Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
MIGLIAIA DI PERSONE SAREBBERO STATE ISCRITTE A LORO INSAPUTA AL PDL PER TAROCCARE IL TESSERAMENTO…. APERTA UN’INDAGINE DALLA PROCURA PER UN “COPIA E INCOLLA” DI DATI SENSIBILI SENZA PERMESSO DEGLI INTERESSATI
“Vuoi dare più forza all’Italia? Iscriviti al Popolo della Libertà ”. L’invito risalta a caratteri
cubitali sulla homepage del Pdl di Vicenza, come se nella campagna di tesseramento fosse filato tutto liscio. S
olo a inizio novembre, infatti, Angelino Alfano e i colonnelli del partito avevano annunciato di avere raggiunto un milione di iscritti, ma le prime zone d’ombra emergono a Vicenza.
Infatti il Pdl è stato travolto dallo scandalo delle tessere false e finito nel mirino della magistratura per avere copiato e incollato i nomi di alcuni membri di associazioni di cacciatori della zona dell’Alto Vicentino, per poi iscriverli a loro insaputa nel partito di Silvio Berlusconi.
Alcuni di loro, peraltro, risultano essere militanti e dirigenti locali di Lega Nord e Udc.
La notizia è stata pubblicata sul Giornale di Vicenza e ha scatenato un vero e proprio terremoto politico tra gli ambienti di centrodestra visto che il congresso provinciale è atteso tra fine gennaio e inizio febbraio.
Tutto è partito da un esposto anonimo giunto in Procura che denunciava alcune iscrizioni false avvenute lo scorso ottobre.
I diretti interessati, infatti, non avevano mai avanzato alcuna richiesta per ottenere la tessera di partito.
C’è infatti chi avrebbe copiato e incollato le loro generalità (nome, cognome, luogo e data di nascita) prelevandole da elenchi di associazioni venatorie della provincia.
A seguito dell’esposto è stato aperto un fascicolo contro ignoti e le indagini potrebbero portare alla violazione della privacy, visto che la raccolta dati non era stata autorizzata dai diretti interessati.
Ma, come se non bastasse, chi ha deciso di procedere nel tesseramento col trucco è caduto nella gaffe di includere anche militanti di altri partiti tra cui un consigliere della Lega Nord di Barbarano e un militante di Trissino, comuni entrambi in provincia di Vicenza, oltre alla dj leghista Adelina Putin, voce di RadioStellaFm e Ferruccio Righele, segretario dell’Udc di Schio.
Alla base della truffa delle tessere e della violazione della privacy ci sarebbe la guerra intestina tra le correnti del Pdl a Vicenza e in Veneto, pronte a prevalere anche con eventuali falsificazioni delle deleghe per il voto al prossimo congresso.
Così la pensa Antonio De Poli, deputato e segretario regionale dell’Udc: “Si tratta di una lotta interna tra le correnti del Popolo della Libertà — commenta — sono metodi da condannare e rappresentano un copione già visto che purtroppo si ripete nella battaglia fratricida del centrodestra nella nostra regione”.
E ora si sollevano di conseguenza numerose perplessità anche sull’autenticità dei 16mila tesserati della provincia.
“E’ necessario che il Pdl predisponga degli organi di garanzia per garantire che tutte quelle tessere siano vere”, osserva il parlamentare, convinto che il Pdl debba avviare una campagna di trasparenza.
“Deve richiedere, ad esempio, che al congresso chi è tesserato vada a controfirmare la sua adesione”.
Nei prossimi giorni i carabinieri sentiranno alcuni dei ‘finti’ tesserati e dalla settimana prossima saranno ascoltati anche alcuni dirigenti locali e provinciali del partito per rintracciare i responsabili e verificare quanto denunciato nell’esposto anonimo.
Eleonora Bianchini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
SI VANNO AD AGGIUNGERE A QUANTO GIA’ PAGANO PER I COSTI AMMINISTRATIVI DELLA PRATICA DI PERMESSO DI SOGGIORNO…E’ UN LASCITO DI TREMONTI E MARONI CHE VOLEVANO FAR PAGARE AGLI IMMIGRATI REGOLARI IL RIMPATRIO DEGLI ALTRI
Arriva la stangata sui migranti: una tassa che va dagli 80 ai 200 euro per chi chieda il rilascio o l’ennesimo rinnovo del permesso di soggiorno.
Soldi, sia ben chiaro, che vanno ad aggiungersi a quanto gli stranieri residenti in Italia già versano per i costi amministrativi della pratica.
Il “regalo” del 2012, contenuto nella Gazzetta ufficiale del 31 dicembre scorso, non è del governo Monti, ma è un lascito che porta la firma di due ex ministri: Giulio Tremonti e Roberto Maroni.
La tassa sul migrante.
Il “Contributo per il rilascio e il rinnovo del permesso di soggiorno” lo si deve al decreto del 6 ottobre 2011 dell’allora ministro dell’Economia di concerto con il responsabile del Viminale, pubblicato nella Gazzetta ufficiale di fine anno
1. La tassa varia a seconda del tipo di permesso richiesto: “La misura del contributo per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno a carico dello straniero di età superiore ad anni diciotto è determinata come segue:
a) Euro 80,00 per i permessi di soggiorno di durata superiore a tre mesi e inferiore o pari a un anno;
b) Euro 100,00 per i permessi di soggiorno di durata superiore a un anno e inferiore o pari a due anni;
c) Euro 200,00 per il rilascio del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo”. La nuova tassa scatterà il 30 gennaio prossimo e non si applicherà ai richiedenti asilo.
Il Fondo rimpatri.
I soldi così incassati dallo Stato andranno in parte a rimpinguare il Fondo rimpatri, “finalizzato a finanziare le spese connesse al rimpatrio dei cittadini stranieri rintracciati in posizione irregolare sul territorio nazionale verso il Paese di origine”, in parte andranno al ministero dell’Interno per finanziare le attività di “ordine pubblico e sicurezza” del dipartimento della Pubblica sicurezza e le attività di accoglienza di competenza del Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI FISSA INCONTRI CON LE PARTI SOCIALI IN TEMPI STRETTI… IL GOVERNO STAREBBE PENSANDO ALL’INTRODUZIONE DI UNA NUOVA FORMA CONTRATTUALE CHE ELIMINEREBBE LE 40 GIA’ ESISTENTI…SI SALVEREBBERO SOLO L’APPRENDISTATO E IL CONTROLLO STAGIONALE
Liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro: sono questi i due provvedimenti primari
che il governo Monti cercherà di raggiungere all’inizio del 2012.
Obiettivo? Rilanciare l’economia italiana e rispondere così alle richieste pressanti dell’Europa.
Per raggiungere quanto prefissato, il premier — che ha già in agenda due consigli dei ministri ad hoc — è già a lavoro, come dimostrano le telefonate di ieri con i sindacati, a cui seguiranno nuovi ‘contatti’ dal nove gennaio in poi.
A quanto pare, si tratterà di una serie di incontri bilaterali che gestirà in prima persona il ministro per il Lavoro, Elsa Fornero, il che significa solo una cosa: non ci sarà alcun tavolo comune o di “concertazione”.
Dalle riunioni con le sigle sindacali, del resto, dovrebbero giungere soltanto indicazioni e suggerimenti, poi spetterà all’esecutivo la valutazione nel merito e l’eventuale presentazione alle Camere.
Le parti sociali, però, non condividono questa strategia, rilanciando la richiesta di condivisione delle scelte.
“Troverei curioso che la discussione sia fatta senza chi deve applicare quelle regole” ha detto il segretario della Uil, Luigi Angeletti, secondo cui “bisogna cambiare le norme sul mercato del lavoro coinvolgendo anche le imprese”.
Più articolata la posizione del leader della Cisl Raffaele Bonanni. “Noi non ci prestiamo a questo clima surreale dove tutti gridano che bisogna fare qualcosa per andare avanti ma nessuno vuole rendere trasparente davvero il da farsi” ha detto Bonanni, secondo cui “senza concertazione il Paese andrebbe allo sbando. Monti deve fare un salto di qualità . Andare avanti così, senza discutere con la politica, senza consultare i sindacati, mettendo la fiducia susciterebbe un clima torbido”.
Esposta la tesi, Bonanni è passato alle richieste e in tal senso la proposta non cambia: servirebbe un patto tra il governo con imprese e sindacati.
Quanto al nodo dell’articolo 18, invece, il segretario generale della Cisl non entra nel merito, ribadisce la posizione “di chi non ha mai posto veti e non accetta veti da parte di nessuno” e si dice disponibile a “una discussione a tutto tondo senza soluzioni preconfezionate”.
Nel frattempo, trapelano le prime indiscrezioni sui ‘piani’ del governo, che in vista degli incontri con i sindacati starebbe lavorando all’ipotesi di un contratto ”prevalente”, con un lungo periodo di prova (fino a tre anni) a sostituire le oltre 40 forme contrattuali esistenti (si salverebbero solo l’apprendistato e il contratto stagionale).
Se tale ipotesi dovesse divenire realtà , verrebbe rispedita al mittente la ‘proposta Ichino’, che prevede per i nuovi assunti la possibilità di licenziamento per motivi economici.
Cosa ben diversa, quindi, dal diritto al reintegro nel caso di licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo previsto dall’articolo 18.
La posizione dei sindacati, invece, è sempre la stessa: unificazione dei contributi previdenziali per tutte le categorie (ora i lavoratori dipendenti pagano il 33 per cento, i collaboratori al 27,72 per cento, commercianti e artigiani arriveranno al 24 per cento nel 2018).
Forme contrattuali a parte, il pezzo grosso sul tavolo della riforma è un altro: trattasi degli ammortizzatori sociali, tema che ha fatto deragliare gli ultimi Governi a causa della mancanza di fondi.
Quasi impossibile, del resto, rendere più elastico il mercato del lavoro senza pensare a indennità di disoccupazione più sostanziose e ‘allargate’ a tutte le categorie. Il “confronto col governo Monti non va sprecato”, avverte la Cgil, che non vuole essere succube dei tempi stretti imposti da Monti; per il sindacato del segretario Camusso, inoltre, “occorre definire le priorità ” a partire da fisco, crescita, lavoro, produttività , pensioni e rappresentanza.
I sindacati comunque avvertono che nella riforma del mercato del lavoro vanno coinvolte anche le imprese.
Le prossime mosse del governo Monti, inoltre, mettono in difficoltà anche i partiti. Al Pdl diviso al suo interno (e a rischio fughe di parlamentari verso il centro) fa eco il Pd, costretto a fare i conti con i problemi legati alla riforma del lavoro: se una parte dei democratici vuole appoggiare le misure di Monti, allo stesso tempo ce n’è un’altra che teme di essere scavalcata a sinistra dai sindacati.
‘Rilassata’, invece, la situazione interna all’Udc, sempre più in completa sintonia con la linea di Monti, il quale oggi ha scambiato gli auguri di buon anno con i leader.
In tale occasione, il premier avrebbe annunciato di voler “allargare la platea delle categorie interessate” dalle liberalizzazioni, senza nessuna intenzione di “forzare la mano” su un argomento così delicato.
I partiti, dal canto loro, attendono dal governo le prime indicazioni, per poter valutare eventuali controproposte.
In tal senso, non mancano le indiscrezioni.
Il Pdl, ad esempio, punterebbe a una riforma mirata alla crescita e alla valorizzazione della contrattazione aziendale, magari anche attraverso la modifica dell’articolo 18, sulla scia della proposta di legge di Pietro Ichino.
A dicembre, del resto, è stata annunciata una proposta elaborata dall’ex ministro Maurizio Sacconi per un provvedimento che punti anche alla crescita e alla ripresa degli investimenti in Italia da parte di gruppi stranieri.
Diversa la posizione del Partito Democratico, che su un punto in particolare non intende cedere: la riforma dovrà avere come bilanciamento la tutela di chi è più debole in questa fase.
Per quanto riguarda le pensioni, per il Pd c’è una grande necessità di riformare gli ammortizzatori sociali, specie con il passaggio al contributivo per tutti.
Un no secco a toccare l’articolo 18, invece, è arrivato dal segretario Pier Luigi Bersani. Nessun preconcetto a cambiare l’articolo 18, invece, dal Terzo Polo, il cui obbiettivo è quello di abbattere il precariato “con interventi incisivi anche se graduali”.
A parte la cautela di facciata (e di strategia), è tuttavia innegabile che per l’esecutivo le barricate alla libera concorrenza rappresentano i bastian contrari del rilancio economico. Da questo dato di fatto, si spiegherebbe anche la fretta di Mario Monti, che a gennaio ha fissato una serie di incontri internazionali in cui vuol presentare almeno una bozza del suo programma di riforma del mercato del lavoro.
L’agenda ha già le date sottolineate in rosso: il 6 gennaio volerà a Parigi per partecipare ad un convegno insieme ai ministri Corrado Passera e Enzo Moavero.
Il 18, invece, Monti andrà a Londra da Cameron, il 21 a Tripoli per incontrare il nuovo governo libico, il 23 a Bruxelles per l’Eurogruppo e il 30 sempre nella capitale belga è in programma il Consiglio europeo straordinario.
Non c’è ancora una data, invece,per l’incontro da tenere a Roma con Nikolas Sarkozy e Angela Merkel.
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
SI ALLARGA LO SCHIERAMENTO DI CHI DICE NO ALL’AQUISTO DI 131 CACCIABOMBARDIERI…DA DI PIETRO A RAISI, DA BONELLI AL PD
Meno spese militari, c’è la crisi.
Le difficoltà economiche del nostro Paese si portano dietro l’allargamento del fronte “pacifista” che una volta reclamava a gran voce il taglio delle spese militari.
Ebbene quello schieramento, un tempo terreno di militanza della sinistra, si estende adesso a insospettabili sostenitori.
Da Fli all’Idv è un coro: c’è la crisi, stop alle spese militari.
Ed è una protesta basata su ragioni prettamente “economiche”.
A farne le spese soprattutto il recente acquisto dei 131 caccia F35 da parte dell’esecito italiano 1. Una spesa non da poco: più di 200 milioni ad aereo.
Troppo, in tempi di magra. Tanto che persino Israele e il Regno Unito hanno dovuto tagliarne i programmi e il Pentagono ha ridimensionato le richieste.
Ed ecco che il fronte degli oppositori trova nuovi seguaci.
“E’ giunto il momento – scrive l’esponente di Fli Enzo Raisi – di rompere un tabù, o almeno di rimetterlo in discussione. E’ quello degli sperperi in spese militari legate ancora al vecchio schema degli anni della guerra fredda. Ad esempio, il recente acquisto dei caccia F35, per un valore analogo a quello di una manovra finanziaria”.
Secondo Raisi, “il governo Monti dovrebbe riflettere e riaprire anche il capitolo della dismissione dell’enorme patrimonio di ex caserme e strutture abbandonati dalla difesa: si individuino procedure-lampo per immetterli sul mercato visto che quelle esistenti sono lunghissime e inefficaci”.
Il tema è da tempo nel mirino dell’Idv. Per questo Di Pietro ne rivendica la primogenitura: “Meglio tardi che mai. Alla fine anche la grande stampa e qualcun altro si sono accorti che scandalo insopportabile siano i miliardi di euro che buttiamo in spese militari. Soprattutto se si pensa che per il Servizio civile nazionale, invece, i fondi sono precipitati dai circa 170 milioni del 2010 ai 68 del 2012. Quando il ministro della Difesa ammiraglio De Paola ha detto che a tagliare le spese militari non ci pensava proprio, nessuno tranne noi aveva fiatato”.
Incalzano anche i Verdi: “Dal governo non è ancora arrivata nessuna risposta sul taglio delle spese per gli armamenti che in Italia hanno raggiunto cifre da capogiro – dichiara il presidente Angelo Bonelli – Ognuno di questi aerei da guerra costa più di 120 milioni, ossia l’equivalente di quanto è necessario per costruire e far funzionare 83 asili nido”.
E Nichi Vendola, su Twitter, che chiama in causa il ministro della Difesa: “Le Forze Armate sono sovradimensionate, costano troppo, ci sono troppi soldati e soprattutto troppi ufficiali e sottoufficiali: così più o meno il ministro Di Paola nel suo messaggio di fine anno. In tutto180 mila militari, spese record, sprechi, inefficienze, privilegi ingiustificati. Ridurre e modernizzare il personale? L’idea del ministro è questa, insieme salvando, ovviamente, i sistemi d’arma, gli F35, la missione in Afghanistan. Tagliare da una parte — se si taglierà — per avere più risorse da destinare agli armamenti e alle missioni. Il rischio è questo. Da contrastare”.
Dal Pd si alza la voce critica della senatrice Roberta Pinotti, ex responsabile nazionale Difesa: “Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l’acquisto a 40-50”.
Il collega di partito Ignazio Marino chiede un deciso taglio degli armamenti: “Con il solo costo di due cacciabombardieri F-35 si potrebbero trovare fondi per il sostegno dei giovani precari oppure sostenere investimenti per la ricerca e l’innovazione”.
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
OPERAZIONE A SORPRESA DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE NELLA PERLA DELLE DOLOMITI DOVE E’ IN VACANZA IL DIRETTORE BIFERA
Una task force di 80 ispettori dell’Agenzia delle Entrate mandati in missione a Cortina nei
giorni più caldi dell’anno, nella località con la più alta concentrazione di vip del nostro Paese, ha messo a soqquadro la Regina delle Dolomiti.
Al centro dell’operazione, raccontata dal Corriere del Veneto , la lotta all’evasione fiscale là dove il lusso più si concretizza in ville, Suv, gioielli e pellicce.
Un blitz che indubbiamente ha un valore emblematico, per stanare i «furbetti» che agiscono irregolarmente frodando il fisco e che ha preso di mira decine di alberghi, negozi, gioiellerie.
Con gli ispettori impegnati dalle prime ore del mattino fino a notte fonda tra il 30 dicembre e San Silvestro.
Con un incrociarsi di dati che inevitabilmente coinvolgono anche il bel mondo in vacanza all’ombra delle Tofane.
Cortina si sa è un campione altamente rappresentativo di quella ricchezza che permette ville lussuose e appartamenti costosissimi, vacanze da sogno, ristoranti di gran classe, Suv e fuoriserie, spesso parcheggiati a casaccio, schiere di collaboratori domestici e autisti personali.
Il denaro che circola è tanto e all’Agenzia delle Entrate (a Cortina è in vacanza proprio in questi giorni il suo direttore Attilio Befera, anche presidente di Equitalia) lo sanno benissimo.
Gli ispettori hanno passato al setaccio i più noti alberghi della Conca.
«Sono arrivati alle 8 del mattino e se ne sono andati dieci minuti dopo la mezzanotte, ho firmato il verbale che ero già in camicia da notte – dice inviperita un’albergatrice di un noto hotel del centro – un blitz del genere in queste date è un attentato per chi lavora. Da mesi aspettiamo queste giornate, visto che la stagione è cominciata in ritardo e abbiamo incassato poco, i miei clienti hanno detto che se ne vanno a Sankt Moritz, questo stato poliziesco nessuno lo vuole accettare».
In un altro albergo l’operazione si è conclusa alle 3 di notte e anche qui i titolari sbottano: «È una follia mandare 80 ispettori in questi giorni per fare un po’ di show». Gioiellieri, antiquari, boutique hanno passato la giornata con gli uomini dell’Agenzia delle Entrate attenti alle casse e agli scontrini emessi.
Nei ristoranti la stessa cosa. L’ordine è partito da Roma, cogliendo di sorpresa lo stesso capitano della compagnia di Cortina della Guardia di Finanza Leonardo Landi che al Gazzettino ha dichiarato tutta la sua perplessità : «Non giudichiamo il lavoro dell’Agenzia delle Entrate, ma come Guardia di Finanza non ci sogneremo mai di “sguinzagliare” i nostri uomini nei negozi dalle 8 alle 24 a cavallo di San Silvestro. Già c’è la crisi, se ci mettiamo anche noi a intralciare l’importante lavoro di questi giorni… preferiamo operazioni realizzate in modo selettivo e chirurgico come quella che ha portato alla luce 4 evasori totali».
Reazione stizzita anche dall’assessore comunale al commercio Luca Alfonsi: «Nulla da dire nel merito del controllo, ma sul metodo sì: è uno shock per la località che così perde anche in immagine. Del difficile momento per l’economia soffre pure Cortina, ci sono 200 negozi e 50 ristoranti ma ci sono attività e alberghi in vendita».
Massimo Spampani
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Gennaio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
MENTRE PER GLI 800 DIPENDENTI “TAGLIATI” NON C’E’ FUTURO, LE FERROVIE SPUTTANANO MILIONI DI SOLDI PUBBLICI… UNA DELLE 20 CARROZZE COSTATE 15 MILIONI DI EURO E’ DIVENTATA A ROMA UN RIFUGIO PER BARBONI: MORETTI VERGOGNATI!
Metri, solo poche centinaia di metri separano l’Italia di chi difende mille euro di stipendio da chi sputtana milioni di soldi pubblici.
Roma, via Prenestina: i ferrovieri del servizio “treni notte” dal 24 novembre hanno occupato una palazzina di Trenitalia; poco più avanti giace la prestigiosa cabina Excelsior, un cadavere abbandonato con i suoi velluti, la radica, spazio bar, doccia e pure le suite.
Lorenzo, Roberto, Claudio, Giuseppe, Simone e Mario (alcuni degli 800 lavoratori delle aziende Rsi, Servirail ex-Wagon Lits) nell’edificio diventato il loro avamposto di lotta riordinano invece la stanza dove vivono e dove hanno deciso di rimanere perchè per loro l’accordo firmato a Milano, nel palazzo della Regione Lombardia il 30 dicembre, non ha valore. “Scatole cinesi di appalti su appalti che in questo caso riguarderebbero comunque solo i colleghi lombardi” spiega Roberto Scarbotti sfogliando le quattro pagine che Cgil e Filt-Cgil non hanno firmato.
Lo schema finale del verbale sul cosiddetto “piano di tutela” dei lavoratori parla unicamente di una regione e della possibile collocazione di 161 dipendenti.
E degli altri? “Non c’è traccia e nessuno sembra volersene interessare” prosegue Giuseppe Maggiolini che ripete come la vicenda dei “treni notte” vada gestita dal governo e non tanto sul piano regionale.
I ferrovieri hanno scritto ai ministri Passera, Fornero e al presidente Napolitano promettendo che continueranno la loro protesta.
Loro cercano di difendere il diritto di lavorare mentre a poca distanza c’è la carrozza simbolo del peggio il cui nome evoca grandi successi: Excelsior appunto, i cui costosissimi interni sono stati immortalati in un video..
Questa carrozza, ora diventato rifugio di senza tetto, è solo una delle 20 costate milioni di euro (circa 15) che oggi non solo non circolano più ma sono state abbandonate al degrado.
Pensare che solo il 22 aprile 2008, alla stazione centrale di Milano, in pompa magna ne avevano presentate ben 4 frutto di un restyling.
Gli uffici stampa parlavano di una nuova proposta viaggio del gruppo Fs, adeguatamente pubblicizzata prima dei ponti di primavera durante i quali erano attesi oltre 2 milioni di viaggiatori: “Ambienti realizzati con arredi e soluzioni tecnologiche all’avanguardia, come ad esempio un sistema di comunicazione con l’operatore di bordo, un sistema di videosorveglianza”.
Tante parole, soldi buttati, tutto finito nelle immagini della Excelsior in via Prenestina.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
CONSEGNATO IL RAPPORTO GIOVANNINI: ORA MONTECITORIO PREPARA I TAGLI…. IN ITALIA INDENNITA’ SUPERIORI, FRANCIA E GERMANIA PAGANO DI PIU’ I PORTABORSE CHE PERO’ DA NOI NON VANNO GIUSTIFICATI
L’indennità mensile (lorda) è la più alta d’Europa. 
Ma il “costo complessivo” del parlamentare in altri paesi, quali Francia e Germania, è ben superiore.
Difficile, dunque, anzi “impossibile” decidere chi guadagna di più e chi meno. E soprattutto “fare una media”.
La Commissione per il livellamento retributivo, guidata dal presidente Istat Enrico Giovannini, rinuncia però a quell’obiettivo.
L’organismo (composto anche da quattro accademici) incaricato dal governo Berlusconi – confermato da Monti – e dalle presidenze di Camera e Senato di confrontare i compensi tra le cariche elettive e gli organi istituzionali di sei paesi Ue, pubblica dunque i risultati della sua attesa comparazione.
La relazione, nelle 37 pagine depositate il 31 dicembre, si limita a fotografare la “giungla” retributiva dei parlamentari nei sette paesi presi in esame: Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Austria e Belgio. Giovannini ha chiesto però una proroga al 31 marzo per completare il lavoro su organi costituzionali e enti pubblici.
“Nonostante l’impegno profuso – si legge nelle conclusioni – la commissione non è in condizione di effettuare il calcolo delle medie”.
Provvederanno Camera e Senato. Fini e Schifani infatti interverranno entro gennaio. Non sull’indennità , ma sul rimborso per il portaborse. E stop ai voli gratis illimitati.
INDENNITA’
In nessun paese europeo un parlamentare percepisce un’indennità lorda mensile pari a quella del deputato (11.283 euro) e del senatore (11.550 euro) italiano.
E quella costituisce solo una delle cinque voci che – si legge nella relazione – compongono il “costo” del parlamentare (diaria, spese di viaggio e trasporto, spese di segreteria, spese per assistenza sanitaria, assegno vitalizio e di fine mandato).
Nel caso della Spagna, l’indennità in senso stretto (2.813 euro) è addirittura quasi quattro volte inferiore.
Si avvicinano solo i Paesi Bassi con 8.503 euro.
Tra i grandi paesi, Francia e Germania viaggiano tra i 7.100 e i 7.668. Ma si parla di lordo. E in Italia dopo le ultime (ripetute) decurtazioni, l’indennità netta è di poco superiore ai 5.000 euro.
In ogni caso, fanno notare i professori della commissione, è difficile fare dei confronti perchè diverso è anche il livello di tassazione tra paese e paese (per esempio in Francia tocca il 20 per cento sui 7.100 euro lordi).
Il sindaco di Firenze Matteo Renzi ieri dettava la sua ricetta: “Ai parlamentari darei la stessa cifra che guadagno da sindaco di una grande città : 4.200 euro al mese”.
DIARIA
3500 euro per spese di soggiorno, solo in Germania si spende di più
La diaria mensile o “indennità di residenza” non costituisce una prerogativa italiana. Per di più, il budget assegnato al deputato e al senatore per le spese di mantenimento fuori sede non costituisce un record continentale.
A ricevere una cifra forfettaria più alta per le spese di soggiorno a Berlino è per esempio il parlamentare tedesco: 3.984 euro. Ma il collega italiano con 3.503 euro segue a ruota.
Da qualche mese, alla Camera e al Senato questa ricca indennità accessoria (che non fa differenza tra chi soggiorna a Roma per l’attività parlamentare e chi vive e risiede comunque nella capitale) viene decurtata in proporzione alle assenze: non solo quelle nelle sedute d’aula, ma anche nelle sedute di commissione.
Ed è il motivo delle recenti polemiche esplose per i frequenti casi di deputati presenti solo per firmare il registro e poi dileguarsi.
In Francia il deputato non percepisce affatto la diaria, ma gode di alloggi a tariffe agevolate in residence di proprietà dell’Assemblea.
A Madrid sì, ma ammonta a 1.800 euro, mille in meno poi se il deputato è eletto nella capitale. Trattamento simile nei Paesi Bassi, non prevista in Belgio.
PORTABORSE
4000 euro: meno che in altri Paesi, ma da noi non va giustificata
La commissione Giovannini le chiama “spese di segreteria e di rappresentanza”. E accorpa sotto questa unica voce il budget messo a disposizione da Camera e Senato per i parlamentari al fine di consentire a deputati e senatori di avvalersi di collaboratori e di segreterie nei territori di origine e a Roma.
Ma il confronto con gli altri cinque paesi messo nero su bianco dalla commissione Giovannini finisce per conclamare l’anomalia tutta italiana.
L’anomalia consiste in questo caso non nell’importo – inferiore e in qualche caso di molto rispetto ad altri paesi quali Francia e Germania – ma nella modalità : forfettaria. Vale a dire che il deputato (3.690 euro) e il senatore (4.180) ricevono la somma senza aver alcun obbligo di rendicontazione e senza dover dimostrare se hanno pagato regolarmente un collaboratore.
L’Europarlamento da sempre gestisce il budget assegnando al deputato il collaboratore richiesto, ma pagandolo direttamente.
Avviene così anche in Germania (dove il fondo per la segreteria lievita a 14.712 euro) e in Belgio, si legge nella relazione. In Francia, se il deputato non utilizza la linea di credito da 9.138 euro in tutto o in parte, viene restituita.
BENEFIT
Treni, aerei, navi e autostrade solo a Roma non si pagano
Il monte benefit è la vera “babele” che fa del parlamentare – quello italiano soprattutto – un privilegiato. La relazione Giovannini lo certifica. La “libera circolazione ferroviaria, autostradale, marittima e aerea” consentita dall’apposita tessera di cui viene dotato il deputato e il senatore appena mette piede a Montecitorio e Palazzo Madama, non ha corrispettivi.
In Francia, i deputati dispongono di una carta ferroviaria, più 40 viaggi aerei tra il collegio e Parigi e 6 fuori dal collegio.
In Germania, solo tessera ferroviaria e rimborso per i voli domestici con rimborso a piè di lista.
In Spagna, è prevista una diaria da 150 euro per ogni giorno di viaggio all’estero e 120 per viaggio interno.
Nei Paesi bassi, treno di prima classe e rimborso chilometrico da 0,37 euro al km ma solo se non esistono mezzi pubblici che consentano al deputato di tornare a casa. Tutta un’altra storia.
Il parlamentare italiano usufruisce anche di 258 euro mensili di rimborso per spese telefoniche (in Francia 416 euro, nei Paesi Bassi 33 euro appena) e di 41 euro per dotazione informatica. La Spagna però offre Ipad e telefoni portatili di servizio.
VITALIZI
Ue, tutti con le pensioni: ma in Italia c’è un superassegno
Fino al 31 dicembre, i parlamentari italiani usufruivano di vitalizio dopo almeno due legislature, al compimento del cinquantesimo anno.
Resta ora come allora l’assegno di fine mandato, ma il vitalizo è stato sostituito dal primo gennaio da una pensione con metodo contributivo e solo al compimento dei 65 anni (60 con almeno due legislature).
In Italia, fa notare la relazione Giovannini, dopo 5 anni di mandato il vitalizo finora è stato pari a 2.486 euro mensili, con un versamento pari all’8,6 per cento dell’indennità lorda.
In Francia, dopo cinque anni di mandato, il vitalizo minimo è pari a 780 euro a fronte di un versamento del 10,5 per cento dell’indennità legislativa, se ne ha diritto a 60 anni.
In Germania, l’età alla quale il deputato matura la pensione è stata innalzata gradualmente dai 65 ai 67 anni.
In Spagna la pensione è un beneficio di carattere integrativo ed è pari alla differenza tra la pensione che il deputato riesce a maturare nella vita lavorativa e la pensione massima raggiungibile in quel paese.
Integrazione che può essere richiesta se il mandato è stato almeno di 11 anni.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 3rd, 2012 Riccardo Fucile
NONOSTANTE 4 MILIONI DI FINANZIAMENTO PUBBLICO, IL GIORNALE VENDE SOLO TRA LE 8.000 E LE 10.000 COPIE E PERDE SOLDI A GETTO CONTINUO… CAMBIA IL DIRETTORE: FATTO FUORI IL MARONIANO BORIANI, ARRIVA LA PIAZZO, VICINA AL CERCHIO MAGICO
La lotta di potere interna alla Lega tra la vecchia guardia (cerchio magico) e la corrente di Maroni ha pesanti ripercussioni anche su La Padania, il quotidiano, l’organo ufficiale di partito è a rischio chiusura.
Da quattro anni il giornale è in stato di crisi, ci lavorano una decina di poligrafici e 30 giornalisti che nelle scorse settimane avevano attuato lo sciopero delle firme in segno di protesta per le decisioni annunciate dal Cda della testata e i cui membri sono, tanto per intenderci, i “cerchisti” Federico Bricolo, Roberto Cota, Marco Reguzzoni, Giancarlo Giorgetti, Stefano Stefani e Rosi Mauro.
A capo di tutti, responsabile dei media padani poi c’è Renzo (Trota) Bossi.
Il destino per i giornalisti, prima della protesta, sembrava segnato: il Cda era orientato alla mobilità , la riduzione della foliazione e il passaggio al web. Punto e basta.
Ora la speranza è appesa a eventuali contratti di solidarietà che, in caso venissero concessi, scatterebbero non prima di marzo.
Il quotidiano del Carroccio (che riceve quasi 4 milioni di euro di finanziamento pubblico) ormai vende meno di 10 mila copie, perde soldi, ed è oggetto del litigio politico interno al partito eppure, secondo lo stesso gruppo editoriale, non ha un euro di debito paga regolarmente stipendi e fornitori.
Ma piace sempre meno.
La tiratura, sulla quale è calcolato il contributo statale, è scesa da 62 a 55 mila copie, le vendite effettive oscillano tra le 8-10 mila copie di un giorno di metà settimana con un picco massimo di 25 mila.
Tornando ai giornalisti e poligrafici che ci lavorano, sabato 17 dicembre l’assemblea di redazione in un comunicato aveva chiesto al Consiglio di amministrazione dell’Editoriale Nord di smentire che il “Cda avrebbe preso decisioni indipendentemente da qualsiasi trattativa a tutela della difesa dei livelli occupazionali”.
La smentita, per la verità come raccontano da via Bellerio , non è mai arrivata.
Loro, i giornalisti, al momento hanno comunque deciso di sospendere la protesta in attesa dell’insediamento di lunedì del nuovo direttore Stefania Piazzo.
Al direttore uscente Leonardo Boriani, invece, era toccato presentare quel piano aziendale deciso senza alcuna concertazione.
Quello, cioè, che aveva indotto i giornalisti a chiedere delucidazioni sulla frase del Cda che “potrebbe assumere decisioni pesanti che non escludono il ricorso a procedure di mobilità ”.
Lo stesso direttore Boriani, per la verità , durante gli scambi di auguri natalizi con la redazione non aveva risparmiato frecciate ai “cerchisti” e il loro peso nella politica di affossamento del giornale.
Nessun nome ma precisi riferimenti.
Lui, filomaroniano, è stato sostituito da Stefania Piazzo (area cerchio magico) caporedattore centrale e unica giornalista che durante le tre giornate di sciopero delle firme decise dal comitato di redazione aveva comunque firmato i suoi articoli.
Eli.Reg.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Bossi, LegaNord, radici e valori, Stampa | Commenta »
Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
TASSO DEMOGRAFICO PER LE ITALIANE DI 1,29% CONTRO IL 2,13% DELLA MEDIA EUROPEA…LA META’ DELLE PRECARIE NON HA DIRITTO ALL’ASSEGNO DI MATERNITA’…OCCORRE IMPEDIRE LA PRASSI DELLE DIMISSIONI IN BIANCO
A Bologna nella notte del 31 dicembre, da genitori ambedue italiani del piccolo paese di
Monterenzio, è nata Linda, la prima cittadina dell’anno che viene.
Poco dopo a Roma si è affacciata al mondo Sofia, di mamma vietnamita e di papà italiano.
E ancora, a Torino, Takwa, di genitori tunisini, che sarebbe assurdo che restasse straniera nella nostra terra, come ci ha ricordato ancora una volta Napolitano nel discorso di fine d’anno.
Sono 78.000 ogni anno i bambini nati in Italia da genitori stranieri.
Uno su cinque, sul totale di 561.900 neonati stimabile anche per l’anno prossimo, avrà almeno un genitore straniero.
Una benedizione del cielo, anche per chi il cielo lo vede poco stellato e vuoto di dei.
Le mamme italiane, infatti, sono stanche.
Se dipendesse solo da loro il tasso di fecondità sarebbe dell’1,29%, uno dei più bassi del mondo.
Le straniere non sono delle fattrici senza posa. Semplicemente si adeguano ai tassi degli altri Paesi sviluppati.
Arrivano al 2,13, come in Francia e negli Stati Uniti, e ci permettono per ora di tenere il nostro ricambio demografico un po’ più vicino al pelo dell’acqua.
Eppure le donne italiane non sono particolarmente stravaganti.
Quando l’Istat le interroga sui loro desideri di maternità rispondono in grande maggioranza di desiderare almeno due bambini.
Insomma vorrebbero che l’Italia, anche da questo punto di vista, fosse un Paese normale. Perchè lo sia – dicono i demografi – occorrono politiche non estemporanee, di lungo periodo, che permettano alle giovani donne di cogliere una tendenza che cambia e di fidarsene.
Il nuovo governo parla spesso di patto intergenerazionale per rendere il mercato del lavoro meno ingiusto verso i giovani.
Non sarebbe male che il patto non riguardasse un sesso soltanto.
Le donne attempate si preparano ad andare in pensione più tardi e ad accettare, anche loro malgrado, i vincoli dei tempi più grigi.
Ma le giovani madri possibili, tanto coccolate dalla retorica e tanto dimenticate dalla politica? Quasi la metà , per via dei contratti atipici, non ha diritto all’assegno di maternità .
Un quinto esce dal mercato del lavoro dopo la nascita del primo figlio, talvolta perchè costrette a dimissioni preventive per aggirare il divieto di licenziamento.
Pressochè nessuna può contare su un compagno che si prenda cura di un nuovo essere che è caro anche a lui, perchè in Italia non esistono congedi di paternità obbligatori per un tempo significativo.
La ministra del Lavoro e del Welfare Elsa Fornero ha rifiutato di ricevere una delegazione di giovani composta solo di maschi: pensava che testimoniassero di una pessima visione del futuro. Speriamo che rifiuti anche di firmare misure «Cresci Italia» in cui gli unici a non nascere e a non crescere continuino ad essere i nostri bambini.
Per cominciare a cambiare rotta non ci vuole molto: l’assegno di maternità per tutte le madri, indipendentemente dal loro contratto di lavoro (ma rispettando i diritti acquisiti dei contratti di lavoro stabili), il ripristino di una legge del 2007 che impediva le dimissioni in bianco attraverso soluzioni tecniche efficaci, l’estensione fino a dodici settimane, anche in momenti diversi della vita del figlio, del congedo di paternità obbligatorio.
Costa? Sì, costa.
Ma costa di più essere un Paese di vecchi.
Mariella Gramaglia
argomento: Costume, denuncia, economia, Lavoro | Commenta »