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CI ASPETTANO TRE ANNI DI TASSE A RAFFICA: PAGHEREMO 87 MILIARDI IN PIU’

Aprile 22nd, 2012 Riccardo Fucile

ADESSO PESANO BENZINA E SIGARETTE, IN AUTUNNO IVA E IMMOBILI… STIMA CGIA: FINORA LE FAMIGLIE HANNO PAGATO SOLO 600 EURO SU UN CONTO DI 8.200… IL FONDO DEI PROVENTI DELLA LOTTA ALL’EVASIONE E’ STATA CANCELLATA

Tasse, tasse e ancora tasse.
In soli cinque mesi, il governo ha prenotato oltre 87 miliardi di maggiori imposte da riscuotere da qui al 2014.
Tra casa, benzina, addizionali regionali e comunali, bollo auto, rifiuti, Iva, sigarette, mancata rivalutazione delle pensioni, ma anche aumenti di pedaggi autostradali, canone Rai, bollette di luce e gas, la “cura” Monti contro la febbre da spread rischia di ammazzare il paziente Italia, prima ancora di guarirne i disastrati conti pubblici.
Soprattutto perchè i balzelli agiscono con ferocia sui redditi medio-bassi, mentre la patrimoniale di fatto non esiste o è molto timida (casa esclusa).
PRESSIONE FISCALE AL TOP
La pressione fiscale quest’anno toccherà  il tetto storico del 45,1%, quasi tre punti sopra il livello del 2011, l’annus horribilis delle quattro manovre di fila, da luglio a dicembre (le tre di Tremonti-Berlusconi e il Salva-Italia).
Ma nel 2013 salirà  ancora al 45,4% del Pil – conferma il Documento di economia e finanza presentato dal governo il 18 aprile – per discendere solo nel 2014, di un soffio appena (45,3%).
Percentuali che tuttavia non raccontano fino in fondo le sofferenze di famiglie e imprese, chiamate a pagare anche il mostro oscuro che erode equità  al sistema: l’evasione da 120 miliardi all’anno.
E oltretutto private della speranza dell’ormai famoso Fondo-taglia tasse (con il recupero del gettito evaso), due volte annunciato e due volte cancellato.
OGNI FAMIGLIA PAGHERA’ 8.200 EURO
Se il baratro Grecia è stato schivato, se il prossimo anno il pareggio di bilancio sarà  centrato (l’Fmi ne dubita e lo sposta di 5-6 anni, ma il governo lo conferma), il merito va anche alla pazienza degli italiani.
Il Centro ricerche degli artigiani di Mestre calcola che – tra Salva-Italia, riforma del mercato del lavoro e aumento dell’Iva in autunno – il conto per il 2012 è di circa 20 miliardi.
Sale a 32,5 il prossimo anno e a 34,8 nel 2014. Totale: 87,3 miliardi.
«Rischiamo di rimanere soffocati», è il commento di Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia.
È vero che il governo Monti è stato costretto a intervenire per salvare il Paese dal fallimento, ma è altrettanto vero che si è agito solo ed esclusivamente sul fronte delle entrate».
Basta guadare al Salva-Italia, spiega la Cgia: 81,3% di imposte e 18,7% di tagli alla spesa. «Un sacrificio immane», prosegue Bortolussi. Se includiamo anche le manovre dell’estate scorsa, nota ancora la Cgia, il «peso fiscale medio in capo a ciascuna famiglia italiana, sarà  pari a circa 8.200 euro» in tre anni. Ovvero 2.700 euro l’anno.
AUTUNNO CALDO
Ad oggi «le famiglie italiane non hanno ancora subito nessun serio contraccolpo economico, avendo già  pagato in media poco più di 500-600 euro», spiega Bortolussi.
«Praticamente solo il 7% della cifra totale che dovranno sborsare in questo triennio. La mazzata arriverà  verso la fine dell’anno».
Se non si provvede altrimenti (con la spending review), dal primo ottobre le due aliquote Iva del 10 e 21% saliranno di due punti (e dello 0,5% dal primo gennaio 2014), con effetti disastrosi sui consumi e sui redditi.
A dicembre, poi, c’è il salatissimo conguaglio Imu, l’imposta sugli immobili che vale 21,4 miliardi totali nel 2012 sarà  più alta della vecchia Ici (le rendite salgono del 60%).
Ed ora i sindaci potranno raddoppiarla, se vogliono, per finanziare le opere pubbliche con l’Imu-bis.

Valentina Conte
(da “la Repubblica”)

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Il PIANO DEL GOVERNO PER TAGLIARE LA SPESA: DIFESA, ESTERI E INTERNI FRENANO

Aprile 22nd, 2012 Riccardo Fucile

L’OBIETTIVO E’ RIDURRE LE USCITE DELLO STATO DI 20-25 MILIARDI DI EURO: ACQUISTI ACCENTRATI, MENO ENTI INUTILI, RISPARMI SULLA SANITA’ E RAZIONALIZZAZIONE DEGLI IMMOBILI

Manca una manciata di giorni alla presentazione della prima relazione sulla spending review , la revisione della spesa pubblica cui il governo Monti attribuisce nel Def (Documento economico e finanziario) «un ruolo fondamentale» per la riduzione dell’indebitamento.
Ma quell’operazione di contenimento e riqualificazione della spesa, che il premier si propone di offrire quale segnale di forte cambiamento, fatica a venire alla luce.
Nel confronto serrato di un paio d’ore che il premier ha avuto venerdì scorso con il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Piero Giarda, incaricato del risanamento, sarebbero emersi problemi di non poco conto, certuni legati alle fortissime resistenze opposte da alcuni ministeri, meno propensi a rivedere il costo dei loro apparati.
Tra le righe dei documenti illustrati da Giarda, sarebbe venuta a galla anche un’altra verità  complessa, che attiene ai tagli varati nei passati tre anni e che dovrebbero produrre i loro effetti nel 2012 e 2013.
Interventi che hanno riguardato il blocco degli stipendi pubblici e quello parziale delle assunzioni, la riduzione della spesa sanitaria, il taglio degli acquisti di beni e servizi e anche la cancellazione o la forte riduzione di programmi di finanziamento di enti e soggetti esterni alla Pubblica amministrazione.
Tagli che, dal 2009 al 2013, attestano la spesa annuale a un livello costante: 727 miliardi di euro al netto degli interessi, un livello che lo stesso Giarda ha definito «senza precedenti nella storia della Repubblica».
Tali previsioni però, risultando in alcuni casi troppo ottimistiche, costringerebbero il governo a utilizzare la revisione della spesa per compensare i tagli previsti ma attuati solo in parte, per evitare nuovi scostamenti tra i saldi di bilancio effettivi e i saldi programmatici.
«La spending review è un’operazione complicata alla quale sto lavorando pressochè da solo e quasi a titolo personale» ha spiegato qualche giorno fa Giarda in un’intervista, tradendo preoccupazione e qualche insofferenza.
Che nascerebbe anche dalla difficoltà  di approccio con alcuni ministri, restii a mettere mano alle forbici, come richiesto.
Al momento hanno inviato propri dati e analisi i dicasteri della Giustizia, degli Interni, dell’Istruzione, della Difesa e degli Esteri.
Questi ultimi, ad esempio, avrebbero opposto un netto rifiuto a operare una riduzione dei costi, argomentando che la contrazione delle risorse attuata fin qui è ormai giunta al limite.
Al punto che gli stanziamenti previsti per la stipula di accordi sono diminuiti tanto da determinare spesso l’impossibilità  di ratificare molti accordi internazionali, anche quando richiedono importi minimi.
Ma, come emerge dal «Rapporto sullo stato di attuazione della riforma della contabilità », il nucleo di analisi e valutazione della spesa del ministero guidato da Giulio Terzi di Sant’Agata, rileva che, a fronte di questa riduzione drastica di fondi, non si coglie il necessario sforzo di razionalizzazione delle spese inutili.
Per fare un esempio, non si riesce ancora a evitare che i documenti contabili dalle sedi estere vengano inviati in forma materiale, onde per cui le spese relative continuano a aumentare. Anche il ministero degli Interni, guidato da Annamaria Cancellieri, sarebbe apparso restio a ritoccare la propria struttura, ad esempio, riducendo il numero delle Prefetture o razionalizzando le spese per le carceri.
Quanto al ministero della Difesa, il generale Giampaolo di Paola, sarebbe rimasto freddo rispetto alle richieste di comprimere alcune spese di apparato, come quelle di sorveglianza del territorio che in alcuni casi apparirebbero come una duplicazione del servizio svolto da altri corpi, o quelle delle caserme.
Tutte rigidità  che irriterebbero Monti e che qualcuno tra i ministri arriva a definire «corporative», spiegandole con l’eccessiva identificazione di alcuni colleghi con il dicastero che guidano e alle cui dipendenze, in alcuni casi, hanno precedentemente operato.
Ma il vero problema della spending review , a parere di Monti e anche di altri ministri che mordono il freno, come quello dello Sviluppo economico, Corrado Passera, sarebbe più complessivo e riguarderebbe i traguardi da porsi con l’operazione, che dovrebbero essere molto più ambiziosi di quelli indicati da Giarda, e produrre qualcosa come 20-25 miliardi di risparmi strutturali.
Si tratterebbe di un totale cambio di filosofia che comporterebbe, ad esempio, il mettere mano alla sovrapposizione dei sistemi informatici diversi tra Ministeri, Regioni e Comuni, che servono solo a moltiplicare gli appalti e le relative spese.
C’è anche l’incredibile costo degli affitti, dell’ordine di 10-12 miliardi, che si potrebbe tagliare se solo si andassero a occupare i tanti immobili pubblici attualmente sfitti, o se si accorpassero le sedi di alcune amministrazioni.
C’è chi sostiene che un’operazione simile potrebbe fruttare risparmi nell’ordine di 3 ma anche 5 miliardi.
E poi ci sarebbero altri 4-5 miliardi recuperabili se, invece che puntare esclusivamente alla soppressione delle Province, ormai diventata una battaglia di bandiera, si mettesse mano alla miriade di soggetti di spesa come le Comunità  montane, le Autorità  di bacino, i Consorzi vari che, oltre a incidere sui conti pubblici, si inseriscono nei procedimenti amministrativi, producendone l’infinito allungamento.
Ancora, c’è il capitolo intonso delle spese della Sanità , dove bisognerebbe agire attraverso accordi-quadro in modo da uniformare i costi sul territorio di tutti i beni che vengono acquisiti: da quelli meno costosi, come una siringa, a quelli più complessi, come gli apparecchi medici.
In tutto questo non vi è chi non comprenda che un ruolo dovrebbe giocarlo prima di tutto il ministero dell’Economia, attraverso il contenimento della spesa per acquisti di beni e servizi che nel 2011 ha ammontato a 136 miliardi, rimanendo sostanzialmente in linea con i costi del 2010, solo grazie agli effetti di contenimenti varati nell’ultimo biennio.
Ma l’obiettivo cui Monti punta è molto più consistente: si tratterebbe di allargare il raggio di azione della Consip, centralizzando il più possibile gli acquisti e riducendo gli sprechi.
Un obiettivo considerato possibile se la struttura del Tesoro intendesse metterlo davvero a fuoco.

Antonella Baccaro
(da “La Repubblica”)

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FINMECCANICA, LO SPETTRO TANGENTI CHE TOGLIE IL SONNO A MARONI

Aprile 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE CENTRALE BORGOGNI HA RACCONTATO A VERBALE AI PM DI NAPOLI DI UNA TANGENTE DI 10 MILIONI DI EURO DESTINATA ALLA LEGA PER LA VENDITA DI 12 ELICOTTERI AUGUSTA ALL’INDIA… L’OPERAZIONE SAREBBE STATA ORCHESTRATA DALL’AD GIUSEPPE ORSI, LEGATO A ROBERTO MARONI

Lorenzo Borgogni è stato sentito in gran segreto a Roma martedì scorso dai pm di Napoli che indagano sull’ipotesi di corruzione internazionale per le commesse estere di Finmeccanica. Quella mattina era stato arrestato al suo atterraggio a Fiumicino Valter Lavitola e nessuno aveva fatto caso ai magistrati partenopei che andavano in gran segreto ad ascoltare per un paio di ore l’ex direttore centrale del gruppo controllato dal ministero dell’Economia, indagato a Roma e a Napoli.
Nel corso dell’interrogatorio si è parlato delle mazzette che sarebbero state pagate dalla società  controllata dal gruppo che si occupa di elicotteri, Agusta Westland, per aggiudicarsi commesse all’estero.
Già  in precedenti interrogatori, Borgogni aveva toccato questo tema e i magistrati hanno tentato di approfondirlo alla luce delle loro recenti acquisizioni investigative.
In particolare, secondo quanto ha detto ai pm Borgogni, i costi di mediazione della vendita all’India degli elicotteri militari sarebbero stati gonfiati per pagare mazzette milionarie alla Lega Nord con il consenso dell’allora amministratore delegato di Agusta Westland Giuseppe Orsi.
Questo manager nato a Guardamiglio, nel Lodigiano, nel 1945 e promosso prima ad amministratore delegato di Finmeccanica nel maggio 2011 e poi alla guida dell’intero gruppo nel dicembre scorso, rappresenta da decenni l’anima lombarda del gruppo pubblico romano e non fa mistero di essere un buon amico di Roberto Maroni.
Orsi è l’unico manager vicino alla Lega nord a ricoprire un ruolo manageriale di primo piano in una grande società  pubblica.
Il manager lombardo possiede grandi doti, riconosciute anche da chi non lo ama per i suoi modi bruschi poco adatti a condurre un gruppo che è intriso di politica fino al midollo.
Inoltre ha guidato nella sua fase di espansione Agusta, l’azienda più forte del gruppo dal punto di vista industriale.
Certamente però solo con il suo curriculum non sarebbe arrivato al gradino più alto.
Non è un mistero che Maroni lo abbia sponsorizzato nelle ore decisive della promozione.
Maroni e Orsi si conoscono da almeno 15 anni.
Agusta Westland ha il suo cuore nella provincia di Varese e Maroni ha cominciato a frequentare l’amministratore di questo colosso industriale per ovvie ragioni istituzionali. L’importanza del gruppo Finmeccanica è nota a tutti in queste zone e soprattutto a casa Maroni: la moglie dell’ex ministro dell’interno, Emilia Macchi, da 25 anni lavora alla Aermacchi, una società  controllata da Finmeccanica che recentemente si è fusa, ma forse sarebbe meglio dire ha inglobato, la Alenia dando vita alla Alenia Aermacchi.
Emilia Macchi, molto stimata in azienda, è diventata dirigente qualche anno fa grazie a una delibera del Consiglio di amministrazione che ha riconosciuto la sua professionalità . Ovviamente Orsi conosce benissimo la signora Maroni e le due famiglie si frequentano.
La signora Orsi invece non lavora nel settore aeronautico, ma si occupa di consulenza aziendale.
Rita Coldani è infatti amministratrice unica di una società  intestata a due fiduciarie che schermano i reali proprietari delle quote.
La società  si chiama Atirus Srl ha sede a Milano in Galleria del Corso e ha come azionisti la Cofircont Compagnia Fiduciaria con il 95 per cento e la Timone Fiduciaria con il 5 per cento. Nel 2010 ha fatturato solo 30 mila euro e l’anno prima poco più della metà .
La Atirus possiede però un immobile iscritto al costo di 380 mila euro che si trova a New York.
Probabilmente sarà  un’eredità  del periodo americano del manager.
Il recente ritorno in tv di Lorenzo Borgogni non deve aver fatto piacere a Maroni.
Proprio quando, dopo 30 anni nel ruolo di numero due, all’età  di 57 anni, l’ex ministro si accinge a scalare la segreteria, il manager da lui sponsorizzato per la presidenza di Finmeccanica torna al centro dell’attenzione per storie di mazzette.
E stavolta non si tratta di vicende lontane o romane come quelle che hanno coinvolto la Selex Sistemi Integrali di Marina Grossi, moglie dell’ex presidente Pierfrancesco Guarguaglini.
Nè di storie che impensieriscono principalmente Silvio Berlusconi, come le pirotecniche intercettazioni panamensi di Valter Lavitola.
Stavolta si parla di verbali (ancora da riscontrare) che tirano in ballo pesantemente il rapporto tra la Agusta Westland e la Lega.
Lorenzo Borgogni ha riferito di avere saputo in ambito aziendale (anche se non ha rivelato la fonte delle sue informazioni che a maggior ragione sono tutte da riscontrare) che nella vendita di 12 elicotteri da parte di Agusta Westland al governo indiano sarebbe stato riconosciuto un compenso di 41 milioni di euro a un consulente del gruppo che ha rapporti storici con la Agusta, un imprenditore che opera in India ma è residente a Lugano e si chiama Guido Ralph Haschke.
Questa somma, dovuta per le sue prestazioni, stando al racconto di Borgogni, però sarebbe stata poi elevata a 51 milioni per far fronte alle “esigenze” dei politici della Lega Nord.
Proprio Giuseppe Orsi avrebbe chiesto inizialmente ad Haschke di sottrarre al suo compenso la somma di 9 milioni di euro da far tornare attraverso un intermediario nella disponibilità  del manager.
Di fronte al rifiuto del consulente di rinunciare a una parte della sua fetta di commissione, si sarebbe trovata una via diversa a carico della società : in un incontro apposito — sempre stando al racconto di Borgogni tutto da verificare — si sarebbe raggiunto l’accordo di aumentare il costo della consulenza di dieci milioni “per soddisfare le esigenze dei partiti e in particolare della Lega Nord”, partito che avrebbe appoggiato la nomina ad amministratore delegato di Giuseppe Orsi.
Un racconto tutto da verificare. I magistrati hanno convocato Guido Haschke ma il consulente si è avvalso della possibilità  di non presentarsi essendo un cittadino straniero.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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“SOLDI NOSTRI”: L’ULTIMA GAFFE DELL’ILLUSIONISTA BOSSI

Aprile 21st, 2012 Riccardo Fucile

MA CHE SOLDI LORO, SONO SOLDI DEGLI ITALIANI, PRESTATI ALLA CASTA POLITICA CHE DOVREBBE RESTITUIRCELI IN OPERE E NON SOTTRATTI PER PAGARE L’AFFITTO A CALDEROLI O LE MULTE AL TROTA

Dice Bossi: quei soldi erano nostri, potevamo farci quel che ci pareva, anche buttarli dalla finestra.
Se era un tentativo di migliorare la posizione della Lega agli occhi degli elettori, temo non gli sia riuscito troppo bene.
La sua frase rivela semmai lo spirito della Casta e il morbo che ha devastato il rapporto fra partiti e cittadini.
Quei soldi, signor Bossi, non sono vostri. Sono nostri.
Dei contribuenti che li hanno versati attraverso le tasse, spremendoli dal frutto del proprio lavoro.
Sono un prestito che facciamo alla politica e che la politica è tenuta a restituirci con le sue opere e a documentarci con rendiconti precisi.
Essendo soldi nostri, non solo ci interessa sapere come li spendete, ma saperlo è un nostro diritto.
Altro che buttarli dalla finestra o negli stravizi del Trota.
In fondo è la stessa forma di rispetto che pretendiamo dal dipendente pubblico, quando allo sportello ci tratta da postulanti.
Ma come si permette? Siamo noi a pagargli lo stipendio, perciò deve mettersi al nostro servizio: persino quando siamo insopportabili (a volte lo siamo anche noi).
Così almeno diceva mio padre, impiegato statale.
È incredibile, ma forse no, come la Lega abbia mutuato dalla burocrazia di Roma ladrona i difetti che canzonava nei comizi delle origini.
La visione proprietaria del bene pubblico e dei fondi della comunità .
Quel pensiero molto italiano che ciò che è dello Stato non appartenga a nessuno e quindi chiunque ne possa approfittare.
Invece appartiene a tutti: impariamo a difenderlo dai Bossi di oggi e possibilmente anche da quelli di domani.

Massimo Gramellini

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PER L’EUROPA IL TAV E’ GIA ARCHEOLOGIA FERROVIARIA

Aprile 21st, 2012 Riccardo Fucile

LA STRATEGIA DELLA GERMANIA PREVEDE UNA DIMINUZIONE DELLA VELOCITà€…È IN CALO IL TRASPORTO MERCI TRA ITALIA E FRANCIA

Alta velocità , addio?
L’avvio del ripensamento arriva da dove meno te lo aspetti: dal presidente delle ferrovie tedesche, le più grandi ed efficienti d’E uropa.
Rudiger Grube annuncia in un’intervista al periodico Wirtschaftswoche, che i futuri treni veloci Ice non viaggeranno più a 300 chilometri l’ora, ma a 250.
Basta e avanza per la Germania, spiega il manager.
In Italia si va nella direzione opposta.
Due giorni fa c’è stata per i giornalisti la corsa inaugurale Roma- Napoli di Italo, il treno di Ntv, la compagnia ferroviaria privata di Luca di Montezemolo che gioca ogni sua carta sull’Alta velocità .
Anche le Ferrovie dello Stato di Mauro Moretti hanno puntato da tempo tutto sull’Alta velocità , spesso trascurando il resto, dai treni regionali ai merci alle lunghe percorrenze.
E prosegue imperterrita pure la macchina per la costruzione di una linea ad Alta velocità  perfino sulle Alpi, il famoso Tav Torino-Lione delle mille polemiche, nonostante i dati di traffico siano scoraggianti.
Gli scambi attraverso i valichi alpini, in realtà , non sono mai andati bene come negli ultimi tempi, nonostante la crisi.
Con una vistosa eccezione, però: proprio il segmento occidentale tra Italia e Francia.
Qui l’import e l’export segnano il passo, anzi, da un trentennio sono in costante e lenta caduta, salvo modeste ripresine, come a ridosso del 2000, per esempio.
Dodici anni fa il traffico totale, importazione, esportazione e transito sulle Alpi italo-francesi arrivò a circa 34 milioni di tonnellate, ma nel 2010 (ultimi dati ufficiali disponibili) è stato di appena 23 milioni e mezzo, quasi un terzo in meno.
Un arretramento vistoso, che dovrebbe far riflettere soprattutto i sostenitori a oltranza del Tav, ma che invece viene ignorato .
Gli ultimi dati sul traffico merci attraverso l’arco alpino sono forniti da una fonte assolutamente neutra: l’Ufficio federale svizzero dei trasporti che utilizzando cifre proprie e dati acquisiti dai ministeri dei Trasporti francese e austriaco ha elaborato un report intitolato Alpinfo 2010.
Il dossier riguarda tutti i tipi di traffici attraverso le Alpi: per ferrovia, per strada e autostrada, i transiti, le importazione e le esportazioni e i commerci interni di ogni singolo paese.
È un lavoro accurato che   dà  spazio solo ai numeri e non concede nulla alle interpretazioni . I numeri, allora, vediamoli.
Nel 1980, le merci trasportate su strada o sui binari dei valichi dell’intero arco alpino da Ventimiglia al Brennero erano poco meno di 51 milioni di tonnellate, 30 anni dopo sono state 105 milioni, con una crescita percentuale di 107,2 punti.
Nell’ultimo anno l’incremento è stato dell’11 per cento circa, ma con apporti assai diversi tra paese e paese, soprattutto per la quota di traffico di transito rispetto al volume complessivo. Mentre in Austria tale quota sfiora il 90 per cento e in Svizzera l’80, in Francia è di appena l’11,7 per cento.
La causa principale del carattere anemico degli scambi italo-francesi non è la mancanza o l’inadeguatezza delle infrastrutture ferroviarie, come qualcuno degli oltranzisti filo Tav suggerisce, e la riprova è data dal fatto che i traffici sono deboli anche su strade e autostrade. La costruzione di una nuova, moderna e costosa ferrovia tra Torino e Lione difficilmente potrebbe da sola compiere il miracolo producendo una novità  e una scossa tali da invertire un andamento economico che appare consolidato.
Spiega Angelo Tartaglia, esperto dei trasporti del Politecnico di Torino: “Mentre aumentano in modo considerevole gli scambi sulla direttrice nord-sud, tra l’Europa centrale e del nord e il Mediterraneo e il Maghreb fino ai paesi mediorientali, languono import ed export sulla direttrice est-ovest, quella attraversata dal Corridoio numero 5 e quindi dal Tav Torino-Lione che del Corridoio è un segmento. Su questa direttrice si sta verificando una progressiva saturazione strutturale degli scambi dovuta al fatto che questi ultimi sono sempre più collegati ai prodotti di sostituzione”.
Lo sviluppo dei commerci sulla linea nord-sud sarà  favorito anche dall’allargamento del canale di Suez dove potranno transitare le grandi portacontainer da 11/12 mila teu, cioè 100 mila tonnellate. Invece di raggiungere i porti dell’Europa del nord, queste grandi navi provenienti dal Far East potranno puntare sugli scali italiani risparmiando 5 giorni di navigazione e alimentando il traffico alpino soprattutto attraverso i valichi svizzeri e austriaci.

Daniele Martini
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL NUOVO PROGETTO DI BERLUSCONI: PARTITO LIQUIDO, CAMBIO DEL NOME, LISTE CIVICHE E INTERNET

Aprile 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL CAVALIERE STUDIA IL MODELLO OBAMA…MONTEZEMOLO POTREBBE GUIDARE IL LISTONE NAZIONALALE DI IMPRENDITORI E INTELLETTUALI… IPOTESI SUL NOME: “TUTTI PER L’ITALIA”

È un predellino digitale “la più grossa novità  della politica italiana” annunciata ieri da Angelino Alfano.
Un lavoro che il Cavaliere e Alfano stanno cucinando da due mesi in gran segreto nel retrobottega del Pdl, in attesa del 2013.
Ma che sono stati costretti a portare allo scoperto sotto la spinta del Partito della Nazione di Casini e della prospettiva di un voto anticipato già  ad ottobre.
Ma soprattutto davanti al rischio incombente di uno sbriciolamento del partito.
Il Pdl dunque cambierà  nome, questa la prima novità .
E chissà  se è casuale quello slogan – “Tutti per l’Italia” – lanciato due giorni fa da Giuliano Ferrara nella coda di un pezzo sul Foglio.
Dunque nome nuovo, ma non basta.
Perchè il Pdl è ormai diventato una “bad company”, lo dimostrano i sondaggi di Alessandra Ghisleri, e va supportato da una lista civica nazionale innervata dalla società  civile.
Un listone guidato da Luca Cordero di Montezemolo, con dentro gli imprenditori e i professori del think tank “Italia Futura”.
In ogni circoscrizione il modello potrebbe diventare plurale, con più liste civiche alleate.
Un amo è stato lanciato anche a Emma Marcegaglia, presidente uscente di Confindustria. Berlusconi spera in questo modo, dando vita a un partito più “liquido”, di intercettare parte di quel rifiuto della politica tradizionale che soffia impetuoso nel paese.
“Dobbiamo innovare – sostiene Daniela Santanchè, ieri al fianco di Alfano mentre il segretario annunciava la novità  – perchè i vecchi partiti non funzionano più. La gente non ne vuole più sapere”.
Ma non basta ancora. E qui entra in campo Alfano.
Il Cavaliere già  nel 2008 era rimasto affascinato dalla cavalcata inarrestabile di un oscuro senatore di Chigago fino al cuore della Casa Bianca.
E ha consigliato ai suoi di studiare per bene il caso Obama.
Angelino l’ha preso in parola e ha lanciato a febbraio il progetto di un Pdl 2.0, affidato ad Antonio Palmieri. Il guru del nuovo corso a cui si sono affidati Berlusconi e Alfano è un nome molto conosciuto sul web.
Si chiama Marco Montemagno, si fa chiamare “Monty”.
Cranio lucido, piglio da telepredicatore, cofondatore di Blogosfere, è Monty il “Jim Messina” a cui è si rivolto Berlusconi per mettere in piedi la nuova macchina da guerra.
L’altro è Davide Tedesco, che ha diretto la Political Digital Academy del Pdl.
È una sfida che passa per l’uso attivo di tutti i social network in campagna elettorale, da Youtube a Facebook, da Twitter (la nuova passione di Alfano) a Flickr.
Come sta avvenendo in Francia, l’altro esempio a cui si stanno ispirando a via dell’Umiltà .
Il caso francese dimostra che lo sconosciuto Mèlenchon, candidato di sinistra-sinistra, nell’ultimo mese ha surclassato tutti gli altri avversari nella crescita del numero di fan su Facebook: 91% contro un misero 6% di Sarkozy.
La Rete cambia le regole, chi era dato per spacciato può risalire la china.
“Ma siccome siamo in Italia – spiega un uomo che lavora al progetto Pdl 2.0 – e molti, specie gli anziani, non sono connessi a Internet, ci baseremo anche sull’invio degli sms e sulle telefonate tradizionali”.
Del resto è stato proprio il servizio di sms a dare la spinta decisiva alla campagna Obama del 2008.
La società  di sondaggi Nielsen stimò che il candidato democratico ne aveva mandati in tutto 10 milioni, a 2,9 milioni di americani, tutti firmati in modo confidenziale “Barack”.
Come se fosse un amico, proprio per instaurare un legame personale e diretto con gli elettori.
A palazzo Grazioli la macchina gira già  a pieno regime.
Negli studi che ospitavano Red Tv, la televisione vicina a D’Alema, ora lavorano Maria Rosaria Rossi e Roberto Gasparotti.
La prima è nota alle cronache soprattutto per la storia delle feste ad Arcore, ma pochi sanno che la deputata Pdl è anche un imprenditrice dei call center.
Ed è proprio a lei che si è rivolto il Cavaliere per mettere in piedi un mega call center da gettare nella mischia in campagna elettorale.
Certo il centro di Rossi e Gasparotti non sarà  “the Beast”, la bestia, come è stato soprannominato il cuore pulsante della campagna Obama2012, con i suoi trecento volontari ed esperti di marketing.
Ma su queste iniziative il Cavaliere non va sottovalutato.
La struttura peraltro è già  operativa. E fa carotaggi limitati alla platea di iscritti ed eletti del partito: sperimenta messaggi politici, ricevendone un ritorno immediato per calibrare di nuovo la comunicazione in uscita. È un rodaggio.
Alfano è convinto che la strada imboccata sia quella giusta ed è certo di esserci arrivato per primo.
“Una volta i ragazzi attaccavano i manifesti – ha spiegato il segretario – oggi è molto più facile ed efficace attaccare un post”.
Ma la Rete può anche essere una trappola.
Come ha sperimentato a sue spese Roberto Formigoni, costretto a chiudere il blog del suo sito multicanale (Facebook, Youtube, ecc) per lo tsunami di insulti in arrivo.
C’è poi da superare la radicata diffidenza dei vecchi del Pdl. “Questa grande novità  di cui parla Angelino – nota velenoso un detrattore interno – a me sembra tanto il partito del “Sarchiapone”. Nessuno sa bene cosa sia. Non vorrei fosse solo una trovata per rubare la scena a Casini per un giorno”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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IL “RESPONSABILE” ON. RAZZI ALLA “ZANZARA”: “SICURAMENTE NON HO MAI PENTITO DI QUELLO CHE HO FACCIO”

Aprile 21st, 2012 Riccardo Fucile

ESILARANTE ESIBIZIONE DELL’EX DEPUTATO IDV CHE AVEVA SALVATO IL GOVERNO BERLUSCONI CON SCILIPOTI E CO. …”SGARBI NELLA PREFAZIONE CI HA DEFINITI   DUE CAZZI…DUE RAZZI…DUE DI RAZZA”

Nuova edizione della supercazzola di Antonio Razzi, ex deputato Idv, ora nelle fila di Popolo e Territorio.
Il politico nel suo solito italiano maccheronico ha regalato momenti imperdibili ai microfoni della Zanzara, su Radio 24.
Razzi ha raccontato che, a suo avviso, i miti italiani conosciuti in tutto il mondo sono tre: la Maserati, la Ferrari e Berlusconi.
“L’ho detto nel parlamento inglese, dove sono andato perchè sono membro della ‘bilaterale delle amicizie’. Io che vado in giro per il mondo incontro persone che mi dicono: ‘Mi saluti il presidente Berlusconi’.
E mi chiedono: “Ma lei lo conosce?”. Io rispondo: “Eccome no, chi è che non conosce il presidente Berlusconi?”.
Il deputato PT afferma, inoltre, che capisce abbastanza bene l’inglese, pur non essendo “un anglosassòn”, e narra la sua esperienza in Uganda, dove, a suo dire, “ci stavano duemila deputati da tutto il mondo, ci stava tutto il mondo presente”.
“In Uganda” — aggiunge — “ho parlato su…una cosa molto importante, è quello di…siccome…è ‘na cosa attuale…il problema della politica, diciamo, noi politici purtroppo siamo mal visti…ho parlato dell’antipolitica in Uganda”.
Razzi è impietoso sul suo ex compagno di partito, Francesco Barbato, che con una videocamera nascosta captò alcune sue confidenze schiaccianti, poi mandate in onda dalla trasmissione “Gli Intoccabili”, su La7: “Io non l’ salut chiù. Per me è morto e sepolto. Lo consideravo un fratello, anzi io sono un fratello maggiore. Se un fratello ti fa una cosa del genere, tiè…” e fa il gesto dell’ombrello.
“Ci incontriamo in Parlamento, ma lo vedo una nebbia, vedo uno che cammina ma non so neanche chi è. Se domani crepasse, a me non fregherebbe proprio niente. Certo, non sarei contento perchè è sempre un essere umano, ma non m’interessa, non vado manco a u’ funerale. E che ci ho scritto in fronte, “giocondo”?”.
Altre perle memorabili di Razzi: “sicuramente non ho mai pentito di quello che ho faccio”; “ci sono stupidi che credono che mi hanno pagato nu mutuo, un’ cazz che gli frega che m’hanno pagad nu mutuo, qua purtroppo non ti paga niente nessuno”; “Sgarbi, che ha scritto la prefazione del mio libro, ha definito me e Scilipoti due cazzi…due razzi…due di razza”; “per Di Pietro m’avess mess sotta a nu tren, amavo Di Pietro, adesso m’ mettess sotta a nu tren per Berlusconi”.

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“STATALI, SI LICENZIA”: IL MINISTRO GRIFFI ANNUNCIA LA RIFORMA ENTRO L’ESTATE

Aprile 21st, 2012 Riccardo Fucile

FUORI DAL LAVORO DOPO DUE ANNI DI MOBILITA’

Nei tavoli di confronto con il sindacato, l’eventualità  era finora passata solo per allusioni ma ieri, con un’intervista sul quotidiano Avvenire, il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, è stato netto: il governo licenzierà  anche gli statali.
Arrivando fino a dove non era arrivato Brunetta.
Le forme saranno mediate, ovviamente, ma la sostanza resta e tutto quanto dovrà  avvenire già  entro l’estate.
Il ministro vuole varare la sua riforma entro metà  maggio e del resto, la riforma del Lavoro, che è già  all’esame del Parlamento, è stata fatta in modo da recepire, all’articolo 2, una legge delega.
A quanto pare la riforma è già  avanti nel suo punto più cruciale, quello del licenziamento del pubblico impiego. “Spero che capiscano tutti, anche i sindacati” dice il ministro al quotidiano cattolico.
“Devono accettare il meccanismo di mobilità  obbligatoria per due anni che già  esiste ma che ancora non è stato attuato. Devo farlo perchè le amministrazioni pubbliche vanno riorganizzate anche per attuare la spending review sulla spesa pubblica”.
La procedura, in effetti, è già  prevista nella norma attuale che prevede la messa in mobilità , per 24 mesi e all’85 per cento dello stipendio, del personale dichiarato in esubero.
“Prima proveremo a vedere se quel personale, riqualificato, potrà  essere utilizzato meglio in altri settori” spiega Patroni Griffi, “poi, solo se alla fine non si troveranno alternative, l’unica strada rimarrà  quella del licenziamento”.
Nessuno crede, però, che quella ricollocazione in un settore già  gravato da tagli e riduzioni consistenti possa essere trovata. Inoltre, il meccanismo si inserisce dentro una riforma complessiva del lavoro che vede, per la prima volta dopo 40 anni, la revisione dello stesso articolo 18 realizzando, come dice lo stesso ministro, “la maggior convergenza possibile con il settore privato”.
La risposta sindacale, contraria ai licenziamenti, non è stata particolarmente furibonda. Cgil, Cisl e Uil hanno messo le mani avanti rispetto alle dichiarazioni di Patroni Griffi ma senza mettere in discussione il tavolo di confronto.
Il segretario della Funzione pubblica della Cgil punta il dito sulla continuità  tra le proposte attuali e quelle di Tremonti chiedendo una maggiore progettualità  e poi prendendola con il metodo dell’annuncio a mezzo stampa: “Se davvero questa riforma dovesse passare come una semplice delega al governo — dice Rossana Dettori — e la trattativa dovesse essere una formalità  che ratifica le scelte che l’esecutivo comunica preventivamente alla stampa, ne trarremo le dovute conseguenze”.
In ogni caso la Cgil annuncia una prima manifestazione sotto la sede del ministero già  lunedì.
La Cisl parla di un atteggiamento responsabile e leale ma chiede al ministro di avere al più presto le piante organiche dell’amministrazione statale.
Dal canto suo l’Usb, il sindacato di base abbastanza forte nel pubblico impiego, si dice “non stupito” dell’uscita del governo visto che al tavolo di confronto questa ipotesi era stata già  ventilata.
Il problema, spiega l’Usb, “sono le politiche economiche imposte dalla Bce e dall’Unione europea che impongono di realizzare tagli tramite la “spending review” e questo mette sotto ricatto tutto il pubblico impiego perchè non c’è amministrazione che non sia in difficoltà ”.
L’Usb propone una prima assemblea delle Rsu il 18 maggio e annuncia l’ipotesi di sciopero generale.
Sciopero che invece che sembra scomparire dalla prossima fase della Cgil che ieri ha tenuto il suo direttivo nazionale su articolo 18.
Dopo una lunghissima giornata e una convulsa fase finale di emendamenti e sub-emendamenti da parte dell’area di maggioranza più critica nei confronti del tentativo di archiviare l’articolo 18 (Pensionati, Scuola, l’area Lavoro e Società ) la segreteria ha ricevuto il mandato per costruire una piattaforma comune e una mobilitazione unitaria con Cisl e Uil sui temi del fisco e della crescita.

Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA LEGA TREMA: BELSITO PRONTO AD “APRIRE IL LIBRO” CON I MAGISTRATI

Aprile 21st, 2012 Riccardo Fucile

SPOSTATA LA DATA DEL PASSAGGIO DI CONSEGNE AL NUOVO TESORIERE, LUNEDI’ BELSITO VERRA’ ASCOLTATO DAI PM E INTENDE RISPONDERE SU TUTTO

Prima l’interrogatorio, poi il passaggio di consegne con il nuovo tesoriere.
È stata la premessa che ha consentito, nelle ultime ore, di trovare un accordo fra i difensori di Francesco Belsito e la Procura di Milano.
E di fissare per lunedì quello che, nell’inchiesta da cui è stata travolta la Lega Nord, si profila come il passaggio cruciale.
Poichè lo stesso Belsito (ex tesoriere del Carroccio indagato per riciclaggio, truffa allo Stato e appropriazione indebita) ha manifestato la chiara intenzione di rispondere, svariando fra i molti fronti finora solo accennati nelle intercettazioni telefoniche.
Nel frattempo, sempre gli investigatori milanesi hanno ascoltato Piergiorgio Stiffoni, parlamentare leghista citato più volte nelle carte dell’indagine.
Per chiedergli di spiegare come mai, mentre Belsito investiva duecentomila euro del partito in oro e diamanti (gli stessi restituiti tre giorni fa), pure lui e Rosy Mauro avessero aperto conti correnti ad hoc per comprare gli stessi preziosi.
Erano davvero loro, i soldi che risultano ufficialmente sborsati in forma privata?
«Nei documenti consegnati – sostiene Stiffoni – viene confermata la provenienza personale del denaro utilizzato. Avendo lavorato per oltre venti anni in banca ho scelto quando, dove e come mettere al sicuro i miei soldi. Così ho voluto proteggere i risparmi d’una vita dall’incertezza dei mercati. Solo in questi giorni ho appreso dai giornali degli acquisti di preziosi fatti dal signor Belsito (con cui non avevo alcun rapporto di frequentazione personale o professionale) con soggetti, banche e intermediari a me sconosciuti. Investimenti scelti dal signor Belsito all’insaputa di tutti».
E però non v’è dubbio che l’audizione dell’ex tesoriere sia il passaggio più atteso, dagli stessi dirigenti politici che pochi giorni fa lo hanno espulso e oggi dicono di non averlo praticamente mai conosciuto sebbene gestisse decine di milioni. Q
ualificate fonti investigative confermano al Secolo XIX come i pm di Milano abbiano accelerato temendo che lo scambio del testimone – documenti, estratti conto – fra Belsito e il nuovo tesoriere Stefano Stefani potesse indirettamente annacquare le prove.
Alla fine i difensori Paolo Scovazzi e Alessandro Vaccaro hanno fatto slittare il summit con la nuova dirigenza della Lega, comunicandolo ai pm.
Non solo.
Nelle ultime ore Belsito ha ricevuto una convocazione dai pm di Reggio Calabria (indagano sui collegamenti ‘ndrangheta-trasferimenti in Tanzania), per giovedì 26; ma non è detto che l’interrogatorio in Calabria rati calabresi si faccia in tempi sfalsati.
L’inchiesta si sviluppa su più fronti e proseguono i sequestri: ieri la Procura di Milano ha fatto sigillare 350 mila euro nello studio d’un notaio di Rovigo.
La cifra sarebbe parte dell’investimento di 1,2 milioni effettuato a Cipro dal consulente Paolo Scala, indagato assieme a Belsito e all’imprenditore Stefano Bonet.
Nell’opinione di chi indaga, di quella somma in Italia erano rientrati solo 850 mila euro. Il saldo è stato depositato da Scala dal notaio di Rovigo.
La Lega resta in fibrillazione politica.
Ieri sera Umberto Bossi ha lanciato l’amo a Bobo Maroni: «Voglio un accordo con lui».
Insomma, il padre-padrone della Lega cerca di mettere un argine alle guerre interne e cerca un modo per conciliare le due anime del partito.
Maroni con gli altri due triumviri intanto mette il bavaglio ai parlamentari: in tv si va solo se la presenza è concordata con i presidenti dei gruppi. «Dobbiamo mettere ordine nella comunicazione».

(da “Il Secolo XIX”)

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