Pdl Romano Comincioli, compagno di scuola di Berlusconi, deceduto lo scorso mese di giugno.
E tanto per i due interlocutori quanto per il faccendiere, ciò che il premier smentisce pubblicamente (e oggetto d’indagine in almeno tre inchieste giudiziarie tra Napoli, Bari e Milano) appare, invece, nel privato una certezza.
23 ottobre del 2009, ore 17: 23.
Maurizio Farina telefona a Valter Lavitola e i due, che lavorano assieme (per anni l’Avanti! è stato stampato proprio dal gruppo Farina) e che condividono la passione per la caccia, finiscono per parlare dei “mercoledì sera” con il presidente del Consiglio.
V – Pronto?
M – Pronto Valter, sono Maurizio.
V – Agli ordini….
M – Agli ordini? Tu sei l’uomo più potente d’Italia! Sei amico di Silvio, scusami!
V – No, no, amico di Mario e Maurizio (fratelli Farina, ndr), eeeh…(ride)
M – Senti, quando andate a scopà il mercoledì sera con Silvio perchè non me chiamate qualche volta pure a me?
V – Ma zitto, ma tu scherzi… Invece, una volta quando dicevi che andavi dal presidente era una cosa che ti gratificava… Mo’ non puoi andare se no (le donne a casa, ndr) ti menano…
M – (ride)
V – Davvero! Ci puoi andare fino all’ora di cena, dopo cena no… (ride)
M – Mettono tutti fuori mettono… (ride). Senti mi dispiace ma per domani non ce la facciamo (ad andare a caccia, ndr) domenica mattina.
V – Va bene, ok mò lo chiamo e glielo dico.
Giuseppe Caporale
(da “la Repubblica“)
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Ottobre 29th, 2011 Riccardo Fucile
UN SONDAGGIO SWG RIVELA CHE IL MOVIMENTO 5 STELLE ENTREREBBE ALLA CAMERA E POTREBBE FAR SALTARE GLI EQUILIBRI POLITICI…IDV E PD PREOCCUPATI
Federico, ingegnere di Campobasso, ex operatore socio-assistenziale in una casa famiglia,
chitarrista in una blues band, è iscritto ai Meet Up di Beppe Grillo dal 26 aprile 2008.
A questo sconosciuto trentenne, la settimana scorsa, è riuscito un miracolo: mettere d’accordo per un giorno Massimo D’Alema e Dario Franceschini, uniti nell’attribuirgli la responsabilità di aver “fatto vincere la destra” alle regionali del Molise.
Federico ha infatti preso 10.560 voti, pari al 5,6 per cento. Il centrosinistra nel Molise è stato sconfitto per meno di un punto percentuale.
Di qui il sillogismo di D’Alema e Franceschini, anche se il Pd in regione è rimasto inchiodato al 9,8 per cento: meno della metà rispetto alla somma di Ds e Margherita, cinque anni fa.
Il problema è che D’Alema e Franceschini rischiano di doversi arrabbiare ancora parecchio, in futuro.
Perchè una ricerca Swg realizzata per “l’Espresso” rivela che il dato nazionale del Movimento 5 Stelle (M5S) oggi è valutabile attorno al 5,5 per cento, più o meno il risultato ottenuto dal candidato grillino in Molise.
Quasi il doppio rispetto al 2,9 che, sempre per Swg, valeva nell’aprile 2009.
Secondo i ricercatori dell’istituto triestino, inoltre,”il potenziale politico attuale è destinato sicuramente a consolidarsi”.
Lo studio Swg approfondisce anche la composizione di questo elettorato: più forte al Nord e nei comuni medio-grandi; proveniente perlopiù dalle aree del lavoro autonomo e del precariato, degli operai e degli studenti; che si autocolloca in maggioranza “a sinistra e centrosinistra”, ma con “tendenze precedenti al non voto”.
Le aree di debolezza del M5S sono invece, sempre secondo Swg, il Sud e le isole, i comuni piccoli e l’elettorato cattolico.
L’istituto di ricerca ha poi intervistato un campione di questi elettori rilevando i tre motivi-base per cui votano Grillo: “Rifiuto della tradizionalità dell’offerta politica attuale”, insomma i vecchi partiti; “rifiuto della logica di gestione delle altre forze politiche”, vale a dire la poltronite e i privilegi; attrazione per “una modalità di lavoro snella, con sempre nuovi obiettivi e con rinvii tra Web e territorio”, cioè un approccio pragmatico ai problemi che coniuga realtà digitale e realtà fisica.
Come si vede, nessuna di queste motivazioni rimanda direttamente a Beppe Grillo.
Che però non solo ha fondato il movimento, ma ne possiede privatamente anche il marchio e ne controlla di fatto le decisioni grazie al cosiddetto “non statuto”, un regolamento leggerissimo che non prevede alcuna forma di democrazia interna e che stabilisce come “sede del movimento” proprio il sito Beppegrillo.it.
Il quale sito, appunto, detta la linea politica.
Ad esempio, nel marzo scorso ha stabilito la rottura con Sonia Alfano e Luigi de Magistris, i due esponenti dell’Idv che in un primo tempo il comico genovese aveva appoggiato.
Poi, il 30 settembre, ha sancito con un post (intitolato “Soli”) la propria lontananza anche da altri movimenti d’area come il Popolo Viola e dal quotidiano “Il Fatto”. è seguito perfino il divorzio (morbido) da Marco Travaglio, i cui video intitolati “Passaparola” venivano pubblicati sul sito del comico genovese e ora sono scomparsi.
Insomma, un isolamento orgogliosamente rivendicato, che impedisce qualsivoglia prospettiva di dialogo con l’esterno ma che non sembra incidere negativamente sui consensi elettorali del M5S.
I cui eletti nelle istituzioni locali (specie in Emilia e in Piemonte) non smettono mai di ricordare che “il movimento non è Grillo, giudicateci per quello che proponiamo”.
Cioè, fondamentalmente: riduzione a due mandati per qualunque carica pubblica, eliminazione di ogni privilegio per i politici, referendum anche propositivi e tutti senza quorum, ambientalismo ed energie rinnovabili, libero sviluppo del Web, class action, lotta al precariato, via gli inquisiti dal Parlamento, trasparenza della finanza, insegnamento obbligatorio della lingua inglese dall’asilo.
Tutto molto semplice, in un programma di 13 paginette pubblicato on line.
E tutti o quasi temi culturalmente “di sinistra”, che però faticano a trovare spazio nel Pd.
Dove tra le pochissime voci di interesse per i temi del M5S ci sono quelle di Debora Serracchiani (“dovremmo farci carico di alcune delle loro istanze”) e di Pippo Civati (“hanno le nostre aspirazioni di cambiamento e come noi vogliono uscire dall’incubo degli ultimi anni della politica italiana”).
Per il resto, solo diffidenza e silenzio.
E se fino a poco tempo almeno l’Italia dei Valori occhieggiava al Movimento 5 Stelle, adesso anche da quelle parti a qualcuno girano le scatole: “Si scrive Grillo si legge Berlusconi”, si è sfogato per esempio nel suo blog Massimo Donadi, capogruppo alla Camera, riferendosi anche lui al caso Molise.
Più prudente (o abile) Antonio Di Pietro: “Non condivido chi getta su Grillo e i grillini la responsabilità delle sconfitte del centrosinistra. I partiti tradizionali, piuttosto, farebbero meglio a capire come convincere i propri elettori delusi”.
E qui appunto vengono le ragioni della crescita del M5S, così come sono analizzate dalla ricerca Swg. Il raggruppamento fondato da Grillo, spesso liquidato come “antipolitica”, sembra attrarre al contrario chi nonostante tutto crede che la politica, con le sue decisioni, possa ancora avere un impatto positivo e concreto sulle persone. Insomma, che la politica non si riduca ad addizione algebrica di partiti e di parlamentari chiusi nel Palazzo, le cui alleanze si limitano alla gestione del potere e del presente, senza incidere nella vita dei cittadini.
Così il M5S riesce a incanalare una parte di quell’opposizione radicale e sociale che altrove finisce per suicidarsi nel nichilismo distruttivo e privo di speranze di black bloc e simili. è l’opzione “que se vayan todos”, se ne vadano tutti, figlia di quel “crescente mix di indignazione e sfiducia” emerso anche dall’ultima ricerca di Ilvo Diamanti per “la Repubblica”.
Ecco perchè il Movimento 5 Stelle continua a crescere.
Ed ecco perchè può permettersi tranquillamente di ignorare le contraddizioni e i passi falsi del suo fondatore: “La cura Di Bella? Sconfiggerà i tumori. L’Aids? Ci sono forti dubbi che sia tutta una bufala. La Levi Montalcini? Una vecchia puttana. Roberto Saviano? Fa godere Berlusconi. Vendola? Un busone, un buco senza ciambella”.
E così via, sfanculando chiunque non sia lui.
Così come gli elettori che guardano con simpatia il M5S non si interessano più di tanto del discusso intreccio fra il movimento e un’azienda privata, la Casaleggio, che gestisce il sito di Grillo e interviene tanto nelle strategie quanto nelle scelte dei candidati, provocando spesso dissidi (“Temo che ormai Beppe prenda ordini da loro”, dice ad esempio l’ex candidata sindaco grillina a Roma, Serenetta Monti, oggi vicina all’Idv).
Ed è passata senza danni anche l’ultima brutta figura del fondatore, il cui staff ha fatto censurare (con un reclamo formale a YouTube) una videosatira su Grillo realizzata da un comico già simpatizzante del movimento, Tony Troja: non proprio il massimo per uno che a parole si batte per la libertà del Web.
Ma, appunto, il M5S decolla lo stesso, sottraendo facilmente consensi al Pd.
Che un giorno corteggia Casini, il giorno dopo Scajola e il terzo giorno Della Valle: salvo poi scoprire con stupore che i voti d’opposizione sono andati da un’altra parte.
Alessandro Gilioli
(da “L’Espresso“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DE “IL GIORNALE” VUOLE CHE TUTTI GLI ITALIANI VADANO IN PENSIONE A 67 ANNI, SALVO LUI CHE C’E’ ANDATO 14 ANNI PRIMA… OLTRE ALLA PENSIONE PERCEPISCE LAUTI COMPENSI EXTRA: SPARGERE FANGO FORSE E’ UN LAVORO USURANTE…
Per rimettere in sesto i conti pubblici bisogna innanzitutto intervenire sulle pensioni innalzando l’età in cui si smette di lavorare.
La ricetta, in verità non nuovissima, arriva da Vittorio Feltri che martedì sera durante la trasmissione In Onda condotta su La7 da Luisella Costamagna e Luca Telese, ha detto la sua sulla manovra appena varata dal governo.
“Bisogna fare come la Germania”, ha detto sicuro l’editorialista de Il Giornale.
“Tutti sanno che in Germania si va in pensione a 67 anni”, ha spiegato Feltri, “mentre noi ci ostiniamo ad andarci a 58,59, 60”.
Tutto vero, come no.
Anzi, a volte capita perfino che qualcuno riesca a raggiungere l’agognata pensione anche prima, molto prima.
Feltri per esempio ce l’ha fatta a soli 53 anni, nel 1997.
Una pensione d’oro: ben 347 milioni di lire all’anno, circa circa 179 mila euro, a carico dell’Inpgi, l’Istituto previdenziale dei giornalisti.
Da allora Feltri ha continuato a scrivere e a dirigere giornali, ricevendo ricchi e meritati compensi e spiegando al mondo intero che è meglio per tutti se si va in pensione a 67 anni.
Salvo lui ovviamente.
Niente di più conseguenziale che, in nome della padagna del magna magna, abbia opposto qualche palata di fango per tamponare il fatto vero e reale che la moglie di Bossi sia andata in pensione a 39 anni.
In attesa che Lavitola confezioni qualche altra patacca per screditare gli avversari politici.
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
I RETROSCENA DELLA TRATTATIVA CHE HA PORTATO LA UE AD ACCETTARE UNA GENERICA LETTERA DI INTENTI DA PARTE DEL GOVERNO ITALIANO… UN PREMIER SCREDITATO E GUARDATO A VISTA
Una smentita lo seppellirà .? Ma quando mai. 
Ieri, lasciando Bruxelles dopo aver convinto, almeno in apparenza, i partner europei della solidità . dei nostri intenti sulle riforme strutturali, il Cavaliere è andato temerariamente oltre la fantasia raccontando una frottola così grave da imporre al portavoce della Cancelliera tedesca una immediata smentita.
“La signora Merkel è venuta da me a scusarsi per la situazione che è stata provocata” si era pavoneggiato Berlusconi in diretta da Vespa, millantando che tra Roma e Berlino fosse tornato il sereno, dopo le risatine di scherno contro l’Italia e anche dopo lo choc diplomatico seguito alle rivelazioni (mai smentite) sulla “culona inchiavabile”. Niente di vero, ovviamente.
“No apology from the Chancellor “ ecco il testo della seccata risposta del portavoce della Merkel “because there was nothing to apologise for (nessuna scusa perchè non c’era nulla di cui scusarsi, ndr) .
Le cose, infatti, sono andate diversamente.
I due si sono visti per circa mezz’ora faccia a faccia (presente solo Valentino Valentini, il suo uomo ombra, che sa l’inglese mentre Berlusconi lo parla davvero poco), il colloquio è stato senz’altro franco, ma tutt’altro che cordialissimo.
La Merkel, infatti, ha chiesto a Berlusconi rassicurazioni sull’effettiva fattibilità . e tempistica di quanto scritto nella lettera sostenendo che, anche da parte di altri alleati (leggi Sarkozy), erano invece stati avanzati dubbi molto forti e che lei, in qualche modo, voleva farsi garante della credibilità . italiana.
Ovviamente Berlusconi si è ben guardato dal dire la verità ., che cioè quella lettera è stata scritta nella consapevolezza che, probabilmente, saranno altri (tra sei mesi) a dover tenere fede a quelle promesse.
E’ stato in quel momento che la Merkel ha sottolineato la necessità . di avere risposte concrete al più presto, proprio per evitare di dover dare ragione a chi, come Sarkozy, queste sarebbero state le parole della Cancelliera aveva chiesto di mandare in Italia un commissario europeo per vigilare sull’attuazione di quanto promesso, ma poi abbiamo deciso che era il caso di dare fiducia; speriamo di non doversi ricredere…
Lo stesso Sarkozy che ieri ha detto: “Abbiamo salvato la Grecia per salvare l’Italia”.
Dopo questo dialogo senza sconti, il Cavaliere si è ben guardato dal tentare un approccio con Sarkozy, ma il dato politico di commissariamento dell’Italia da parte dell’Europa non è sfuggito a nessuno, nonostante si sia soprasseduto a un commissariamento reale per evitare di provocare ulteriori danni all’immagine dell’Italia e nuove, più che probabili, ripercussioni in Borsa.
Ma Sarkozy, a differenza della Merkel, è molto meno attendista e fiducioso; il presidente francese, d’altra parte, non ha ancora visto luce riguardo le promesse dimissioni di Bini Smaghi dal board Bce, così come gli sono state prontamente riferite le voci sulle battutacce (ancora una volta provenienti dai colloquio intercettati con Lavitola) che Berlusconi avrebbe fatto sulla recente maternità . di Carla Bruni e sulla certezza della paternità di Sarkozy.
Insomma, commissariamento a parte, l’aria con la Francia, come ha anche sottolineato ieri il ministro Frattini, resta decisamente tesa.
E non solo con la Francia.
Il comportamento di Berlusconi, infatti, viene guardato all’estero con pesanti toni di scherno e di squalifica politica.
I giornali stranieri trasmettono, infatti, un’immagine dell’Italia davvero ai minimi termini: “Berlusconi si deve dimettere immediatamente“ spara il ‘paludato’ Times di Londra, “ l’Europa è nauseata da questo clownesco primo ministro la cui noncuranza, irresponsabilità e codardia politica ha tanto esacerbato la crisi attuale”.
Quindi la lettera d’intenti consegnata alla Ue viene giudicata senza impegni specificiࢠe frutto di un patto dell’ultimo minuto con UmbertoBossi.
Questo chiude il Times “è il peggiore dei mondi possibili”.
In Francia, “Le Monde” va al sodo svelando che la zona euro sorveglierà le riforme italiane, mentre oltreoceano, il New York Times, scrive che Berlusconi, rimproverato da Merkel e Sarkozy, ha portato solo una lettera d’intenti mentre l’impietoso Wall Street Journal sforna un’analisi dal titolo “L’Italia rischia i postumi del post-Berlusconi; il premier ha ampiamente perso la fiducia di investitori e leader politici”. E non solo di loro.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
SEI NUOVE MASERATI DEL VALORE DI 600.000 EURO ARRIVATE ALLO STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO AL CASTRO PRETORIO A ROMA… A CHI SARANNO DESTINATE?
Il capitolo “casta” delle forze dell’ordine si allunga giorno dopo giorno.
Dopo le auto blu della polizia, ora si scopre che domenica sera, in gran segreto, sarebbero arrivate a Roma sei Maserati nuove di zecca.
Valore commerciale, almeno 600 mila euro.
A denunciarlo è stato ieri GrNet.it , portale di informazione su sicurezza, difesa e giustizia.
Le auto di lusso sarebbero state parcheggiate all’interno del reggimento logistico dello Stato maggiore dell’esercito, una struttura nei pressi di Castro Pretorio, e sarebbero state acquistate con l’esercizio finanziario corrente.
Ufficialmente non si sa ancora a chi siano destinate, ma si potrebbe ipotizzare che verranno utilizzate dai capi di Stato maggiore delle Forze armate, dalla direzione nazionale armamenti e dalla direzione del personale.
E forse una potrebbe essere messa a disposizione dei vertici civili del ministero della Difesa.
“Dopo i tagli operati dalle varie finanziarie e i blocchi stipendiali, i militari non pensavano proprio che in tempi di magra ci fossero i fondi per acquistare delle supercar”, si legge sul sito GrNet.it .
La notizia è stata ripresa dal Partito diritti militari: “I militari e i carabinieri — spiegano il fondatore, Maurizio Turco, e il segretario Luca Marco Comellini — sono costretti a comprarsi le tute mimetiche e gli altri accessori con i propri soldi mentre qualche giorno fa sono state consegnate al ministero della Difesa 6 nuove Maserati, per un costo superiore ai 600.000 euro”.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
LA GRANDE ABBUFFATA: 5 MILIONI DI EURO A MEDIASET, IL 21,7% DEL TOTALE, 1,5 MILIONI A MONDADORI, SOLO BRICIOLE A SKY E A LA7… E LA RAI LI TRASMETTE GRATIS
Odore di santità . 
Non mentono, per carità , le narici di Bruno Vespa: il Cavaliere è uno e trino.
Finalmente l’agiografia è completa. E per ragioni terrene, di soldi, di milioni, di euro. U
n certo Silvio Berlusconi indirizza la pubblicità istituzionale (non abbandonate i cani, pagate le tasse…) verso una certa Publitalia, la concessionaria di una certa Mediaset: 4,659 milioni di euro su 21,466 milioni stanziati nel 2010 per radio, giornali e televisioni, cioè il 21,70 per cento del totale.
Risposta automatica: chiaro, le solite televisioni che s’abbuffano sul mercato. Falso.
Perchè a Sky e La7 finiscono spiccioli: 191 mila euro per l’azienda di Murdoch (l’intera piattaforma satellitare!), 333 mila euro per Telecom Italia Media (il rampante terzo polo!).
La tavolata di B. è lunga e larga come il portafoglio d’affari: c’è pur sempre Mondadori, 1,456 milioni di euro, quasi 8 volte l’elemosina per Sky.
L’appello è finito.
Però, manca un’emittente importante, storica, nazionale: già , la Rai.
I dirigenti di Sipra (teoricamente) hanno trasmesso pubblicità di ministeri vari e presidenza di palazzo Chigi per un valore di 890 mila euro, ma (praticamente) hanno incassato zero euro perchè viale Mazzini è obbligata a concedere spazi gratuiti al governo.
Un malloppo di soldi pubblici, senza controlli e senza controllori, viene distribuito fra amici di amici e, forse per casualità , al gruppo di Berlusconi.
Ci sono i giornali, trattati più o meno per la tiratura dichiarata.
Ci sono le radio, e l’eccezione di Rtl 102.5 con 489 mila euro.
I numeri più strani interessano il Cavaliere.
Sarà pur vero che il governo, a secco, riduca l’investimento pubblicitario e chieda sconti, ma i soldi che scappano seguono precise direzioni.
Nei primi sette mesi del 2011, mentre il fidato Paolino Bonaiuti strangola i fondi per l’editoria (ormai l’Avanti! e Lavitola sono latitanti), Palazzo Chigi e undici ministeri hanno speso 8 milioni di euro, di cui 2,2 per le televisioni.
Prendete la torta di 2,2 milioni di euro, non dividetela per parti uguali oppure per valore di mercato: l’ascolto di La7 l’anno scorso valeva 10 volte meno di Mediaset, 3,7 per cento di share contro 35,23.
La fetta più grande, che sfiora il 90%, è distrattamente offerta a Publitalia del Cavaliere (1,9 milioni di euro).
Per succhiare un pizzico di euro in più, il Biscione ha creato Digitalia 08 per i canali digitali racimolando 62 mila euro, circa la metà dei 100 mila euro arrivati a Sky (che sul satellite s’aggira intorno al 9% di share).
Mediaset ha un rapporto anomalo con la pubblicità , benedetto, forse miracoloso: nel 2010 i ricavi sono cresciuti di 160 milioni di euro, segnando la cifra mostruosa di 2,413 miliardi di euro (esatto, miliardi).
E l’impennata coincide con il ritorno al governo di Berlusconi. Curiosi gli investimenti pubblicitari di Eni ed Enel, citati anche dal Corriere Economia.
Capitolo Eni.
Ancora doloranti per la crisi finanziaria, nel 2009 viale Mazzini (8,9 milioni di euro) e il Biscione (12,7 milioni) sembrano appaiati: nel 2010 a Mediaset vanno 21,2 milioni di euro, mentre la Rai si ferma a 13 milioni.
Capitolo Enel.
Il confronto non regge: nel 2010 Mediaset riceve 19 milioni di euro, la Rai è inchiodata a 10,9 esattamente come nel 2009.
Nel 2007, durante il governo Prodi, Mediaset arrancava: un po’ con Eni (12,9 milioni), moltissimo con Enel (10 milioni). Non si capisce perchè. Le vie pubblicitarie sono infinite, e odorano di santità .
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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