Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
DALLA FARNESINA AL TESORO: CAMBIANO I GOVERNI MA LORO RESTANO…COSTI ESORBITANTI PER INCARICHI SEMPRE RICOMPENSATI A SUON DI GETTONI O INDENNITA’ DA MIGLIAIA DI EURO
L’Eldorado dei pensionati si chiama Farnesina.
Difficile che un diplomatico, figurarsi un ambasciatore uscito di ruolo, vada ai giardinetti. Ma a far passeggiare i nipotini non ci pensano nemmeno sovrintendenti e dirigenti di prima fascia dei Beni culturali.
Per non dire dell’Economia o dell’Istruzione.
Per tutti o quasi, una scialuppa di salvataggio sotto forma di poltrona da consulente o consigliere o presidente di una società o un istituto alle dirette dipendenze del dicastero di provenienza.
Poltrona solida e a prova di tempesta: non c’è cambio di governo che tenga, da Prodi a Monti passando per Berlusconi, i boiardi di Stato sono sempre li.
E sono ovunque. È l’altra faccia dei costi, stavolta di una burocrazia politicizzata e tentacolare.
Costi esorbitanti, per incarichi sempre ricompensati a suon di gettoni o di indennità da migliaia di euro.
Da sommare alla pensione d’oro che per i dirigenti di prima fascia non scende mai sotto i 100 mila euro l’anno.
Per tutti loro, presidenze di società pubbliche o istituti con sigle da addetti ai lavori, da Ales a Ispi, passando per la più nota Sviluppo Italia, ruoli da commissari e stuoli di consulenze.
Chissà se la cura Monti arriverà anche lì. A giudicare dalle premesse (e dalle ultime conferme), pare di no.
Se esistesse una lista dei pensionati “riciclati”, in testa ci sarebbe l’ex ambasciatore Umberto Vattani.
Nato 74 anni fa, padre di Mario – l’ormai ex console di Osaka richiamato dal ministero degli Esteri dopo il video sulle prestazioni “fascio-rock” – viene nominato presidente dell’Istituto del commercio estero appena in quiescenza nel 2009, per approdare poi nel novembre scorso alla presidenza di Sviluppo Italia Sicilia, spa con 84 dipendenti che fa capo alla Regione del governatore Lombardo.
E siccome il tetto fissato dalla giunta per quel genere di incarichi è di “appena” 50 mila euro l’anno – modesto gettone a fronte del curriculum e del prestigio dell’ambasciatore – pochi giorni dopo il conferimento, lo stesso presidente della Regione nomina Vattani anche “esperto di diritto commerciale e societario”, per un compenso di 43.900 euro (lordi) l’anno.
L’anziano diplomatico presiede al contempo il cda della fondazione Italia-Giappone.
È solo il primo di un lungo elenco.
Giovanni Castellaneta, ex ambasciatore tra l’altro a Washington e Teheran, già nel cda di Finmeccanica, dal settembre 2009 è presidente della Sace, controllata del ministero dell’Economia.
L’ex ambasciatore a Mosca e Londra ed ex Segretario generale dell’Osce, Giancarlo Aragona, dal 15 novembre scorso è presidente dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, struttura autonoma che fa capo alla Farnesina ma con tanto di assemblea dei soci. E di gettoni.
Un altro diplomatico in pensione dal 2008 ma in piena attività è Francesco Olivieri, responsabile della sede Washington Dc di Enel.
E ancora, Federico Di Roberto, ambasciatore in riposo e consigliere per gli Affari internazionali del governatore della Liguria, Claudio Burlando, Maria Grazia Di Branco, dirigente in pensione (consulente del Cerimoniale agli Esteri) oggi commissario governativo delle Expo internazionali Yeosu (Corea del Sud) e Venlo (Olanda) 2012. Direttore amministrativo delle medesime Expo, è Salvatore Cervone, ex dirigente generale della Funzione pubblica e ex segretario generale Cnel.
Sono solo alcuni tra i tanti. Mentre Rita Di Giovanni, dirigente di prima fascia alla Farnesina, è ora presidente del Cug, il Comitato unico di garanzia dello stesso ministero.
Ad accomunare i destini di boiardi e superburocrati è dunque l’impermeabilità ai cambi di governo.
Pubblica istruzione e Beni culturali non temono confronti. Maria Grazia Nardiello, in quiescenza da direttore generale per l’Istruzione post secondaria, adesso è a capo della segreteria della nuova sottosegretaria all’Istruzione, Elena Ugolini (estrazione Cl). Giuseppe Cosentino, un tempo capo dipartimento all’Istruzione, ora è capo della segreteria tecnica del ministro Francesco Profumo.
Altro capitolo i Beni culturali, tra sovrintendenze, società parallele, consulenze.
Giuseppe Proietti è stato potente segretario generale del ministero, uno dei grand commis del Mibac.
Sotto la gestione Galan, lo scorso anno, diventa presidente di Ales, Arte lavoro e servizi, società in house e braccio operativo del dicastero con i suoi 600 operatori.
Luciano Marchetti, un tempo direttore generale dei Beni culturali del Lazio, viene prima chiamato da Bertolaso quale responsabile dei beni culturali dell’Aquila post terremoto.
E oggi è commissario per gli interventi urgenti nella Domus Aurea di Roma.
Claudio Strinati, ex sovrintendente del polo museale capitolino, è rimasto da consulente nello staff del direttore generale del Mibac Mario Resca.
Più delicati sono i ruoli, più i governi che si succedono preferiscono richiamare dirigenti d’esperienza.
E così, anche sotto la gestione Monti, capo del coordinamento operativo dei voli di Stato di Palazzo Chigi resta (pensionato ma consigliere) Raffaele Di Loreto.
Come pure al Viminale, l’ex direttore centrale delle Risorse umane della Pubblica sicurezza, Giovanni Cecere Palazzo, in pensione dallo scorso anno, nel novembre 2011 viene chiamato dal capo della Polizia Manganelli alla presidenza di una delle più importanti commissioni esaminatrici di concorsi gestiti dal dicastero.
Guadagnano tutti tra i 60 e i 100 mila euro lordi extra pensione gli alti burocrati del ministero dell’Economia che non hanno fatto in tempo ad incassare la liquidazione che si sono ritrovati in sella ad un’altra poltrona.
Bruno De Leo, dirigente di prima fascia della Ragioneria generale dello Stato è stato chiamato a far parte del collegio dei revisori dei conti del Comune di Roma di Gianni Alemanno. Giancarlo Giordano già ai vertici del ministero di via XX Settembre è stato designato dallo stesso dicastero nel collegio dei sindaci della Sea aeroporti Milano. Giancarlo Del Bufalo, ex dirigente generale all’Economia, oggi è presidente dell’Oiv l’organismo indipendente di valutazione dello stesso ministero.
Da un ministero all’altro, da una società pubblica a un commissariato, niente e nessuno va in pensione, tutto si trasforma.
Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)
argomento: la casta | Commenta »
Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
AI PARLAMENTARI UNO STIPENDIO BASE DI 8.060 EURO AL MESE: SONO IN 630, MA GLI ASSISTENTI SI FERMANO A QUOTA 236
Parola di Antonio Mazzocchi, deputato del Popolo della libertà e questore della Camera: «Occorre regolarizzare la figura dell’assistente parlamentare e dargli una dignità sul modello europeo. Dargli qualifiche e uno stipendio determinato per legge, che poi verrà erogato direttamente dal Parlamento».
Fin qui la promessa per mettere fine a un andazzo che fa convivere, nel luogo dove si fanno le leggi, commessi retribuiti come amministratori delegati accanto a giovani plurilaureati pagati una miseria e talvolta anche in nero.
Basta dire che a Montecitorio gli assistenti parlamentari regolarmente registrati sono appena 236.
Duecentotrentasei, a fronte di 630 deputati.
«E ci sono deputati», lo dice Mazzocchi, «che spesso li registrano come colf o autisti».
Per attuare quella promessa l’ufficio di presidenza di Montecitorio, secondo il questore pidiellino, ha dato incarico al presidente della Commissione lavoro, il deputato ex Pdl, ex Fli, ora Responsabile, di scrivere un disegno di legge nel quale mettere in fila tutte quelle belle cose
Eccolo, quel disegno di legge intitolato «Statuto dei Componenti del Parlamento».
Ed ecco la norma che dovrebbe far cessare lo scandalo.
Articolo 6, comma 2: «I componenti del Parlamento hanno diritto a essere assistiti da collaboratori personali da loro liberamente scelti. Le Camere assicurano la copertura delle spese effettivamente sostenute per l’impiego di tali assistenti, secondo condizioni e modalità fissate dall’Ufficio di presidenza della Camera».
Ossia, l’Ufficio di presidenza rimanda a una legge il compito di «regolarizzare» i collaboratori e quella legge rimanda lo stesso compito all’Ufficio di presidenza: abbiamo capito bene?
E le «qualifiche»? Lo «stipendio determinato per legge»?
La «dignità sul modello europeo»?
Più ambigua, quella norma da gioco dell’oca non potrebbe essere.
Com’è ambigua, del resto, la soluzione transitoria adottata ora in attesa della legge: pagare metà della somma sulla base di una rendicontazione.
Il fatto è che quel contributo spesso consente ai parlamentari di mettersi in tasca una bella sommetta esentasse destinata a collaboratori inesistenti (3.690 euro mensili pro capite alla Camera e 4.180 al Senato).
Quando addirittura non viene usato per versare l’obolo al partito: il che consente di recuperare fiscalmente il 19% da una cifra sulla quale non gravano imposte!
Tuttavia non è questa l’unica ambiguità contenuta nella bozza di questo «Statuto».
Non viene nemmeno lontanamente sfiorata, per esempio, la questione del doppio lavoro: per cui oggi è consentito ai parlamentari di continuare a esercitare senza limitazioni un’attività professionale privata parallela.
E forse in uno «Statuto» sarebbe stato opportuno introdurre almeno la previsione di un codice etico. Ma tant’è.
Chi poi continua ad affermare che i vitalizi sono stati aboliti, volutamente equivocando sul fatto che si è deciso modificarne il metodo di calcolo dal retributivo al contributivo, resterà di sale.
Perchè per l’articolo 5 deputati e senatori hanno diritto tanto «alla corresponsione di un assegno di fine mandato», cioè la liquidazione, quanto a «un assegno vitalizio».
Anche questi, naturalmente, stabiliti da ciascuna Camera.
Quanto agli stipendi, finisce un regime durato 47 anni: l’indennità parlamentare non sarà più legata alla retribuzione dei magistrati.
Tassata al 70%, sarà all’inizio di 6.200 euro netti al mese.
Ma con la possibilità di beneficiare di un aumento, al 31 dicembre di ogni anno, «in rapporto alla media degli incrementi delle indennità parlamentari dei sei principali stati membri dell’Unione europea» nonchè del Parlamento europeo.
Chi voleva vedere come sarebbe stato applicato il criterio della «media europea» è servito.
Certo, l’indennità netta dei parlamentari in questo modo aumenta di circa 1.200 euro al mese: oggi è di 5.246 euro alla Camera e di 5.356 al Senato, ma scende a circa 5.000 euro per effetto delle addizionali Irpef locali.
Per giunta, è bloccata mentre invece ai futuri stipendi sarà applicata una specie di scala mobile europea.
Lo stesso Moffa, del resto, ripete nella sua relazione il ritornello secondo cui i parlamentari italiani sarebbero in realtà pagati meno dei loro colleghi europei.
C’è scritto proprio questo: «Ai parlamentari europei compete un’indennità netta maggiore di circa 1.000 euro rispetto a quella dei parlamentari italiani e la fantasmagorica ( testuale , ndr) cifra di oltre 11 mila euro mensili della nostra indennità parlamentare corrisponde in realtà , al netto delle ritenute… a una cifra significativamente inferiore ai 5 mila euro netti».
Va detto che in compenso la proposta prevede un taglio consistente agli altri emolumenti. Attualmente ogni deputato porta a casa in media 5.092 euro al mese fra diaria, rimborsi per i trasporti e le spese telefoniche.
Lo «Statuto» Moffa stabilisce invece che per tutte queste voci non possa essere pagata una somma superiore al 30% dell’indennità netta: 1.860 euro.
Cifra che dovrebbe portare la busta paga netta del parlamentare «base», cioè quello senza particolari incarichi (per i quali pure sono in vista limature), a 8.060 euro mensili.
Circa duemila in meno di oggi.
Che dolore…
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: la casta | Commenta »
Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
GLI STIPENDI CRESCIUTI DELL’1,8% NELL’ULTIMO ANNO: CRESCITA TORNATA AI MINIMI DAL 1999…IL DIFFERENZIALE CON L’INFLAZIONE ALL’1,9%
Divario retribuzioni-prezzi ai massimi da 17 anni e stipendi ai minimi degli ultimi 12. 
Lo rileva l’Istat nei dati dicembre .
A dicembre la forbice tra l’aumento delle retribuzioni contrattuali orarie (+1,4%) e il livello d’inflazione (+3,3%), su base annua, ha toccato una differenza pari a 1,9 punti percentuali: si tratta del divario più alto dall’agosto del 1995.
Le retribuzioni contrattuali orarie a dicembre restano ferme su novembre mentre aumentano dell’1,4% su base annua, dice ancora l’Istat aggiungendo che il valore tendenziale è il più basso dal marzo del 1999.
Rispetto al 2010, quando la crescita delle retribuzioni contrattuali orarie si era attestata al 2,2%, la frenata registrata nel 2011 è forte.
Guardando ai diversi settori, aumenti significativamente superiori alla media si registrano per i comparti ‘militari-difesà (3,3%), ‘forze dell’ordinè (3,1%), ‘gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferì (3,0%).
Mentre le variazioni più contenute interessano ‘ministerì e ‘scuolà (per entrambi l’aumento è dello 0,2%), ‘regioni e autonomie localì e servizio sanitario nazionale (0,3% in ambedue i casi).
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
ACCADE ALLA MALL HERNAN, PER I SINDACATI “E’ UNA VENDETTA”… “ALLA MACCHINETTA ANDAVANO IN QUINDICI” SPIEGA INVECE L’AZIENDA
Svizzeri sono svizzeri, ma forse, oltre al tradizionale rigore, c’è qualcosa di più.
Forse una sottile vendetta per un recente sciopero indigesto.
Forse un avvertimento di cui conservare memoria in vista delle future vertenze sindacali.
Chissà , sta di fatto che nello stabilimento di Seriate – ai confini con Bergamo – della Mall Herlan Italia – colosso della costruzione meccanica con sede a Pfinztal, nel land tedesco del Baden-Wà¼rttemberg, ma di proprietà svizzera – operai e impiegati potranno assentarsi per la pausa caffè solo a gruppi di due per volta (o preferibilmente da soli).
E solo per lo stretto tempo necessario.
Il nuovo corso è stato deciso dalla direzione dell’azienda per evitare “assembramenti non consoni a un’attività produttiva e aziendale”.
Pare, o meglio, riferiscono dal management italiano di Mall Herlan, che davanti alle macchinette stazionassero “anche dieci-quindici lavoratori per volta”.
Il che, se fosse vero, tenuto conto che lo stabilimento ha in tutto 40 dipendenti, vorrebbe dire non solo un’enormità , ma anche che il caffè era diventato il più insidioso concorrente (interno) dell’azienda.
Ad ogni modo: il nuovo direttore della succursale produttiva bergamasca, Piero Vailati, è passato ai fatti.
Qualche giorno fa ha messo nero su bianco la “nota caffè” e, con tanto di firma, l’ha fatta affiggere sulla bacheca.
Gli addetti non l’hanno presa benissimo: tra mugugni, timori e qualche alzata di spalle, quattro impiegati dell’ufficio tecnico sono già stati richiamati all’ordine (avevano bevuto la tazzulella tutti insieme? O due per volta?).
A rendere ancora meno simpatica la pausa caffè a numero chiuso, e a tempo ristretto, contribuisce la situazione stessa dello stabilimento di Seriate. E alcune vicende recenti.
Nel 2009 la Mall ha acquisito un ramo (il “metal container”) della defunta azienda Frattini, e si è trovata sul groppone 190 addetti in cassa integrazione.
Solo una quarantina sono stati riassorbiti dalla nuova proprietà .
Il destino degli altri 150 è ancora incerto. I lavoratori passati sotto il colosso tedesco, in questi tre anni, hanno dimostrato di valere e hanno contribuito ai buoni risultati dell’azienda specializzata nella produzione di bottiglie e lattine in alluminio: è di pochi giorni fa la notizia della vendita agli americani di un prototipo di macchinario che produce 1.500 lattine al minuto.
La scorsa settimana i lavoratori hanno indetto uno sciopero per chiedere ai vertici dell’azienda uno sforzo sui premi di risultato.
Un’iniziativa che, a quanto sembra, non sarebbe stata troppo gradita.
C’è chi giura che sia stata proprio l’annunciata agitazione a innescare una reazione da parte dei capi: da qui, la “punizione-caffè”.
Fonti interne all’azienda e al sindacato riferiscono anche un altro scenario: il prossimo 30 gennaio è fissato un nuovo incontro tra i rappresentanti della società e i sindacati.
Sul tavolo, ovviamente, la questione riassorbimenti e gli incentivi per i risultati.
Che i capoccia della Mall abbiano voluto lanciare un segnale andando a sensibilizzare i dipendenti sull’unico e il più classico momento di svago in mezzo alle ore di lavoro?
Il direttore Piero Vailati, in questi giorni, è negli Stati Uniti per impegni di lavoro.
Non è stato possibile avere una sua replica.
Ma dall’azienda fanno sapere che non si è trattato di un provvedimento così severo come sembra (a darne notizia per primo è stato il sito del Giornale di Bergamo).
Sarebbe, insomma, solo un modo per evitare che la pausa caffè diventi un’adunata.
Va detto che fino a ora a Seriate i rapporti tra l’impresa e i lavoratori, nonostante il disastro occupazionale, erano stati abbastanza buoni: ma forse le richieste sui premi di produzione hanno fatto saltare qualche equilibrio.
Non è la prima volta che in un’industria italiana il caffè diventa oggetto di divisioni e polemiche. Alla Ducati-Energia – marchio storico di Bologna, quasi 300 dipendenti – nel 2008 furono installate macchinette col timer: dopo dieci minuti cronometrati il distributore automatico si spegne.
Ogni turno di lavoro (tre) ha i suoi dieci minuti di caffeina. Chi ha bevuto ha bevuto, gli altri si arrangiano.
Paolo Berizzi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Lavoro | Commenta »
Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
ARRIVA L’ATTESTATO A 4.536 BAMBINI NATI NEGLI ULTIMI DIECI ANNI IN PROVINCIA…. IN REGALO UNA BANDIERA TRICOLORE, UNA COPIA DELLA COSTITUZIONE E UNA MAGLIA DELLA NAZIONALE…PER NAPOLITANO “UN ESEMPIO DA IMITARE”
Piange come un disperato, Marhio, nato 3 mesi fa. 
Aspetta la poppata, non gliene importa nulla di diventare “cittadino onorario” di questa città sul mare.
Ma sarà invitato anche lui, assieme al papà e alla mamma romeni, alla festa che si terrà presto, forse al palazzo dello sport.
A 4.536 bambine e bambini nati nel pesarese negli ultimi dieci anni verranno consegnati un “attestato” che dichiara la loro cittadinanza italiana, una bandiera, una copia della Costituzione e anche una maglietta della Nazionale di calcio.
L’attestato non sarà purtroppo un documento ufficiale, perchè quel “ius soli” che negli Stati Uniti e in Francia dà diritto di cittadinanza a chi viene alla luce in quelle terre, in Italia viene annullato dallo “ius sanguinis”.
Ma è un passo avanti, è la firma di un impegno.
“Quando ho proposto questa iniziativa – dice Matteo Ricci, 37 anni, presidente della Provincia di Pesaro – ho utilizzato le stesse parole del Presidente: “Chi nasce in Italia è italiano”.
E dal Quirinale adesso è arrivata una risposta che ci spinge ad andare avanti”.
“La vostra – questo il messaggio di Giorgio Napolitano – è una iniziativa di grande valore simbolico. C’è da augurarsi che questo esempio possa essere seguito anche da altre realtà territoriali”.
Certe idee, come le piante, nascono solo se il terreno è quello giusto. “Mio nonno Luciano
racconta il presidente della Provincia – ha lavorato per otto anni nelle miniere di carbone del Belgio. Quasi tutta la periferia di Pesaro è stata costruita da emigranti partiti subito dopo la guerra per lavorare in Svizzera e in Germania e poi tornati a casa quando qui si è avviata l’industria del mobile. Operai che sabato e domenica diventavano muratori e pagavano pietre e cemento con i soldi guadagnati negli anni dell’emigrazione. Come i romeni, gli albanesi, i marocchini di oggi”.
Ci sono 34.700 residenti stranieri su 360.000 abitanti, in questa provincia.
Impegnati alla Scavolini e alla Berloni e anche nell’edilizia.
“Ma quest’ ultima è quasi ferma – dice Ricci – e tanti albanesi e romeni sono tornati a costruire case nella loro terra. Non è un caso che il Presidente abbia pronunciato quella frase così netta mentre stava aprendo la strada al nuovo governo. Dare la cittadinanza a chi nasce in Italia è una questione di civiltà – e con la nostra iniziativa faremo pressioni sul Parlamento – ma anche un segnale contro la crisi. Da questa si può uscire con più egoismo e solitudine oppure con più giustizia e solidarietà . Bisogna puntare sui valori, non solo sui numeri”.
Si aspetta il ministro Andrea Riccardi, al grande incontro con i nuovi piccoli italiani. “L’altro giorno siamo stati assieme ai senegalesi, per un abbraccio dopo la strage di Firenze. Alla fine una bimba senegalese, avrà avuto cinque o sei anni, ha cantato “Fratelli d’Italia”, e conosceva tutte le parole. Meglio dei miei due figli, Camilla e Giovanni. Come puoi dire, a quella bambina, che non è italiana? Come può, un Beppe Grillo, negare il “ius soli” a un milione di bimbi che sono nati nel nostro Paese? E’ solo un populista che parla alla pancia degli italiani, non al cervello e al cuore”.
Marhio non piange più, nella sua casa di via Agostini, vicino al mare.
Di fronte a lui abita Jurghen – nome tedesco perchè suo papà Ardian, partito dall’Albania, ha lavorato anche in Germania – che è nato a Pesaro, frequenta la quinta elementare e dice subito che l’idea della cittadinanza onoraria gli piace molto.
“E’ una cosa giusta – dice pesando le parole come se scrivesse un tema a scuola – anche perchè io sono italiano. E anche albanese. Ho fatto l’asilo, la materna, il prossimo anno comincerò le medie. Con i miei compagni parlo anche in dialetto, e nessuno mi ha mai detto “albanese” come fosse un insulto”.
Il papà e la mamma Valbona, operaio e aiuto cuoca, raccontano che Jurghen “faceva ridere” i nonni, quando d’estate tornava a Tirana.
“Provava a parlare albanese e nessuno capiva”.
“Ma adesso sono più bravo. Ogni tanto guardo la televisione dell’Albania, e anche i dvd con i cartoni animati, così imparo nuove parole. E poi sono ancora giovane, imparo presto. Quando vado dai nonni, dopo un paio di settimane riesco a parlare quasi come gli altri, e non li faccio più ridere”.
Una bandierina con l’aquila nera su fondo rosso in cucina, una grappa albanese da offrire agli ospiti.
“Ma noi in casa parliamo italiano – dicono Valbona e Ardian – perchè questo è il nostro Paese. Nostra figlia più grande sta facendo l’università a Urbino”.
La cittadinanza per i figli dovrebbe essere “una cosa naturale”.
“Vorremmo che i nostri figli fossero considerati una ricchezza, non un problema. Andando a scuola con loro si potrebbero imparare tante lingue, che al giorno d’oggi sono così utili per trovare lavoro”.
Solo qualche volta, nell’appartamento di via Agostini, si ascoltano parole arrivate dall’altra parte dell’Adriatico.
“Quando mi arrabbio con Jurghen, lo sgrido in albanese.
“Riurtè, mjaft”, stai fermo, basta. E lui ride, fa finta di non capire”.
Jenner Meletti
(da “La Repubblica”)
argomento: Immigrazione | Commenta »
Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile
NEL DECRETO LIBERALIZZAZIONI E’ CONTENUTA UNA NORMA CHE CONSENTIREBBE AL GRUPPO DI INCASSARE MILIONI DI EURO GRAZIE ALL’EXTRA-GETTITO DELL’IVA
“Quella norma del decreto liberalizzazioni a noi sembra applicabile a una sola grande opera: il nuovo porto di Vado Ligure”, parola di Francesco Nerli, presidente di Assoporti, l’associazione che riunisce le autorità portuali italiane.
Ma c’è un altro punto: il progetto di Vado che vede tra i principali finanziatori (con 100 milioni di euro) la Biis, fino a pochi mesi fa guidata da Mario Ciaccia, oggi viceministro alle Infrastrutture.
Non solo: la Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo (Biis, appunto) fa capo al gruppo Intesa, di cui era numero uno Corrado Passera, oggi ministro dello Sviluppo economico con delega alle Infrastrutture.
Quella che sembra una polemica del mondo dei porti si rivela un altro capitolo del potenziale conflitto di interessi degli ex manager di Intesa.
A Genova e in altri grandi porti italiani qualcuno, scherzando, definisce la nuova norma una legge “ad bancam”.
Il porto di Vado è oggetto da anni di polemiche al calor bianco.
Un colosso di 210 mila metri quadrati (costo 450 milioni, previsti 700 mila container l’anno).
La politica si è in gran parte espressa a favore, così come il mondo dell’impresa. Ma la popolazione è contraria, tanto che il sindaco Attilio Caviglia ha vinto le elezioni con una lista trasversale sconfiggendo centrodestra e centrosinistra che erano favorevoli. Vado è stata per decenni sede di industrie inquinanti.
Il paesaggio oggi è dominato dalle ciminiere alte 200 metri della centrale elettrica Tirreno Power, che da quarant’anni brucia fino a 5 mila tonnellate di carbone al giorno.
La nuova piattaforma portuale, grande quanto trenta campi da calcio, secondo molti rischia di essere una pietra tombale sull’ambiente.
Ora la polemica diventa politica. E arriva al governo.
Al centro della questione l’extra-gettito Iva, un’agevolazione destinata a finanziare nuove infrastrutture anche portuali.
Spiega Nerli: “In pratica gli scali in via di costruzione dovrebbero generare nuovi traffici e produrre un gettito extra di Iva. La legge prevede che il 25 per cento delle nuove entrate sia destinato a chi realizza le opere”.
Non parliamo di bruscolini, ma di centinaia di milioni di euro.
I porti italiani con le loro imposte (essenzialmente l’Iva) ogni anno portano allo Stato 2 miliardi di euro.
L’idea di puntare sull’extra-gettito era nata con il governo Prodi nel 2007. Giulio Tremonti pareva non amarla. Adesso è stata rispolverata dal decreto Monti.
Ma ecco il punto: “La nuova disciplina si riaggancia a quanto stabilito da Berlusconi a novembre. In pratica si dice che saranno favorite le nuove infrastrutture ‘le cui procedure sono state avviate … e non ancora definite’.
Questa descrizione si applica a un solo caso: la piattaforma Maersk di Vado”, sottolinea Nerli.
Qui ecco l’aggiunta del governo Monti: “Il precedente governo non faceva cenno all’extra-gettito, che è previsto nel decreto liberalizzazioni”. Ma soprattutto: “Il meccanismo prevede che il gettito Iva finisca direttamente alle società di progetto, cioè ai privati e che il soggetto pubblico (le autorità portuali) sia scavalcato”.
In concreto, secondo un operatore portuale ligure che non vuole essere citato: “Beneficiaria della legge sarebbe l’Ap Moeller (del colosso Maersk), che utilizzerebbe le risorse per restituire i finanziamenti alle banche, tra cui Banca Intesa“.
Niente di illegale, ma riemerge il potenziale conflitto di interesse.
E una questione di opportunità .
“Noi non siamo contro l’extra-gettito e nemmeno contro Vado, ma non capiamo perchè la legge debba riferirsi a poche opere, anzi, sembrerebbe a una. E non capiamo perchè i soggetti pubblici debbano essere tagliati fuori. Perchè non prevedere che le agevolazioni sull’Iva siano stabilite, caso per caso, dalle autorità portuali?”, si chiede Nerli.
Ma la norma affogata nel mare del decreto liberalizzazioni suscita preoccupazioni anche nei porti vicini a Vado (che fa capo all’autorità portuale di Savona).
Raccontano tra Genova e La Spezia: “Il meccanismo dell’extra-gettito era stato studiato in periodi di vacche grasse, pensando che un nuovo porto soffiasse traffico ai porti stranieri. Oggi siamo in crisi, nuovi traffici non se ne prevedono, e Vado potrebbe ‘rubare’ container agli scali vicini”.
Non solo: l’extra-gettito prevede nuovi traffici.
Se Savona con le sue agevolazioni togliesse container a Genova e alla Spezia, si ridurrebbero anche gli incassi per lo Stato.
La bolla del traffico marittimo rischia di scoppiare: nel Nord Europa il problema della over-capacity ha provocato una guerra di carte bollate contro l’ampliamento dei porti di Rotterdam e Southampton. Le navi da trasporto inutilizzate sono passate in pochi mesi da 210 a 268 (+ 27 per cento).
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: economia | Commenta »
Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
LA REPLICA DEL CAVALIERE: “NON CI SFILIAMO”…BOSSI VUOLE OTTENERE LA PRESIDENZA DELLA LOMBARDIA PER TOGLIERSI DALLE SCATOLE MARONI E MINACCIA IL PDL
“Berlusconi in questo momento ha paura, è una mezza calzetta. C’è tutto il paese che vuole
strozzare Monti e Berlusconi ha paura di mandarlo via”.
Continua il braccio di ferro tra il leader della Lega, Umberto Bossi e l’ex presidente del Consiglio. Il Capo del Carroccio ha ribadito, stamani in Transatlantico, quanto detto durante la manifestazione a Milano domenica scorsa: “Se Berlusconi non fa cadere il governo Monti è a rischio la giunta di Formigoni in Lombardia”.
Spero, ha aggiunto Bossi, che Monti “cada presto” perchè “c’è tutto il Paese che vuole strozzarlo”.
Ma Silvio Berlusconi non sembra preoccuparsi delle minacce dell’amico Bossi: “Io sono sereno. Penso che al momento opportuno il centrodestra sarà compatto”, ha detto commentando a Montecitorio il rinnovato invito del Senatur a ritirare la fiducia al governo, come condizione essenziale per evitare la caduta della giunta regionale lombarda.
Il leader del Pdl sceglie la via della moderazione e sull’esecutivo Monti dice: “Sta operando con grande prudenza ed è difficile avanzare critiche fondate”.
In questo momento — prosegue Berlusconi — chi ha senso di responsabilità e ha dato il sostegno al governo non può tirarsi indietro”.
E nello stesso momento in cui queste parole vengono pronunuciate, la Camera vota la fiducia al decreto Milleproroghe.
Nel dibattito si inserisce anche il segretario del Pd, Pierluigi Bersani che scambia due battute con il leader della Lega.
E’ Bersani a chiedere al Senatur: “Che fai, lo sostieni questo governo?” .
Pronta la replica del segretario federale: “ma vaf…”, è la risposta che Bossi dà sorridendo.
Intanto oggi è stato eletto all’unanimità il nuovo presidente del gruppo Lega Nord alla Camera: Gianpaolo Dozzo.
Marco Reguzzoni, ex capogruppo a Montecitorio che gli ha lasciato il posto commenta, intervistato dalla Stampa, il suo passo indietro: “Per un anno e mezzo ho avuto la fortuna e la sfortuna di svolgere un incarico complesso, diventando il parafulmine di molte tensioni (…) Credo che Bossi abbia scelto me per la difficoltà del compito, il che mi fa onore. Poi ci sono state alcune difficoltà che mi hanno esposto al fuoco di artiglieria, ma sono corazzato. Chi oggi mi critica aveva intrapreso una raccolta firme contro di me prima ancora che fossi nominato”.
Le divisioni ci sono, ammette Reguzzoni, “come in tutti i partiti. Ma fare critiche pubbliche al capogruppo è fuori dalle regole. Siamo forti solo se restiamo uniti”. Tuttavia, la manifestazione a piazza Duomo ha rivelato nuovi rapporti di forza.
“Se siamo in 80 mila contro il governo Monti, ma qualcuno porta 20 amici coi fischietti è ovvio che sui media passa quello”.
Qualcuno aveva organizzato il tifo a favore di Maroni? “No -replica l’ex capogruppo leghista- ma io i fischi della piazza li ho sentiti solo contro Berlusconi. Bossi mi ha citato tre volte, dicendo che sono stato un buon capogruppo, e nessuno ha fiatato”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Berlusconi, Bossi, governo, Regione | Commenta »
Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA E’ CHE MOLTI CITTADINI DI ADRO NON SI VERGOGNANO DI AVERE UN RAZZISTA COME PRIMO CITTADINO…LANCINI ACCUSA NAPOLITANO PER AVER NOMINATO CAVALIERE L’IMPRENDITORE CHE PAGO’ LA MENSA A QUEI BAMBINI ESCLUSI PERCHE’ I GENITORI ERANO MOROSI
“Ci vergogniamo di averla come Presidente. Venga a chiedere scusa alla mia gente, è un suo dovere morale”.
Il sindaco di Adro, Oscar Lancini, torna a far parlare di sè.
Se la prende con il Capo dello Stato, ritenuto colpevole di aver “insultato” i cittadini del piccolo comune bresciano noto per essere stato tappezzato dal Sole delle Alpi e per aver vietato la mensa scolastica a bambini di genitori morosi per 10mila euro complessivi.
Una situazione che spinse un imprenditore locale a saldare il debito e scrivere una lettera al Corriere nella quale accostava l’azione “razzista” del sindaco a quella dei nazisti.
Gesto che è valso all’imprenditore la nomina a Cavaliere della Repubblica da parte di Napolitano.
Nomina che ha scatenato il sindaco: “Le onorificenze quando consegnate a cani e porci fanno divenire ingiustamente porci o cani anche quelli che le hanno meritate”.
E questo è solo l’incipit della lettera, che il fattoquotidiano.it pubblica in esclusiva, inviata il 23 gennaio e che oggi alle 11 sarà presentata in una conferenza stampa appositamente convocata in Comune ad Adro.
Per esprimere il suo “punto di vista” Lancini riempie quattro pagine. Invoca le scuse di Napolitano, prende le distanze dall’imprenditore benefattore che ha “purtroppo” il suo stesso cognome (ma “non siamo parenti”), lo accusa di aver “sfruttato” i bambini per “fare pubblicità alla propria azienda” e rivendica il diritto di usare il Sole delle Alpi che, sottolinea, non è “un simbolo di partito” ma significa “appartenenza radicata della gente a un territorio dalla storia millenaria”.
Quale? “La Padania”. Quella che per Giorgio Napolitano non esiste.
Lo ha detto e ribadito chiaramente, il Capo dello Stato: “Il popolo padano non esiste”. E invece Oscar Lancini glielo ripete, costringendolo a doversi interessare nuovamente di qualcosa che non c’è. Il sindaco rivendica con orgoglio che il suo sia un popolo leghista.
“Ho l’onore di guidare come Sindaco dal 2004 il comune di Adro. Nel primo mandato fui eletto con la lista monocolore Lega Nord con il 44,65% dei voti, nel secondo mandato, quello tuttora in corso, sempre con lista monocolore Lega Nord, sono stato riconfermato con il 61,08% dei voti”, scrive Lancini. Insomma: avrò diritto a parlare a nome dei cittadini? L’onoreficenza, quindi, “la reputo ingiusta e offensiva per la mia gente”.
Perchè, spiega, “la realtà sulla vicenda della mensa di Adro non corrisponde certo a quanto riportato dalla stampa e dalle televisioni, sempre affamate di notizie da trasformare in patetici e fantasiosi scoop. Un esempio su tutti sia la puntata di Annozero di Santoro, faziosa e filo comunista”.
Ce n’è per tutti. Compreso il cosiddetto “benefattore di Adro”, l’imprenditore Silvano Lancini. Scrive il sindaco: “Premiare il ricco Lancini per il gesto ‘nobile’ — nobile se fosse rimasto anonimo, poichè la generosità è una medaglia che si appunta all’anima e non al petto — di contribuire alle casse della mensa trovatasi in difficoltà a causa dei mal pagatori, sarebbe stato già eccessivo. Questo ‘signore’ ha agito così perchè poteva permetterselo, ha agito come in passato molti altri cittadini hanno agito, e senza ricevere onorificenze”.
Inoltre “appare chiaro che il ricco Silvano ha compiuto il suo gesto al fine di ottenere due risultati”, il secondo “deprecabilmente andato a buon fine, era fare pubblicità alla propria azienda”.
Come? Lancini ha le idee chiare e spiega: “La donazione era esplicitamente subordinata alla consegna di una lettera alla stampa. Lettera che ha pesantemente offeso l’intera comunità , le nostre famiglie, l’autorità civile, e l’istituzione religiosa”.
La lettera pubblicata dal Corriere della Sera era di fatto piuttosto forte nei toni. Lancini ne riporta un breve estratto, specificando che tra i due “non intercorrono rapporti di parentela”.
Scrisse l’imprenditore: “So bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo. Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo”.
Ora, nell’onorificenza che Napolitano ha riconosciuto all’imprenditore, il sindaco di Adro vede una offesa per la comunità perchè premia, scrive ancora nella missiva inviata al Capo dello Stato, “una persona che ha sfruttato la situazione per fini personali, una persona ricca che ha regalato dei soldi a chi non voleva pagare”.
Quindi “egregio Presidente, ma come si permette? L’onorificenza ha avvalorato le offese scritte dal signor Lancini Silvano! Conferire il titolo di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana a tal ‘signore’ che con la complicità dei media ha dipinto la mia comunità come una comunità egoista e razzista, mi permetta, è stato un gesto sconsiderato”.
La mia gente, prosegue Lancini, “non può certo essere paragonata ai fascisti e ai nazisti della secondo guerra mondiale. I miei preti non possono essere considerati degli ingordi di denaro come i mercanti nel Tempio”. I cittadini del luogo “devono vergognarsi sì, ma di ben altro: si devono vergognare di avere un concittadino (Silvano Lancini) che di loro pensa questo e — aggiungo io ora — di avere un presidente della Repubblica che lo ha addirittura onorificiato. Venga ad Adro e chieda alla mia gente come stanno veramente le cose, venda ad Adro e chieda scusa alla mia gente. E’ un suo dovere morale”. Infine il monito: “Non si stupisca se il popolo del Grande Nord si sente sempre più distante da Roma e dalle sue istituzioni. Sono anche questi gesti sconsiderati che creano le distanze”. Chissà se il Quirinale prenderà per buona la lettera o la considererà uno scherzo di qualche burlone che crede nell’esistenza della Padania.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
Il commento del nostro direttore
Qualcuno potrebbe liquidare il caso del sindaco di Adro come un caso psichiatrico, altri come una manifestazione schizoide di un esibizionista da giardinetti, altri potrebbero vedere in lui il wate connesso al tricolore usato come carta igienica.
In realtà si tratta di un semplice personaggio “razzista” che la maggioranza di un paesotto ha fatto sindaco.
E quindi non preoccupa tanto lui, quanto i concittadini che lo hanno votato.
L’uno e gli altri però altro non sono che il prodotto e le vittime di una cultura razzista che è stata tollerata e giustificata per troppo tempo nel nostro Paese per evidenti interessi di bassa cucina politica.
La paura del “diverso” per dare risposta alle proprie insicurezze, la discriminazione dello straniero per tutelare i propri egoismi, l’additare l’extracomunitario come colui “che toglie” lavoro ai propri figli, per non dover ammettere che “i propri figli” non hanno voglia di fare certi lavori e in troppi preferiscono non fare un cazzo, salvo farsi mantenere dai genitori.
Fino a giungere a discriminare persino i piccoli, i più indifesi, fino a umiliarli davanti ai coteanei, negando loro persino un pasto caldo, fino ad accusare di “volersi fare pubblicità ” un imprenditore che in realtà voleva restare anonimo se non fosse stato scovato dai giornalisti dopo giorni di ricerche.
Napolitano ha nominato Cavaliere della Repubblica il benefattore?
Siamo d’accordo, non sarebbe stato necessario se le istituzioni avessero subito fatto quello che sarebbe accaduto in qualsiasi altro Paese civile: l’immediata destituzione del sindaco di Adro e la sua denuncia per istigazione all’odio razziale, come previsto dalla legge.
Con un ministro degli Interni come si deve e non un “barbaro sognante”, il commissariamento sarebbe avvenuto in 24 ore.
Con una destra sociale e militante qualcuno non sarebbe neanche più uscito di casa per portare il cane a fare i bisogni.
In attesa di uno Stato che si rispetti e di una destra vera, accontentiamoci del nobile gesto del Presidente della Repubblica che ci ha riportato alla considerazione dei valori etici che dovvrebbero presiedere una Comunità nazionale.
argomento: LegaNord, radici e valori | 1 Commento »
Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
BERLUSCONI ATTENDE LA SENTENZA MILLS PER DECIDERE SE STACCARE LA SPINA AL GOVERNO…L’EX PREMIER PRESSATO DAI SUOI DEPUTATI DEL NORD CHE TEMONO SIA UN CALO DI CONSENSI CHE L’ABBANDONO DELL’ALLEANZA CON LA LEGA E QUINDI LA PERDITA DELLA POLTRONA…MA LE ELEZIONI PER IL PDL SAREBBERO IL SUICIDIO
La faccia preoccupata di Mario Monti, mentre lascia di corsa Montecitorio prima che l’aula abbia
votato la mozione unitaria sull’Europa, contrasta con una giornata che, per il suo governo, dovrebbe assicurargli una navigazione tranquilla.
Il voto è stato bulgaro – 468 favorevoli – e, in fondo, si è trattato della prima apparizione formale della nuova maggioranza “tripartita”.
E questo nonostante i democratici e i berlusconiani si sforzino di ripetere che non si tratta dell’avvio di una coalizione “politica”.
Eppure il premier inizia a temere che sia solo la quiete prima della tempesta. “Ho paura – confida ai suoi – che il Pdl non tenga”.
L’attenzione dei sostenitori del Professore è infatti tutta concentrata su quello che è diventato il vero anello debole della maggioranza “strana”: il partito del Cavaliere.
E non è stato un bel segnale per il governo vedere quei 64 astenuti del Pdl – nonostante l’ordine ufficiale di votare no – che non se la sono sentita di andare contro la mozione della Lega.
Gente di Berlusconi, come Laura Ravetto o Massimo Corsaro, eletti al Nord, che temono la fine rovinosa dell’alleanza con Bossi.
“Qua si va a votare – sbotta l’ex ministro Andrea Ronchi – il 90 per cento di noi non ne può più di questo governo”.
A preoccuparsi stavolta sono anche gli uomini del Pd e del Terzo polo. Quelli più impegnati nella difesa del governo tecnico. Come Enrico Letta, che ieri in aula è salito ai banchi del Pdl per una serrata conversazione a quattr’occhi con un’altra colomba, Franco Frattini.
Per questo anche i centristi hanno iniziato a costruire i primi “firewall”, per evitare che il partito dei falchi berlusconiani travolga tutto e trascini l’Italia al voto. “L’atteggiamento del Pdl – spiega il segretario Udc Lorenzo Cesa – ci inizia a preoccupare. Dobbiamo stare attenti e aiutarli a reggere, è interesse di tutti che il Pdl ora non esploda”.
Per questo, rivela Cesa, l’Udc sta dando una mano al segretario Alfano rendendogli meno difficile “raggiungere un accordo con noi alle amministrative. Un’impresa non impossibile visto che in molti posti già governavamo insieme”.
È un modo per allentare la pressione, per abbassare la temperatura interna alla maggioranza che sostiene il governo. E far intravedere al Pdl una via d’uscita alternativa, oltre l’alleanza sempre più difficile con Bossi.
Tanta premura non deve apparire eccessiva.
Nel Pdl infatti ogni giorno che passa cresce il malcontento nei confronti del governo Monti. E in tanti iniziano a pensare che proprio il decreto sulle liberalizzazioni, avversato dalle categorie che da sempre hanno guardato al centrodestra, possa essere il terreno ideale per far saltare il banco e andare in campagna elettorale.
Aldo Brancher, da sempre il pontiere fra Berlusconi e Bossi, lunedì sera era presente alla cena tra i due leader a via Rovani.
E pronostica una svolta a breve: “Berlusconi vede che il decreto Monti colpisce da una parte sola. E i nostri, sul territorio, si devono difendere dall’accusa di votare queste misure impossibili insieme al Pd. Ma pian piano la gente sta iniziando a capire che non era colpa di Berlusconi quello che è accaduto. Bisogna aspettare una quindicina di giorni e poi vediamo”.
Quella “quindicina di giorni”, a cui allude il braccio destro del Cavaliere, porta avanti le lancette della politica a una data chiave per il Pdl: la sentenza del processo Mills. Un processo “politico”, secondo l’ex premier, che ieri ha voluto inviare un segnale preciso andando in Tribunale invece che a Montecitorio.
Come a dire: è a Milano che per me si gioca la vera partita. “Perchè è chiaro – osserva Maurizio Lupi – che una condanna che arriva a un giorno dalla prescrizione significa che anche il collegio dei giudici, oltre alla procura, si è accanito. E per noi sarebbe una sentenza politica con conseguenze politiche. Perchè i giudici non vivono sulla luna”. Insomma, il Cavaliere ha davanti due strade: la prima porta alla rottura con Monti e al voto anticipato.
Strada piena di rischi, anche per i sondaggi negativi che danno in costante caduta il suo partito. Ma avrebbe la certezza di mantenere in piedi l’asse del Nord con Bossi, sia alle politiche che alle amministrative.
La seconda strada conduce invece alla rottura con il Carroccio e al sostegno a Monti fino alla fine della legislatura.
Ma Berlusconi vuole garanzie: “Non posso sostenere un esecutivo con chi vuole mandarmi in galera. Serve un disarmo e il primo passo è la sentenza Mills”.
Il secondo passo, spiegano dal Pdl, è quello che si aspetta il partito Mediaset. L’azienda non vuole scherzi sul beauty contest che dovrebbe assegnare le frequenze digitali. Il ministro Passera per ora l’ha bloccato, ma l’asta non è stata ancora indetta. Ecco, anche la partita delle frequenze, oltre alla sentenza Mills, è in questi giorni sul tavolo del Cavaliere.
Che si è preso “una quindicina di giorni” di attesa. Per capire se staccare la spina. Oppure andare avanti, come ieri, con la maggioranza “strana”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Monti, PdL, Politica | Commenta »