Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
TENSIONE PRE AMMINISTRATIVE… FLI SI PRESENTERA’ CON IL SIMBOLO SOLO SE E’ PREVISTO IL RAGGIUNGIMENTO DEL 5%, ALTRIMENTI SALTA IL COORDINATORE LOCALE… LA CONSEGNA E’ MIMETIZZARSI IN LISTE CIVICHE
C’è stato un momento in cui la situazione è sembrata sul punto di esplodere.
E’ accaduto venerdì scorso, quando Gianfranco Fini ha ‘inviato’ Italo Bocchino da Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa.
Non solo a causa della grana della giunta Lombardo in Sicilia, ma soprattutto per discutere delle prospettive del terzo Polo.
Del futuro, insomma, a partire dalle amministrative e in vista delle prossime Politiche.
Il messaggio recapitato dal vicepresidente di Fli, riferiscono fonti centriste, suona più o meno così: fateci capire se credete ancora nella prospettiva del Terzo Polo, se avete intenzione di dar vita fin da subito a un percorso unitario, oppure ciascuna forza prenderà atto della situazione.
La riunione, riferiscono le stesse fonti, si è conclusa con una tregua.
Che basta forse a placare per ora il malcontento nel partito di Fini. Ma il nodo delle intese alle amministrative resta sul tavolo, così come la prospettiva del Terzo polo e l’ipotesi di dar vita a un soggetto unitario.
E’ proprio su questo punto che Fini e Casini, da settimane, divergono.
Perchè il Presidente della Camera è convinto che la prospettiva sia quella di dar vita fin da subito a un unico soggetto, da ‘testare’ fin dalle amministrative.
Un ‘partito della Nazione’ che, fra l’altro, eviti a Fli, Udc, Api di correre separatamente a maggio 2012, nel voto amministrativo, e quindi di contarsi.
Casini però, riferiscono, non la pensa allo stesso modo.
Preferirebbe attendere le amministrative, ‘pesare’ le diverse forze in campo, dar vita solo dopo a un unico soggetto politico.
Da qui le tensioni, culminate con il caso Sicilia, da qui la riunione tra Casini, Cesa e Bocchino, per cercare di ritrovare un percorso comune.
Futuro e libertà , se la trattativa con l’Udc non dovesse decollare, avrebbe davanti due strade, entrambe valutate negli ultimi giorni.
Il primo scenario prevede una scelta ‘minimalista’, quella di correre alle amministrative facendo leva su molte liste civiche, evitando la presentazione del simbolo in ogni centro chiamato alle urne.
In quest’ottica – è il retroscena svelato maliziosamente da un centrista – il vertice del partito ha già invitato i responsabili regionali a far richiesta formale nel caso in cui si intenda presentare il simbolo.
Con una clausola pesante: Chi non ottiene il 5% dei voti rimette il mandato di coordinatore.
L’altra strada è in via di valutazione.
Prevede che sia Fini a ‘forzare la mano’, a rompere gli indugi entro marzo.
Lanciando la sfida all’Udc, pubblicamente, magari nel corso di un evento organizzato proprio con questo scopo: è il momento di costituire un soggetto unitario, potrebbe dire Fini, il momento è adesso.
Difficile per Casini sottrarsi di fronte alla ‘chiamata’ dell’alleato. Molto, naturalmente, dipenderà anche dalle prossime settimane del governo Monti e dalla tenuta complessiva dell’esecutivo.
(da “TMNews”)
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
L’EMITTENTE PROPONE UN SONDAGGIO SUL GOVERNO: A SORPRESA TRE ELETTORI SU QUATTRO SI SCHIERANO CON “L’ESECUTIVO DEI BANCHIERI E DEI POTERI FORTI”… PER BORGHEZIO E’ LA DIMOSTRAZIONE DELL’IMBECILLITA’ PADANA
L’emittente di via Bellerio, infatti, ha proposto un sondaggio online in cui chiede: “Cosa ne
pensi dei primi mesi di attività del governo Monti?”.
L’esito è sorprendente: oltre il 75% si è schierato dalla parte del governo
Oggi la Lega Nord è l’unico partito all’opposizione.
Perchè il governo Monti, secondo gli esponenti del Carroccio, è “l’esecutivo dei banchieri e dei poteri forti”.
Eppure sul sito di Radio Padania emerge che la base del movimento non sia altrettanto compatta contro i ministri tecnici.
L’emittente di via Bellerio, infatti, ha proposto un sondaggio online in cui chiede: “Cosa ne pensi dei primi mesi di attività del governo Monti?”.
L’esito è sorprendente: oltre il 75% si è schierato dalla parte del governo.
Il 57% degli utenti (1768 voti) si è detto “molto soddisfatto”, seguito dal 18,5% (566) che si dichiara “soddisfatto”.
Al contrario solo il 18,8% (576) si definisce “arrabbiato”, il 2,2% (68) “deluso” e il 2,8 (87) “molto deluso”.
Risultati che tracciano un’opinione nettamente a favore di Monti e della sua squadra, mentre poco meno del 25% sposa la linea dei colonnelli di rimanere all’opposizione.
Numeri che alimentano il sospetto di un Carroccio che a Roma segue una linea diversa rispetto a quella indicata dalla base.
Tuttavia i dirigenti del partito non sono d’accordo, anche se faticano a trovare spiegazioni dinanzi all’esito del sondaggio.
“Probabilmente hanno votato tutti i parenti di Mario Monti — scherza il deputato Gianluca Buonanno — . Non credo siano i nostri ascoltatori che hanno votato, questo risultato non è veritiero”.
Eppure è pubblicato sul sito di Radio Padania. “Certo, ma posso assicurare che i militanti che incontro io tutti i giorni non sono dalla parte di questo governo, che non è certo visto bene dalla base”.
Della stessa opinione Matteo Salvini, eurodeputato e capogruppo della Lega a Milano che taglia corto: “Questo risultato non corrisponde affatto a quanto emerge dalle telefonate che arrivano in radio” e ritiene che i tremila voti online non esprimano gli umori profondi dei simpatizzanti.
A differenza dei colleghi, però, Mario Borghezio trova conferme nei voti espressi dagli utenti.
Che non lo sorprendono affatto. “Quel che penso è molto semplice — spiega al Fatto quotidiano l’eurodeputato — e da convinto indipendentista non sono affatto stupito”.
In che senso? “Una parte dei padani continua a pagare le tasse a Roma e il Canone Rai. Quindi già sapevo che una parte di loro è politicamente imbecille”.
Quindi chi vota Lega non dovrebbe nemmeno pagare le tasse?
“Questo mi sembra il minimo — conclude Borghezio — . I numeri che emergono a favore del governo Monti sono una manifestazione tangibile dell’imbecillità padana. E sono convinto che il Sud non avrebbe risposto allo stesso modo”.
E cosa avrebbe detto?
“La stessa domanda di Radio Padania fatta a Palermo avrebbe dato risultati opposti. Perchè loro manderebbero via Monti coi forconi. In Padania dovremmo solo prendere esempio da quello che sta facendo la Sicilia oggi”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
CON LA PUBBLICAZIONE DEI BILANCI 2011 SI ALZERA’ IL SIPARIO SU EMOLUMENTI E PREMI DELL’ANNO
La polemica sulla bolla degli stipendi d’oro dei manager è uno di quegli argomenti ciclici che anche in Italia tende ad accendere gli animi per poi scomparire dalle agende fino al nuovo giro di boa.
La prossima, peraltro, si avvicina: le società quotate hanno l’obbligo di comunicare le politiche di remunerazione dei vertici nei bilanci e così tra marzo e inizio aprile, con la pubblicazione dei bilanci 2011, si alzerà il sipario su emolumenti e premi dell’anno appena chiuso.
Rispetto alla classifica 2010, quella degli ultimi dati disponibili, le novità non mancheranno.
Un anno fa Alessandro Profumo con 40,59 milioni doppiava ampiamente tutti i colleghi alla guida di grandi aziende in virtù della liquidazione monstre da 38 milioni ricevuta in uscita da Unicredit il 20 settembre 2010.
In seconda posizione, per dire così, figurava Luca Cordero di Montezemolo con 8,713 milioni, ma anche qui nel 2010 si è chiuso il pluriennale legame con la Fiat che ha presieduto fino al 21 aprile.
A seguire figuravano Marco Tronchetti Provera con 5,95 milioni, Cesare Geronzi con 5,088, Paolo Scaroni con 4,42 e Pier Francesco Guarguaglini con 4,314 milioni.
Insomma, alcune pedine si sposteranno visto il valzer di poltrone realizzatosi nel frattempo, anche se a non cambiare sarà la sostanza.
E in tempi di austerity per tutti e di messa in discussione dello stesso sistema capitalistico-finanziario occidentale questo dovrebbe spingere ad affrontare in un’ottica più strutturale il dibattito sui tetti agli stipendi d’oro.
Quando basta? E quando è «immorale», termine dèmodè ma efficace, una busta paga faraonica con un multiplo astrale tra il capoazienda e il suo dipendente tipo?
Proprio nel 2011 dentro il frullatore del dibattito era finito Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo Fiat, non perchè fosse il caso «peggiore» ma perchè il gruppo era in piena ristrutturazione.
Nel 2010 il manager ha guadagnato 3,473 milioni ma mettendo in fila le sue buste paga dall’arrivo alla guida del Lingotto fino all’ultimo dato disponibile era stato calcolato che il suo stipendio medio giornaliero lordo (15.500 euro) poteva essere confrontato con quello annuale di un metalmeccanico di fascia media.
Il che corrisponde a un multiplo tra il capoazienda e l’operaio, considerando anche bonus e premi (ma non stock option), pari a circa 365.
Eccessivo anche per chi è famoso per il superlavoro.
Peraltro Marchionne scivolò su un’infelice battuta il cui senso era: un operaio non farebbe a cambio, visto la vita che faccio.
Qualche cambiamento è in arrivo: da quest’anno con le nuove regole Consob le società dovranno pubblicare più ampi dettagli sui guadagni dei top manager.
Un esempio è l’oggettività degli obiettivi con il clawback (con la restituzione dei super-gettoni se un anno dopo gli obiettivi che sembravano raggiunti in realtà non lo sono).
Almeno, un pizzico di trasparenza in più.
Certo la bolla delle buste paga dei vertici non è una specificità italiana.
Non a caso se ne discute in Inghilterra come a livello europeo.
Anzi, il fenomeno è occidentale: l’industria delle banche d’affari Usa ha scritto pagine vergognose nel «pre» ma anche nel «post» crac-Lehman.
Basterebbe leggere il best seller «Too Big To Fail», del giornalista del New York Times , Andrew Ross Sorkin.
Per ora a prevalere resta il diffuso malinteso tra liberismo e assenza totale di regole.
Massimo Sideri
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
INDEBITATO IL 27,7% DEI NUCLEI FAMILIARI, IN MEDIA PER OLTRE 43.000 EURO… UN TERZO RITIENE INSUFFICIENTI LE ENTRATE
Il 27,7 per cento delle famiglie italiane è indebitato, per un ammontare medio di 43.792 euro. 
È quanto emerge da un’indagine della Banca d’Italia secondo cui il rapporto tra debito e reddito disponibile, un indicatore di sostenibilità dell’indebitamento che indica quante annualità di reddito sarebbero necessarie a estinguere lo stock di debito detenuto, risulta pari al 45,6 per cento per la famiglia indebitata mediana, corrispondenti a circa 5 mesi.
La ricchezza familiare netta, data dalla somma delle attività reali (immobili, aziende e oggetti di valore) e delle attività finanziarie (depositi, titoli di Stato, azioni, ecc.) al netto delle passività finanziarie (mutui e altri debiti), nel 2010 presenta un valore mediano di 163.875 euro.
La Banca d’Italia sottolinea inoltre che il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 45,9 per cento della ricchezza netta familiare totale contro il 44,3 per cento registrato nel 2008.
La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è risultata pari a 0,62, in lieve aumento rispetto alla precedente rilevazione del 2008 (0,61).
Si restringe il reddito medio delle famiglie italiane che nel 2010, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi sociali è risultato pari a 32.714 euro, 2.726 euro al mese. Secondo la ricerca di via Nazionale in termini reali il reddito medio nel 2010 è inferiore del 2,4% rispetto a quello riscontrato nel 1991.
Tra il 2008 e il 2010 il reddito familiare è rimasto sostanzialmente invariato, con un aumento dello 0,3% in termini reali, dopo essersi contratto di circa il 3,4% nel biennio precedente.
In termini di reddito equivalente, cioè quello di cui ciascun individuo dovrebbe disporre se vivesse da solo per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha nella famiglia in cui vive, la variazione delle entrate tra 2008 e 2010 risulta leggermente più sfavorevole (-0,6%) a causa di un lieve aumento nella dimensione media della famiglia osservata nel periodo.
Nel 2010 il 29,8 per cento delle famiglie reputava le proprie entrate insufficienti a coprire le spese, il 10,5 per cento le reputava più che sufficienti, mentre il restante 59,7 per cento segnalava una situazione intermedia.
Banca d’Italia che sottolinea come rispetto alle precedenti rilevazioni emerga una tendenza all’aumento dei giudizi di difficoltà .
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
NELLA SPECIALE CLASSIFICA DI REPORTER SANS FRONTIER IL NOSTRO PAESE SCENDE DAL 50° POSTO AL 61°…ANCHE GLI USA PERDONO TERRENO: DAL 20° al 47°
«Repressione», è questa la parola chiave del rapporto 2012 sulla libertà di stampa nel mondo stilato da Reporter Senza Frontiere.
Il 2011 è stato l’anno delle rivolte contro i regimi dittatoriali del Nord Africa.
Ma anche l’anno delle minacce, delle ritorsioni e delle pesanti sanzioni per i giornalisti che hanno cercato di raccontare un anno di straordinari cambiamenti.
Nella classifica redatta dall’associazione internazionale l’Italia precipita dal 50° al 61° posto, ben al di sotto di tutti i principali Stati europei.
Uno scivolone che si giustifica con la fase del declino del berlusconismo, quando il conflitto d’interesse è deflagrato in tutto la sua potenza, le minacce recapitate dalle organizzazioni mafiose ad oltre 12o giornalisti, con la tagliola delle richieste di risarcimento dannio usate a scopo a intimidatorio.
Nel resto dell’Europa la situazione migliora.
La Francia è al 38° (in risalita dalla posizione 44), la Spagna al 39°, mentre ai primissimi posti restano Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi.
Interessanti i nuovi ingressi nella top 20 dei Paesi africani Capo Verde e Namimbia, dove gli osservatori internazionali hanno accertato che non esistono limitazioni all’attività giornalistica.
A sorpresa perdono terreno anche gli Stati Uniti cadono invece dal gradino numero 20 direttamente al 47, scontando così alcuni gravi episodi registrati nell’ultimo periodo soprattutto nel mondo dell’informazione digitale.
Antonio Castaldo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile
NEGLI ANNI ’80 IL RAPPORTO ERA OTTO A UNO…FATICARE NON BASTA, ESSERE LAVORATORE DIPENDENTE NON AIUTA
Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. 
In Italia l’ascensore sociale si è rotto, le categorie di reddito sono sempre più chiuse e il divario fra classi – invece di diminuire – aumenta.
La tendenza accomuna quasi tutte le economie sviluppate, ma da noi la distanza è superiore rispetto alla media dei Paesi Ocse.
Uomini e donne non salgono più i gradini della scala sociale e restano aggrappati alla ringhiera anche al momento delle nozze: il matrimonio tende a «polarizzare» i redditi.
Il medico sposa quasi sempre il medico, l’avvocato dice «sì» solo all’avvocatessa, l’operaio all’operaia.
Ricchi con ricchi, poveri con poveri: una dura legge che nemmeno la favola bella di Cenerentola riesce a contrastare.
Oggi i principi azzurri e le ricche ereditiere non rappresentano più la soluzione del problema: ce lo dice l’Ocse nel suo rapporto «Divided we stand», una spietata analisi sulla crescita delle ineguaglianze sociali presentata ieri all’Istat.
Le cifre indicate dallo studio dettano una tendenza netta: nel 2008, anno degli ultimi dati disponibili (e periodo comunque antecedente alla fase più pesante della crisi), il reddito medio del 10 per cento di popolazione più ricco del Paese era di oltre dieci volte superiore a quello del 10 per cento più povero (49.300 euro contro 4.887).
A metà degli anni Ottanta il rapporto era di 8 a 1: il gap sta quindi peggiorando.
Non è un fenomeno solo italiano, sia chiaro: il divario fra più e meno abbienti, sottolinea l’Ocse, sta aumentano in quasi tutti i paesi europei.
Francia a parte dove – come in Giappone – il quadro è rimasto più o meno stabile, il differenziale è salito anche nella ricca Germania e nell’evoluta penisola Scandinava (passando dall’1 a 5 degli anni Ottanta all’attuale 1 a 6).
Imbarazzante l’1 a 17 degli Stati Uniti, drammatico – pur se in netto miglioramento – il dato del Brasile dove i più ricchi hanno redditi cinquanta volte superiori a quelli dei più poveri.
Più sei pagato, più lavori, più ti arricchisci: a guardare le tabelle dello studio Ocse par di capire che le occupazioni di basso livello difficilmente evolvono e permettono il riscatto.
Secondo gli studi dell’Ocse in Italia (ma la tendenza è confermata anche negli altri paesi) quantità e qualità del lavoro vanno di pari passo.
Dalla metà degli anni Ottanta ad oggi il numero annuale di ore di lavoro effettuate dai dipendenti meno pagati è passato dalla 1580 alle 1440 ore.
Anche fra i lavoratori meglio pagati la quantità è diminuita, ma in minor misura, passando dalle 2170 alle 2080 ore.
Faticare, quindi, non basta. Ed essere lavoratore dipendente non aiuta: a differenza di molti paesi Ocse in Italia la diseguaglianza sociale va di pari passo con l’aumento dei redditi dei lavoratori autonomi. La loro quota sul totale della ricchezza è aumenta, negli ultimi trenta anni, del 10 per cento
Cos’è che fa aumentare la diseguaglianza?
Il livello minimo di istruzione, certo, la bassa percentuale di lavoro femminile, lo storico divario fra Nord e Sud.
Ma non basta. Il gap di casa nostra è causato anche dalla tendenza degli italiani a celebrare unioni fra caste: i principi azzurri non vanno più in cerca della loro Cenerentola e questa mancanza di fantasia ha contribuito per un terzo dell’aumento delle diseguaglianze di reddito. Cosa fare per invertire la tendenza?
L’estensione dei servizi pubblici non basta più: istruzione, sanità e welfare riducono il gap, ma in modo meno incisivo rispetto al passato (di un quarto nel 2000, di un quinto oggi).
La svolta, suggerisce l’Ocse, per l’Italia passa attraverso una riforma del fisco e della previdenza, il potenziamento degli ammortizzatori sociali e delle politiche di sostegno al reddito.
Luisa Grion
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
NELLA LEGA CONTINUA LA GUERRA INTERNA…IL SINDACO DI VERONA CONTRO IL DIKTAT CHE BLOCCHEREBBE LA SUA LISTA: “MARONI E’ CON ME”
«Un giochino inaccettabile, che rischia di farci perdere le elezioni».
Flavio Tosi, sindaco leghista della città scaligera così commenta l`ennesimo diktat comminato dal “federale” del, Carroccio: vietate le liste personali.
La sua lista Tosi nel 2007 prese il 16%, contro il 12% della Lega.
Ma adesso, stando agli ordini, il bis non ci sarà .
Lei ha già detto che se non le permetteranno di presentare la sua lista, la Lega dovrà cercarsi un altro candidato sindaco. Conferma?
«Assolutamente sì. So come abbiamo amministrato la città in questi cinque anni e come dovremo comportarci nei prossimi cinque: servono condizioni di governabilità , la Lega a Verona non può vincere da sola, senza la lista Tosi».
C`è sempre il Pdl…
Il divieto del consiglio federale di presentare liste personali è un tentativo di impedirmi di scalare la leadership regionale L` aut aut sulla Lombardia? Le vicende giudiziarie dei consiglieri provocano nella nostra base malumori come per Cosentino e Papa. Un altro possibile risultato di questo giochino, che hanno fatto per questioni legate ai congressi nel Veneto…
Un momento: sta dicendo che si tratta di un provvedimento ad personam per impedirle di scalare la segreteria regionale?
«Difficile negarlo. C`è anche il tentativo di evitare il confronto tra i miei consensi personali e quelli di altri».
Tornando al Pdl?
«Una sua parte ci ha remato contro. Il caso più eclatante riguarda gli 86 milioni di finanziamento per i filobus: abbiamo rischiato di perderli perchè erano fermi al Cipe. L`ex ministro Altero Matteoli e l` ex sottosegretario all`Economia, il veronese Alberto Giorgetti, potevano sbloccarli, ma non l`hanno fatto. Ci ha dovuto pensare il governo Monti, appena si è insediato».
Dica la verità : questo can can sulla lista è legato alla guerra interna scoppiata nella Lega. Non a caso domenica Maroni verrà a Verona a darle manforte.
«Bobo sa qual è la strategia vincente. E soprattutto la condivide».
Non basta, bisogna convincere Bossi, che però al “federale” di domenica ha ritirato fuori la storia del commissariamento della Lega veronese.
«Il ragionamento da fare è uno solo: è più conveniente che qui la Lega vinca insieme a una lista che in qualche modo le è complementare o che rischi di perdere, magari con il Pdl?»
Il governatore Zaia prevede che la sua lista ci sarà .
«Ha perfettamente presente qual è la strategia giusta per vincere».
E in Lombardia come andrà ? L`aut aut lanciato domenica da Bossi è stato ripreso da suo figlio Renzo, consigliere regionale.
«Le vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti dell`amministrazione Formigoni provocano trai nostri gli stessi malumori che avevano i parlamentari della Lega di fronte ai casi Papa, Milanese, Cosentino ».
Renzo Bossi dice anche che domenica a Milano i fischi non erano per il Cerchio magico, ma per Monti.
«Sicuramente ce ne sono stati anche per il premier, ma non solo».
L`ex capogruppo Marco Reguzzoni sostiene di aver stretto la mano a Maroni: lei l`ha visto?
«Ero distratto».
«Bossi è sempre stato eletto per acclamazione, non so se in futuro andrà ancora così»: l`ha detto lei, significa che la gara per la leadership è aperta?
«L`ho detto e lo confermo. Ora è aperta la gara ai congressi provinciali e regionali, già fissati. Sarà il “federale” a stabilire se ci saranno passi successivi».
Rodolfo Sala
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO DI FAVA CONSENTE A QUALSIASI SOGGETTO INTERESSATO E NON SOLO ALL’AUTORITA’ PUBBLICA DI RICHIEDERE A UN FORNITORE DI SERVIZI INTERNET LA RIMOZIONE DEI CONTENUTI PUBBLICATI SULLA RETE
È una levata di scudi quello contro il “Fava”, l’articolo della legge comunitaria da ieri in
discussione a Montecitorio.
Il provvedimento fatto approvare dal leghista Giovanni Fava sulla falsa riga del “Sopa” e del “Pipa” — le due leggi appena bloccate negli Usa da una imponente mobilitazione on line — prevede che un “contenuto illecito” che viola il diritto d’autore, possa essere eliminato dal web su richiesta dei “soggetti interessati” senza passare dalla decisione di un giudice.
L’allarme è stato lanciato la scorsa settimana dal giurista Guido Scorza e, dopo l’associazione Libertiamo, numerose associazioni e forze politiche hanno annunciato battaglia in Parlamento in una conferenza stampa che si è svolta questa mattina a Montecitorio.
Articolo 21, Libertiamo, Il Futurista e Agorà Digitale, hanno presentato oggi le iniziative per bloccare il provvedimento. Emendamenti abrogativi del testo ora confluito nell’art. 18 della legge comunitaria, sono stati presentati Idv, Pd, Udc, Radicali e Pdl: tutti i partiti esclusa la Lega.
In Parlamento si lavora affinchè tutti gli emendamenti confluiscano in un unico provvedimento abrogativo che potrebbe essere votato nelle prossime settimane.
Dopo un iniziale stupore che ha colpito utenti e forze politiche, si delineano i retroscena del “Bavaglio al web” approvato in commissione Affari Costituzionali: appare per molti versi un’iniziativa personale del deputato leghista, un’iniziativa senza maggioranza tanto che anche il governo non ha preso posizione a riguardo e si è rimesso alla decisione dell’Aula.
Nella conferenza stampa di questa mattina tutte le forze politiche — con i relativi distinguo in base al diverso approccio in materia di difesa del copyright — si sono dette convinte che “la libertà della
Rete va tutelata” e che questioni sensibili come quelle affrontate dal “Fava” vadano approfondite e discusse pubblicamente, e non possano essere oggetti di provvedimenti estemporanei.
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Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile
ALFANO RISOLVE IL PROBLEMA, TOGLIENDO L’INCOMPATIBILITA’… UN ALTRO INQUISITO COORDINATORE REGIONALE DEL PDL
La Camera ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nicola Cosentino, ma lui si è dimesso ugualmente da coordinatore del Pdl della Campania.
Un segnale che indicava la volontà di rischiarare le ombre calate sul partito?
Forse, di certo non c’è stato un riscontro altrettanto netto nelle norme per la successione del prossimo coordinatore.
Infatti il segretario nazionale Angelino Alfano ha apportato una deroga al “Regolamento sulle incompatibilità ” che consente di fatto la candidatura di Luigi Cesaro, attuale presidente della Provincia di Napoli per il Popolo delle Libertà , ma anche coordinatore nel capoluogo campano e parlamentare.
Non solo: Cesaro, come Cosentino, è coinvolto nell’inchiesta su camorra, affari e politica che a dicembre ha portato in carcere oltre 50 persone, considerate vicine al clan dei Casalesi.
E alla seconda richiesta d’arresto per l’ex coordinatore regionale.
Lo scorso 6 dicembre il segretario nazionale aveva inviato una lettera ai dirigenti del Pdl per specificare quali cariche istituzionali fossero incompatibili con quelle partitiche.
Secondo quelle disposizioni Cesaro, che lo scorso novembre aveva promesso di non volersi ricandidare, non avrebbe potuto presentarsi al posto di Cosentino, perchè la carica di coordinatore regionale era incompatibile con quella di presidente della Provincia.
Fino al 19 gennaio, quando Alfano invia un’altra comunicazione — pubblicata in esclusiva da Dagospia — che riguarda “l’attuazione della seconda norma transitoria”. Viene modificato l’articolo 2: “Per quel che riguarda le incompatibilità dei Presidenti, dei membri della Giunta e dei Capogruppo del Consiglio Provinciale”, si legge nel documento, tali posizioni “saranno considerate compatibili con gli incarichi di Coordinatore o Vice Vicario Regionale, Provinciale o di Grande città . Sono escluse da tale deroga le Province autonome di Trento e Bolzano”.
Tradotto: Cesaro potrà candidarsi per sedere al posto di Cosentino.
L’attuale Presidente della Provincia è stato coinvolto negli anni ’80 in un processo per collusioni camorristiche finito con l’assoluzione, ma sul quale incombono le frequentazioni, peraltro ammesse, con alcuni boss cutoliani.
Poi le strade di Cesaro e Cosentino si incrociano sulle carte della Procura di Napoli lo scorso 6 dicembre quando quando il gip Egle Pilla firma l’ordinanza cautelare per l’ex coordinatore regionale, già a processo per concorso esterno in associazione camorristica.
Cesaro viene indagato e coinvolto nell’inchiesta per un incontro con funzionari di Unicredit che dovevano assegnare un finanziamento a una impresa ritenuta espressione imprenditoriale del clan dei Casalesi, anche se, questa la sua versione ai magistrati, in quell’occasione si limitò ad accompagnare Cosentino.
Nello stesso giorno Alfano spedisce la lettera sulle incompatibilità , che verrà poi reinviata modificata il 19 gennaio.
“Vale per noi il principio anatomico — aveva dichiarato il segretario lo scorso ottobre — basta con doppi, tripli e quadrupli incarichi. Umanamente siamo concepiti per occupare una sola sedia e chi con un solo posto vuole occupare tre sedie finisce per lasciarne due vuote e quindi non fare bene”.
Ma la realtà potrebbe tradire le buone intenzioni e consentire a Cesaro di accedere alla carica di coordinatore regionale.
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