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IL PD TREMA ANCHE IN EMILIA: INDAGATI CONSIGLIERE REGIONALE E SEI DIRIGENTI ASL

Aprile 18th, 2012 Riccardo Fucile

LA PROCURA DI PIACENZA PROCEDE PER L’IPOTESI DEI REATI DI TRUFFA, ABUSO D’UFFICIO E FALSO IDEOLOGICO IN ATTI PUBBLICI

Un nuovo guaio giudiziario investe il Partito Democratico dell’Emilia Romagna.
Questa volta è la sanità  a far muovere i magistrati.
Sette persone sono indagate dalla Procura della repubblica di Piacenza nella vicenda giudiziaria relativa ai rapporti tra il Centro medico Inacqua Baia del Re e l’Asl della città  emiliana.
Il primo piano della struttura, alla periferia di Piacenza, ospita una ventina di medici del Polichirurgico che esercitano in quegli studi la libera professione, grazie a un accordo firmato dalla direzione ospedaliera con una società  cooperativa piacentina.
Proprio questa situazione è al centro dell’attenzione degli inquirenti. Le accuse ipotizzate sarebbero di abuso d’ufficio, cui si aggiungerebbero ipotesi di truffa e falso in atto pubblico.
Gli indagati sono Marco Carini, ex presidente della cooperativa Inacqua, Legacoop Piacenza, attualmente consigliere regionale Pd e componente delle commissioni per la salute, politiche sociali e politiche economiche della Regione Emilia Romagna; Andrea Bianchi, direttore generale dell’Asl di Piacenza; il suo precedessore Francesco Ripa di Meana (ora direttore generale dell’Asl di Bologna); due ex direttori amministrativi dell’Asl di Piacenza (Luca Baldino, attualmente direttore amministrativo dell’Asl di Bologna, e Francesco Magni); Claudio Arzani, responsabile della direzione amministrativa della rete ospedaliera Asl; Stefano Mistura, ex direttore sanitario dell’Asl.
La vicenda è quella dell’attività  ‘intramoenia’, la libera professione dei medici ospedalieri regolata della legge 120 del 2007.
Per consentire questa attività  dei medici dipendenti, la direzione dell’Asl ha deciso di affittare il primo piano del nuovo edificio realizzato dalla società  Inacqua in via Caffi, nella zona della Farnesiana.
L’accordo e’ finito nel mirino della Procura, anche dopo una serie di esposti che avevano segnalato presunte irregolarita’.
Il pm Ornella Chicca ha affidato agli uomini del Nucleo investigativo dei carabinieri una lunga serie di accertamenti; secondo gli investigatori vi sarebbero irregolarita’, che sono state segnalate alla Procura. Militari dell’Arma sono tornati negli uffici amministrativi del Polichirurgico di Piacenza per acquisire documentazione ed hanno eseguito nei giorni scorsi accertamenti all’interno del Centro medico Inacqua Baia del Re.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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SONDAGGIO SWG COMUNALI DI GENOVA: DORIA 52%. MUSSO 20%, VINAI 13%, RIXI 4,5%, PUTTI 4%

Aprile 18th, 2012 Riccardo Fucile

TRA I PARTITI STABILE IL PD AL 32%, CROLLO IDV AL 4%, SEL SALE AL 5,5%, BOOM LISTA DORIA AL 7%, GRILLINI FERMI AL 4,5%…   MUSSO TRAINA LA LISTA CIVICA DI CENTRO AL 14,5%…CROLLANO IL PDL AL 14% E LEGA AL 5%

Il sondaggio Swg, realiazzato per conto di Italia Futura, pare non lasciare spazio a dubbi: il candidato del centrosinistra Marco Doria naviga oltre il 50% dei consensi, in una forbice tra il 50% e il 54% per l’esattezza, e potrebbe risultare eletto già  al primo turno.
Con tutte le riserve che richiedono questo genere di previsioni, vediamo nel dettaglio quali sono i risultati della Swg, partendo da un dato che spiega poi i risultati emersi.
La percentuale degli astensionisti e degli indecisi è alta, intorno al 50%. Andrà  sicuramente a votare il 62% dei genovesi, ma qui sta la notizia: ben il 73% di chi vota per il centrosinistra, solo il 58% di chi vota per il centrodestra.
Tradotto: l’elettore di centrodestra è deluso e molti non andranno a votare.

La classifica dei candidati sindaci
Marco Doria (centrosinistra) è dato in una forbice tra il 50% e il 54%. Segue Enrico Musso (lista civica e Terzo Polo)   tra il 18% e il 22%. Poi Pierluigi Vinai (Pdl) tra l’11% e il 15%. Edoardo Rixi (Lega) tra il 3% e il 6%, Paolo Putti (5 Stelle) tra il 3% e il 5%.

Le previsioni per i partiti
Centrosinistra: Pd 32% (alle regionali   2010 aveva il 31,7%), Idv 4% (aveva il 10%), Sel 5,5% (aveva il 2,8%), Fed Sinistra 2%, Lista Doria 7%, % Stelle 4,5%
Lista civica Musso e Terzo Polo: 14,5%
Centrodestra: Pdl 14% (aveva il 21,5%), Lega 5% (aveva l’8,5%)

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LA PROVOCAZIONE DI “LIGURIA FUTURISTA”: IL PROSSIMO SINDACO DI GENOVA SI IMPEGNI A CREARE UN ASSESSORATO CHE VIGILI CONTRO LE INFILTRAZIONI DELLA ‘NDRANGHETA NEGLI APPALTI PUBBLICI

Aprile 18th, 2012 Riccardo Fucile

“IN UNA REGIONE ORMAI AL CENTRO DI TROPPE INCHIESTE SULLE INFILTRAZIONI MAFIOSE NEI LAVORI PUBBLICI, CHIEDIAMO AL FUTURO SINDACO UN IMPEGNO CONCRETO   E UN SEGNALE FORTE DI CAMBIAMENTO”

Non passa mese ormai che le cronache liguri non riportino notizie relative ad “affari” tra esponenti della criminalità  organizzata e esponenti politici locali: un fenomeno che sta assumendo proporzioni sempre più vaste e devastanti in un intreccio, svelato da numerose inchieste giudiziarie, che va da Ventimiglia allo Spezzino, ma con solidi ancoraggi anche a Genova.
Tanto da far ritenere che la Liguria rappresenti al Nord la regione con la maggiore ramificazione tra interessi della ‘ndrangheta e casta politica.
Poichè il Comune di Genova è stato spesso al centro di polemiche per lavori affidati ad aziende sospette che spesso agiscono in regime di monopolio, per non parlare dei numerosi scandali che hanno caratterizzato gli ultimi anni della gestione di troppi comuni (arrivando nel ponente persino allo scioglimento di consigli comunali per infiltrazioni mafiose), riteniamo che il “ripristino della legalità ” debba essere una priorità  per il futuro sindaco di Genova.
Eppure questo tema viene toccato quasi con fastidio dai candidati alla poltrona di primo cittadino e ciò pone diversi interrogativi.
Per questa ragione “Liguria Futurista” chiede ai candidati di sottoscrivere un impegno davanti ai propri elettori: la creazione, se non di un assessorato, almeno di organismo certificato e qualificato di controllo sulla gestione degli appalti nella nostra città .
Che estrometta dai lavori chi ha procedimenti in corso e sia attenzionato dalle Procure per fatti riconducibili a organizzazioni malavitose.
Genova sia d’esempio e prenda una posizione chiara: basta appalti, subappalti e lavori affidate ad aziende sospette di collusione con la ‘ndrangheta.
“Vediamo chi ci sta” e chi invece, per interesse o viltà ,   si nasconde dietro un dito.

LIGURIA FUTURISTA
Ufficio di Presidenza

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NEL VENETO TRADITO DA BOSSI: “ORA MARONI DOVRA’ TRATTARE CON NOI”

Aprile 18th, 2012 Riccardo Fucile

NEL REGNO DELLA LIGA VENETA ARIA DI RIVOLTA ANTI-LOMBARDA… IL BOSSIANO GOBBO: “AVANTI COSI’ E IL PARTITO IMPLODE: CI MANDANO TUTTI A CASA”

Ogni maledetto venerdì in un’azie nda del trevigiano o del vicentino o del bellunese, una delle aree più ricche d’Europa, un imprenditore aspetta che escano gli operai e la segretaria, chiude il libro contabile e apre il cassetto con la pistola o scende nel capannone e si impicca.
Perchè non ha più la forza di andare in piazza, al bar, a messa, di incrociare lo sguardo dell’operaio amico o del cognato impiegato senza stipendio da mesi.
Dall’inizio della crisi gli imprenditori e gli artigiani suicidi in Veneto sono cinquantadue, dodici dall’inizio dell’anno.
Quasi sempre a fine settimana e fine mese, dopo l’estremo tentativo di rimettere in moto gli affari, l’ultimo sollecito di pagamento ricevuto o inviato, l’ultima inutile visita in banca.
“Nelle assemblee ormai ci guardiamo intorno, chi sarà  il prossimo?” dice uno dei presenti l’altro giorno a Vigonza, vicino a Padova, alla fondazione di “Speranzaallavoro”, l’associazione dei familiari degli imprenditori suicidi, guidata da due giovani orfane, Laura Tamiozzo e Flavia Schiavon.
In questo clima si può immaginare come il laborioso Nord Est possa accogliere il bollettino quotidiano della padanopoli di via Bellerio, i lingotti d’oro di Francesco Belsito, i diamanti di Rosi Mauro, i rotoli di euro dei figli di Bossi, gli appartamenti di famiglia.
Perfino il bossiano più ortodosso, Gian Paolo Gobbo, segretario regionale della Lega (“Il mio imam in Veneto” dice il Senatur) allarga le braccia e ammette: “Avanti così e   Lega implode, muore. Ci mandano a casa tutti”.
Sul ponte di Caorle, una specie di dazebao dei malumori locali, dove negli anni Ottanta avevo letto il primo slogan proto leghista (“Roma ne ciucia el sangue”), oggi campeggia un definitivo: “LEGA LADRONA”.
Quella scritta l’ha vista anche Bepi Covre, leghista eretico ma della prima ora, ex sindaco di Oderzo e fondatore con Cacciari e l’indimenticato Giorgio Lago del movimento dei sindaci anni Novanta, silurato in tandem da Bossi e D’Alema.
Vado a trovarlo nella sua fabbrica, mobili e ferramenta.
“Come va? Resisto. Non ho fatto un’ora di cassa integrazione. L’export tira da matti, ma il mercato interno è roba triste. Ci facciamo uno spritz?”.
Al secondo spritz affiora tutta l’amarezza: “Noi leghisti di antica data alla diversità  ci credevamo davvero. Siamo nati quando i vecchi partiti morivano di corruzione e ora vedere questi scenari squallidi, la corte, le badanti, i profittatori, ogni giorno è una coltellata. Certo, la puzza di bruciato si sentiva da un po’, c’era insofferenza nella base per quel coprire in tutto e per tutto Berlusconi. Quando è scoppiato lo scandalo dei festini io che ho una figlia dell’età  di Ruby ho scritto una lettera aperta su un giornale e parecchie chiuse ai dirigenti. Ma nessuno si aspettava di scoprire tanto marcio intorno a Bossi. La Lega è stata nobile con lui quando ha avuto il colpo, l’ha aspettato, sostenuto. In qualsiasi altro partito avrebbero affilato i coltelli per la successione. E lui li ripaga così. Come andrà  a finire? Chissà . Un pezzo di Lega terrà  nei territori, qui in Veneto gli amministratori sono a posto, le città  ben condotte, il consenso è radicato. Ma a livello nazionale il fallimento del progetto è sotto gli occhi di tutti. Bisogna ricominciare, ma stavolta le decisioni non possono essere prese tutte fra Varese e Bergamo. La nuova Lega di Maroni dovrà  trattare coi veneti, a cominciare da Zaia e Tosi, e mi pare lo stia già  facendo”.
Nelle pieghe dello scontento riemergono antiche ferite e l’eterna vocazione autonomista del Veneto, prima regione leghista nei voti e ultima a contare nelle decisioni.
“Colonizzati due volte, anzi tre, da Roma, Milano e Varese” dicono i vecchi “lighisti”. Quelli che ricordano la Liga Veneta, la “madre di tutte le leghe”, fondata nel 1980 e la prima a portare eletti in Parlamento.
L’annessione dei fratelli maggiori veneti è stato il primo machiavellico capolavoro dell’ascesa di Umberto Bossi ed è una storia che spiega bene il trionfo del virtuale nella seconda repubblica.
Il vantaggio paradossale di Bossi è stato infatti il totale sradicamento della sua idea di patria immaginaria. La Padania è un falso mito senza storia e la Serenissima ne ha troppa.
I padani non sono mai esistiti, mentre i veneti sono un popolo da tremila anni e da allora si lamentano dei vicini. I lombardi sono dialetti e il veneto è una lingua da prima dell’italiano. Il sole padano è paccottiglia pseudo celtica e il Leone alato è uno dei grandi simboli della civiltà  europea.
Ma proprio perchè se l’era inventata lui, Bossi s’è messo in tasca la Padania e se l’è venduta e rivenduta a piacere sul mercato politico, mentre i fratelli veneti s’accoltellavano sull’eredità  della Serenissima.
A Gianfranco Miglio che gli consigliava il “divide et impera” in Veneto alla vigilia del primo congresso federale, a Pieve Emanuele nel 1991, Bossi che conosceva i suoi rissosi polli rispose: “Non c’è bisogno, ci pensano da soli”.
Per avere un’idea del grado di conflittualità  interna agli autonomisti veneti, vale la pena di ricordare la loro più famosa impresa, l’occupazione del campanile di San Marco da parte dei “Serenissimi” nella notte fra l’8 e il 9 maggio 1997.
Un’immagine finita sulle prime pagine di tutto il mondo. Ma pochi conoscono i retroscena, narrati da Francesco Jori, allievo di Lago, nella bellissima inchiesta “Dalla Liga alla Lega”.
L’operazione San Marco parte come una spedizione militare in grande stile, con decine di militanti e diversi “tanki”, mezzi di trasporto paramilitari. Soltanto che alla fine si presentano in otto, con un trattore mascherato da panzer.
Il capo, l'”ambasciatore serenissimo” che avrebbe dovuto leggere la dichiarazione d’indipendenza dal campanile di San Marco, si dilegua la notte stessa, rincorso dalle chiamate disperate degli altri. All’alba vengono arrestati tutti. Durante i processi litigano fra di loro e con gli avvocati, un paio si pentono e in cinque patteggiano. All’uscita dal carcere smettono di frequentarsi.
Naturalmente Franco Rocchetta e Marilena Marin, la coppia leader per un decennio, papà  e mamma della Liga veneta, buttati fuori da Bossi nel ’94 (“ma ce n’eravamo andati noi da sei mesi”) hanno un’altra versione e me la raccontano in una trattoria di Conegliano, davanti a prosecco e baccalà  d’ordinanza.
“Voi giornalisti avete spiegato la fine della Liga con le solite baruffe chiozzotte, ma sono balle” spiega Rocchetta “La verità  è che Bossi, con alle spalle le teorie di Miglio, vate della Lombardia come Prussia del Nord, ha tramato fin dal principio per prendersi l’egemonia del movimento. E se l’è preso manovrando i soldi del partito, esattamente come aveva fatto prima Craxi nel Psi. La Lega Lombarda era appena nata e già  intascava duecento milioni di tangenti Enimont. Poi hanno dato la colpa al “pirla” Patelli, come ora cercano di fare con Belsito. Ma uno che dà  la cassa di partito a uno come Belsito, perchè lo fa? Non mi stupisce neppure la debolezza di Bossi nei confronti dell’amica Rosi Mauro. E’ lo stesso tipo di debolezza che lo portò a nominare la ragazzotta, in seguito show girl, Irene Pivetti alla terza carica dello Stato”. Marilena Marin rincara la dose: “Nel ’94 Berlusconi, che ha i suoi lati comici, ci chiese che cos’era questo famoso federalismo e di fargli avere una memoria sulla faccenda. Malafede? Non credo. A lui interessava scampare ai processi e salvare le tv, per il resto era disposto a tutto, al federalismo, alla riforma fiscale, perfino al ritorno della Serenissima. In ogni caso, noi gli portammo il dossier, Bossi mai”.
Conclusione di Rocchetta: “A Bossi del federalismo non è mai fregato niente. E’ stato al governo dieci anni e le uniche riforme federaliste le ha fatte l’Ulivo con i decreti Bassanini e la riforma del titolo V della Costituzione, soltanto che sono troppo stupidi per rivendicarla e anzi se ne vergognano. Bossi ha replicato con la devolution, che è una solenne pagliacciata”.
Papà  e mamma Liga avranno i loro rancori da mettere in conto, ma nel grande Nord Est i tamburi della rivolta autonomista hanno ricominciato a battere da Verona a Belluno.
Se le elezioni di primavera andranno come si prevede, un crollo della Lega romanizzata in Lombardia e la tenuta della Lega dei sindaci in Veneto, anche grazie alle liste civiche che Bossi aveva proibito, Roberto Maroni dovrà  tornare nella culla del leghismo a firmare un nuovo patto fra lombardi e veneti.

Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)

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IL VICECAPOGRUPPO DELLA LEGA, LORENZO BODEGA LASCIA IL PARTITO; “INDEGNA L’ESPULSIONE DI ROSY MAURO: NON E’ NEANCHE INDAGATA”

Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile

ALTRI DUE SENATORI PROSSIMI A LASCIARE LA LEGA IN DISACCORDO CON LA CACCIA ALLE STREGHE SCATENATA DA MARONI CHE DICHIARA; “LA PULIZIA CONTINUA”…MA COMINCIA A SERPEGGIARE APERTO DISSENSO VERSO CHI AGISCE PER VENDETTA E GUARDA SOLO L’ERBA DEL VICINO E NON I VOTINI SUOI

Lorenzo Bodega si è unito al gruppo misto in segno di solidarietà  con la ‘pasionaria’, cacciata dal partito e dai colleghi di Palazzo Madama.
La scelta è stata presa dopo la polemica nata a seguito dell’espulsione della leader del Sin.pa. che è stata “fatta con non poca sofferenza”.
“Noi abbiamo cominciato a fare pulizia: Bossi si è dimesso, Renzo Bossi si è dimesso da consigliere regionale, Belsito è stato espulso, Rosi Mauro è stata espulsa, Monica Rizzi si è dimessa da assessore. E continueremo sino a che non sarà  finita”.
Un patetico Roberto Maroni tira le prime somme dell’obiettivo di “fare pulizia” all’interno del partito e anticipa di volere continuare sulla stessa strada.
Ma la sua linea non è gradita a tutti.
“La Mauro non è neanche indagata”, ha dichiarato il senatore di Lecco Lorenzo Bodega che per solidarietà  con la leader del Sindacato padano ha spiegato di lasciare il gruppo della Lega Nord del Senato, dove ricopre la carica di vice capogruppo e dal quale la stessa Mauro è stata espulsa.
La Lega quindi perde un altro rappresentante di peso a Palazzo Madama e le dimissioni sono già  state ratificate.
E almeno altri due avrebbero espresso forti dubbi sull’opportunità  di cacciare ‘la nera’. Bodega poi, per prendere la decisione di passare al gruppo Misto ha impiegato 3 ore e mezza nel corso di una “lunga e accesa riunione”.
A nulla sarebbero valsi i tentativi di alcuni colleghi di farlo desistere.
Anzi, stando alle voci di corridoio, altri senatori del Carroccio potrebbero replicare la sua scelta, lasciando il gruppo nel caos.
Dopo il verdetto alcuni onorevoli sono andati nello studio della Mauro per esprimerle solidarietà . E c’è chi non ha nascosto il forte malumore per quanto accaduto oggi al gruppo al Senato, dove ha la maggioranza il cosiddetto Cerchio Magico.
Decisive le prossime ore per capire quale consistenza avrà  la fronda leghista e quali saranno le conseguenze.
La “pasionaria” dunque è stata allontanata, non proprio “all’unanimità ”, come scrive la Lega in un comunicato.
Non dimettersi da senatrice per lei è una questione di principio, anche se le è costato l’ostracismo di gran parte del partito e la doppia cacciata.
La decisione di espellerla, infatti, sarebbe stata “fatta con non poca sofferenza” da parte dei colleghi.
E le decisioni della ex leghista pesano anche sul presidente Schifani che dovrà  sbrogliare una matassa sempre più intricata.
Oggi è stato costretto per l’ennesima volta a farle da supplente in aula, presiedendo lui la seduta, per scongiurare incidenti.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BELSITO RICONSEGNA ALLA LEGA DIAMANTI, LINGOTTI E L’AUDI DI RENZO BOSSI

Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile

FU APPROPRIAZIONE INDEBITA O IL TESORIERE HA AGITO IN NOME E PER CONTO DEI DIRIGENTI DELLA LEGA?… MANCHEREBBERO ALL’APPELLO ALTRI 300.000 EURO DI DIAMANTI

Tornano alla base, cioè nella sede della Lega Nord in via Bellerio a Milano, dieci lingotti d’oro e undici diamanti, parte dell’investimento che sarebbe stato messo a punto dall’ex tesoriere Francesco Belsito, indagato per appropriazione indebita e truffa nell’inchiesta milanese sulle distrazioni dei fondi del Carroccio, utilizzati, secondo l’accusa, anche per le spese personali di Umberto Bossi e dei suoi familiari.
L’ex amministratore del partito, su consiglio del suo legale, l’avvocato genovese Paolo Scovazzi, ha consegnato a un autista del movimento i preziosi che aveva (e a cui gli inquirenti stavano dando la caccia) e l’Audi A6 che il figlio di Umberto, Renzo Bossi, avrebbe utilizzato per un periodo e poi restituito allo stesso Belsito.
I diamanti restituiti “saranno venduti ed il ricavato andrà  alle sezioni”, secondo quanto ha riferito a Ballarò il presidente della della Regione Piemonte, Roberto Cota.
Rosy Mauro – la vicepresidente del Senato espulsa dal gruppo della Lega a Palazzo Madama, che ha ratificato all’unanimità  la decisione del consiglio federale di cacciarla dal partito – è stata iscritta d’ufficio al Gruppo misto. La Lega Nord ora scende a 24 senatori e il Misto sale a 11 componenti con l’arrivo del leader del sindacato padano.
L’autista a bordo dell’auto del ‘Trota’ ha viaggiato da Genova in direzione via Bellerio, trasportando il ricco carico: lingotti d’oro per un valore di circa 200mila euro e diamanti per 100mila euro che sono rientrati dunque nella disponibilità  del Carroccio.
Mancano all’appello, invece, altri 300mila euro di diamanti.
Secondo i documenti acquisiti dalla guardia di finanza di Milano, su ordine del procuratore aggiunto Alfredo Robledo e dei pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini, i destinatari di quella parte di preziosi, comprata sempre con i soldi del partito e non ancora rintracciata, sarebbero stati Rosy Mauro (vicepresidente del Senato) e il senatore Piergiorgio Stiffoni.
Cosa che i due hanno smentito categoricamente, tanto che il legale di Stiffoni si è presentato al quarto piano del Palazzo di giustizia per una richiesta di convocazione, in quanto il parlamentare aveva annunciato di aver intenzione di chiarire tutto davanti ai magistrati.
“Quel tesoro è della Lega”.
Belsito, attraverso il suo difensore, ha fatto sapere agli inquirenti che lingotti e diamanti sono stati acquistati con i fondi della Lega e che dunque appartengono al movimento.
Per questo ha spiegato di averli restituiti al proprietario, senza però chiarire agli investigatori, che da giorni li stavano cercando, dove li nascondesse.
Le indagini dovranno accertare se anche questo capitolo rientra fra gli episodi di sottrazione di denaro del Carroccio, e dunque se si tratti di un’appropriazione indebita, come i circa 6 milioni di euro investiti a Cipro e in Tanzania.
Tutto questo mentre nel pomeriggio si è tenuta una riunione operativa tra pm e finzanzieri per fare il punto della situazione su tutto il materiale sequestrato e acquisito in due settimane.
Tra cui anche le carte fornite dal Sin.Pa, il Sindacato Padano fondato da Rosy Mauro, che pare avesse una contabilità  minima: solo la registrazione di poche spese per l’affitto di qualche sede minore, un numero irrisorio di ricevute e nessuna traccia documentale di quei 200-300 mila euro all’anno girati da via Bellerio e di cui si parla invece nelle intercettazioni.
Da quanto si è saputo, infine, i pm – che stanno trovando riscontri a tutti quei dialoghi telefonici intercettati tra Belsito e la responsabile amministrativa Nadia Dagrada – hanno intenzione di scavare anche nei resoconti contabili delle società  legate al Carroccio, come la Pontida Fin srl, che gestisce il patrimonio immobiliare del partito, e quella a cui fanno riferimento invece le testate ‘padane’.

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NON PAGA IL POSTO BARCA E UN ALTRO DEPUTATO LEGHISTA FINISCE DENUNCIATO DALLA SOCIETA’ CHE GESTISCE IL PORTO DI DIANO

Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile

SI TRATTA DELL’ON. CHIAPPORI, SINDACO DI DIANO MARINA E PARLAMENTARE DEL CARROCCIO…HA ACQUISTATO UNA BARCA   MA L’AVREBBE ORMEGGIATA ABUSIVAMENTE PER NON PAGARE LA TARIFFA, SCAVALCANDO ALTRE DOMANDE

Nella riviera degli scandali dei porti turistici, non poteva che essere una bega da diporto a creare un grattacapo giudiziario all’onorevole Giacomo Chiappori, deputato della Lega Nord e sindaco di Diano Marina.
Il 30 gennaio è stata depositata in procura ad Imperia una denuncia nei suoi confronti, perchè Chiappori avrebbe nascosto di essere il proprietario di una barca ormeggiata nel porto di Diano, evitando di sottoscrivere il contratto di ormeggio, non pagando quanto dovuto per lo stazionamento e scavalcando la lista di attesa.
Chiappori respinge al mittente tutte le accuse: “Solo meschinità  da una persona che un tempo mi era amica. E’ tutto regolare”.
La denuncia è stata presentata da Francesco Zunino, fino ai primi di febbraio presidente della Gestioni Municipali spa, una controllata al 100% del Comune che amministra anche il porto turistico.
Secondo quanto sostenuto da Zunino, Chiappori avrebbe acquistato l’estate scorsa una barca da 10 metri l'”Aghè”, ormeggiata a Diano.
Ma se il vecchio proprietario era titolare del posto barca, quello nuovo avrebbe dovuto sottoporsi alla trafila, ovvero fare domanda, con il rischio che ci fossero altri davanti a lui.
“Nel corso dell’ultimo sopralluogo avvenuto a metà  gennaio – scrive Zunino nella denuncia – assieme ad una dipendente ci siamo accorti che era indebitamente ormeggiata una barca denominata Aghè”.
A seguito di accertamenti continua Zunino “ho ricevuto conferma che l’Aghè era del sindaco Chiappori che evidentemente aveva posizionato l’imbarcazione abusivamente, senza nemmeno dare avviso… quasi che la carica pubblica consentisse l’ormeggio gratuito”.
Zunino spiega di aver spedito una raccomandata contestando al sindaco l’accaduto e chiedendo il pagamento di circa 5 mila euro di arretrati.
“Le cose non stanno così – replica Chiappori -. Sostenevano che la barca fosse ormeggiata da giugno mentre invece lo era da agosto e io ho dovuto insistere per ottenere un contratto con tariffa mensile invece che giornaliera (più onerosa, ndr) come era mio diritto. Ripeto, tutto a norma di legge .”
Zunino, nella sua denuncia è stato implacabile: “Ritengo che il comportamento del sindaco integri il reato di truffa con l’ausilio di altri(indicativo il fatto che uno degli ormeggiatori fosse a conoscenza)… ha posto in essere artifizi e raggiri procurandosi l’ingiusto profitto”.
E ancora Zunino: “E’ evidente che l’onorevole Chiappori abbia commesso il fatto abusando della propria posizione… è impensabile che qualunque estraneo possa ormeggiare senza autorizzazione all’interno del porto”.
Ora spetta alla procura di Imperia fare chiarezza e scoprire, attraverso interrogatori e documentazione, se davvero il sindaco abbia ormeggiato abusivamente la sua imbarcazione.

Marco Preve
(da “La Repubblica”)

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LO SPOT LEGHISTA SU “RADIO PADANIA”: “COMPRA DIAMANTI”

Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile

DA ALCUNI MESI TRASMETTEVANO UNA PROMOZIONE COMMERCIALE PER CONVINCERE GLI ASCOLTATORI A INVESTIRE IN GIOIELLI E ORO… CHE ABBIA QUALCOSA A CHE FARE CON IL TESORETTO IN PREZIONI E LINGOTTI CHE E’ SPARITO DA VIA BELLERIO?

Rosy Mauro smentisce: «Mi vedo costretta ad adire le vie legali per tutelare la mia rispettabilità , onestà  e onorabilità  contro l’ennesima fuga di notizie infondate, false e gravemente diffamatorie».
Anche il senatore Piergiorgio Stiffoni smentisce: «Ribadisco la mia posizione di assoluta estraneità  a qualsiasi movimentazione di denaro della Lega Nord: di quello che facesse Belsito con i soldi del movimento non ho mai saputo niente, dalla Lega non ho mai avuto soldi e di come investo i risparmi miei e della mia famiglia sono solo affari miei e non devo rendere conto a nessuno».
Parole che, nel pieno della bufera che ha investito la Lega, rincuorano Matteo Salvini: «Abbiamo già  espulso chi ha portato i nostri soldi in Tanzania, se altri hanno sbagliato pagheranno, ma così, almeno, possiamo lasciare i diamanti in gioielleria».
Già , i diamanti, diamanti e oro, quelli che, stando a quanto emerge dalle carte degli inquirenti, sarebbero stati acquistati con i soldi distratti dalle casse del Carroccio: 200 mila euro in lingotti d’oro consegnati all’ex tesoriere Francesco Belsito, più altri 400 mila euro in pietre preziose che, sempre secondo gli inquirenti, sarebbero stati «comprati e poi consegnati materialmente» nella disponibilità  del vicepresidente del Senato Rosy Mauro, del senatore trevigiano Piergiorgio Stiffoni, membro del precedente comitato amministrativo di tesoreria della Lega, e dello stesso Belsito.
Lingotti e diamanti che ora mancherebbero all’appello e che lunedì hanno nuovamente portato la Guardia di Finanza in via Bellerio.
Droga niente? Manca solo l’arrivo dei Caschi blu e siamo su ‘Scherzi a parte’», annota invece, sarcastico, Matteo Salvini, ben sapendo quanto “oro” e “diamanti” stridano con il consueto vocabolario leghista e con le parole d’ordine cui la base è abituata.
Ironia della sorte, ciò che Salvini sembra ignorare è che proprio dal seminterrato di via Bellerio, ossia dagli studi di quella Radio Padania Libera di cui egli è direttore, alternata a spot di prodotti biologici, olio d’oliva e vasche da bagno per anziani, negli ultimi mesi è stata ciclicamente messa in onda un curiosa inserzione pubblicitaria – ‘curiosa’ perchè apparentemente fuori target, considerato il pubblico di riferimento dell’emittente.
Una radio-promozione (simile committenza pubblicitaria, in via Bellerio, non passa da agenzie esterne ma viene ‘raccolta’ direttamente dalla radio), nel corso della quale lo speaker – ex Radio Italia, ‘borgheziano’, conduttore delle prime trasmissioni del mattino – dialogando con l’inserzionista sprona gli ascoltatori a investire (indovinate un po’?) proprio «in una forma di investimento ancora poco conosciuta in Italia, i diamanti» perchè «mai come in questo momento storico è meglio non lasciare i nostri soldi sul conto corrente».
Il recapito telefonico fa riferimento ad una società  di investimenti trevigiana.
In catalogo, anche ‘tondi’, in argento, del Ventennio fascista e ritratti del Duce.
Ma soprattutto loro: «diamanti e oro, «un investimento d’autore» disponibile in tre differenti set.
Tempi di consegna, 45 giorni lavorativi.

Daniele Sensi
(da “L’Espresso“)

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PALERMO: NELL’APPALTO DEL METRO C’E’ LA MAFIA, MA LE FERROVIE VANNO AVANTI LO STESSO

Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile

L’IMPRESA CHE HA IN APPALTO 600 MILIONI DI EURO DI LAVORI E’ INFILTRATA DA COSA NOSTRA, MA PUO’ CONTINUARE A SCAVARE COME SE NULLA FOSSE… PER LE FERROVIE RESCINDERE IL CONTRATTO COSTEREBBE TROPPO E SAREBBE “SCONVENIENTE”

L’impresa che ha in appalto i lavori della metropolitana di Palermo per oltre 600 milioni di euro è infiltrata dalla mafia?
Niente paura, può continuare a scavare come se nulla fosse accaduto: rescindere totalmente il contratto costerebbe troppo, al committente e alla collettività , e sarebbe dunque “sconveniente”.
E’ la tesi, assai singolare, di Rete Ferroviaria Italiana, che ha deciso di revocare solo una piccola parte dell’appalto, portandolo da poco più di 596 milioni di euro a 465 milioni.
Meglio Cosa Nostra, insomma, che il blocco totale delle attività  di cantiere: causerebbe la perdita dei “finanziamenti europei”, determinerebbe “l’allungamento e l’inasprimento dei disagi per i cittadini”, e i nuovi costi dovrebbero essere “attualizzati”, e, quindi aumentati.
Se con la mafia bisogna convivere, come dice Lunardi, e come confermano, ai massimi livelli istituzionali, le inchieste della Procura di Palermo sulla trattativa mafia-Stato, dalla decisione dell’ingegner Andrea Cucinotta, responsabile del nodo di Palermo per RFI arriva una conferma concreta: nero su bianco, in risposta a una nota della Prefettura che gli chiedeva di revocare l’appalto ai sensi dell’art. 11 del Dpr 252 del ’98, l’ing. Cucinotta ha risposto “nì”, revocando solo una minima parte del contratto con il Nodo di Palermo, il raggruppamento di imprese costretto a licenziare il direttore tecnico, l’ingegnere Giuseppe Galluzzo, sorpreso dalle intercettazioni in rapporti con boss, e a richiamare in sede a Torino il geometra catanese Roberto Russo, coinvolto nelle indagini.
Con la metropolitana Palermo sognava un allineamento alle grandi metropoli europee: le indagini hanno svelato ben presto che il sogno poggiava su una radice antica, Cosa Nostra.
Quell’appalto di oltre mezzo miliardo di euro faceva gola persino a Bernardo Provenzano, destinatario di un “pizzino” del boss Salvatore Lo Piccolo scoperto nel 2006 nel covo di Montagna dei Cavalli: “Zio, la informo che siccome in breve dovrebbe iniziare la metropolitana volevo chiedere se le interessa qualche calcestruzzi da fare lavorare.
Se c’è, me lo faccia sapere che l’inserisco nel consorziato che sto facendo con Andrea Impastato“.
E se il calcestruzzo lo forniva Impastato, fino al giorno del suo arresto, un’altra ditta, legata al boss di Prizzi Tommaso Cannella, si è occupata di trivellazioni, e un’impresa catanese, il cui titolare è stato arrestato per mafia, ha gestito la tratta ferroviaria Cardillo-Carini.
Segnali inequivocabili che hanno indotto la Prefettura di Palermo, il 3 febbraio scorso, a sollecitare RFI “a far conoscere quali decisioni intenda assumere in ordine al rapporto con General Contractor dei lavori”, posto che “il rapporto contrattuale deve essere di norma interrotto, salvo che non ricorrano superiori ragioni di interesse pubblico che ne giustifichino una parziale o integrale prosecuzione”.
La risposta è arrivata il 27 marzo: esistono, scrive RFI, “concrete ragioni che rendono del tutto sconveniente, per l’amministrazione e la collettività , l’interruzione dei lavori”. E cioè la perdita dei finanziamenti europei. L’inasprimento e l’allungamento dei disagi per la popolazione residente che è chiamata a sopportare con i cantieri aperti. E infine l’aumento dei costi, “attualizzati alla data del conseguente riaffidamento ad altro appaltatore” che non potrebbe rispondere, e qui il danno è solo ipotetico, “dei maggiori tempi e costi eventualmente derivanti da varianti di esecuzione dovute a carenze del progetto esecutivo”.
Quindi, è la decisione finale, si revoca soltanto il lotto B dei lavori, non ancora consegnato.
Il costo complessivo passa da 596 milioni a quasi 465 milioni, “fermo restando che tale importo dovrà  essere ridefinito a seguito della redazione dello stato di consistenza delle opere afferenti la tratta C oggetto di recesso parziale”.
Per Rfi Pietro Lunardi aveva ragione: dobbiamo abituarci a convivere con la mafia. E a rassegnarci se si infiltra negli appalti milionari: revocarli, costa di più.
Al committente e alla collettività .

Giuseppe Pipitone
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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