Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
DEI 1300 “FUGGITI” IL 41,2% RISIEDEVA NEL NORD ITALIA, il 23,3% AL CENTRO E IL 24,2% AL SUD….MA LA MIGRAZIONE E’ ANCHE INTERNA AL PAESE E SEGUE LA DIRETTRICE SUD-NORD
Originario del Centro-Nord Italia, con una famiglia dall’elevato livello di istruzione e con il dottorato conseguito entro i 32 anni: è questo l’identikit del dottore di ricerca “mobile”, cioè quello che si sposta all’estero dopo il conseguimento del prestigioso titolo di studio. Su 18mila dottori di ricerca, quasi 1.300 (il 7%) si sono infatti spostati all’estero.
Questo, il risultato dell’analisi condotta dall’Istat tra dicembre 2009 e febbraio 2010: di questo 7% lo 0,6% risiedeva già all’estero.
E all’interno della percentuale rimanente, sono di più i maschi delle femmine (7,6% contro 5,1%).
A spostarsi di più sono soprattutto gli studenti che hanno conseguito il dottorato in giovane età (meno di 32 anni) e chi proviene da famiglie con un elevato livello d’istruzione.
Dei 1.300 ricercatori ‘fuggiti’, il 41,2% risiedeva nel nord Italia, il 23,3% al Centro e il 24,2% al Sud.
Le regioni settentrionali presentano le quote più elevate di spostamenti verso l’estero: si va dal minimo dell’Emilia-Romagna, pari al 6,9% (dei dottori di ricerca residenti prima dell’iscrizione all’universita’) al massimo del 10,5% della Liguria.
Inoltre, i dottori di ricerca che hanno trascorso dei periodi in un altro Paese, durante e grazie al corso di dottorato, risultano vivere all’estero al momento dell’intervista in una quota doppia rispetto alla media generale (12,9% contro 6,4%); un risultato, almeno in parte, attribuibile al sostegno della cultura della mobilità da parte delle istituzioni nazionali ed europee.
L’incidenza della mobilità verso altri Paesi cresce all’aumentare del livello d’istruzione dei genitori. In particolare, il 10% dei dottori di ricerca settentrionali con almeno uno dei due genitori laureati vive all’estero al momento dell’intervista.
Gli originari del Centro e del Mezzogiorno provenienti da famiglie con un elevato livello d’istruzione hanno scelto di vivere in un altro Paese nel 7,8% e nel 5% dei casi.
Ma la fuga di cervelli non riguarda solo i paesi esteri: frequente è anche lo spostamento dalle regioni meridionali a quelle del nord Italia.
“Le emigrazioni dei dottori di ricerca dalla ripartizione geografica di origine seguono la direttrice Sud-Nord, riflettendo, a volte, scelte di trasferimento assunte già prima del dottorato. Più dell’80% dei dottori originari di Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Sardegna continua a vivere nella stessa regione. Una minore capacità di trattenimento (inferiore al 70%) è esercitata dalla maggior parte delle regioni meridionali”, sottolinea l’Istat.
“La capacità attrattiva maggiore si riscontra per Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, Toscana, Lazio e Piemonte: oltre il 24% dei dottori di ricerca che vivono in queste regioni al momento dell’intervista risulta provenire da altri contesti regionali. Guardando al Centro e al Mezzogiorno, il saldo (rispetto alla residenza prima dell’iscrizione all’Università ) risulta decisamente negativo per le regioni dell’Adriatico centro-meridionale, per la Basilicata, la Calabria e la Sicilia (bilancio negativo di oltre il 20%).
L’attitudine alla mobilità è più frequente per i dottori di ricerca dell’area delle Scienze fisiche, matematiche e informatiche e dell’Ingegneria industriale e dell’informazione”. Oltre il 56% del collettivo presente nel Centro-Nord proveniente dal Meridione ha fatto scelte di mobilità precedentemente al dottorato (trasferendo la residenza nel Centro-Nord e/o conseguendo la laurea in una sede universitaria ubicata nell’area centro-settentrionale del Paese)”, aggiunge l’Istat.
“In definitiva, la mobilità interna rimanda spesso alle dinamiche proprie del primo periodo universitario (iscrizione al corso di laurea), caratterizzato da consistenti spostamenti dal Meridione verso il Centro-Nord non necessariamente formalizzati con cambi di residenza”.
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
“LA LEGA? PER CARITA’, A QUELLI INTERESSA SOLO LA POLTRONA”
Mi metto in marcia alle dieci del mattino verso Tomasoniland, come dieci anni fa. 
Stesso sole bergamasco, stesso freddo azzurro e ottimista, stesse montagne in rosa e in posa per le cartoline che nessu- no spedisce più.
Stessa aria sospesa di Capodanno: anche quest’anno succederà di tutto, ma non sappiamo cosa. Stesse monete in tasca. Il 1°gennaio 2002 festeggiavamo, apprensivi, il primo giorno di vita dell’euro. Il 1°gennaio 2012 dobbiamo ammettere che, finita l’infanzia, il giovanotto ci dà problemi.
Cambia la compagnia. Il figliolo – allora aveva nove anni – è in pianura, in altre faccende affaccendato; Luna la dalmata ha deciso che la temperatura non è adatta a una cagnolina di una certa età .
Cos’è rimasto uguale? La moglie, che ne approfitta per far spese; e la grinta orobica dei Tomasoni di Bratto e Dorga (comune di Castione della Presolana), che non si fanno certo spaventare da una moneta.
Seguo lo stesso itinerario, cerco le stesse persone – anzi, gli stessi Tomasoni.
Nel minimarket di Tomasoni Ines ora c’è il nipote Tomasoni Stefano, che si porta in spalla la figlia Tomasoni Rebecca, tre anni.
Dieci anni fa ero rimasto stupito dall’organizzazione: cassetto pieno di monete da 2 euro, 1 euro, 50, 20, 10, 5, 2, 1 cent. «E avevo allenato i clienti con le banconote fac-simile ritagliate dal bollettino dell’Associazione Commercianti», ricorda Stefano.
E oggi? «Il lavoro è calato, ma la colpa è della crisi, non dell’euro».
Tornare alla lira? «Scherziamo? Un disastro».
Alla Casa del Vino di Tomasoni Fabrizio regna la calma post-alcolica del primo dell’anno: c’è un tempo per brindare e un tempo per meditare, lo sanno bene i bergamaschi.
Con la moglie Dominique al fianco, ricorda: «Solo qualche anziano continua a tradurre in lire.
Tornare indietro? No.
Stanno arrivando i polacchi, sulle nostre montagne, ci sono già gli ungheresi, i francesi e i tedeschi: se vogliamo essere europei, teniamoci una moneta europea».
Avete aumentato i prezzi? Il giusto, dice il mio sguardo mentre carezza i rossi di Valcalepio.
Più sopra, al Thomas Market di Tomasoni Alberto ora c’è il figlio Tomasoni Beppe con la moglie Mea. «C’è allarmismo, sono tutti spaventati».
Danno la colpa all’euro, i suoi clienti? «No, direi di no. Certo qualcuno, ogni tanto, dice Quan gh’era la lira..! ».
Dieci anni fa, a fine mattinata, erano entrati 162 clienti; oggi sembra più tranquillo.
Al Thomas Market sono convinti di svolgere un servizio sociale: «Come può una località turistica vivere senza mini-market? Me lo dica lei».
All’uscita incontro i genitori di Federica, che nel 2002 era stata la prima cliente di Thomas Market a pagare in euro. Ora ha vent’anni, è a Bruxelles con amici: paga in euro anche lì.
omasoni Alberto ha ragione. A Tomasoniland – da Clusone al Passo della Presolana – hanno chiuso una dozzina di mini-market; e diversi negozi di elettrodomestici.
Tra questi quello di Tomasoni Franco, che ha 60 anni ed è in pensione con 45 anni di contributi.
Il 1°gennaio 2002 ero stato il suo primo cliente a pagare in euro: due lampadine € 1,08. «Com’è andata? Perdita di potere d’acquisto. E poi c’è la crisi. Dalle nostre parti è pieno di bravi operai, ma non trovano lavoro. Difficile riscuotere: la gente non ti paga». La Lega Nord qui va forte: sfrutterà il malcontento, convincerà la gente a tornare alla lira?
«La Lega? Ma per carità . Qui non siamo mica stupidi. Abbiamo capito: anche a loro interessa una cosa sola. La scragna, la seggiola».
Salutiamo la moglie del signor Tomasoni Francesco al balcone della Pizzeria Edera (chiusa da anni), e scendiamo verso la parte meridionale di Tomasoniland. Chiusi, per il Capodanno, gli Arredamenti Tomasoni di Danilo Tomasoni e F.lli; chiuso il distributore di Antonella e Claudio Tomasoni, dove l’euro festeggia il decennale a modo suo, girando vorticosamente sui contatori delle pompe self-service, tra gli improperi soffocati degli automobilisti.
Davanti al gommista Tomasoni Simone si ferma una Panda nera, e scende un ragazzo in tuta con un berretto Ski Club Presolana (probabilmente un Tomasoni): «Euro? Dieci anni? Non so niente: deve parlare con mia mamma per queste cose».
Non potendo aspettare la signora Tomasoni, torno verso casa e chiamo Tomasoni Clemente, fratello di Tomasoni Valentino.
Il 1°gennaio 2002, battesimo della nuova moneta, per tre tagli d’erba fatti in estate, chiese 7.550 (settemila cinquecento cinquanta) euro: colpa di un convertitore giapponese tarato su una misteriosa valuta orientale, scoprimmo poi. «Tranquillo eh! – mi dice -. Ho imparato».
Hanno imparato tutti, devo dire, i Tomasoni di Bratto e Dorga.
Non uno che neghi la crisi; ma nessuno che dia la colpa all’euro, nel giorno del suo decimo compleanno.
Alle messa delle 18, il barbuto Don Paolo (assai eloquente, molto atalantino), sotto gli evangelisti bonari che un po’ gli somigliano, dice: «I tempi per alcuni sono grami, per altri non così disastrosi. Chissà che non troviamo, tutti, modi nuovi e migliori di vivere. Di vivere oggi. Con le nostalgie del passato e le ansie per il futuro non si va da nessuna parte».
I Tomasoni presenti (e tutti gli altri) assentono: in montagna sono saggi, e sanno come festeggiare gli anniversari.
Beppe Severgnini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
RITOCCHI A TUTTI I LISTINI DEI PANINI…IN CITTA’ L’ESPRESSO COSTA 1 EURO
I deputati per ora non se ne sono accorti: sono ancora in vacanza e il caffè lo prendono nelle rispettive località di villeggiatura.
Ma dal 10 gennaio anche loro, come tutti i dipendenti della Camera che hanno accesso alla buvette, dovranno fare i conti con il nuovo listino.
«Sacrifici» anche per gli onorevoli, dunque: al bancone del bar ristoro di Montecitorio scatta il caro tazzina.
Come era già avvenuto al bar del Senato, a Palazzo Madama, anche la Camera ha predisposto gli aumenti che colpiranno, alla riapertura della buvette, consumazioni e pasti dei deputati.
Gli onorevoli pagheranno 20 centesimi in più per la classica accoppiata della prima colazione, cappuccino e cornetto, che passano rispettivamente da 1 euro ad 1 euro e 10 centesimi e da 80 a 90 centesimi.
Costerà di più anche il caffè, da oggi a 80 centesimi anzichè 70.
Ma va detto che nella Capitale – fuori dai bar riservati agli onorevoli – la tazzina di espresso si trova raramente a 80 centesimi: in molti esercizi ha raggiunto e talvolta superato il costo di un euro.
Più sostanzioso per i deputati l’aumento (20 centesimi) per l’orzo, per il decaffeinato (da 1 euro a 1,20) e per il cappuccino decaffeinato (da 1 euro ad 1,30).
Anche il panino consumato al volo tra una votazione e l’altra costerà di più alla buvette: quello con prosciutto e mozzarella sarà in listino a 3 euro anzichè 2,50; il tramezzino «semplice» 2,50 anzichè 2 euro e quello «special» 2,80 anzichè 2,50.
Prezzi più alti, poi, al bancone dei fritti: supplì, arancini e crocchette passeranno da 1 euro a 1,30.
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
UNA RICERCA SVIZZERA TRACCIA IL QUADRO DELLE RELAZIONI TRA GRANDI GRUPPI: 150 MULTINAZIONALI DETTANO LE REGOLE DEL MERCATO E STROZZANO LA CONCORRENZA…. UNICREDIT NELLA TOP 50
Una cravatta il cui nodo è costituito da un nucleo piccolo ma solido di aziende che, dettando
le regole, strozzano la concorrenza e gli Stati.
Una rete di controllo di banche e multinazionali che tiene sotto scacco i mercati influenzandone la stabilità .
E’ l’immagine, colorita ma efficace, che emerge da una ricerca dell’Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo dal titolo “La rete globale del controllo societario” secondo cui 147 imprese nel mondo sono in grado di controllare il 40% di tutto il potere finanziario.
Lo studio, pubblicato da New Scientist, prende in esame le connessioni fra 43.060 multinazionali evidenziando un piccolo gruppo di 1.318 società transnazionali (la cui punta di diamante sono proprio le 147) che esercita un potere enorme, “sproporzionato” lo definiscono i relatori, sull’economia globale. Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan sono solo alcuni dei nomi delle corporation, quasi tutte finanziarie, che figurano ai primi 20 posti della “mappa del tesoro”.
Ma non si tratta della solita tesi complottistica utilizzata dagli analisti per spiegare il saliscendi di titoli che, più che seguire una logica, sembrano obbedire ai comandi della mano di un burattinaio.
In questo caso ci troviamo di fronte ad un’analisi che non concede nulla alla speculazione e agli schemi ideologici, ma si basa esclusivamente su dati statistici.
Lo studio, infatti, intreccia modelli matematici con un database delle aziende mondiali (Orbis 2007) ricostruendo reti di relazioni e partecipazione che costituiscono nodi di potere sui mercati globali, senza essere frutto di accordi sottobanco.
I tre autori (Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston) infatti hanno precisato che tali collegamenti tra compagnie, in una prima fase di crescita economica, possono risultare vantaggiosi per la stabilità dell’intero sistema.
In tempi di crisi come quelli che stiamo attraversando, però, queste correlazioni potrebbero risultare molto pericolose perchè, come in tutte le concentrazioni di potere, il collasso di una compagnia può avere ripercussioni disastrose sul resto dell’economia del pianeta.
“Quali sono le implicazioni per la stabilità mondiale?”, si chiedono gli autori. “Si sa che le istituzioni costituiscono contratti finanziari, con diverse altre istituzioni. Questo permette loro di diversificare il rischio, ma, allo stesso tempo, li espone al contagio. In una situazione così interrelata, connotata da forti rapporti di proprietà , perciò il rischio di una contaminazione a catena è dietro l’angolo”.
Per quanto riguarda l’Italia, oltre a Unicredito Italiano Spa tra i primi 50 gruppi di controllo, lo studio effettua uno screening della struttura del gruppo Benetton che mostra le diramazioni del controllo della capogruppo alle subsidiaries, alle consociate a livello internazionale.
Livia Ermini
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
NEL MIRINO OLTRE 25.000 VOCI E 11 TIPOLOGIE DIFFERENTI… LA CORTE DEI CONTI VIGILA SULLA SPESA PUBBLICA
E’ caccia aperta a 5 miliardi di nuovi tagli alla spesa pubblica.
Nulla, se paragonato al totale delle uscite che viaggiano verso quota 800 miliardi, tanto se si considera che negli ultimi tre-quattro anni la scure su ministeri, enti locali e trasferimenti è calata più volte.
Lo stesso governo Monti, col decreto Salva-Italia, ha introdotto numerose misure di risparmio (pensioni e stipendi pubblici in primis). Ma non basta.
Perchè, per effetto della manovra della scorsa estate firmata Berlusconi-Tremonti, per quest’anno bisogna raccattare altri 5 miliardi.
Poi ci sarà da far marciare le misure del decreto Salva-Italia, alcune già scattate come le nuove norme sulle pensioni.
Si tratta di una manovra tutta in crescendo: 10 miliardi tagliati quest’anno, 25 sul 2013 e 29 quello ancora dopo.
Il grosso dei risparmi arriva da 4 voci: patto di stabilità interno ed enti locali, ovvero minori risorse trasferite a comuni e regioni (6,9 miliardi nel 2012, che salgono a 9,2 in ognuno dei due anni seguenti), previdenza (3,5 miliardi di risparmi quest’anno, che salgono a 7,1 nel 2013 e a 10 nel 2014) e spesa sanitaria (-2,5 miliardi nel 2013 e -5 nel 2014).
Ultimo capitolo, tutto da affrontare, la razionalizzazione degli acquisti e la riduzione della spesa dei ministeri.
Che nei programmi di Monti dovrebbe portare a 8,1 di risparmi quest’anno, 7,1 nel 2013 ed altri 5,9 nel 2014.
Detto questo, complice il cattivo andamento della ricchezza nazionale, l’incidenza della nostra spesa pubblica rispetto al Pil cala a fatica: dal 51% del 2010, l’anno passato si è scesi al 50,5%.
Quest’anno risalirà al 50,7 per tornare sotto quota 50 (49,6%) nel 2013.
A forza di manovre la spesa primaria è sotto controllo, a crescere e a preoccupare è invece la spesa per interessi, che continuerà a salire, sia per l’aumento dello stock del debito e sia per l’aumento degli interessi il cui peso passerà dai 77 miliardi del 2012, ai 94 di quest’anno per superare poi quota 100 l’anno successivo.
Dove trovare i 5 miliardi che servono subito?
La parola magica è «spending review». Una procedura introdotta in via sperimentale nel 2007 che sta piano piano prendendo piede.
In pratica, si tratta di effettuare una analisi approfondita, voce per voce, di tutte le uscite, andando ad identificare quelle non necessarie o che si possono ridurre, e cercando allo stesso tempo di riqualificare la spesa per renderla sempre più efficiente.
Questo è uno dei compiti che è stato affidato in tandem al viceministro dell’Economia Vittorio Grilli e al ministro per i rapporti col Parlamento Piero Giarda, che in qualità di esperto fino a pochi mesi fa aveva guidato la commissione sulla spesa pubblica. «Spending review» sul bilancio di Palazzo Chigi, innanzitutto, come ha annunciato nel suo discorso di insediamento Mario Monti.
Posto che col governo precedente le spese della presidenza del Consiglio, gravata di un’infinità di compiti, una ciurma di sottosegretari e ministri senza portafoglio (a cominciare da Bossi e Calderoli) era lievitata sino a quota 4,7 miliardi di euro con un aumento del 46% rispetto al 2006, come denunciava nelle settimane passate un’inchiesta de «L’Espresso».
Ci sarà una ricognizione a tutto campo delle oltre 25 mila voci di spesa che compongono il bilancio pubblico partendo dall’indagine conclusa Giarda la scorsa estate («Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica», si intitola il rapporto finale) frutto di uno dei quattro tavoli istituiti da Tremonti in vista della riforma fiscale.
Nel mare magnun della spesa pubblica si nascondono tuttora «sprechi ed inefficienze, scriveva Giarda nella sua relazione finale, che si possono classificare in tre grandi comparti: inefficienze produttive, inefficienze gestionali ed inefficienze economiche. In tutto venivano catalogate una decina di differenti tipologie di spreco (vedere schede sotto).
Il governo punta a concludere il lavoro entro la fine di aprile quando dovrà presentare a Bruxelles l’annuale Piano Nazionale di riforma, ma una prima griglia di interventi dovrebbe essere pronta ben prima.
Paolo Baroni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA, SENATORE DI FLI: “FORNITURE, APPALTI, ACQUISTI ALL’ESTERNO: ALTRO CHE INDENNITA’, SONO QUESTI I VERI COSTI DELLA POLITICA”… COME SI POSSONO RISPARMIARE 50 MILIARDI
A prescindere della spending review sulla spesa pubblica che il governo Monti ha già
intrapreso, secondo Mario Baldassarri si può incidere in maniera significativa sugli sprechi stabilendo alcune regole semplici che possono garantire da sole risparmi per 40-50 miliardi di euro all’anno.
Perchè non è al numero di parlamentari o al loro stipendio che bisogna fare la guerra, secondo il senatore… ma alle «ruberie mostruose» che si annidano nella amministrazione pubblica.
Monti ha confermato che sta facendo la spending review che dovrebbe aiutare a impostare una politica seria di tagli alle spese
«Se spending review vuol dire fare l’inventario di tutte le spese delle amministrazioni pubbliche non ne usciremo mai, altro che governo tecnico: ci diamo appuntamento tra 30 anni».
In un recente rapporto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Giarda sottolinea che «in tutti i decenni passati la velocità di crescita della spesa pubblica è stata quasi sempre superiore alla crescita del Pil».
«Con Piero Giarda eravamo nella commissione tecnica della spesa pubblica 25 anni fa e già allora scoprimmo che una penna Bic poteva costare da 300 a 3000 lire. I veri costi della politica non sono negli stipendi o nel numero dei Parlamentari. Se impostassimo un taglio di metà dei loro stipendi e del numero di deputati e senatori risparmieremmo 450 milioni di euro all’anno. Invece ne buttiamo altrove 45 miliardi. Sono questi i costi della politica veri».
E dove si può incidere?
«Partiamo dal totale della spesa pubblica. Sul 2011 la spesa pubblica ammonta a 820 miliardi di euro, più o meno il 52 per cento del Pil.
Le voci più importanti sono anzitutto gli stipendi della pubblica amministrazione (181 miliardi), le pensioni (250 miliardi) e gli interessi sul debito (87 miliardi).
Le prime due sono bloccate, sulla terza, ahimè non si può intervenire. Una quarta voce riguarda gli investimenti ma è una voce che abbiamo costantemente tagliato, che non si può sacrificare ulteriormente e che vale 36 miliardi. Quindi bisogna incidere sulle voci che mancano».
Quali?
«È su queste ultime, che riguardano gli acquisti dei beni e servizi della pubblica amministrazione, che si annida un 30 per cento di ruberie mostruose. Questa voce comprende forniture, appalti, global service, insomma le lenzuola, le medicine o le siringhe dell’ospedale. Sono 137 miliardi di euro. Infine, una voce molto nascosta negli ultimi anni, è quella dei contributi alla produzione, 42 miliardi che nel 2011 scendono a 39. Il totale è un patrimonio da 180 miliardi che si può aggredire con enormi risultati».
E perchè non si è mai fatto sinora?
«Perchè il nodo è politico: significa tagliare il brodo di coltura di 300 mila persone che si nasconde e prospera nella zona grigia che sta tra politica, economia e affari. Faccio un esempio. Ogni posto letto italiano consuma ogni giorno nove siringhe. La degenza media è di nove giorni. Mediamente ogni paziente che esce da un ospedale dopo nove giorni dovrebbe avere 81 buchi…
Un altro elemento di riflessione: mentre i fondi perduti sono stabili, nel 1990 gli acquisti per beni e servizi erano 52 miliardi; nel 2000 erano lievitati a 86 miliardi; ma nel 2011 sono letteralmente esplosi a 137 miliardi. Solo nella sanità abbiamo registrato un aumento di queste voci del 50 per cento in ultimi cinque anni — neanche ci fosse stata un’epidemia di colera!».
Cosa si può fare?
«Tutti i sussidi vanno trasformati in credito d’imposta. Io ti do il sussidio, ma tu stai sul mercato, mandi avanti l’azienda e riscuoti quando paghi le tasse. Mentre sugli acquisti bisogna dare un budget.
E dire: tutte le p.a. possono spendere sulle voci di spesa quello che hanno speso nel 2009, più l’inflazione. I risparmi così ammonterebbero secondo me a 40-50 miliardi all’anno.
Occorrono tagli verticali sulle voci sospette, non orizzontali. E i tagli di Tremonti sono stati un errore non solo perchè erano orizzontali ma perchè calcolati sull’andamento tendenziale. Il trucco era: ti taglio il 10 per cento su quello che spenderai l’anno prossimo. Ma magari tu prevedevi di spendere il 20 per cento in più. Ecco perchè la spesa pubblica continuava a salire nonostante Tremonti desse l’impressione di tagliare sempre».
Tonia Mastrobuoni
(da “La Stampa”)
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Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile
ANNO NUOVO, AUMENTI VECCHI: RISPETTO AL 2010, UN PIENO ORMAI COSTA 17 EURO IN PIU’… SOLO PER DIESEL E BENZINA UNA FAMIGLIA PAGHERA’ 300 EURO IN MEDIA IN PIU’ ALL’ANNO, PER LA GIOIA DI CONCESSIONARI E SPECULATORI
Benzina e autostrade.
Un mix di aumenti che può costare assai caro agli italiani (ancor di più se sul piatto si mette anche la Rc auto).
Per i carburanti l’impennata è già una dura realtà : ieri il prezzo consigliato nei distributori dell’Eni stabiliva un nuovo record (1, 722 euro al litro per la ‘verde’ e 1,694 per il diesel).
Un anno fa, per capirci, si pagavano quasi trenta centesimi al litro in meno: questo significa, a stare a un calcolo del Codacons, che un pieno di gasolio per un’auto di media cilindrata in dodici mesi è aumentato di 17,3 euro, di 13 euro se si va a benzina.
Vale a dire, con un paio di pieni al mese per un anno, un salasso che supera i 300 euro.
La colpa, dice Luca Squeri, capo della Federazione dei benzinai (Figisc), è dei governi Monti e Berlusconi: “Se le quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti finiti hanno pesato per il 25 per cento sull’aumento dei prezzi in Italia, per il 75 per cento vi hanno invece influito gli aumenti di accisa e Iva. Oggi, senza quegli aumenti, la benzina costerebbe 19 centesimi/litro in meno e il gasolio 22″.
Critica condivisa da Carlo Rienzi, ma il presidente del Codacons ci aggiunge pure “i soliti aumenti speculativi dei prezzi alla pompa che si registrano puntualmente in occasione delle grandi partenze”.
Come che sia, pare che grazie a questi prezzi record durante queste feste se ne andranno in fumo — letteralmente — 215 milioni di euro in più in tutto.
Disperati gli agricoltori: per loro, infatti, non solo aumentano i costi di produzione, ma prosegue quel circolo vizioso per cui i consumatori spostano sul trasporto quanto prima spendevano per la tavola.
Poi c’è il problema delle tariffe autostradali, che sono una fonte di guadagni enormi per i titolari di concessioni (Benetton, Toto, gruppo Gavio, enti locali, Anas) nonostante un rischio di impresa pari a zero.
Un recente studio della Cgia di Mestre spiega meglio di mille parole quello che è successo al prezzo dei servizi pubblici in questi dieci anni: “Se in poco più di un decennio — dal 2000 all’ottobre di quest’anno — il costo della vita è aumentato del 27,1 per cento, la tariffa dell’acqua potabile, per esempio, è cresciuta del 70,2 per cento, quella della raccolta rifiuti del 61 per cento, i biglietti dei trasporti ferroviari del 53,2 per cento”.
Buoni quarti, proprio i pedaggi autostradali: + 49,1 per cento, ventidue punti più dell’inflazione.
Nel 2010, per dire, l’aumento medio è stato superiore al 6 per cento con un picco straordinario del 19 per cento per la Torino-Milano.
Insomma, una crescita che non conosce sosta e non ha più ragion d’essere nella remunerazione dell’investimento iniziale (la costruzione dell’autostrada), ormai ammortizzato del tutto o quasi, nè per la qualità e tempestività degli investimenti fatti sulla rete: per la prima ognuno può giudicare viaggiando in macchina, per la seconda basti citare la Banca d’Italia, secondo cui molti concessionari non hanno completato neanche il 60 per cento degli ampliamenti previsti nel 1997 e appena il 3 per cento di quelli proposti nel 2004.
Nonostante questo le società del settore raccolte nell’Aiscat hanno chiesto quest’anno aumenti medi tra il 3 e il 5 per cento.
D’altronde è così che funziona.
Il meccanismo che regola le tariffe autostradali si chiama price cap, una sorta di tetto al prezzo di un servizio che si usa in caso di monopoli naturali, laddove cioè la spinta all’efficienza e alla diminuzione dei costi sarebbe pressochè nulla.
Nel merito, per stabilire il costo delle autostrade si usano vari parametri: il recupero del 70 per cento dell’inflazione programmata, gli investimenti sulla rete, la qualità del servizio (tra cui il numero di incidenti), gli obiettivi di risparmio indicati dal regolatore (Anas).
Teoricamente, insomma, potrebbe anche darsi che le tariffe diminuiscano, solo che non è mai successo: a settembre i concessionari presentano la loro proposta di adeguamento tariffario, l’Anas fa la sua istruttoria per capire se il prezzo è giusto e presenta la sua (non necessariamente la stessa) ai ministeri competenti — Tesoro e Infrastrutture — che devono prendere una decisione entro il 31 dicembre.
Non è ancora chiaro se Monti e Passera concederanno aumenti fino al 5 per cento come chiedono i concessionari: se può essere un indicatore, però, negli ultimi due giorni la Atlantia dei Benetton ha guadagnato quasi due punti in Borsa.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL CODACONS: OGNI FAMIGLIA BASE DI 4 PERSONE PER AUMENTO DEI PREZZI, RINCARI DELLE TARIFFE, MANOVRE ECONOMICHE, CARO-AFFITTI E CARO-CARBURANTI, HA PERSO 10.850 EURO… ORA I PEDAGGI AUTOSTRADALI AUMENTANO DEL 3,51%, LA TARIFFA DELLA LUCE DEL 4,9%, QUELLA DEL GAS DEL 2,7%
Dal primo gennaio i pedaggi della rete Autostrade per l’Italia aumenteranno del
3,51%.
L’adeguamento tariffario, spiega Autostrade per l’Italia, è il risultato della somma di diverse componenti: un aumento dell’inflazione registrata nel periodo 1° luglio 2010 — 30 giugno 2011 e un incremento relativo alla percentuale e alla remunerazione dei nuovi investimenti previsti.
E nuovi rincari sono annunciati anche per le bollette energetiche.
Dal primo gennaio, secondo quanto deciso dall’Autorità per l’energia, la luce registrerà un aumento del 4,9% e il gas del 2,7%.
Una sostanziale perdita di oltre 50 euro per un nucleo familiare base composto da 4 persone.
Le stangate delle tariffe arrivano mentre il Codacons comunica i dati di uno studio effettuato sui consumi degli italiani negli ultimi 10 anni: da quando c’è stato il passaggio dalla lira all’euro, da gennaio 2002 a gennaio 2012, la perdita del potere d’acquisto per il ceto medio è stato del 39,7%, e una famiglia media ha subito un taglio, per aumento dei prezzi, rincari delle tariffe, manovre economiche, caro-affitti, caro-carburanti, di circa 10.850 euro.
Da quando il nostro paese ha aderito alla moneta unica gli aumenti su quasi tutti i prodotti sono stati esponenziali: del 207,7% per l’acquisto di una penna a sfera, del 198,7% per un tramezzino, del 159,7% per un cono gelato.
Lo studio del Codacons riporta che fra i prodotti che hanno subito i maggiori rialzi di prezzo ci sono la confezione di caffè da 250 grammi (+136,5%), il supplì (+123,9%), un chilo di biscotti frollini (+113,3%), la giocata minima del lotto (+92,3%).
Nella lista di cento prodotti stilata dall’associazione a difesa dei consumatori, l’unico ad aver subito un calo di prezzo è stato il francobollo di posta prioritaria passato da 0,62 a 0,60 euro (-3,2%), e che nel 2006 ha sostituito quello di posta ordinaria, che costava 0,45 centesimi.
La pizza margherita costava, a dicembre 2001, l’equivalente di 3,36 euro mentre oggi è indicata a 6,50 (+93,5%), un jeans di marca per uomo è passato da 64,56 a 126 euro (95,2%), un chilo di patate da 0,62 a 1,12 euro (+80,6%), cappuccino e brioche costavano l’equivalente di 1,19 euro e oggi si pagano 2 euro. Per un chilo di pane si spendeva 1,80 euro mentre oggi 2,85 (+58,3%), il quotidiano costava 77 centesimi e oggi 1,20 (+55,8%).
Fra i prodotti per cui i rincari sono stati contenuti ci sono il Cd, da 20,14 a 22 euro (+9,2%), una confezione da sei di uova da 1,03 a 1,20 euro (+16,5%), e quella da due omogeneizzati da 2,69 a 2,99 euro (+11,2%).
E mentre l’Eni ha decretato un ulteriore aumento della benzina, superando il livello raggiunto dal leader del mercato e toccando un nuovo record storico a 1,724 euro al litro nei distributori a marchio Ip, le associazioni dei consumatori (Adoc, Codacons, Movimento difesa del cittadino e Unione Nazionale Consumatori) indicono per il 5 e 6 gennaio due giorni di sciopero della benzina per protestare contro i rincari dell’ultimo mese dei carburanti: “I cittadini italiani sono invitati ad astenersi dal fare rifornimento di benzina e gasolio, come forma di protesta contro i continui aumenti delle accise” hanno dichiarato i promotori che aggiungono: “L’abnorme situazione dei carburanti in Italia determina non solo una stangata sul pieno, che sfiora i 200 euro annui ad automobilista, ma anche un effetto negativo sui prezzi al dettaglio dei beni trasportati su gomma”.
Dal primo gennaio, intanto, Piemonte, Liguria e Toscana applicheranno maggiorazioni che, comprese di Iva, alzeranno i prezzi di 6,1 centesimi al litro.
Ad aumentare sarà anche l’addizionale nelle Marche (compresa di Iva arriverà a 9,1 centesimi in più rispetto al livello nazionale), così come Umbria e Lazio che introdurranno per la prima volta la maggiorazione rispettivamente di 4,1 e 3,1 centesimi al litro.
Buone notizie solo in Abruzzo, dove l’addizionale introdotta il primo gennaio 2011 verrà invece abrogata.
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Gennaio 1st, 2012 Riccardo Fucile
LA DITTA FORNITRICE PRONTA A RICORRERE A VIE LEGALI PER OTTENERE IL PAGAMENTO DELLA FATTURA DI 22.550 EURO… UN’ALTRA DITTA ASPETTA DI VEDERE SALDATO IL COSTO DEL SERVIZIO AUDIO DI QUATTRO EVENTI
Sono trascorsi più di sette mesi e il comitato elettorale di Letizia Moratti non ha ancora pagato il conto di alcuni fornitori.
L’ex sindaco di Milano, da poco passata con il Fli di Gianfranco Fini, durante la sfida elettorale con Giuliano Pisapia, al secondo turno, aveva infatti tentato il tutto per tutto per assicurarsi la vittoria e riconfermarsi alla guida del capoluogo lombardo.
E in previsione del ballottaggio che si sarebbe tenuto il 29 e 30 maggio con il rappresentante del centrosinistra in vantaggio, decise di organizzare quattro gigantesche grigliate nei quartieri meneghini più periferici.
La prima si tenne il 22 maggio al centro sportivo Arca di Milano (parteciparono, tra gli altri, il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, l’eurodeputata Licia Ronzulli, il coordinatore regionale del Pdl Mario Mantovani e l’ex ministro Ignazio La Russa).
Poi predispose altre tre grigliate, rispettivamente il 24 maggio alla società Aldignana di via Graf, mercoledì 25 alla Macallesi di viale Ungheria e giovedì 26 alla bocciofila Caccialanza di via Padova.
Quattro eventi da oltre cinquecento persone l’uno, che dovevano far conquistare alla Moratti favori e simpatie e avevano reso necessario l’acquisto di parecchie derrate di carne.
Peccato che ad oggi nessuno abbia ancora pagato il conto delle migliaia di salsicce e costolette grigliate cotte in quantità durante quelle quattro serate.
In fumo, insomma, non è andata solo la vittoria della Moratti – che poi perse sonoramente la sfida con Pisapia nonostante la scorpacciata di salamelle e spiedini -, ma anche i soldi dell’azienda a cui era stato affidato il catering.
Un boccone amaro per la ditta che attende dal 31 maggio 2011 il pagamento della fattura emessa al Comitato della Moratti, che ammonta a ben 22.550 euro.
Uno scoperto non da poco per un piccolo consorzio dell’hinterland che deve pur pagare dipendenti e fornitori e che da gennaio, se nessuno dell’entourage della Moratti pagherà il conto delle derrate per grigliate, si troverà costretta a chiedere in Tribunale l’emissione di un’ingiunzione di pagamento nei confronti del comitato dell’ex sindaco azzurro.
Ma non è finita qui.
Perchè in attesa di ricevere il dovuto, per una somma inferiore, è anche una piccola società che si era occupata dell’audio dei quattro eventi.
E che, per evitare di pagarci pure l’Iva, sta aspettando ad emettere la fattura per le 2.500 euro che le spettano, in attesa che qualcuno del comitato si faccia vivo.
Conclusa la campagna elettorale con una sconfitta, probabilmente Letizia Moratti non solo ha deciso di farsi vedere poco in Consiglio comunale a Milano, ma avrà anche cercato di dimenticare tutto ciò che l’aveva preceduta.
Con buona pace della ditta che spera almeno con l’anno nuovo di poter vedere i 40 milioni delle vecchie lire che nessuno gli ha ancora versato.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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