Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile
LE PROIEZIONI DEI RISULTATI DI FEBBRAIO CON ALTRI SISTEMI ELETTORALI: STESSA INSTABILITA’
Che cambiare legge elettorale sia una priorità lo dicono tutti da tempo.
È sul come che si presenta, puntuale, lo stallo di sempre.
Nel tentativo di garantire la messa in sicurezza di un sistema di voto diverso dall’attuale – come assicurato dal premier Enrico Letta – Palazzo Chigi starebbe lavorando in questi giorni a un Porcellum «corretto»: alzare la soglia di sbarramento intorno al 40% per accedere al premio di maggioranza oppure eliminare definitivamente un bonus che entro la fine dell’estate la Consulta potrebbe giudicare incostituzionale.
Ma, a febbraio, come sarebbero andate le elezioni se non ci fosse stato il premio di maggioranza?
La risposta arriva da Labor Ele – il centro di analisi elettorale dell’Università di Roma Tre guidato dai docenti Antonio Agosta (Scienza della politica) e Nicola D’Amelio (Tecniche di analisi elettorale) – e la simulazione per la Camera ha fornito risultati decisamente sconfortanti ai fini della governabilità del Paese: la coalizione di centrosinistra, che alle Politiche ha ottenuto 340 seggi, ne avrebbe conquistati 192 (così ripartiti: Pd 165, Sel 21, Centro democratico 3, Svp 3); il centrodestra, che al voto si è assicurato 124 seggi, ne avrebbe contati 191 (Pdl 149, Lega 28, Fratelli d’Italia 14); il Movimento 5 Stelle, 108 seggi acquisiti dalle urne, sarebbe arrivato a quota 167 e si sarebbe confermato il primo partito; la coalizione guidata da Mario Monti, 45 seggi a febbraio, ne avrebbe incassati 67 (Scelta civica 55, Udc 12).
Una maggioranza impossibile da assicurare a Montecitorio a meno di non procedere sulla strada delle larghe intese, come spiega il professor Agosta: «Si sarebbe dovuto far ricorso a una grande coalizione: con il Porcellum senza premio di maggioranza l’unico modo per assicurare un governo all’Italia sarebbe stato promuovere un’alleanza tra il Partito democratico e il Popolo della libertà oppure far sì che il centrosinistra o il centrodestra si risolvessero a un’alleanza con il Movimento 5 Stelle».
Lo scenario non sarebbe cambiato neanche andando a votare con il Mattarellum: la simulazione di Labor Ele, anche in questo caso, ha evidenziato il rischio governabilità : 259 seggi per il centrodestra, che avrebbe ottenuto la maggioranza relativa e costituito in Aula il gruppo più numeroso senza però poter contare sulla metà più uno degli eletti e quindi sulla maggioranza assoluta necessaria a ottenere la fiducia; 235 seggi per il centrosinistra; 108 seggi (come l’effettivo risultato elettorale) per i Cinque Stelle e 15 seggi per la coalizione di Monti.
«Anche qui uno spaccato di totale instabilità – conclude il professor Agosta –. Ritornando alla realtà politica attuale, e in base ai nostri studi, l’unica soluzione possibile oggi sarebbe quella di riformare la Costituzione per consentire a Camera e Senato di procedere su binari differenti, consentendo soltanto all’aula di Montecitorio il potere di conferire e revocare la fiducia all’esecutivo».
Elsa Muschella
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile
DALLA GIUNTA DELLE ELEZIONI PASSANO LE RICHIESTE DEI PM
Lotteranno fino alla fine, come si conviene quando c’è di mezzo un pezzo di legalità da
difendere, ma la partita appare persa.
La giunta per le elezioni e le immunità parlamentari del Senato — organismo particolarmente delicato in questa legislatura perchè da lì passeranno le prossime richieste dei magistrati per i futuri tasselli dei processi che riguardano non solo Silvio Berlusconi, ma anche Denis Verdini e molti altri indagati/imputati illustri a Palazzo Madama come Roberto Formigoni — potrebbe avere un presidente leghista.
Alla fine, nonostante la battaglia condotta da Sel, che avrebbe voluto alla presidenza Dario Stèfano, quella poltrona è a un passo dal finire nelle mani di una finta opposizione, il Carroccio appunto.
Che, in quanto astenuto sul voto di fiducia al governo Letta, un voto che al Senato vale come contrario, è considerato opposizione, quindi con le carte in regola per ambire alla presidenza della giunta.
Salvo colpi di scena (auspicabili, ma difficili), questa sera la Lega potrebbe già avercela fatta.
Il candidato alla carica è Raffaele Volpi, senatore molto vicino a Giancarlo Giorgetti (il “saggio” leghista alla corte di Napolitano con idee di correre come segretario nel prossimo corso della Lega), ma soprattutto uomo di Roberto Calderoli; l’autore del Porcellum ne seguirà da vicino i primi passi.
Lo vuole Berlusconi.
Il segretario della Lega, Roberto Maroni, ha infatti fatto sapere ai diretti interessati (Berlusconi, Verdini e, appunto, Calderoli) di voler rimanere estraneo alla lotta per la conquista della poltrona; Volpi, dopotutto, non è uno dei suoi.
Difficile capacitarsi di una simile dèbà¢cle, soprattutto dopo quanto avvenuto, poco più di dieci giorni fa alla Camera, quando Ignazio La Russa di Fratelli d’Italia è diventato presidente dell’omologa giunta a Montecitorio.
Eppure, anche in questo caso, come in quello precedente, da parte del Pd non c’è stata alcuna levata di scudi. Anzi.
La presidenza della giunta per le immunità è stata trattata all’interno del pacchetto delle presidenze spettanti alle opposizioni (le cosiddette commissioni di garanzia) insieme al Copasir e alla Vigilanza Rai.
Il raggiungimento dell’obiettivo giunta, da parte della Lega, nasce da lontano.
E grazie alla sagacia e alla conoscenza dei regolamenti di Roberto Calderoli.
Fu lui a suggerire a Maroni di far astenere i senatori leghisti sul voto al governo, proprio per non rompere l’asse con il Pdl, ma in modo da essere considerati opposizione al momento della divisione delle poltrone “di garanzia” delle commissioni.
Per Berlusconi, infatti, è fondamentale avere il controllo della giunta.
Calderoli, dunque, promise al Cavaliere che avrebbe fatto il possibile per spuntarla.
“Abbiamo fatto anche noi il possibile — racconta, non senza amarezza, un senatore del Gruppo misto, vicino a Sel — ma ci siamo trovati davanti a un accordo granitico fatto da Calderoli e Berlusconi a cui il Pd ha deciso di soggiacere. E non riusciamo a capire perchè”.
Inutile, infatti, inneggiare all’incandidabilità di Berlusconi, come nei giorni scorsi ha fatto più volte il Pd con Luigi Zanda, quando poi una battaglia così importante come quella della giunta per le elezioni non viene portata avanti con convinzione.
Il malumore nel Pd, comunque, è molto alto.
Questa mattina ci sarà l’ultima riunione dei democratici, quella definitiva, per cercare di evitare che il gruppo si spacchi al momento del voto, cosa che appare invece inevitabile.
Quel che temono, però, sia i democratici sia il Pdl, è che alla fine, in caso di grosso caos nel Pd, la presidenza possa finire (alla quarta votazione, cioè quando cala il numero dei voti necessari) nella disponibilità dei grillini, in particolare di Vito Crimi, capogruppo M5S al Senato.
Una vera beffa per il Cavaliere che non lo perdonerebbe mai al Pd. Con conseguenze sul governo. Non di forma, stavolta, ma di sostanza.
La battaglia, al momento, appare persa.
A meno di uno scatto d’orgoglio finale del Pd che, però, non pare nell’aria.
Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile
CRESCE NEL PD IL DISSENSO PER GLI ACCORDI DI VERTICE
Ci risiamo. Pure per eleggere il presidente della Giunta per le elezioni e le immunità il Pd rischia un nuovo caso Francesco Nitto Palma: i vertici del gruppo e del partito s’accordano col centrodestra su un nome gradito al Cavaliere, gli eletti — evidentemente incapaci di arrendersi alla realpolitik — contraddicono quell’intesa.
Nel caso specifico, anche con l’accordo dei vertici democratici, il favorito è Raffaello Volpi, dirigente leghista da Brescia.
Pure stavolta però, chi dovrebbe effettivamente eleggerlo, non ci pensa nemmeno: “Io di certo un leghista non lo voto”, ci spiega al telefono Felice Casson, ex magistrato e senatore alla terza legislatura, già tra i protagonisti dell’ammutinamento in commissione Giustizia che stava per far saltare il governo Letta.
Senatore, ci risiamo
Per una prassi consolidata che deriva da motivi che direi ovvi, la presidenza della Giunta spetta all’opposizione e la Lega non ha votato contro il governo.
Vabbè, il Carroccio si è astenuto
Appunto, si è astenuto e in commissione Giustizia coi suoi due voti ha fatto eleggere l’ex ministro berlusconiano Nitto Palma. Per quanto mi riguarda in Senato ci sono solo due partiti di opposizione: Sel e Movimento 5 Stelle.
Anche fra loro non c’è accordo sul presidente: lei chi preferisce?
Non è una cosa che spetta a me decidere, spero che un nome unico verrà indicato dalle opposizioni.
I suoi colleghi del Pd in Giunta sono d’accordo con lei?
Non saprei, non ci siamo ancora riuniti.
Risulta che i vertici del suo gruppo abbiano dato via libera a Volpi.
Nessuno mi ha fatto sapere niente. Quando e se dovessero comunicarcelo faremo le nostre osservazioni.
Insomma, si va verso un nuovo caso Nitto Palma?
Glielo ripeto: io un funzionario di partito della Lega non lo voto.
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile
SI INSEDIA LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI, SCONTRO SUL PRESIDENTE…IL CONFLITTO DI INTERESSE
Il timer di quella bomba a orologeria chiamata “ineleggibilità di Silvio Berlusconi” sarà
innescato alle 14 di oggi, nella prima riunione della Giunta per le elezioni e le immunità , dedicata all’elezione del presidente.
«Non aspetteremo un minuto per sollevare la questione», dice il capogruppo dei 5 stelle al Senato Vito Crimi.
Il Movimento ha tutto l’interesse a cavalcare una battaglia che fa male al Pdl e mette il Pd in un angolo, e comincerà a farlo subito, partendo dal rivendicare la presidenza della Giunta.
O comunque, cercando di impedire che vada alla Lega, al senatore Raffaele Volpi, sul cui nome gli altri partiti si sarebbero già accordati.
«Per prassi la presidenza deve andare all’opposizione — dice d’un fiato il senatore stellato Michele Giarrusso — ma loro vogliono scegliersi l’opposizione che fa più comodo, come hanno fatto alla Camera, dove hanno eletto presidente addirittura Ignazio La Russa, che in giunta non avrebbe dovuto neanche esserci visto che Fratelli d’Italia non ha i numeri per fare un gruppo autonomo. Se queste sono le scelte, se si vuole dare quel ruolo a qualcuno che è di certo più amico di Berlusconi di noi, un motivo ci sarà ».
E però, avverte lo stesso Giarrusso, «so che parte del Pd non è d’accordo con questa impostazione. Qui democratici, M5S e Sel hanno la maggioranza. I numeri per impedire questo abominio ci sono tutti».
Felice Casson, senatore pd, ricorda che «la Lega al Senato non può essere considerata opposizione, visto che si è astenuta sul voto di fiducia al governo », e per questo non crede le spetti la presidenza.
Questione nient’affatto irrilevante, perche se il voto del presidente vale come quello degli altri, il suo ruolo è fondamentale per decidere i tempi e organizzare un lavoro lungo e complesso.
La Giunta deve esaminare tutti i casi di incompatibilità , incandidabilità e ineleggibilità .
Di solito ci si divide a livello territoriale, a ogni commissario vengono affidati i casi di una regione differente (nel caso di Berlusconi si tratta del Molise).
Le pratiche vengono istruite presso il “comitato cariche”, di cui fanno parte un numero ristretto di commissari e che di solito è presieduto da uno dei vicepresidenti. Lì si fa una sorta di istruttoria, alla fine della quale il relatore fa il suo rapporto e la giunta vota.
A quel punto, nel caso dicesse sì all’ineleggibilità di Berlusconi, ci sarebbe una “procedura di contestazione”, un “processo” per il quale il Cavaliere avrebbe diritto a portare avvocato e testimoni.
Al termine la Giunta rivota di nuovo, dopodichè la questione passa all’esame dell’aula.
Se pure tutto venisse fatto in modo molto rapido, e non accade mai, passerebbe almeno un mese prima dell’arrivo in aula. Il che dimostra quanto conti chi decide i tempi.
Poi c’è il problema politico. Il Pd sembra orientato a dare ai commissari libertà di coscienza, un’arma che potrebbe rivelarsi a doppio taglio visto che il partito è diviso tra chi pensa che sia ora di dire le cose come stanno, e cioè che Berlusconi è proprietario de facto di Mediaset e quindi non avrebbe mai dovuto essere eletto, e chi crede che dopo 20 anni questa battaglia sia insensata.
Doris Lo Moro, senatrice democratica in Giunta, ieri a Un giorno da pecora è stata chiara: «Come cittadina penso che non sia il caso di avere nè un deputato nè un premier in condizioni di evidente incompatibilità , ma un altro conto è l’applicazione della legge che richiede serietà e serenità ».
Fuori dal Senato Matteo Renzi pensa che l’intera vicenda sia un regalo a Berlusconi: «Te ne accorgi ora che fa politica da 19 anni? Se vuoi vincere le elezioni non puoi squalificare gli altri. Devi prendere il loro voto o gli italiani ti beccano ».
Comunque vada, le conseguenze non sarebbero da poco.
Se l’ineleggibilità di Berlusconi passasse in giunta, e addirittura in aula, il Pdl toglierebbe immediatamente l’appoggio al governo Letta.
Se non passasse, e le larghe intese restassero in piedi, il Pd avrebbe qualcos’altro da spiegare a una parte dei suoi elettori.
Annalisa Cruzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Maggio 21st, 2013 Riccardo Fucile
TRA GLI “INVITI A DEDURRE” CI SONO, OLTRE I SINGOLI CONSIGLIERI, ANCHE I PRESIDENTI DEI GRUPPI PDL PAOLO VALENTINI E LEGA STEFANO GALLI CHE DOVEVANO GESTIRE I FONDI
Per ora tocca al Pdl e alla Lega m aa breve i conti salati arriveranno anche agli altri gruppi consiliari del Pirellone.
La Procura della Corte dei Conti della Lombardia, infatti, ha emesso inviti a dedurre nei confronti di consiglieri regionali che nella passata legislatura facevano parte di Pdl e Lega, contestando danni erariali per quasi 500 mila euro a carico dell’amministrazione regionale.
Le attività investigative, coordinate e dirette dal Procuratore regionale Antonio Caruso e dal sostituto procuratore Adriano Gribaudo, e condotte dalla Guardia di Finanza di Milano, hanno consentito di tirare le somme dopo l’inchiesta della Procura di Milano che ha iscritto nel registro degli indagati 40 consiglieri di centrodestra.
Tra i destinatari ci sono oltre ai singoli consiglieri regionali beneficiari dei rimborsi, anche i presidenti dei gruppi consiliari interessati (Paolo Valentini per il Pdl e Stefano Galli per la Lega, ndr) cui era affidato il compito e la responsabilità di gestire i fondi attribuiti ai gruppi stessi.
Già lo scorso 13 maggio i magistrati contabili avevano contestato oltre un milione di euro di fondi utilizzati in modo irregolare dai gruppi consiliari della Regione Lombardia nel 2012, su un totale di 3 milioni 736mila euro utilizzati dai consiglieri della passata legislatura.
L’ufficio di presidenza della Regione aveva deciso di sospendere l’erogazione dei 220.212 euro stanziati per il trimestre aprile-giugno del 2013.
Nell’inchiesta della Procura di Milano sulle presunte spese pazze al Pirellone si contano però 91 ex consiglieri perchè l’indagine ha messo in luce irregolarità anche tra i consiglieri dell’oppsizione Sel, Pd, Idv e anche Udc.
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Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile
E I GRILLINI SCIVOLANO SUI “COMUNICATORI PARLAMENTARI”, LA LOMBARDI RIMEDIA L’ENNESIMA BRUTTA FIGURA: “LI SCEGLIAMO NOI”, MA LI HA SCELTI GRILLO COME DA ART 9 DELLO STATUTO
E’ bufera il giorno dopo la messa in onda della puntata di Report sul tema delle forme di
finanziamento al Movimento 5 stelle, donazioni minime che però non hanno avuto mai un nome e cognome di provenienza, e sugli addetti alla comunicazione dei gruppi parlamentari.
Un tema, questo, che ha portato fuori strada i deputati che, in una nota, scrivono che sono tutti scelti dai parlamentari.
E’ un’inesattezza clamorosa: come scritto nel regolamento del Movimento 5 stelle, i “comunicatori” sono stati scelti da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
Su questo non ci sono dubbi.
Lo confermano loro stessi: “Abbiamo un contratto a tempo determinato con la Camera o il Senato, ma i nostri nomi sono stati scelti legittimamente da coloro che guidano il Movimento”.
Sul tema del finanziamento, invece, è Giulia Sarti, deputata emiliana, che chiede ai suoi, senza nessuna forzatura, una maggiore trasparenza: “Ci sono delle inesattezze nel servizio trasmesso da Milena Gabanelli, ma dobbiamo aprire una riflessione. Io ad esempio sarei d’accordo per la pubblicazione dei nomi dei finanziatori della campagna elettorale nei limiti della privacy. Alla prima occasione dovremmo parlarne con Grillo”.
Il caso diplomatico lo apre la giornalista di Raitre, la stessa che un mese fa era stata scelta dagli attivisti a 5 Stelle come il nome da candidare al Quirinale e che in prima serata apre con una serie di domande precise: “I proventi del blog di Grillo vanno al Movimento o no? Quanto guadagna la Casaleggio associati dalla pubblicità del sito di Beppe Grillo?”.
Non solo: la richiesta è quella della pubblicazione delle fatture delle spese della campagna elettorale e dei nomi dei finanziatori.
Deputati e senatori commentano a fatica.
Qualcuno si lascia scappare che la puntata fosse già pronta, altri lasciano intendere che forse si “è sentita costretta a smarcarsi dal Movimento dopo la candidatura al Quirinale”.
Una delle prime a commentare è stata sempre la Sarti che in contemporanea alla puntata ha pubblicato il link diretto sulla sua pagina Facebook. “Io ho apprezzato il servizio, è importante parlare del finanziamento della politica. Credo che sia necessaria e vitale l’abolizione dei fondi pubblici, ma anche un tetto massimo ai privati, cercando di mantenere piccole donazioni”.
La deputata chiede una riflessione concreta su di un ambito che rischia di lasciare campo libero a finanziatori privati che potrebbero controllare la politica.
E sulla trasparenza interna al Movimento commenta: “Secondo me, dovremmo fare un po’ meglio le cose. Possiamo aprire una discussione tranquilla con Beppe Grillo, appena ce ne sarà l’occasione. Invece di chiamare Beppe a parlare della diaria, sarebbe importante affrontare questi temi. La diaria è stata una discussione sterile, i nomi di coloro che hanno finanziato il Movimento credo sia argomento più importante da affrontare”.
C’è poi lo scivolone sui comunicatori.
Ecco il testo del comunicato: ”Con riferimento alla puntata del programma ‘Report’, a cura di Milena Gabanelli, il gruppo parlamentare del M5S alla Camera informa che solo l’assemblea dei parlamentari, sovrana nel gruppo del Movimento 5 stelle, può decidere sia l’assunzione dei giornalisti proposti da Beppe Grillo, sia l’entità dello stanziamento. Non risulta quindi essere veritiera la ricostruzione sul punto fatta da Report”.
Ma sarebbe bastato guardare quanto riporta il codice di comportamento dei parlamentari.
All’articolo 9 si legge, testualmente: “La costituzione di due ‘gruppi di comunicazione’, uno per la Camera e uno per il Senato, sarà definita da Beppe Grillo in termini di organizzazione, strumenti e di scelta dei membri, al duplice fine di garantire una gestione professionale e coordinata di detta attività di comunicazione, nonchè di evitare una dispersione delle risorse per ciò disponibili”.
Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile
L’INTERVALLO TRA UN’ASSUNZIONE E UN’ALTRA POTREBBE ESSERE RIDOTTO DA 60-90 GIORNI A 20-30 GIORNI
Subito il decreto legge per rivedere la riforma Fornero dell’estate scorsa, restituendo flessibilità ai contratti a termine.
E poi la vera fase due per provare a risollevare l’occupazione giovanile puntando prima di tutto sulla staffetta generazionale, il meccanismo che agevola l’uscita dal lavoro degli anziani in cambio dell’ingresso dei giovani e che potrebbe riguardare anche i dipendenti pubblici.
Aggiungendo gli incentivi per le imprese che assumono giovani, il credito d’imposta per sostenere le buste paga dei dipendenti a basso reddito, un minimo di flessibilità nell’altra riforma Fornero, quella delle pensioni, e la rivoluzione dei centri dell’impiego che dovrebbero agganciare il meccanismo (e i soldi) dell’Europa per la cosiddetta Youth Guarantee, progetto europeo mirato alla formazione e all’impiego degli under 25.
Il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, sta approfondendo il suo corposo dossier in vista dell’incontro di dopodomani con i sindacati e i rappresentanti delle imprese. Alcuni passaggi sono ancora da valutare, restano molti nodi da sciogliere.
Anche perchè se alcune misure, poche, sono a costo zero, la maggior parte ha bisogno di una copertura.
Per questo il grado di avanzamento di ogni singolo capitolo dipende dalla decisione che l’Unione europea prenderà a breve sulla golden rule, la possibilità di non tener conto degli investimenti pubblici produttivi, come i fondi per l’occupazione, dal calcolo del deficit.
CONTRATTI A TERMINE
È il primo pezzetto dell’intervento, da fare con un decreto legge che potrebbe arrivare già questa settimana.
Con modifiche «limitate e puntuali», come ha annunciato Giovannini in Parlamento, che riguarderanno i contratti a termine, resi meno vantaggiosi dalla riforma Fornero che voleva combattere la cosiddetta «flessibilità cattiva».
Cosa cambierà ? Saranno ridotti gli intervalli obbligatori tra un contratto a termine e l’altro che la Fornero aveva portato a 60 giorni per quelli fino a sei mesi, e 90 giorni per quelli più lunghi.
Difficile che si torni pari pari alla situazione di prima: rispettivamente 10 e 20 giorni. Il punto di caduta finale potrebbe essere leggermente più alto (20 e 30) ma molto dipenderà proprio dal confronto con le parti sociali.
Potrebbe essere allungata la durata del contratto a termine per il quale l’azienda non è tenuta a indicare una causale e che oggi non può superare l’anno.
Mentre si studia la sospensione, forse per un anno, del contributo aggiuntivo che l’azienda deve pagare su tutti i contratti flessibili, lasciando però intatti gli sgravi previsti in caso di assunzione a tempo indeterminato.
Dovrebbe essere poi semplificato l’apprendistato professionalizzante, ancora poco utilizzato per i tanti vincoli fissati dalla legge.
STAFFETTA GENERAZIONALE
Nonostante le osservazioni e le critiche di questi giorni, il ministro del Lavoro va avanti e conferma come questo sia un punto centrale nel suo progetto.
Anche perchè ci sono diversi modi per realizzare il graduale passaggio di consegne tra i lavoratori anziani e quelli giovani.
Il primo modello è quello che utilizza il part time.
Un dipendente vicino alla pensione accetta di lavorare meno ore, con uno stipendio più basso, fino alla fine della carriera. In cambio la sua azienda assume un giovane con un contratto a tempo indeterminato oppure due giovani con un contratto a termine.
Un intervento del genere costa a spanne un miliardo di euro per 100 mila assunzioni. Perchè lo Stato dovrebbe pagare una parte dei contributi del dipendente anziano che altrimenti, accettando il part time, avrebbe in futuro una pensione più bassa.
L’altro modello, invece, prevede che il lavoratore anziano non vada in part time ma in pensione prima della scadenza naturale.
E in questo caso bisogna intervenire sull’altra riforma Fornero, proprio quella che ha alzato l’età pensionabile.
PENSIONI FLESSIBILI
Giovannini ha detto in Parlamento che l’idea è consentire un’uscita anticipata a patto di penalizzazioni, cioè con un assegno più basso.
Il punto di partenza è la proposta presentata all’inizio della legislatura da Cesare Damiano e Pier Paolo Baretta, poi diventati rispettivamente per il Pd presidente della commissione Lavoro della Camera e sottosegretario all’Economia.
Considerando come età del ritiro i 66 anni e tre mesi fissati per il 2013, quel testo lascia la scelta al lavoratore: con 35 anni di contributi potrebbe andare in pensione tra i 62 e i 65 anni accettando un taglio dell’assegno fino all’8%.
I numeri sono ancora da vedere, la riduzione potrebbe essere più marcata. In realtà quel disegno di legge prevede anche l’altra faccia della medaglia.
Per chi decide di restare oltre i 66 anni ci sarebbe non un taglio ma un aumento della pensione, sempre fino all’8%.
Ma per questo non sembra esserci spazio.
STAFFETTA PUBBLICA
Il meccanismo della staffetta il governo lo vorrebbe applicare anche alla pubblica amministrazione. Anche perchè sarebbe a costo zero.
Quando a ritirarsi è un dipendente pubblico lo Stato risparmia visto che sia lo stipendio che la pensione sono a suo carico ma l’assegno previdenziale è più basso della busta paga in media di 8 mila euro l’anno.
Così il pensionamento di tre dipendenti pubblici fa risparmiare allo Stato 24 mila euro l’anno.
Proprio quanto costerebbe assumere un giovane.
I conti li ha fatti Oriano Giovanelli, presidente del Forum del Pd per la pubblica amministrazione: «Nel giro di cinque anni – spiega – sarebbe possibile ridurre i dipendenti dai 3 milioni e 250 mila di adesso a 3 milioni».
E, quindi, avere i soldi per assumere circa 80 mila giovani.
Il tema è all’attenzione di Filippo Patroni Griffi, che l’aveva studiato da ministro del governo Monti e adesso è direttamente a Palazzo Chigi, nel ruolo chiave di sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Ci sono due problemi, però.
Sui posti eventualmente liberati dai pensionati ci sono gli occhi dei 110 mila precari della pubblica amministrazione, che il governo ha appena prorogato fino a dicembre, e anche di quelle 70 mila persone che hanno vinto un concorso pubblico ma non sono state ancora assunte tra blocco del turnover e spending review.
SGRAVI FISCALI
È il capitolo più difficile ma anche quello che potrebbe dare i risultati più consistenti. La ricetta del Pdl, zero tasse e contributi sui giovani nuovi assunti, non è semplice da realizzare.
Costerebbe, almeno in prospettiva.
Ma sgravi e incentivi ci saranno anche se si dovrà trovare l’equilibrio con un’altra misura, cara a Giovannini, e non a caso prevista dal comitato dei saggi nominati da Napolitano.
È il credito d’imposta per i lavoratori a basso reddito, pensato per sostenerne il potere d’acquisto.
Applicando il modello francese, dove il taglio delle tasse scatta sotto i 17 mila euro lordi l’anno, costerebbe più di un miliardo.
CENTRI IMPIEGO
C’è poi l’attuazione della Youth Guarantee, progetto europeo che mette sul piatto 6 miliardi di euro per 27 Paesi con (l’ambizioso) obiettivo di garantire a ogni giovane, entro quattro mesi dal termine degli studi, un lavoro o almeno un programma di formazione.
Tema carissimo a Giovannini che da presidente dell’Istat ha parlato più volte dei neet , i giovani che non studiano e non lavorano.
Per fare questo il governo vuole rivoluzionare i centri per l’impiego che oggi fanno soprattutto orientamento e poco inserimento. Il modello viene dal Nord Europa, soprattutto dalla Svezia, dove ha dato buoni risultati.
Resta da vedere se funzionerà anche da noi.
E, soprattutto, se nel frattempo sarà girato il vento della recessione. Visto che lo stesso Giovannini, in Parlamento, ha messo le mani avanti: «È irrealistico pensare che interventi di natura normativa, fiscale e contributiva possano da soli riassorbire la disoccupazione».
Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile
OCSE: LE FAMIGLIE BENESTANTI HANNO PERSO SOLO IL 3%
Nella crisi più grave dal dopoguerra, anche i ricchi piangono. 
Ma, francamente, lacrimucce.
Il disastro sociale – un disastro di cui solo ora cominciamo a intravedere le devastanti proporzioni – è altrove.
Gli italiani stanno, infatti, pagando la crisi a seconda del portafoglio: di più, quanto più è piccolo. Uno tende a dimenticarselo, davanti alle statistiche: ma i consumi che si riducono (in media) del 4,5 per cento, il reddito che scende (in media) dell’1 per cento significano cose completamente diverse nei quartieri alti e in borgata.
Non solo perchè nei quartieri alti ci sono più riserve e c’è più superfluo da tagliare. Ma perchè l’impatto è, effettivamente, minore.
Ce lo ricorda l’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i Paesi industriali. Fra il 2007 e il 2010, il reddito disponibile dei 5 milioni di italiani che costituiscono il 10 per cento più ricco del Paese, si è ridotto dell’1 per cento l’anno.
Ma per i 5 milioni di italiani del 10 per cento più povero del Paese, dove la carne viva del bilancio familiare è già esposta, il reddito si è ridotto del 6 per cento.
Sono riduzioni anno per anno, non cumulate.
Questo significa che, nelle famiglie ricche, in quei tre anni, il reddito si è ridotto del 3 per cento, sicuramente una sgradita e inedita sorpresa: invece di 5000 euro al mese, per dire, 4.850.
Ma per i più poveri, il taglio complessivo, nello stesso periodo, sfiora il 20 per cento: 800 euro al mese, per esempio, dove, prima, ne entravano mille.
Sono cifre che tengono conto sia delle tasse pagate, che di eventuali sussidi ricevuti. In altre parole, non c’è nessun intervento salvifico successivo di protezione sociale, tranne forse quello della Caritas. Non basta.
Della tragedia, per ora, vi stiamo raccontando solo l’avvio.
I dati dell’Ocse si fermano, infatti, al 2010, prima cioè che la crisi italiana si incattivisse davvero in recessione.
Ma, già allora, era possibile vedere che il diverso peso della crisi sta allargando ulteriormente il golfo che divarica la società italiana.
Nel 2007, il 10 per cento più ricco guadagnava 8,7 volte di più del 10 per cento più povero. Solo tre anni dopo, questo rapporto è passato a 10,2 volte, sopra la media dei Paesi Ocse.
Fra i Paesi industrializzati, solo in Spagna la crisi è stata socialmente più matrigna: i ricchi hanno perso, come da noi, fino al 2010, l’1 per cento del reddito annuo.
Ma i poveri il 14 per cento: fra il 2007 e il 2010 lo hanno visto quasi dimezzarsi.
C’è meno distanza, davanti alla crisi, in Grecia e in Irlanda.
Ma sono i Paesi forti, quelli del Nord Europa a fornire un messaggio completamente diverso.
Conta la miglior salute economica, ma, probabilmente, anche un sistema sociale più efficiente. Il risultato, comunque, è che, in Germania, in Finlandia, in Olanda, negli stessi tre anni che hanno visto sprofondare i poveri italiani e spagnoli, i ricchi, in proporzione, se la sono passata peggio dei meno ricchi. In Olanda, il decimo più povero della popolazione ha visto scendere il reddito dell’1 per cento, ma il decimo più ricco del 2 per cento.
In Germania e in Finlandia sono andati tutti avanti, ma i poveri di più.
Per una delle ironie amare della statistica, il brutale collasso dei bilanci delle famiglie più povere non si riflette nelle normali tabelle della povertà .
Quando tutti i redditi scendono, anche se a velocità diversa, i parametri su cui si misura la povertà si ingarbugliano.
Per questo, l’Ocse ha provato a ricalcolarli, prendendo come riferimento la situazione nel 2005.
Se si tiene conto della situazione precrisi, dunque, il tasso di povertà è aumentato in Italia di oltre due punti percentuali, che sembra poco, ma non lo è. Vuol dire che, dove prima c’erano cinque poveri adesso ce ne sono sei. Soprattutto, l’aumento è stato rapidissimo, nell’arco di soli tre anni.
Chi sono questi poveri?
Qui, i dati dell’Ocse non presentano sorprese. Sappiamo da tempo che lo stereotipo della vecchina in miseria è superato. I poveri, oggi, bisogna cercarli negli asili e fuori dalle superiori.
Fra il 2008 e il 2010, un italiano ancora minorenne ha visto il reddito medio che, teoricamente, gli compete, ridursi di oltre 600 euro l’anno.
Per un giovane diciottenne, la riduzione del reddito disponibile è, in media di 300 euro.
Quali sono le categorie forti? Gli adulti sotto i 50 anni che, più o meno hanno tenuto. E i pensionati che, in media, hanno accresciuto i guadagni.
Maurizio Ricci
(da “La Repubblica“)
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Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile
L’ALLARME DI “SAVE THE CHILDREN”: ULTIMI IN EUROPA NELL’ OFFERTA DI POSSIBILITA’ PER L’INFANZIA
Chi ruba il futuro ai bambini? E che cosa ruba?
Parte oggi la campagna di Save the Children “Allarme infanzia” con iniziative in 16 città italiane e un dossier dal titolo “L’isola che non sarà ” che verrà diffuso insieme all’indagine “Le paure per il futuro dei ragazzi e genitori italiani”, in occasione del lancio della campagna.
Nel centro storico di Roma e Milano sono comparse sui muri sagome di bambino di cartone con frasi come “mi hanno rubato l’aria pulita”, “mi hanno rubato la mensa scolastica”, “mi hanno rubato una casa tutta mia”.
E’ un’iniziativa che andrà avanti fino al 5 giugno e che ha avuto migliaia di adesioni.
Tra i testimonial ci sono anche gli attori Marchioni, Sartoretti e Nigro, l’obiettivo è accendere i riflettori sulla condizione dell’infanzia in Italia che secondo un rapporto dell’organizzazione è agli ultimi posti in Europa.
I furti di futuro più gravi sono quattro.
Innanzitutto l taglio dei fondi per minori e famiglia, con l’Italia al 18esimo posto nell’Europa dei 27 per spesa per l’infanzia e famiglia, pari all’1,1% del Pil.
Poi la mancanza di risorse indispensabili per una vita dignitosa dunque sottrazione di cibo, vestiti, vacanze, sport, libri, mensa e rette scolastiche e universitarie (quasi il 29% dei bambini sotto i 6 anni, pari a 950.000 circa, vive ai limiti della povertà tanto che il nostro paese è al ventunesimo posto in Europa per rischio povertà ed esclusione sociale fra i minori 0-6 anni, e il 23,7% vive in stato di deprivazione materiale).
Al terzo posto (ma non per importanza) il furto d’istruzione è la terza ruberia con l’Italia ventiduesima per giovani con basso livello d’istruzione (il 28,7% tra i 25 e i 34 anni per dispersione scolastica, pari al 18,2% di under 25 e l’Italia all’ultimo posto per tasso di laureati: il 20% dei giovani fra 30 e 34 anni, pari a 760.000.
Infine il furto di lavoro: ad essere disoccupati sono il 38,4% degli under 25, il quarto peggior risultato a livello europeo mentre i Neet (giovani che non lavorano e non sono in formazione) sono 3 milioni e 200.000 e posizionano il nostro paese al venticinquesimo posto su 27. Il 31% di madri e padri italiani infatti ammette di non poter pagare l’università dei figli, i quali dovranno trovarsi un lavoro per contribuire alle spese (secondo il 22% dei genitori intervistati), salvo chiedere un prestito (9%).
“Per quantificare il furto di futuro che si sta commettendo ai danni delle giovani generazioni, Save the Children ha utilizzato 12 indicatori Eurostat che permettono di comparare le chance dei bambini italiani con quelle dei loro coetanei europei”, ha spiegato Valerio Neri, direttore generale Save the Children Italia, “il risultato, riassunto in 5 mappe e classifiche dei 27 paesi dell’Ue, compresa l’Italia, è deprimente.
Considerando i diversi indicatori, il nostro paese si posiziona per 7 volte oltre il ventesimo posto in classifica.
Un posizionamento molto negativo che Save the Children ha tradotto in una mappa sintetica in cui l’Italia appare di dimensioni molto ridotte rispetto alle attuali, a indicare la perdita di futuro per i bambini e adolescenti, rispetto ai quali stanno peggio solo i minori di Bulgaria e Grecia”.
Flavia Amabile
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