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LIGRESTI, FAMIGLIA AFFARI E PARCELLE: MA CHI CI PENSA ADESSO AGLI ORFANI?

Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile

DOPO LA BUONUSCITA DA 70 MILIONI RICEVUTI DA UNIPOL, VIENE MENO IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI TANTI POLITICI, BANCHIERI, PROFESSIONISTI: DAI LA RUSSA A MILONE, DA VICARI A FERRANTE… E NEI SUOI IMMOBILI SONO INQUILINI ALFANO E BOCCHINO

E gli orfani, chi ci pensa adesso agli orfani? Perchè Salvatore Ligresti e famiglia, gratificati da 70 milioni e passa di buonuscita (paga Unipol), se la caveranno alla grande anche quando sarà  stata definita, forse già  nei prossimi giorni, la vendita del loro impero finanziario targato Fondiaria-Sai.
Dopo la famiglia però vengono i famigli. Amici e parenti. Quasi sempre gente importante.
Politici, banchieri, avvocati, professionisti vari, perfino prefetti della Repubblica. Ligresti per loro è stato un punto di riferimento.
Dall’ingegnere di Paternò hanno ricevuto case, incarichi professionali e societari con tanto di lauti compensi, a volte milionari.
In cima alla lista ci sono i La Russa, l’ex ministro Ignazio col figlio Geronimo e il fratello Vincenzo, entrambi avvocati.
Il primo ha ricevuto circa 350 mila euro dal gruppo Ligresti a titolo di “compensi per incarichi professionali”.
Mentre Vincenzo La Russa, consigliere di Fondiaria-Sai, tra il 2008 e il 2010 ha presentato all’incasso fatture per 1,3 milioni pagate dalla compagnia di assicurazioni . Quello tra i La Russa e i Ligresti è un legame che si può definire storico.
Si tramanda di padre in figlio, ormai da tre generazioni, nella famiglia del politico targato Pdl. Un’amicizia condita da affari e parcelle.
Ne sa qualcosa anche Filippo Milone, catanese come La Russa, che grazie al rapporto strettissimo con entrambe le famiglie è rimbalzato addirittura fino alla poltrona di sottosegretario alla Difesa.
Prima di arrivare al governo chiamato da Mario Monti, il (quasi) sessantenne Milone ha sempre lavorato nelle società  immobiliari targate Ligresti.
Inizia da qui, con il sottosegretario di fresca nomina, una curiosa “saga dei prefetti” che a vario titolo nell’arco di quasi mezzo secolo hanno incrociato i Ligresti.
Il padre di Milone, Antonino, era viceprefetto a Milano una cinquantina di anni fa, quando il futuro padrone di Fondiaria concluse i primi affari immobiliari nella metropoli, grazie anche ai rapporti con il senatore missino Antonino La Russa (padre di Ignazio) e il finanziere, anche lui catanese, Michelangelo Virgillito.
Da Milone padre si arriva fino all’attuale ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, che ha lavorato a lungo alla prefettura del capoluogo lombardo, collaborando tra gli altri negli anni Ottanta con l’allora prefetto Enzo Vicari.
Una volta lasciati gli incarichi pubblici, Vicari diventò amministratore di alcune società  del gruppo Ligresti.
Dopo Vicari, morto nel 2004, un altro ex prefetto milanese come Bruno Ferrante trovò lavoro nel gruppo del finanziere immobiliarista siciliano.
Pure l’attuale prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, successore di Ferrante nel 2005, ha ottimi rapporti con la famiglia Ligresti. In particolare suo figlio Stefano, avvocato, è grande amico dei figli di Ligresti e anche di Geronimo La Russa.
Si torna così ai giorni nostri con Piergiorgio Peluso, attuale direttore generale di Fondiaria, che è figlio del ministro Cancellieri.
Fino a un anno fa, prima di approdare al gruppo assicurativo, Peluso ha lavorato come direttore generale al gruppo Unicredit, grande creditore di Ligresti.
Quest’ultimo è stato anche padrone di casa del manager.
L’erede del ministro ha infatti vissuto a lungo in una bella casa del centro di Milano di proprietà  del gruppo Fondiaria.
Del resto Ligresti, che controlla attraverso le sue società  di uno sterminato patrimonio immobiliare, ha sempre avuto un’attenzione particolare verso un certo tipo di inquilini.
A Roma in un palazzo dei Parioli si erano sistemati l’ex ministro e attuale segretario del Pdl Angelino Alfano, il deputato finiano Italo Bocchino, l’ex direttore generale della Rai, Mauro Masi.
Qualche anno fa ha trovato casa in un immobile di Ligresti anche Marco Cardia, avvocato, figlio dell’allora presidente della Consob, Lamberto.
Già  che c’era l’immobiliarista di Paternò penso bene di offrire al rampollo del numero uno della Consob alcuni incarichi professionali.
Prontamente accettati dal diretto interessato.
E a proposito di padri e figli va segnalato tra gli amministratori di società  della galassia Ligresti anche Luigi Pisanu, erede di Beppe, politico già  democristiano, ex ministro, ora Pdl.
Nell’elenco c’è posto anche per Simone Tabacci, che è consigliere d’amministrazione della Milano assicurazioni, controllata da Fondiaria.
Suo padre Bruno, una lunga carriera politica alle spalle, attuale assessore della giunta Pisapia a Milano, vive in un appartamento del gruppo Ligresti nella torre Velasca, grattacielo a pochi metri dal Duomo.
I La Russa ovviamente non sono gli unici avvocati del gruppo Ligresti.
A consigliare e assistere le aziende di famiglia troviamo da almeno un decennio un peso massimo come Carlo D’Urso, uno dei legali di riferimento dell’alta finanza nazionale.
Lo studio D’Urso viaggia a 1,5 milioni di compensi all’anno.
Infine, a proposito di famigli come non ricordare i parenti dei gran capi del gruppo Fondiaria?
Carriera assicurata, ad esempio, per Fabio Marchionni. Suo padre Fausto per dieci fino a gennaio del 2011 è stato amministratore delegato della compagnia di assicurazioni.
Poi c’è Alessandra Talarico, figlia di Antonio, classe 1942, strettissimo collaboratore del patron Salvatore, e Barbara De Marchi, moglie di Paolo Ligresti.
Insomma, tutto in famiglia.
Almeno fino a quando i Ligresti non avranno ammainato la bandiera.

Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ANTICAMORRA PORTA A PORTA: UNA DIRIGENTE SCOLASTICA VA A PRENDERE OGNI GIORNO A CASA I RAGAZZI DIFFICILI PER PORTARLI A SCUOLA

Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile

MA LA LOTTA ALLA DISPERSIONE SCOLASTICA PUO’ ESSERE AFFIDATA SOLO ALLA BUONA VOLONTA’ DELLE PERSONE?

Bisogna eliminare il legame tra povertà  e dispersione scolastica, creando un progetto ad hoc per la città  e la Regione”; così Profumo un mese fa, a Napoli.
Napoli-dispersione: binomio quasi automatico.
Scampia — come Zen a Palermo — luogo “rinomato” solo per questa triste propensione. Qualche tempo fa un mio caro amico napoletano mi segnalava un articolo dell’Espresso sulla Festa dei Gigli, al quartiere Barra.
Alla presenza della cittadinanza locale — bambini inclusi —, colonna sonora quella del Padrino di Coppola, in una festosa atmosfera da saga paesana, pericolosi boss della camorra suggellavano — stretta di mano e bacio sulle labbra — il proprio arrivo alla festa, organizzata da uomini dello stesso clan.
E, nel corso della celebrazione collettiva, si ratificava il patto di sangue tra Angelo Cuccaro e Andrea Andolfi, pericolosi boss della zona.
Canzoni napoletane e festa pubblica della camorra, con tanto di benedizione di devoti acclamanti e macabra liturgia da parte del parroco colluso di turno.
Non è la rappresentazione kitsch della ‘ndrangheta semiseria di Cetto Laqualunque, sebbene ostentazione di ricchezze e volgarità  siano le stesse. Non fa ridere.
Ma non è un film dell’orrore, non è finzione, immaginazione, parossismo.
È la rappresentazione dell’orrore, una delle tante cui sono esposti bambini e ragazzi di una zona di uno dei Paesi più ricchi del mondo, con il patrimonio artistico e culturale maggiore di tutto il pianeta.
Nell’indifferenza generalizzata, considerato che la testata è ritornata ben due volte sull’increscioso argomento.
Ma tutto tace. Insensibilità  o rimozione, accettiamo che cittadini in formazione del nostro Paese socializzino l’opzione camorristica. Senza tutele, senza attenzione.
Nella logica da catarsi collettiva che consente, impietosendosi per un giorno e dimenticando il problema per i successivi 364, di tacitare coscienze e sentirsi un po’ migliori, ha suscitato scalpore a tempo determinato (ce ne siamo già  tutti scordati) la vicenda di Eugenia Carfora, dirigente della scuola media Viviani di Caivano, Napoli, che — in una solitaria opera di eroico volontariato (gli eroi di oggi sono sempre isolati volontari) — fa quasi ogni giorno un giro porta a porta per condurre in classe i figli recalcitranti di una delle zone più disperate — e più disperse — d’Italia.
Questo presidio di civiltà  — la scuola — è stato saccheggiato a più riprese, anche nei suoi arredi minimi, banchi e sedie; disertato a colpi di certificati medici da parte dei docenti, che in un luogo così problematico non vogliono stare, rischia di chiudere, per il numero limitato di alunni.
Per il momento non riceve risposta la richiesta della dirigente di accorpamento con un alberghiero e un laboratorio di mestieri, per creare un percorso di continuità  per gli alunni: l’idea che la scuola, almeno, si prende cura del loro povero futuro.
Profumo ha convocato a Roma Eugenia Carfora il 30 novembre, per ascoltarla. “Vedremo insieme come risolvere questo problema. Lei non è sola”.
Aspettiamo.
L’Italia è una, ma le sue realtà  sono molte.
Se la scuola è e deve rappresentare un modello di società , l’emergenza sociale di molte zone del Meridione non può non riflettersi su di essa, sul suo personale, su consapevolezza del mandato costituzionale, motivazione, disponibilità , coinvolgimento.
E non può non riflettersi sugli studenti che, con gli stessi occhi con cui vanno a scuola, hanno visto lo spettacolo del tributo all’illegalità , alternativa tangibile e vincente a tutto ciò che lì dentro magari qualcuno ha ancora voglia di provare a insegnare loro.
Quale forza d’impatto può avere la scuola — anche la migliore alla visione del mondo di bambini che, sin dalla più tenera età , partecipano alla luce del sole a cerimonie di investitura dei protagonisti della criminalità  organizzata e dell’anti-Stato?
Quanto varia da Cuneo ad Agrigento l’orizzonte di attesa di un cittadino rispetto all’amministrazione?
Varia con il mutare del panorama urbano, quello che determina il modo di percepire la realtà , la dignità  della cittadinanza, il sentirsi o meno membro di una comunità  che tutela e che va tutelata.
Molti bambini di Napoli — come in altre parti di Italia — hanno visto e guardato, vedono e guardano, l’immondizia, concreta o simbolica non importa. I loro occhi sono contaminati, come la loro possibilità  di credere nella legalità .
Infine, fino a quando lo Stato intende ignorare gli enormi problemi che investono soprattutto le grandi città  del Sud e continuare a confidare sulle forze di pionieri, missionari, donne e uomini di buona volontà ?
Fino a quando si perpetrerà  lo scandalo nazionale di una catena di colpevoli e di negligenze, connivenze e rimozioni decennali?

Marina Boscaino
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA VERGOGNOSA SANATORIA PER I MANIFESTI ELETTORALI ABUSIVI: SESTO CONDONO IN DIECI ANNI, 100 I MILIONI DOVUTI

Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile

PUO’ ANCORA BLOCCARLA LA COMMISSIONE BILANCIO… SOLO A MILANO I PARTITI DOVREBBERO PAGARE ALLO STATO 6 MILIONI DI EURO, MA DA LORO EQUITALIA NON ANDRA’ MAI

“Eva, Faruk, Luciano e Serena. Hanno passioni diverse, ma una cosa in comune? Cosa?”.
Fino a ieri semplicemente quella di essere i protagonisti di una campagna di comunicazione politica (di scarso successo) affissa abusivamente sui muri di Roma. Da oggi, in comune potrebbero avere un altro punto: nessuna multa sulle loro spalle e su quella dei partiti che li hanno appiccicati dove capitava.
Tutto dipenderà  dal voto della commissione Bilancio e dal prossimo via libera del Parlamento alla legge che converte il decreto Mille-proroghe.
Lì dentro c’è l’emendamento bipartisan che proroga la sanatoria per le affissioni abusive dei cartelli elettorali. Firmato da Gianclaudio Bressa del Pd e da Gioacchino Alfano del Pdl.
Sono eredi di una tradizione consolidata: siamo al sesto condono in dieci anni.
Nel 2010 ci pensò la Lega, l’anno scorso di nuovo Pd e Pdl, “praticamente dal 1996 è tutto un condono”.
Mario Staderini, segretario dei Radicali italiani è furibondo. Non solo perchè chi ha rispettato le regole non ha potuto fare propaganda e adesso passa pure “per fesso”, ma anche perchè quando parliamo di quelle multe parliamo di soldi veri: “100 milioni di euro di sanzioni — calcola Staderini — che partiti e candidati dovrebbero versare nelle casse dei Comuni”.
Invece se la caveranno con 1000 euro per ogni anno e per ogni provincia: così saneranno le violazioni passate, e anche quelle dell’immediato futuro, visto che il condono proposto arriva al 29 febbraio 2012.
Le primarie di Genova sono salve, per le amministrative di Palermo si vedrà .
Lo Stato rinuncia, per esempio, ai 6 milioni di euro che dovrebbero pagare i partiti di Milano: 745 mila euro la Lega — i dati sono del consigliere comunale radicale Marco Cappato — 776 mila euro Rifondazione Comunista, 387 mila euro il Pdl, 380 mila il Pd, 187 mila l’Idv, 269 mila Sel, più le multe prese dai singoli candidati sindaci.
Giuliano Pisapia a ottobre prometteva: “Non usufruirò della sanatoria”.
Spiegando però che più della metà  dei 417 mila euro che gli vengono contestati riguardano le liste che lo sostenevano, non le affissioni del suo comitato elettorale. Nell’era dei sacrifici si chiude un occhio di fronte agli spazi perennemente occupati da manifesti senza timbro: nel registro degli ordini del Comune di Roma — denuncia Riccardo Magi, segretario cittadino dei Radicali — non c’è nemmeno un euro versato da gennaio 2010 a ottobre 2011.
Finisce che nella capitale (dati del primo semestre 2010) i costi per il servizio di affissione superano gli incassi.
In pratica, si sono spesi 57 mila euro in più per rimuovere i manifesti e pulire la città , rispetto ai soldi versati nelle casse del Comune da chi si è fatto propaganda.
Eppure in questo momento servirebbe ogni euro, perchè di voci senza copertura finanziaria ce ne sono tante. A cominciare dalle pensioni.
Qualche soldo arriverà , alle Regioni con la sanità  in rosso, dalla vendita degli immobili (forse).
I Radicali hanno scritto una lettera al premier Monti per ricordargli che con la “Sua autorevolezza” può recuperare altre entrate dai manifesti abusivi.
Un’azienda di Pavia ha perfino inventato una macchina per staccarli meglio dai muri. Ma contro chi si leva le multe da solo non c’è tecnologia anti-colla che possa fare i miracoli.

Paolo Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“IN QUESTO PAESE NON C’E’ FUTURO: RAGAZZINI STRANIERI IN FUGA

Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile

SONO ARRIVATI IN 7.500 DALL’AFGHANISTAN E DALL’AFRICA, HANNO TRA I 14 E 17 ANNI… CERCANO LAVORO E TROVANO SOLO SFRUTTAMENTO

Ragazzini senza nome. Piccoli schiavi inconsapevoli.
Che dormono per strada, che si spaccano la schiena a scaricare frutta nei mercati di Roma, che lavorano 12 ore al giorno nei forni di Milano.
E che quando va peggio finiscono nel giro dello spaccio di droga o della prostituzione: e si vendono per pochi euro.
In Italia sono 7.540 i minori stranieri non accompagnati: sono gli adolescenti immigrati arrivati in Italia da soli, senza genitori o parenti.
Nel 2010 erano tremila in meno (secondo i dati del Comitato Minori del ministero delle Politiche Sociali).
Si sono moltiplicati negli ultimi mesi, a causa della crisi nel Nord Africa.
Sono ragazzini dai 14 ai 17 anni, maschi nel 94 per cento dei casi.
Poco più che bambini, senza documenti.
Molto spesso sono in Italia solo di passaggio e vogliono restare sconosciuti, invisibili: meno del 13 per cento viene identificato e accolto in una struttura protetta.
Spediti dalla famiglia a fare fortuna o scappati dalla guerra e dalla miseria, arrivano in Italia sui barconi, o nascosti nei camion.
O sotto ai camion, aggrappati per giorni tra le ruote dei tir. Partono soprattutto da Afghanistan, Egitto, Tunisia, Marocco, Bangladesh, Mali. Spesso le loro famiglie hanno pagato cifre altissime ai trafficanti: anche 8mila euro, come dice un’indagine di Save the Children.
A indebitarsi sono in particolare le famiglie egiziane, che chiedono prestiti a parenti e amici. Ma anche alle banche.
Investono sui figli, che approdano a Lampedusa, in Puglia e in Calabria dopo viaggi di sei o anche otto giorni sui barconi carichi di immigrati.
E questi ragazzini, una volta arrivati, fanno di tutto per ripagare il debito: sono disposti a fare qualunque lavoro.
A Roma adolescenti egiziani caricano e scaricano frutta per 14 ore al giorno ai mercati generali. Per 20 euro al giorno.
A Milano, dove la comunità  egiziana è ben organizzata, vivono quasi sempre nelle case di connazionali.
Vengono impiegati nei forni, dove lavorano di giorno e di notte, anche per 10 o 12 ore di fila in cambio di 3 euro l’ora.
E per molto tempo   –   dicono gli operatori di Save the Children, che su tutto il territorio nazionale cercano di informare i minori stranieri sui loro diritti   –   non si rendono neanche conto di essere sfruttati.
Gli afghani sono quelli più a rischio. Il viaggio dura mesi: migliaia di chilometri attraverso l’Iran, la Turchia e la Grecia.
Da noi sono solo di passaggio, arrivano sulle nostre coste con i camion che viaggiano sulle navi salpate da Patrasso, ma c’è anche chi arriva sui barconi, in Puglia e in Calabria.
La loro meta è il Nord Europa: la Francia, l’Inghilterra o i paesi scandinavi.
Per questo, in Italia, cercano in tutti i modi di non farsi identificare, perchè se schedati entro i nostri confini, una volta fermati negli altri paesi europei verrebbero rispediti in Italia.
E loro, in Italia, non vogliono starci. Perchè sanno che qui non c’è futuro. In questo modo, però, restano senza identità , e di conseguenza non possono avere un lavoro, nè sperare di affittare una casa. Non hanno diritti. In pratica non esistono.
A Roma dormono accampati, alla stazione Ostiense. E non sempre hanno i soldi per continuare il viaggio. Ma devono trovarli a tutti i costi. C
osì spesso diventano facili prede di organizzazioni criminali, e rischiano di finire sul marciapiede, in cambio di pochi euro.
I ragazzini che arrivano dall’Africa Subsahariana (Costa d’Avorio, Guinea, Mali) sbarcano a Lampedusa.
Ma sempre più spesso in Puglia e in Calabria. Appena arrivano chiedono asilo politico. Ma per ottenere i documenti servono mesi.
Così aspettano, spesso finiscono a dormire per strada, o accampati con altri connazionali, senza sapere dove trovare i mezzi per andare avanti.
Restano in una specie di limbo, un tempo indefinito in cui non possono fare alcun lavoro. E per sopravvivere finiscono nel giro dell’accattonaggio, della prostituzione, dello spaccio di droga.
Alcuni riescono a ripartire. Ma spesso andare avanti è difficile.
I soldi sono finiti, magari sono stati rubati durante il viaggio, non di rado dagli stessi trafficanti, uomini che non si fanno scrupoli a caricare ragazzini di 14 anni nei container dei tir, o sotto ai camion.
Ragazzini come Mujitab, che alla cooperativa Civico Zero (che a Roma accoglie e supporta i minori stranieri in difficoltà ) ha raccontato la sua storia: “Tante volte sono stato picchiato dalle guardie greche, mentre cercavo di arrivare in Italia con i tir. Una volta quasi mi volevano rompere un braccio. Una notte, disperatamente, mi sono nascosto sotto al camion. Per caso il tir si è imbarcato sulla nave senza controlli. Ero molto contento. Però era difficile passare 12 ore sotto al tir come una statua, senza cibo nè acqua. E con la paura. Il tir è sbarcato, ero stanco. Poi è andato sull’autostrada. Andava molto veloce. Stavo per cadere. In passato altre volte avevo visto la morte, ma mai come questa volta. Alla fine il tir si è fermato. Avevo il volto nero e sporco d’olio. Ero a Barletta. Lì ho comprato il biglietto del treno per Roma”.
Omar, 14 anni, l’abbiamo incontrato nel centro notturno A28 di Roma (creato da Intersos in collaborazione con Save The Children e la cooperativa civico Zero).
Qui i ragazzi afghani trovano un tetto, docce, da mangiare e dei vestiti puliti.
Ma di giorno vanno in giro, passeggiano in zona Piramide, punto d’incontro con i trafficanti.
Omar una mattina ha incontrato il suo, che doveva farlo ripartire per il Nord Europa. L’uomo gli ha preso tutti i soldi, con la promessa di fargli continuare il viaggio. Ma poi è sparito.
Mohammed è egiziano. E’ arrivato in Italia che aveva 16 anni, dopo un viaggio di tre giorni sui barconi carichi di immigrati clandestini.
La sua famiglia ha fatto debiti per tremila euro con i trafficanti: “A casa sono l’unico figlio maschio, ho sei sorelle.
Sono arrivato qui con la speranza di poter aiutare la mia famiglia, ma ho scoperto che in Italia la vita è molto diversa da come me la immaginavo. Ho lavorato anche 14 ore al giorno ai mercati generali di Roma, caricavo e scaricavo frutta dalla mattina alla sera. E mi davano 20 euro al giorno. Anche gli amici che ho lasciato in Egitto credono che qui ci sia il paradiso, sono convinti che in Italia si guadagnano duemila o tremila euro al mese. Ma se provo a spiegare che non è così, pensano che sono un bugiardo”. Azizollah è partito dall’Afghanistan a 16 anni. Racconta: “Sono partito per l’Europa con i miei pochi risparmi. Sono arrivato in Grecia che non avevo più niente. Da lì sono andato a Patrasso per tentare l’Italia. E ci sono riuscito. Ero contento, ma quando ho capito che non era come avevo sentito dire, mi sono disperato. Mi manca la mia famiglia, ma non ho scelta, devo rimanere qui. Sto impazzendo. Non so cosa fare. Non ho nè soldi per tornare, nè per andare avanti. Mangio nelle chiese e passo il tempo a pensare. Questa è la mia vita”.

Valeria Teodonio

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RAPPORTI FINANZIARI BPM-ATLANTIS: LA GIUNTA AUTORIZZA IL SEQUESTRO DEL PC DI LABOCCETTA (PDL)

Gennaio 20th, 2012 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO AVEVA SOTTRATTO IL PC AL SEQUESTRO DURANTE UNA PERQUISIZIONE NELLA SEDE DI ATLANTIS, INVOCANDO L’IMMUNITA’ PARLAMENTARE… ORA DOVRA’ CONSEGNARLO ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA

La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha votato a favore del sequestro del pc di Amedeo Laboccetta.
Il deputato Pdl, se l’Aula confermerà  questo orientamento, dovrà  restituire il computer che aveva portato via durante una perquisizione a Roma della Gdf relativa all’inchiesta su un presunto finanziamento irregolare da parte di Bpm. In Giunta la Lega ha votato insieme a Pd e Terzo polo.
La vicenda ha origine il 10 novembre 2011, nel corso delle perquisizioni da parte della Guardia di Finanza agli uffici dell’ex presidente di Bpm Massimo Ponzellini, indagato per associazione a delinquere e ostacolo alle autorità  di vigilanza insieme ad Antonio Cannalire, direttamente interessato al business delle macchine da gioco e in affari con Marco Dell’Utri.
Nel mirino degli accertamenti un finanziamento di 18 milioni di euro alla Atlantis di Francesco Corallo, figlio del boss Gaetano legato al clan Santapaola.
In quell’occasione, il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta ha portato via un computer durante una delle perquisizioni della Gdf sostenendo che fosse suo e invocando l’immunità  parlamentare. I fatti si sono svolti in un ufficio a piazza di Spagna, a Roma, dove il deputato è arrivato in soccorso proprio di Francesco Corallo.
Il titolare della Atlantis, infatti, per evitare la perquisizione dei finanzieri, ha sostenuto di essere ambasciatore Fao di un paese dei Caraibi e ha invocato l’immunità .
Mentre gli inquirenti verificavano presso il ministero degli Esteri se la versione di Corallo fosse vera, nei locali di Piazza di Spagna sono intervenuti quattro avvocati.
A un certo punto si è presentato il deputato, che dopo essersi qualificato, ha rivendicato la proprietà  del computer presente negli uffici e lo ha portato via con sè.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PALERMO, “CAPITALE” SENZA SPERANZA, ORA IMPUGNA I FORCONI

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

LA CACCIA AI POLITICI E LA CRONACA DI UN FALLIMENTO

Palermo è fallita. E non per i debiti.
Per la mancanza di prospettive, di speranze.
Restano rabbia e dolore, cui un capopopolo scaltro e disperato ha dato un simbolo: i forconi.
Prendiamo il sindaco, Diego Cammarata, che si è dimesso lunedì scorso.
Ha governato per dieci anni la quinta città  italiana, la capitale di un’isola-nazione conosciuta nel mondo intero, e nessuno se n’è accorto.
Sui quotidiani nazionali finì solo quando Striscia intervistò il dipendente pagato dal Comune per tenergli la barca.
«Il peggior sindaco di tutti i tempi» ha sentenziato il presidente della Regione, Lombardo. Ma no, Cammarata non è stato neppure il peggiore. Semplicemente, non è stato.
Fu eletto in quanto famiglio di Miccichè, famiglio di Dell’Utri, famiglio di Berlusconi. «Nuddu ammiscatu cu’ nenti» lo definisce un ambulante al mercato del Capo: il Nulla. Poi ride spalancando la bocca sdentata.
La prima azienda è la Regione: 28 mila dipendenti, precari compresi.
La seconda è il Comune: 19 mila.
Un apparato produttivo da Nord Africa, costi burocratici da Nord Europa.
La Palermo del 2012 ha angoli di bellezza struggente e altri da Terzo Mondo.
Impossibile restituire con le parole l’incanto dei mosaici della Cappella Palatina appena restaurati; poi esci, entri nei vicoli, e a duecento metri dalla sede del Parlamento più antico e più pagato al mondo ti inoltri tra le macerie dei bombardamenti del ’43, entri in una stalla con abbeveratoio, biada e tutto, cammini su selciati da asfaltare, avanzi a zigzag per evitare l’immondizia.
Oggi la città  è strozzata da una nuova emergenza: la jacquerie, la rivolta spontanea, senza partiti nè sindacati, che ha preso il nome immaginifico di «Movimento dei forconi» e firma comunicati come questo, scritto tutto maiuscolo:
«È INIZIATA LA RIVOLUZIONE IN SICILIA! STANOTTE TUTTI I TIR AI PRESIDI! GRIDIAMO FORTE L’INDIGNAZIONE CONTRO UNA CLASSE POLITICA DI NEPOTISTI E LADRONI! ».
Sono camionisti, contadini, pescatori.
Bloccano i rifornimenti alla città : vuoti e quindi chiusi i distributori di benzina, nei supermercati cominciano a mancare frutta e verdura.
Ce l’hanno con tutti, da Lombardo a Sarkozy, da Cammarata alla Merkel, con Roma e con Bruxelles.
I camionisti, molti con il ritratto di Padre Pio sul cruscotto, chiedono aiuti per il gasolio.
I contadini vogliono più controlli sui prodotti stranieri e più sussidi per i propri: «Vendiamo il grano a 23 centesimi il chilo, paghiamo il pane a 3 euro e 50».
I pescatori hanno occupato l’ingresso del porto per denunciare che le norme europee impediscono il lavoro, il pescespada è specie protetta, il novellame neanche a parlarne, «intanto i giapponesi che avrebbero due oceani a disposizione vengono qui a pescarci sotto gli occhi il tonno migliore».
Il capopopolo che si è inventato il logo si chiama Martino Morsello, ha 57 anni, gira con un forcone di legno in pugno e firma mail come questa:
«IL SISTEMA ISTITUZIONALE È AL COLLASSO! I POLITICI RUBANO A DOPPIE MANI, E LO STESSO FANNO I BUROCRATI. LA RIVOLTA DEI SICILIANI È NECESSARIA E URGENTE. A MORTE QUESTA CLASSE POLITICA COME SI È FATTO CONTRO I FRANCESI CON IL VESPRO!».
Anche se su Facebook lancia proclami sanguinosi, nella realtà  Morsello è un ex assessore socialista di Marsala, fondatore di un allevamento di orate finito male.
Vive in camper con la moglie. Tre figli, tutti disoccupati.
Esposti al prefetto e processi in corso contro le banche e la Serit, versione isolana di Equitalia.
Una passione per la storia siciliana, in particolare per le rivolte che, sostiene, scoppiano quasi sempre tra gennaio e marzo: i Vespri appunto, ma anche i Fasci siciliani.
«Nel 1893 qui vicino, a Caltavuturo, cinquecento contadini che avevano occupato le terre furono attaccati dai carabinieri. Tredici morti. Esplose una rivolta nazionale. E sa che giorno era? Il 20 gennaio! Oggi in Sicilia, domani in Italia!».
Boato dei camionisti del presidio.
I carabinieri li guardano con aria interrogativa. Sul camper c’è anche Rossella Accardo, vedova del capocantiere Antonio Maiorana, madre di Stefano, entrambi scomparsi, forse uccisi dalla mafia.
L’altro figlio, Marco, è caduto dal settimo piano, non si sa come. Ecco l’ultimo proclama:
«NELLE PROSSIME ORE I MANIFESTANTI AGIRANNO CON MANIERE FORTI PER CHIEDERE AL GOVERNO REGIONALE I PROVVEDIMENTI ADEGUATI. IL 70% DEL COSTO DEL CARBURANTE È TASSA CHE ALIMENTA GLI STIPENDI DI POLITICI CORROTTI E MAFIOSI. LA RIVOLTA DIVENTERA’ NAZIONALE».
Ai blocchi sono partite le prime coltellate, un venditore ambulante di carciofi ha sfregiato un camionista.
Più che i forconi, la Palermo borghese teme però gli ex carcerati della Gesip, la società  che riunisce le cooperative sociali: duemila dipendenti, molti reduci dall’Ucciardone, che finora campavano di lavori socialmente utili.
I soldi finiscono a marzo, loro minacciano di «mettere la città  a ferro e a fuoco». L’espressione in questi giorni si spreca, ma loro hanno già  mostrato di intenderla alla lettera, incendiando i cassonetti dei rifiuti che l’Amia fatica a smaltire: dopo i fasti delle consulenze d’oro e dei funzionari in vacanza a Dubai, la municipalizzata è inmano a tre commissari e sull’orlo del fallimento.
L’Amat, l’azienda dei trasporti, attende 140 milioni dal Comune e da tempo non garantisce la revisione dei bus, come segnala la velenosa nuvola nera che si alza a ogni fermata come dalla coda di uno scorpione.
La linea di pullman per l’aeroporto ha gasolio per una sola settimana. I tassisti non lavorano. Pure il museo di arte contemporanea, nuovo di zecca, è già  a rischio chiusura.
A quanto ammontino i debiti del Comune non lo sa nessuno, neppure il sindaco dimissionario, che annuncia una ricognizione definitiva.
Fino a qualche mese fa, una pezza la metteva il governo Berlusconi. A ogni Finanziaria qualche decina di milioni arrivava, magari per intercessione di Schifani che, come già  i Borboni, ogni Natale distribuisce ai poveri il pane con la milza della focacceria San Francesco, marchio esportato in tutta Italia.
Ora i soldi sono finiti, la manovra di agosto ha tagliato i contratti, migliaia di precari perderanno anche quei 500 euro al mese che non garantivano futuro, crescita, dignità , ma almeno sopravvivenza.
E Morsello col forcone ha buon gioco a dettare alle agenzie: «IL MOVIMENTO CHIAMA A RACCOLTA TUTTI I SICILIANI PER LIBERARE LA SICILIA DALLA SCHIAVITU’ DI QUESTA CLASSE POLITICA!».
Un’occasione ci sarebbe già  a maggio: Palermo elegge il nuovo sindaco.
Ma la confusione è massima.
Per dire, l’emergente Gaetano Armao, assessore regionale all’Economia, è dato ora come candidato di Pd e Lombardo, ora di Pdl e Udc.
In realtà , il centrodestra punta sul rettore dell’università , Roberto Lagalla.
Ci proverebbe volentieri pure Ciccio Musotto, ex presidente della Provincia incarcerato per mafia e assolto, figlio di un grande personaggio della Palermo borghese, la pittrice Rosanna, discendente di garibaldini («il Generale è per me persona di famiglia, ho ancora il suo portaocchiali, quando scendeva Craxi a Palermo dovevamo nascondergli i cimeli»). Il Pd, che qui non tocca palla da quindici anni – «la sinistra siciliana è più debole che ai tempi del fascismo» ama dire Calogero Mannino –, si divide tra chi vorrebbe un candidato centrista, appoggiato da Lombardo e Terzo polo, e chi vorrebbe risolvere la questione con le primarie del prossimo 26 febbraio: Rita Borsellino contro il trentenne Davide Faraone, allievo di Matteo Renzi.
Poi ci sarebbe Giuseppe Lumia, ex presidente dell’Antimafia.
Ma di mafia a Palermo nessuno parla volentieri. Al più, ci si scherza.
Come l’albergatrice che racconta: «I clienti stranieri mi chiedono sempre se nel quartiere c’è la mafia. All’inizio rispondevo di no, per tranquillizzarli. Loro però ci restavano malissimo, e uscivano delusi. Ora ho imparato a dire che sì, certo che c’è la mafia. Così escono con l’aria circospetta, strisciando lungo i muri, e si sentono davvero in un altrove».
Un altrove resta Palermo, di cui è giusto denunciare ogni guaio ma anche ricordare la commovente bellezza, gli stucchi del Serpotta più elaborati di quelli di Versailles, i fregi liberty del Basile degni dell’art nouveau parigina.
Una terra da sempre produttrice di miti, oggi inaridita.
Ci sarebbe Camilleri, che però ha quasi novant’anni e da sessanta vive a Roma; qui non tutti lo amano, se Lombardo lo voleva assessore Miccichè lo definì «grandissimo nemico, prezzolato ideologico, assassino del Polo».
Più che da miti, Palermo sembra abitata da fantasmi.
La grande editrice Elvira Sellerio. I grandi preti: il cardinale Pappalardo, che si ritirò a contemplare la città  dall’alto dell’eremo, e padre Pintacuda, che salì sulla montagna di fronte, nel Castello Utveggio, a dirigere per conto di Forza Italia il centro studi della Regione.
Anime morte, come don Turturro, cugino dell’attore americano, il parroco antimafia che faceva innamorare popolane devote e giornaliste straniere: condannato per pedofilia.
Dal carcere sono usciti i killer del dodicenne Di Matteo sciolto nell’acido, ed è entrato–lontano, a Roma–Totò Cuffaro, cui non è bastato collezionare crocefissi, santi, ritratti di don Bosco e immagini della Bedda Madri (dell’Atto di affidamento della Sicilia al Cuore Immacolato di Maria stampò un milione di copie, «e le assicuro che l’Atto funziona, lo sa che abbiamo avuto due terremoti senza un solo morto?»).
Dal carcere è uscito Mannino – «al terzo mese cominciai a pisciare sangue» –, dopo anni di processi per stabilire se il suo soprannome fosse Lillo, come lo chiamano i parenti, o Caliddu, come dicevano i pentiti.
Leoluca Orlando, che vorrebbe candidarsi a sindaco per l’ennesima volta, colleziona invece nella sua villa liberty statuette di elefanti e ceramiche Florio («il massimo sarebbe un elefante in ceramica Florio. Lo cerco da sempre. Mai trovato»).
Sotto la camicia, porta una mano di Fatima e la piastrina che lo certifica come affetto dalla sindrome di Kartagener, «siamo in quattro in tutto il mondo, stampati al contrario, il cuore a destra il fegato a sinistra».
Ma in tutto il mondo non si trova una città  come questa, nel bene e nel male.
Palermo (pan-ormos: tutto porto) è città  madre, tonda, avvolgente, che accoglie ogni cosa come in un abbraccio, e ogni cosa racchiude: i mosaici come a Bisanzio, i suq come a Fes; il Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis è più bello di qualsiasi danza macabra germanica; nella chiesa della Catena, gotico catalano, sembra di essere a Barcellona; San Domenico, barocco coloniale spagnolo, pare Cuzco.
All’apparenza basta a se stessa, i calabresi disprezzati, i napoletani ignorati, i padani compatiti. In realtà , è figura dell’intero Paese.
Di una città  come Palermo, di una Palermo risanata, l’Italia ha bisogno.
Oggi si impugnano i forconi e si grida di rabbia; domani una soluzione si deve cercare. Perchè non possiamo dire: se la cavi da sola.
Se Palermo fallisce per sempre, è un fallimento nostro.

Aldo Cazzullo
(da “Il Corriere della Sera”)

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TAXI, ULTIMA CORSA “FAREMO L’INFERNO”

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

OGGI VERTICE DECISIVO, IL GOVERNO INSISTE: PIU’ LICENZE E TRASPARENZA DELLA TARIFFE… IL PDL SOFFIA SUL FUOCO PER RACCATTARE QUALCHE VOTO

Ce vonno precettà à à à “. Ci vogliono precettare.
Urlato a squarciagola da un giovane “tassinaro” romano, perchè tra bombe carta e altoparlanti a tutto volume nel catino gelato del Circo Massimo le voci si perdono.
Qui anche ieri si sono riuniti i tassisti di Roma, ma anche di Milano, Torino, moltissimi i napoletani, c’è anche un camper di tassisti di Sanremo.
È lo spettro della precettazione annunciata dal Prefetto della Capitale, a scaldare gli animi. Una trattativa che c’è, ma non si deve chiamare così, e che viene interrotta in serata, a infiammarli.
Tutto rinviato alle 12 di oggi. La guerra dei tassisti, “l’inferno” minacciato da Loreno Bittarelli, il leader di “Unitaxi”, è solo rinviata.
“Se ieri sera il governo ci ha solo ascoltato — ha detto — allora scateniamo la guerra. E se è stata solo una audizione, allora faremo sentire le nostre ragioni. Se vogliono davvero il braccio di ferro succede l’inferno” .
Bittarelli, che nei giorni scorsi aveva indossato la maschera della colomba, ritorna falco. Sente di nuovo soffiare prepotente il vento della solidarietà  spirare dalle parti del centrodestra e allora attacca.
“Ci sono delle liberalizzazioni che è giusto si facciano, energia, servizi finanziari e banche, ma queste saranno fatte con il piumino. Fare di tutta un’erba un fascio è una cazzata”.
Grande è la confusione dentro la leadership della cupola sindacale dei tassisti.
Bittarelli minaccia fuoco e fiamme perchè il governo mostra di non voler trattare, Raffaele Grassi, leader di Satam, consegna al governo un documento di 23 pagine con le richieste dei tassisti.
Un gesto che è l’anticamera di una trattativa vera e propria. No alla doppia licenza, territorialità  delle concessioni, e ruolo più marcato dei sindaci nella definizione del numero delle licenze da concedere.
Ovviamente assieme alla costituenda Authority proposta dal governo.
Ma è una foglia di fico, quello che interessa ai tassisti, soprattutto delle grandi città , è il ruolo dei sindaci, è con loro (figure che ogni cinque anni devono essere rieletti) che vogliono intavolare le trattative.
“Ho preso visione del documento unitario — ha detto subito il sindaco di Roma Alemanno dopo aver incontrato Bittarelli — e sono proposte che rispecchiano le esigenze della categoria, ma che sono in grado di migliorare questo servizio pubblico tutelando gli interessi dei cittadini utenti”.
Al Circo Massimo, cuore della protesta, i tassisti sbirciano sui cellulari le agenzie con le prime dichiarazioni politiche.
Quelle del Pdl che annuncia di “condividere gran parte delle proteste dei tassisti” e che sulle resistenze alle liberalizzazioni gioca una partita decisiva.
In ballo ci sono voti, quei consensi che il partito di Berlusconi, secondo i sondaggi, sta perdendo. Il braccio di ferro continua e si annuncia ancora più duro.
Perchè le proposte del governo, le indiscrezioni di queste ore (“Monti faccia circolare meno bozze”, è la critica di Bersani, “il governo prenda le decisioni, poi verranno le discussioni e gli aggiustamenti”) vanno in direzione opposta e contraria alle richieste dei tassisti.
Maggiore apertura, flessibilità , trasparenza delle tariffe e concorrenza, questa la filosofia di base.
L’obiettivo del governo è aumentare le licenze, operando una compensazione una tantum (i cui termini sono ancora da definire) in favore di chi è già  titolare.
I tassisti avranno la facoltà  di vendere o affittare le licenze e di farsi sostituire nel servizio da soggetti che ne abbiano i requisiti, ma dovranno accettare l’esistenza sul mercato di tassisti part-time e orari di lavoro flessibili.
Si cancella la territorialità  stabilendo che un tassista detentore di una licenza a Frosinone possa liberamente operare anche a Roma o in altre città .
Su questi punti, almeno fino a ieri sera, il governo non intende trattare . “E noi andremo avanti a oltranza con la protesta”, sono le voci che in tarda serata si levano dal Circo Massimo.
Che anche oggi sarà  presidiato dalle delegazioni di tassisti di tutta Italia.

Enrico Fierro
(“Il Fatto Quotidiano”)

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ORARI LIBERI PER LE FARMACIE, TARIFFARI ABROGATI, OBBLIGO DI PREVENTIVO PER I PROFESSIONISTI, SEPARAZIONE ENI-SNAM, SCONTO POLIZZE AUTO

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

ARRIVANO LE LIBERALIZZAZIONI: PREVISTA ANCHE L’INDICAZIONE DEL FARMACO GENERICO NELLE RICETTE PER I MEDICI, LICENZE PART-TIME PER I TAXI, ASTA PER LE FREQUENZE, RATEIZZAZIONE FISCO, ACQUISTO BENZINA DA PIU’ COMPAGNIE

Arriva la liberalizzazione degli orari, e dei turni, per farmacie, ma soprattutto una stretta ai costi della Rc auto. Sono queste alcune delle novità  contenute nella nuova bozza del Dl del governo sulle liberalizzazioni.
Si tratta, si legge nel documento, solo di “un primo intervento ad ampio raggio che è il frutto della convinzione di dover agire in tutte le direzioni, ovunque sia possibile inserire stimoli competitivi.
Dunque, è l’inizio di un lavoro, di una politica economica orientata alla crescita”.
In premessa è detto inoltre che ”Il quadro economico internazionale, il livello del debito pubblico e la crescita al rallentatore non consentono più al Paese sacche di privilegi e rendite di posizione”.
La bozza è composta da 44 articoli, 107 pagine inclusa una lunga relazione illustrativa sulle motivazioni del decreto e le relazioni ai singoli articoli.
Via l’Articolo 18.
Come richiesto dai sindacati, salta nella nuova bozza la proposta di modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Non c’è più infatti l’articolo 3 della precedente bozza che prevedeva in caso di fusioni aziendali tra piccole aziende con non più di 15 dipendenti, un aumento della soglia di licenziabilità  a 50 lavoratori. In materia di lavoro, però, come Monti ha detto anche alla City, il governo intende ridurre il numero e i tipi di contratto per favorire “l’ingresso dei giovani” sul mercato.
Farmacie.
“Le farmacie – si legge nell’articolo 14 della bozza – possono svolgere la propria attività  e i servizi medici aggiuntivi anche oltre i turni e gli orari di apertura”, ma resta il tetto dei 3mila abitanti per l’apertura di nuovi esercizi.
“Si tratta sicuramente di un potenziamento del servizio a vantaggio dei clienti – commenta Alessandro Mazzocca, presidente di Essere Farmacisti (associazione che raccoglie le parafarmacie) – . Purtroppo, però, c’è da sottolineare che nel decreto nulla è previsto per le parafarmacie. Noi chiediamo al governo che ci sia, per quanto riguarda le aperture di nuovi esercizi, una sorta di ‘quota’ riservata ai titolari di parafarmacie che hanno maturato un’adeguata esperienza nel campo”.
Medicinali.
Ma quella per le farmacie non è l’unica novità : d’ora in poi medici di famiglia saranno obbligati, salvo particolari situazioni, a specificare nella ricetta medica l’eventuale esistenza del farmaco equivalente.
“Il medico – si legge nella bozza – salvo che non sussistano ragioni terapeutiche contrarie nel caso specifico inserisce in ogni prescrizione medica le seguenti parole: ‘o farmaco equivalente se di minor prezzo’, ovvero specifica l’esistenza del farmaco equivalente”.
Il segretario della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg), Giacomo Milillo, definisce la norma una “forzatura” assurda della liberta di prescrizione del medico, che sarà  contestata in tutte le sedi.
Rc auto.
La bozza prevede che ”nel caso in cui l’assicurato acconsenta all’istallazione di meccanismi elettronici che registrano l’attività  del veicolo, denominati scatola nera o equivalenti, i costi sono a carico delle compagnie che praticano inoltre una riduzione rispetto alle tariffe stabilite”.
Il ministro Corrado Passera ha detto che l’obiettivo del governo è il ”contenimento dei costi Rc auto”. ”Il governo è intervenuto presso le associazioni delle imprese assicuratrici – ha aggiunto Passera – per approfondire e porre rimedio alla situazione di aumento generalizzato dei premi assicurativi e inviato una segnalazione all’Antitrust per attivare una verifica sull’eventuale esistenza di intese restrittive della concorrenza tra le compagnie di assicurazione”. Ania ha dichiarato di aver fornito al ministero dello Sviluppo Economico tutte le informazioni richieste sull’Rc Auto.
Carcere e radiazione per false perizie.
L’articolo 38 prevede il carcere fino a cinque anni e la radiazione dall’albo per i “periti assicurativi che accertano e stimano falsamente danni a cose conseguenti a sinistri stradali da cui derivi il risarcimento a carico della società  assicuratrice”.
Pagamenti alle imprese
Sarebbe prevista anche una misura per obbligare le amministrazioni pubbliche a pagare le imprese private entro il termine dei 60 giorni stabilito dalle direttive europee. In caso di mancato pagamento, infatti, scatterebbe una norma che prevede una mora dell’8%, oltre che gli interessi maturati. La misura è in via di definizione.
Taxi.
La nuova ‘Autorità  per le reti’, prevede ancora la bozza, determinerà  per i taxi l’incremento del numero delle licenze, la possibilità  per i titolari di averne più d’una, nuove licenze part-time, orari più flessibili, extraterritorialità  e tariffe più flessibili trasparenza. Intanto i tassisti hanno consegnato al governo il documento unitario, in rappresentanza di 23 sigle sindacali, che raccoglie le contro-proposte della categoria sulle liberalizzazioni..
Banche, conto e Bancomat meno cari.
La bozza prevede l’istituzione per legge del conto corrente bancario di base. In assenza di intesa con l’Abi, saranno stabilite per legge anche le commissioni che le banche applicheranno sui prelievi fatti con Bancomat.
Tariffe professionali.
“Sono abrogate tutte le tariffe professionali, sia minime sia massime”, si legge all’articolo 10 della bozza, che punta “a rendere libera la contrattazione tra il professionista e il cliente” sul compenso dovuto, favorendo la concorrenza e portando così vantaggi al consumatore.
E’ confermato che i professionisti saranno obbligati a fornire ai clienti un preventivo scritto per la prestazione richiesta. Sono esclusi medici e professioni sanitarie.
Tirocini professionali.
“Le università  – prevede la bozza – possono prevedere nei rispettivi statuti e regolamenti che il tirocinio ovvero la pratica, finalizzati all’iscrizione negli albi professionali, siano svolti nell’ultimo biennio di studi per il conseguimento del diploma di laurea specialistica o magistrale; il tirocinio ovvero la pratica così svolti sono equiparati a ogni effetto di legge a quelli previsti nelle singole leggi professionali per l’iscrizione negli albi”. Il testo precisa che “sono esclusi i tirocini per l’esercizio delle professioni mediche o sanitarie”.
Aumentano i notai.
Entro il 2014 ci saranno 1.500 posti di notai in più. Lo prevede l’articolo 15 del decreto liberalizzazioni. I primi 500 saranno assegnati per concorso da svolgersi entro il 30 giugno del 2012, altri 500 con concorso bandito entro il 30 giugno 2013 e ulteriori 500 entro il 30 giugno 2014.
”Per gli anni successivi entro il 30 giugno è comunque bandito un concorso per la copertura di tutti i posti che si rendono disponibili”.
Stop a esclusiva benzinai.
I gestori degli impianti di distribuzione dei carburanti titolari anche della relativa autorizzazione petrolifera possono liberamente rifornirsi da qualsiasi produttore o rivenditore.
Nella bozza si consentono anche “aggregazioni di gestori di impianti di distribuzione di carburante” e la vendita ai distributori anche di alimenti e bevande, quotidiani e periodici e tabacchi.
Separazione rete gas.
La bozza prevede che entro sei mesi dall’entrata in vigore del Dl il governo dovrà  emanare un Dpcm per la separazione di Snam Rete Gas da Eni.
La separazione netta fra la figura del fornitore del servizio e del proprietario della rete di distribuzione è stata ribadita da Monti nel discorso alla City.
Il problema si pone anche per Trenitalia- Ferrovie dello stato rispetto alla rete ferroviaria nazionale, ma qui il passaggio sembra più complicato. L’articolo 40 della bozza prevede che l’Autorità  per l’Energia diventi “Autorità  per le reti” e si occupi anche del settore dei trasporti.
Ricerca idrocarburi.
La bozza del decreto liberalizzazioni prevede, poi, una semplificazione delle attività  di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.
In sostanza, l’attività  è libera laddove non è vietata e verrà  svolta in seguito a rilascio di un titolo abilitativo unico, che potrà  sviluppare il giacimento in caso di ricerca dall’esito positivo.
Entro un anno, poi, verranno individuate le aree all’interno delle quali selezionare i blocchi da assegnare tramite gara europea agli operatori.
Scende da 12 a 5 miglia il limite per la ricerca di idrocarburi in mare nelle zone circostanti le aree protette, dato che, come si legge nella relazione tecnica, la norma attuale ”ha avuto rilevanti impatti economici sulle attività  del settore”, ”senza peraltro apportare un significativo miglioramento della tutela ambientale”.
Imprese ferrovarie.
Non c’è più l’obbligo, per le imprese ferroviarie e per le associazioni internazionali di imprese ferroviarie che operano in Italia, di osservare i contratti collettivi nazionali di settore, anche con riferimento, salvo rispetto delle leggi vigenti, alle prescrizioni in materia di condizioni di lavoro del personale.
Vendita giornali.
La bozza del decreto liberalizzazioni sopprime il limite minimo di superficie per la vendita della stampa quotidiana e periodica, agli esercizi commerciali e alle librerie.
È prevista, inoltre, la possibilità  che le condizioni economiche e le modalità  commerciali di cessione delle pubblicazioni possano variare, in funzione dei risultati conseguiti dall’esercizio   e dei volumi di giornali acquistati nel punto vendita.
La disposizione – spiega la relazione alla norma – rimuovendo taluni vincoli alla distribuzione di giornali quotidiani e periodici, amplia l’offerta dei punti vendita così favorendo un più ampio volume di vendite.
Vengono anche potenziate le condizioni di concorrenza tra i venditori.
Promozioni commerciali.
Vendite commerciali promozionali e bollini a premio più semplici e più trasparenti sono previsti dall’articolo 2.
Le vendite abbinate promozionali sono ammesse anche al di fuori delle occasioni tradizionali o stagionali, purchè siano accompagnare da adeguata informazione semplificata ai consumatori.
Questo in quanto, ”possono essere un’utile opportunità  per i consumatori e un interessante strumento concorrenziale”.
Beauty contest.
Il ministro Passera ha annunciato che porterà  la questione del beauty contest delle frequenze tv all’attenzione del consiglio dei ministri di venerdì.
Sembra confermata l’intenzione di azzerare l’assegnazione gratuita fatta dal governo Berlusconi per procedere alla gara con assegnazione delle frequenze al miglior offerente.
Smaltimento nucleare.
La bozza del decreto liberalizzazioni prevede un’accelerazione delle attività  di smantellamento dei vecchi siti nucleari.
In particolare si prevede una specifica procedura per accelerare la valutazione dei cinque progetti di disattivazione presentati da almeno 12 mesi, autorizzazioni più semplici per interventi urgenti, la previsione del valore di ‘autorizzazione unica’ per gli atti relativi all’esecuzione dei progetti e delle opere di disattivazione, ferme restando le specificità  relative al Deposito nazionale.

(da “La Repubblica”)

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CONTRATTO UNICO, PIU’ SOLDI SE LAVORI A TERMINE: ECCO IL PIANO DEL GOVERNO

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

POSSIBILE ACCORDO SUL MODELLO CONTRATTUALE TRA ESECUTIVO E PARTI SOCIALI…POSTO GARANTITO DOPO TRE ANNI, MAGGIORE MOBILITA’ MA ANCHE MAGGIORE GARANZIE PER IL LAVORATORE

Un tavolo che nei corridoi di palazzo Chigi viene definito scherzosamente “filosofico”, introdotto dal premier Mario Monti.
E, subito dopo, due tavoli operativi sulla riforma del mercato del lavoro e sulla crescita. Il primo con il ministro Elsa Fornero, il secondo con il titolare delle attività  produttive, Corrado Passera.
E’ lo schema con cui si svolgerà  lunedì la trattativa tra governo e parti sociali. Sul mercato del lavoro i sondaggi delle ultime ore inducono a un certo ottimismo.
Si sarebbe insomma trovato un terreno di comune discussione tra sindacati, ministri e imprenditori intorno al disegno di legge di riforma suggerito due anni fa dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
L’intendimento di Fornero sarebbe di arrivare a febbraio al varo del provvedimento. Esclusa l’ipotesi del decreto, più probabile che si vada verso il disegno di legge o il disegno di legge delega.
La filosofia è quella annunciata ieri da Mario Monti: “Dovremo ridurre la frammentazione dei contratti e far andare di pari passo la riforma del mercato del lavoro con quella degli ammortizzatori sociali”.
Poche parole per dare il via libera al contratto unico di apprendistato e all’introduzione del reddito di disoccupazione, i due assi della riforma Fornero.
L’obiettivo, spiega Monti, è quello di creare “una maggiore mobilità  che protegga il lavoratore ma non renda sclerotico il mercato del lavoro” per favorire l’occupazione giovanile e renderla meno precaria.
Su questi presupposti si starebbe trovando una mediazione tra sindacati e industriali, con i partiti che, sia pure con qualche distinguo, non sarebbero pregiudizialmente contrari.
La riforma non toccherebbe direttamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ma ne limiterebbe l’efficacia in alcune fasi della vita lavorativa dei dipendenti. Per la Cgil “è importante tenere insieme crescita ed equità “. Per la Cisl “è essenziale che il governo arrivi al tavolo con la disponibilità  a contrattare davvero”.
Ma i tempi stringono ed è plausibile che i margini di trattativa non saranno molto ampi.
Lunedì, subito dopo aver aperto la riunione, Monti volerà  a Bruxelles a rassicurare i partner europei sull’avvio delle riforme italiane. Ecco le linee principali del progetto.
Il contratto unico
Accesso con tutele a tappe, poi niente licenziamenti
L’idea è quella di sostituire con un unico contratto gli attuali 48 censiti dall’Istat. E’ la frammentazione che penalizza soprattutto donne e giovani e che porta il salario medio lordo di un lavoratore italiano il 32% sotto la media dei Paesi dell’area euro.
Nascerà  per questo il Cui, contratto unico di ingresso.
Avrà  due fasi: una di ingresso, che potrà  durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni. E una seconda fase di stabilità , in cui il lavoratore godrà  di tutte le tutele che oggi sono riservate ai contratti a tempo indeterminato.
Durante la fase di ingresso, in caso di licenziamento con motivazioni che non siano di tipo disciplinare (“giusta causa”), il datore di lavoro non avrà  l’obbligo di reintegrare il dipendente ma potrà  risarcirlo in pagando una specie di penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato. In caso di una fase di ingresso di tre anni, il licenziamento dovrà  essere risarcito con sei mesi di mensilità .
Già  oggi, durante il periodo di prova, non si applica la l’articolo 18 sui licenziamenti. La riforma prevede che il periodo di prova si possa allungare fino a tre anni e in cambio concede che il contratto di ingresso si trasformi automaticamente, al termine della prova, a tempo indeterminato.
L’automatismo evita al lavoratore il succedersi di decine di minicontratti precari.
Le imprese dopo tre anni possono licenziare il dipendente con un risarcimento senza essere costrette ad assumerlo.
Tempo determinato
Per i contratti a termine salario sopra i 25mila euro
Oggi sono una prassi diffusa nelle aziende che possono così assumere senza prendersi impegni particolari nei confronti dei dipendenti.
La riforma li renderà  invece una specie di lusso, un modo per remunerare professionisti e personale specializzato.
Uno studio del Collegio Carlo Alberto di Torino, di cui Garibaldi è direttore, mette in evidenza che nel 2008 il 96% dei dipendenti italiani a tempo determinato guadagnava meno di 35 mila euro lordi all’anno. Una retribuzione per mansioni medio basse.
Con il provvedimento allo studio invece sarà  impossibile assumere a tempo determinato dipendenti per i quali viene corrisposto un salario inferiore ai 25 mila euro lordi annui (o proporzionalmente inferiore se la prestazione dura meno di dodici mesi).
Naturalmente faranno eccezione i lavori tipicamente stagionali (come quelli agricoli o alcuni nelle località  turistiche).
Verrà  messo un tetto anche ai contratti a progetto e di lavoro autonomo continuativo che rappresentino più di due terzi del reddito di un lavoratore con la stessa azienda.
Se questi contratti avranno una paga annua lorda inferiore ai 30 mila euro, saranno trasformati automaticamente in Cui. La riforma dovrebbe anche prevedere l’introduzione di un salario minimo legale stabilito da un accordo tra le parti sociali. Se non si trovasse l’accordo, il salario minimo dovrà  essere fissato dal Cnel.
Gli ammortizzatori
Verso il reddito minimo, ma si cerca la copertura
Oggi sono di tre tipi: cassa integrazione ordinaria, cassa straordinaria e mobilità . L’obiettivo è quello di semplificare e tornare alle origini: con la cassa integrazione ordinaria che interviene solo per far fronte alle crisi cicliche e temporanee dei settori.
Per le crisi strutturali e il sostegno a chi ha perso il lavoro dovrebbe invece intervenire il reddito minimo di disoccupazione.
Una misura che esiste in molti Paesi occidentali ma che è costosa.
Soprattutto in fasi economiche, come l’attuale, in cui la ristrutturazione delle aziende lascia senza lavoro quote crescenti di lavoratori dipendenti.
Ieri Monti ha invitato a far procedere “di pari passo” la riforma degli ammortizzatori sociali con quella dei contratti di lavoro.
Non sarà  facile. Con poche risorse a disposizione e con l’inasprimento dei requisiti per maturare il diritto alla pensione, sarà  già  difficile utilizzare strumenti come la mobilità  lunga, oggi ampiamente sfruttati dalle aziende per ristrutturare scaricando almeno una parte dei costi sull’Inps.
E’ comunque probabile che il passaggio dalla mobilità  al reddito minimo di disoccupazione avvenga in modo graduale nel tempo risolvendo contemporaneamente il problema dei molti che oggi si trovano in mezzo al guado, con una mobilità  lunga calcolata per approdare a un’età  pensionabile a sua volta allontanata dalla nuova riforma previdenziale.
All’estero
Ogni Paese ha la sua soglia per garantire i più deboli
In Italia non esiste un salario minimo, come invece si vorrebbe introdurre con la proposta di riforma del lavoro di Boeri e Garibaldi.
Il salario minimo è contrattato a livello di categoria o di azienda ed è quindi molto variabile.
Ma esistono aree, come quelle dei precari che lavorano a progetto, in cui del salario minimo non c’è traccia. Non è così all’estero dove gli Stati stabiliscono per legge qual è la paga oraria minima che un datore di lavoro può corrispondere.
In genere si tratta di soglie che vengono rivalutate annualmente agganciandole all’andamento dell’inflazione o alla dinamica del Pil.
L’obiettivo è comunque quello di stabilire un livello sotto il quale non è consentito andare per far si che tutti i lavoratori abbiano una paga in grado di mantenere una famiglia in condizioni dignitose.
Ogni paese ha fissato quella soglia, a seconda del suo livello di vita e dell’importanza che una nazione annette alla protezione sociale della fasce più deboli della società . Così in Francia il salario minimo è di circa 1.350 euro lordi mensili mentre in Spagna è di circa la metà , 600 euro lordi mensili.
Molto basso il salario minimo brasiliano, l’equivalente di 237 euro lordi mensili. Il salario minimo è cinque volte più alto in Inghilterra: 960 sterline, equivalenti a 1.150 euro.

(da “La Repubblica”)

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