Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI CALTANISSETTA ACQUISISCE UN FILMATO E CERCA DI VENIRE A CAPO DEL MISTERO DELLA SPARIZIONE DELLE CARTE CHE PAOLO PORTAVA CON SE’
Girava su Youtube da circa un anno e mezzo con il titolo “via D’Amelio, video inedito”, e
nessuno se n’era accorto.
Le immagini sono nitide, ma su quell’iPad le hanno viste ieri mattina solo i pubblici ministeri Nico Gozzo e Stefano Luciani e il testimone d’eccezione, il colonnello Giovanni Arcangioli: lo ritraggono nell’inferno di via D’Amelio, il pomeriggio del 19 luglio del 1992, insieme a due sottufficiali dell’arma e la borsa di Paolo Borsellino, appoggiata sugli avambracci di uno dei due, il maresciallo Calabrese, in servizio allora al nucleo operativo.
Per la prima volta un video svela un passaggio di mano della borsa di pelle marrone prelevata dall’auto del giudice ucciso, dalle mani del colonnello Arcangioli, incriminato e poi prosciolto dal furto dell’agenda rossa, a quelle (anzi, alle braccia) di uno dei suoi uomini.
È questo il momento più significativo della deposizione in aula, a Caltanissetta, al processo Borsellino quater del colonnello Arcangioli, protagonista ieri di uno sfogo condito da una serie di ‘non ricordo’: “Sono passati 20 anni e io di via D’Amelio ho due ricordi: l’odore e la desolazione. Poi ho solo dei flash”.
Arcangioli non ricorda da chi ha preso la borsa e a chi l’ha consegnata.
Ha detto di averla aperta “forse alla presenza di Ayala, ma non posso esserne sicuro al punto da affermarlo sotto giuramento” e di aver dato disposizione di rimetterla nella vettura, sostenendo di averne parlato al suo superiore, l’allora capitano Minicucci.
Il video, inedito, non è stato ancora acquisito dalla procura di Caltanissetta che non ha deciso se citare il nuovo testimone.
Postato nel novembre del 2011 su Youtube, la procura ha scovato il fimato grazie ad una segnalazione confidenziale.
Stamattina è stato mostrato in aula ad Arcangioli, che deponendo come teste è stato protagonista di un lungo sfogo: “Sono 8 anni che vivo in questa situazione che ha distrutto me e la mia famiglia con gli attacchi di giornali e tv”.
Arcangioli si è lamentato del fatto che, in questi anni, sia stato ritenuto strano che lui non avesse scritto una relazione di servizio sull’episodio: “Non ritenevo, probabilmente sbagliando, quel reperto di interesse, e non viene ritenuto strano che l’operatore di polizia la relazione l’abbia fatta dopo 6 mesi”.
L’allusione è all’ispettore della polizia Maggi, che intorno alle 18,30 prelevo’ la borsa dal sedile posteriore della blindata, dove nel frattempo era stata riposizionata, per portarla in questura. Maggi verrà sentito alla prossima udienza, prevista il 20 maggio, ed il giorno dopo, il 21, proseguirà la deposizione del giudice in pensione Giuseppe Ayala: anch’egli presente sul luogo della strage pochi minuti dopo l’esplosione, ha già deposto in aula ieri mattina.
Ayala ha confermato la sua versione sulla borsa, consegnata, ha detto, ad un ufficiale dei cc in divisa (“e non era quella estiva”) ma ha fornito nuovi e inediti dettagli, in qualche caso contraddicendosi, sul suo arrivo in via D’Amelio (“in auto”), sulla collocazione della borsa (“sul sedile” e non sul pianale come aveva detto prima) e sulla presenza di sua moglie a casa al momento dello scoppio della bomba.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
E SACCOMANNI PENSA A COME AIUTARE LE IMPRESE
Riforma delle pensioni da cambiare. Solo ritocchi per quella del lavoro.
Mentre spuntano problemi di copertura per la Cassa integrazione in deroga.
Il Consiglio dei ministri di venerdì potrebbe mettere in campo solo «un intervento tampone», ha fatto intendere ieri il ministro del Lavoro Giovannini (il governo puntava a 1,2 miliardi, si accontenterà forse di 800 milioni).
Sul fronte Imu, intanto, si studia l’esenzione anche per i capannoni industriali. «Vediamo quello che è possibile fare», assicurava ieri il ministro dell’Economia Saccomanni, mentre la Banca d’Italia certificava il nuovo record storico del debito pubblico: 2.034,725 miliardi a marzo.
Uscite flessibili, ma penalizzate.
Tradotto: andare in pensione qualche anno prima, ma con un assegno decurtato. Questo il piano del governo, scandito ieri da Giovannini, in audizione al Senato, per dare «una soluzione strutturale» alla questione “esodati”, come aveva promesso il premier Letta nel suo discorso di insediamento.
«Non è il tema di ora», ha precisato Giovannini, tuttavia «occorre ripensare alcuni meccanismi della riforma delle pensioni».
Una proposta di legge in tal senso già esiste, depositata alla Camera e a firma Damiano-Gnecchi (Pd), che prevede meccanismi di penalizzazione per chi lascia il lavoro (o è costretto a farlo) tra i 62 e i 65 anni (dall’8 al 2% in meno di pensione). Ma anche premi per chi vuole proseguire tra i 65 e i 70 (dal 2 all’8% in più).
Tagli e bonus aperti alle decisioni dei singoli, senza paletti.
Non solo dunque una proposta a protezione degli esodati, ma il tentativo di restituire ai lavoratori la possibilità di scegliere quando ritirarsi.
Nel 2013 potrà farlo chi ha 41 anni di contributi (se donne) o 42 (se uomo), oppure 66 anni per le pensioni di vecchiaia.
Il premier Letta tuttavia aveva sì parlato di «gradualizzazione» ma solo in «forme circoscritte» per consentire «l’accesso con 3-4 anni di anticipo al pensionamento con una penalizzazione proporzionale ».
Un riferimento implicito alla questione “esodati” (privi di pensione e reddito), lungi dall’essere risolta dopo la copertura dei primi 130 mila casi, costata 10 miliardi.
Il ministro del Lavoro ha incaricato l’Inps di preparare una «mappa concettuale» per una «quantificazione precisa» degli “esodati” che distingua tra «casi variegati».
Meno spazi invece per una modifica all’altra legge Fornero, quella sul lavoro.
La riforma «sta finalmente producendo una serie di effetti voluti» ha detto ieri Giovannini, riferendosi ai risultati del monitoraggio Isfol secondo cui diminuiscono i contratti precari a favore di quelli a tempo.
«Modifiche limitate e puntuali» sono possibili, ma «bisogna essere molti attenti prima di toccarla». D’altronde è «irrealistico », per il ministro, «pensare che interventi normativi, fiscali o contributivi possano generare lavoro».
«Se la produzione non cresce — ha aggiunto — impossibile riassorbire la disoccupazione ».
Nel breve si punterà sul piano europeo per i giovani (6 mi-liardi), semplificazioni per le imprese che assumono, impostazione della staffetta generazionale («costosa, ma dai vantaggi evidenti»).
Lo «smottamento preoccupante» di posti alla fine del 2012 sembra essersi fermato.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
CONTROLLARE LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI PER BLOCCARE L’INTERDIZIONE
Dovrà pronunciarsi sulla conferma o meno della pena a quattro anni di reclusione e
sull’interdizione dai pubblici uffici.
Con conseguente decadenza (potenziale) dal mandato parlamentare.
Ossia, l’addio al Senato e alla politica attiva
Un’ipotesi con cui il Cavaliere e l’intero stato maggiore del Pdl hanno già iniziato a fare i conti.
Mettendo a punto le possibili contromosse. O meglio, la “possibile contromossa”.
E già , perchè nel fortino di Arcore ormai non si parla d’altro.
Mettendo nel conto le opzioni più radicali. Compresa la crisi di governo. Da provocare non ora, ma quando e soprattutto se i “messaggeri” dell’ex premier avranno maturato la convinzione che la Cassazione non offre «chances positive»
Il “Piano B” di Berlusconi è dunque pronto.
Poggia su tre pilastri: il mantenimento dell’attuale legge elettorale — il Porcellum — il ricorso alle elezioni anticipate e il conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale.
«È chiaro — va ripetendo il capo del centrodestra — che io non mi faccio incastrare dalle bugie di quei magistrati. Come ho detto a Brescia, “io ci sono e ci sarò”. Se fosse per me, il governo Letta potrebbe durare anche tutta la legislatura, ma se la Cassazione…»
L’ex presidente del consiglio lo considera un extrema ratio, eppure ha messo a punto il suo “disegno” in quasi tutti i suoi aspetti e passaggi.
Il punto di riferimento è costituito dai regolamenti parlamentari in vigore a Palazzo Madama e alla Camera.
Perchè? Basta leggere l’articolo 66 della Costituzione: «Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità ».
Questo significa che se la Cassazione confermasse l’interdizione quinquennale dai pubblici uffici, toccherebbe comunque al ramo parlamentare di appartenenza stabilire se l’eletto va considerato “decaduto”.
Nel caso del Cavaliere, sarebbe al momento il Senato.
Spetterebbe dunque alla Giunta delle Elezioni e dell’Immunità avviare la «Procedura di contestazione dell’elezione», così viene chiamata.
Una sorta di vero e proprio “processo” che nel caso dell’ex premier prevederebbe un relatore della Regione Molise, suo collegio elettorale.
Il parere della Giunta poi dovrebbe ricevere il definitivo e vincolante via libera dall’aula.
Ma gli attuali rapporti politici nella Giunta e nell’Assemblea non offrono alcuna garanzia al Pdl: il Pd con il M5S e Sel hanno la maggioranza per autorizzare la «decadenza».
Ed è questo dato numerico che sta inducendo l’ex premier ad imbracciare l’“arma finale”: quella di provocare appunto la crisi di governo a ridosso della sentenza della Cassazione per poi chiedere le elezioni anticipate candidandosi non più a Palazzo Madama ma a Montecitorio.
Con questo sistema elettorale, infatti, se il centrodestra dovesse prevalere alla Camera anche solo di un voto, avrebbe — grazie al premio — la maggioranza assoluta in aula e nella Giunta.
A quel punto sarebbe scontato il voto contrario all’autorizzazione ad applicare la pena dell’interdizione.
Del resto, non solo la Costituzione ma anche tutti i precedenti avvalorano la necessità di un passaggio in aula prima di dare efficacia all’interdizione.
I due più espliciti sono quelli di Mario Ottieri, deputato monarchico che nel 1967 — in seguito ad una condanna per bancarotta fraudolenta — decadde dalla carica dopo il voto formale dell’assemblea.
E lo stesso accadde nel ’77 con Mario Tanassi (lo scossone arrivò per lo scandalo Lockheed).
Più di recente Cesare Previti, Totò Cuffaro e per ultimo Giuseppe Drago nel 2010 si dimisero volontariamente prima che venisse formalizzato il giudizio dell’assemblea.
Ma, come hanno verificato gli “esperti legali” di Berlusconi, non esistono precedenti in cui è stata negata la decadenza dal mandato parlamentare.
Se dovesse verificarsi questa ipotesi, lo scontro tra poteri dello Stato sarebbe clamoroso: il legislativo contro il giudiziario.
Un conflitto che farebbe fibrillare le Istituzioni.
Secondo gli studi più accreditati, infatti, e secondo le simulazioni che sono state consegnate sulla scrivania del presidente del Pdl, si darebbe luogo a un conflitto di attribuzione su cui dovrebbe pronunciarsi la Corte Costituzionale.
Sarebbe il Giudice dell’esecuzione sostanzialmente i magistrati di Milano — a sollevare il conflitto contestando la distorta interpretazione dell’articolo 66 della Costituzione. Ma in quel caso la “disputa” tra poteri dello Stato provocherebbe un vero sconquasso. Anche perchè il Cavaliere si avvarrebbe politicamente anche del risultato delle ultime elezioni.
«Come potrebbe qualsiasi giudice — è il suo provocatorio interrogativo — dare ragione ai magistrati in un conflitto del genere e respingere il consenso popolare che i sondaggi già mi attribuiscono?».
Non solo.
I “tecnici” del Pdl avrebbero fatto notare che la scelta di far precipitare il Paese al voto anticipato deve comunque avvenire prima che la Cassazione si esprima: in caso di condanna infatti, se anche Berlusconi non decadesse immediatamente, non potrebbe ricandidarsi perchè tra i requisiti necessari resta il godimento dei diritti politici che mancherebbe in presenza dell’interdizione dai pubblici uffici.
A meno che non sfrutti quel particolare “limbo” che separa la lettura della sentenza dalla sua pubblicazione, momento nel quale effettivamente è operativa la pena.
E del resto che Berlusconi sia particolarmente alla questione, lo dimostra l’insistenza con cui ha bloccato proprio a palazzo Madama gli accordi sulle cosiddette commissioni di garanzia, quelle presiedute da un esponente della minoranza. L’obiettivo — che sembra raggiunto era quello di assegnare la presidenza della Giunta per le Elezioni e l’Immunità ad un esponente della Lega, Raffaele Vulpi, e non ad un grillino o a un senatore di Sinistra e Libertà .
Ma la “vera battaglia” ci sarà alla fine dell’anno.
Claudio Tito
(da “La Repubblica”)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
CASE COMPRATE, VILLE REGALATE, TUTT’ORA PAGHETTE DA 2.500 EURO A 42 RAGAZZE, BONIFICI PER BOLLETTE… NELLA MEMORIA DELLA BOCCASSINI TUTTE LE SPESE PER GLI OSPITI DI ARCORE
C’è un processo in cui gran parte dei testimoni sono pagati dall’imputato.
Il processo è quello sul caso Ruby, l’imputato è Silvio Berlusconi.
Nella sua requisitoria di lunedì, Ilda Boccassini ha riassunto il “sistema prostitutivo” che faceva affluire ad Arcore decine di ragazze, pagate “per compiacere l’imputato”. I pagamenti continuano.
Lo scrivono i pm Boccassini e Antonio Sangermano nella Memoria di accompagnamento alla requisitoria del pubblico ministero consegnata ieri al tribunale presieduto da Giulia Turri: “E non si può davvero non sottolineare la macroscopica anomalia, emersa in dibattimento, per la quale l’imputato ha preso a remunerare, da dopo la emersione dei fatti oggetto di imputazione, gran parte dei testimoni a suo carico, gratificando gli stessi con una lauta prebenda mensile pari a 2.500 euro”. Testimoni “a libro-paga”.
Con una conseguenza sul processo: ottenere in udienza un “approccio fideistico” da parte delle ragazze chiamate a raccontare sotto giuramento le serate di Arcore.
Sono state trasformate in un “compatto blocco dichiarativo”.
Continuano i pm: “Questo blocco dichiarativo, a cui appartengono anche alcuni dipendenti e collaboratori dell’imputato, nella strategia difensiva dovrebbe contrapporsi all’ampio capitolato testimoniale, quasi a volerne esautorare la valenza”.
Berlusconi paga 2.500 euro al mese a 42 ragazze, ad alcune aggiunge il pagamento di affitto e bollette, ad altre un bel contratto Mediaset e per le più fortunate ci sono ricchi bonifici e consistenti aiuti per comprar casa.
“Mantengo queste ragazze”, ha dichiarato Berlusconi, “perchè hanno avuto la vita rovinata da questo processo. Hanno perso il lavoro e non troveranno più il fidanzato. Quando uno ha una barca, non deve preoccuparsi di quanto costa l’equipaggio”.
Costa molto: Boccassini ha rivelato che il ragioniere Giuseppe Spinelli, l’incaricato per le spese personali di Silvio, nel solo 2010 ha tratto in contanti, dal conto di Berlusconi, ben 12 milioni di euro.
Una bella fetta (4,5 milioni) è andata a Ruby, che verrà sentita venerdi 17 maggio nel processo gemello con imputati Lele Mora, Nicole Minetti ed Emilio Fede.
Anche loro hanno ricevuto soldi da Berlusconi.
Come pure i “cantastorie” di Arcore, il cantautore Mariano Apicella e il pianista Danilo Mariani, anch’essi testimoni della difesa: ai due Berlusconi ha comprato case che non riuscivano a vendere.
Gianni Barbacetto e Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 15th, 2013 Riccardo Fucile
QUATTRO ARRESTI PER LE MANOVRE PER OTTENERE L’AUTORIZZAZIONE ALLA DISCARICA ALL’INTERNO DELLO STABILIMENTO
Nuova pioggia di manette a Taranto nell’ambito dell’inchiesta “ambiente svenduto”. 
L’operazione è scattata alle prime luci del mattino. I militari della Guardia di Finanza stanno eseguendo quattro ordinanze di custodia cautelare spiccate dal gip Patrizia Todisco.
Gli arrestati sono: il presidente della Provincia di Taranto, Giovanni Florido, l’accusa sarebbe di concussione; l’ex assessore all’Ambiente Michele Conserva e l’ex segretario della Provincia di Taranto, Vincenzo Specchia, per il quale sono stati disposti i domiciliari.
Tra i destinatari dei provvedimenti di custodia cautelare anche Girolamo Archinà , ex responsabile delle relazioni istituzionali del colosso siderurgico che avrebbe lavorato per agevolare l’attività della grande fabbrica accusata di disastro ambientale.
Ad Archinà l’ordinanza è stata notificata in carcere, l’ex dirigente Ilva è detenuto dal 26 novembre.
Al centro del nuovo terremoto giudiziario le manovre attivate per ottenere l’autorizzazione della discarica “Mater Gratiae”, realizzata in una cava all’interno dello stabilimento Ilva.
Nel sito vengono smaltiti i rifiuti industriali e le polveri prodotte dagli impianti ritenuti la fonte dell’inquinamento killer inquadrato con l’indagine per disastro ambientale.
Quella procedura autorizzativa sarebbe stata viziata da una serie di passaggi sospetti e di pressioni indebite tutte fotografate dall’attività condotte dalle Fiamme Gialle del comando provinciale.
Nel mirino l’attività svolta dagli uffici della Provincia, compente al rilascio delle autorizzazioni ambientali.
In quegli uffici la pratica relativa alla discarica sarebbe stata accompagnata da pressioni illecite che hanno portato alla emissione dei provvedimenti restrittivi. Anche in questo caso regista delle operazioni condotte sottotraccia dall’Ilva sarebbe stato Girolamo Archinà , l’ex potentissimo responsabile dei rapporti istituzionali dell’azienda, in carcere dallo scorso 26 novembre.
Per questo all’ex dirigente è stato notificato in cella un nuovo provvedimento restrittivo.
Ma a far rumore è soprattutto il coinvolgimento di Gianni Florido, presidente della Provincia del Pd. Florido, tarantino di 61 anni con alle spalle una lunga militanza nella Cisl, di cui è stato anche segretario provinciale, è stato eletto per la prima volta nel 2004 e nel 2009 è stato confermato con oltre centomila preferenze.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
PUNTA ALL’ALLEANZA CON IL PD MA SUSCITA INTERESSE ANCHE DA PISAPIA, TOSI, PIZZAROTTI, RENZI, CROCETTA E DE MAGISTRIS
Non c’è ancora il logo e nemmeno lo statuto. E il nome non è ancora ufficiale.
Ma il nuovo movimento lanciato da Leoluca Orlando ha già acceso parecchi appetiti politici.
Il sindaco di Palermo ha ormai rotto definitivamente il sodalizio con Antonio Di Pietro e sta di fatto guidando la fuga dei ribelli da Italia dei Valori.
Nelle scorse settimane Di Pietro aveva commissariato il partito in Sicilia, mettendo praticamente alla porta l’ex senatore Fabio Giambrone, fedelissimo di Orlando.
Oggi è arrivata la risposta del sindaco di Palermo, che ha scoperto il movimento a cui stava lavorando da mesi e a Roma ha presentato Coerenza e democrazia, la sua nuova creatura che dovrebbe accogliere i vari transfughi dell’Italia dei Valori.
Il nome per esteso del movimento dovrebbe essere Coerenza e democrazia 139, con un chiaro riferimento ai 139 articoli della Costituzione italiana.
Insieme al primo cittadino palermitano, a guidare gli ex dipietristi, anche Felice Belisario, ex capogruppo di Italia dei Valori a Palazzo Madama.
Che non risparmia qualche stoccata all’ex pm di Tangentopoli.
“Basta con i contenitori strumentali al percorso di qualche leader decaduto” ha attaccato Belisario, annunciando il varo di “primarie aperte per l’elezione di un’Assemblea Costituente”.
La creazione del nuovo soggetto politico dunque è tutta in itinere.
Ma a guardarlo con interesse sono già in tanti.
Primo tra tutti Matteo Renzi, per il quale Orlando ha più volte speso parole positive. Coerenza e democrazia in pratica guarda all’ala moderata del Partito Democratico. Non è un caso che alla convention di presentazione abbia partecipato anche Luigi Zanda, capogruppo dei democratici al Senato.
In previsione del congresso autunnale del Pd, il movimento di Orlando e Belisario quindi apre le porte all’alleanza con i democratici, superando a destra Italia dei Valori e Sinistra ecologia e Libertà .
A guardare con simpatia al movimento del sindaco palermitano ci sono soprattutto alcuni primi cittadini italiani: dall’ex Idv Luigi De Magistris al leghista Flavio Tosi, passando per Giuliano Pisapia, fino al sindaco di Parma Federico Pizzarotti, con il quale Orlando non ha mani nascosto di aver aperto un dialogo.
Coerenza e democrazia in pratica dovrebbe essere una sorta di contenitore in cui potrebbero confluire personalità di estrazione politica diversa.
Nelle scorse settimane Orlando aveva accennato anche ad un proficuo dialogo con il governatore siciliano Rosario Crocetta, a sua volta fondatore del Megafono, movimento alleato del Pd nel quale sono confluiti negli ultimi mesi vari amministratori locali provenienti dagli ambienti di centro destra.
Ad un nuovo partito Orlando ci pensava da mesi.
“Ho pensato a una Grande Rete per il 2018″ scriveva Orlando appena qualche mese fa nel suo ultimo libro (Il Futuro è adesso, edizioni Melampo, con ).
“Perchè una Grande Rete solo nel 2018? Perchè allora ci saranno le elezioni successive al 2013. Credo che allora ci sarà un’altra rete che si chiamerà in un altro modo e che nascerà dalla disfatta di fronte alle grandi sfide del Paese. E fra l’altro non è detto che si debba attendere fino al 2018″.
Ed evidentemente il governo dell’inciucio avrà suggerito al primo cittadino palermitano di anticipare i tempi.
E di rifondare un suo partito appena vent’anni dopo la creazione della Rete.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
GIA’ CRITICHE E DISTINGUO SUL NEOSEGRETARIO
Non è un inizio facile quello di Guglielmo Epifani.
Sia nella maggioranza del Pd che lo ha eletto, sia tra quelli che hanno subìto questa scelta, cominciano già i distinguo e le critiche.
Il governatore della Toscana Enrico Rossi, bersaniano, mette le mani avanti e fa sapere che l’ex leader della Cgil non può pensare di ricandidarsi al Congresso: lui non rappresenta «un segnale di rinnovamento perchè ha avuto un ruolo primario nella prima come nella seconda Repubblica».
Senz’altro più soft, ma non per questo meno fermo, Massimo D’Alema: intervistato dal Tg3 dichiara che ci vuole un «rinnovamento generazionale» alle assise che verranno.
Insomma, non sarà facile per Epifani, che ieri ha incontrato Giorgio Napolitano, districarsi tra le polemiche e le tensioni.
Tanto più che anche un sondaggio della Digis, pubblicato da un sito molto vicino al Partito democratico, «Ilretroscena», rivela che per il 39 per cento degli intervistati l’elezione dell’ex segretario della Cgil «è una scelta che sa di vecchia politica».
Come se non bastasse, l’analisi dei flussi elettorali, a cui non è stata ancora dedicata una riunione apposita, ma che è stata comunque già fatta dal Pd, è più che sconfortante.
L’11 per cento dell’elettorato del partito, ossia un milione e 300 mila elettori, ha preferito disertare le urne il febbraio scorso.
Il 14,3, pari a un milione e 700 mila italiani che avevano votato per il Pd nelle ultime politiche, si è buttato sul Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.
In totale il 62,6 per cento ha confermato la preferenza data al Partito democratico.
Non è tantissimo, soprattutto se si pensa al clima che ha preceduto le elezioni: tutti credevano che il centrosinistra avrebbe vinto.
Ma questi sono problemi che non riguardano solo Epifani.
Anche Matteo Renzi, per quanto cerchi di tenersi il più defilato possibile dalle beghe interne, dovrà porsi una questione.
Altrimenti c’è il rischio, come aveva profetizzato lui stesso qualche tempo fa, che finisca per «ereditare solo macerie».
È chiaro che in questo quadro il sindaco rottamatore non può non giocare una partita anche all’interno del Pd.
Una fetta dei suoi spera ancora che il primo cittadino del capoluogo toscano finisca per candidarsi alla segreteria, visto che il governo non sembra destinato a durare troppo a lungo. Alcuni renziani spingono il loro leader a valutare i «pro» e i «contro».
Lui, per ora, resta irremovibile: «Farò il sindaco e nel 2014 mi ricandiderò a palazzo Vecchio».
Ma c’è chi spera che a luglio, quando dovranno essere presentate le candidature per la segreteria del Partito democratico, il sindaco rompa gli indugi.
Per il momento, però, non tira affatto quest’aria.
Il che non vuol dire che il primo cittadino di Firenze non si renda ben conto del fatto che al congresso d’autunno non potrà appoggiare una candidatura come quella di Epifani, nè potrà sostenere Gianni Cuperlo nella sua corsa.
Dovrà optare per un candidato che gli somigli di più, che non riproduca l’impostazione del socialismo del tempo che fu.
L’uomo giusto c’è. Renzi lo aveva candidato alla presidenza della Repubblica nelle defatiganti votazioni per il Quirinale.
È Sergio Chiamparino, presidente della Compagnia di San Paolo, ex sindaco di Torino, uomo stimato sia nel Pd che all’esterno.
Certo, c’è una fetta del Pd che lo teme e non lo vuole, per questa ragione ha messo in giro la voce secondo cui guadagnerebbe svariate centinaia di migliaia di euro grazie al suo incarico. Così non è, ne guadagna 70 mila l’anno.
Ma il fatto che circolino queste indiscrezioni false la dice lunga sullo stato dei rapporti interni al Partito democratico.
Oltre a Renzi, l’ex sindaco di Torino ha l’appoggio di Walter Veltroni, uno dei primi a pensare al suo nome in vista della corsa alla segreteria.
Per l’ex leader del Pd, Chiamparino sarebbe il candidato ideale. E c’è chi ricorda che un tempo era anche in ottimi rapporti con Massimo D’Alema.
Ma ufficialmente, lui non è in campo. A qualche amico con cui ha parlato in questi giorni, però, non ha escluso affatto di potersi impegnare in prima persona: «Se ce ne sono le condizioni, non escludo di poter dare una mano. Bisogna costruire una piattaforma politico-programmatica di ispirazione liberal-laburista di cui mi pare si avverta il vuoto nel campo del centrosinistra».
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
LA TRAGICOMMEDIA DEL CASO RUBY E IL PM FIORILLO
Personaggi. Annamaria Fiorillo: sostituto procuratore presso la Procura dei minori di Milano. Ingiunge a Giorgia Iafrate di affidare a una comunità la minorenne marocchina Ruby.
Giorgia Iafrate: commissario presso la Questura di Milano. Viola le direttive ricevute e affida Ruby alla igienista dentale di B., Nicole Minetti.
Pietro Ostuni: capo di gabinetto. “Consiglia” a Giorgia Iafrate di ignorare le direttive di Annamaria Fiorillo.
Silvio Berlusconi detto B. : presidente del Consiglio. “Consiglia” a Pietro Ostuni di ingiungere a Giorgia Iafrate di ignorare le direttive di Annamaria Fiorillo.
Roberto Maroni: ministro dell’Interno. Afferma pubblicamente che la Polizia aveva affidato Ruby alla Minetti obbedendo alle direttive impartite da Annamaria Fiorillo.
Edmondo Bruti Liberati: procuratore della Repubblica di Milano. Emana un comunicato stampa in cui afferma che l’affidamento di Ruby si è “svolto correttamente”.
Monica Frediani: procuratore della Repubblica per i minori di Milano. Vieta ad Annamaria Fiorillo di parlare con i giornalisti per smentire le affermazioni false di Maroni e Bruti Liberati.
Consiglio Superiore della Magistratura, detto Csm, composto da membri togati (magistrati nominati dalle correnti) e da membri laici (persone nominate dai partiti).
Rifiuta di aprire una pratica a tutela richiesta da Annamaria Fiorillo al fine di smentire le menzogne di Maroni e Bruti Liberati; poi condanna disciplinarmente la stessa per aver spiegato ai giornalisti che Maroni e Bruti Liberati avevano mentito.
Trama della tragicommedia (farsa/tragedia?).
La minorenne Ruby è accusata di furto, fermata durante la notte.
Si accerta che è senza fissa dimora. Il Pm minorile Fiorillo ordina alla polizia di affidarla a una comunità (così prescrive la legge).
Il potente B., probabilmente amante di Ruby, teme che costei lo “sputtani” e “ordina” di consegnarla alla sua fida “igienista dentale”.
Ostuni e Iafrate, lieti di compiacere il potente ovvero spaventati da lui, obbediscono.
Molti cantastorie raccontano il trionfo del vizio; forte è l’indignazione dei benpensanti.
Maroni, compagno di governo di B., spontaneamente o sollecitato, li rassicura con una menzogna: la Polizia ha fatto il suo dovere, obbedendo agli ordini del pm.
Bruti Liberati gli fa eco, non si sa se con consapevole menzogna o superficiale accertamento: la Polizia ha agito “correttamente”.
Fiorillo si incazza: mi fanno passare per ignorante o, peggio, serva di B. ; chiede al Csm di valutare i fatti e intervenire a sua tutela perchè sia chiaro che ella ha fatto il suo dovere, applicando la legge.
Il Csm (che di pratiche a tutela ne ha fatte qualche migliaio) si dichiara non competente.
Bruti Liberati si guarda bene dal correggere il suo falso comunicato.
Fiorillo, abbandonata da tutti e additata come incompetente professionista al pubblico disprezzo, racconta a giornalisti cartacei e televisivi come sono andate le cose
Bugiardi colposi e dolosi si arrabbiano e il Csm condanna Fiorillo per aver trasgredito all’ordine esplicito del suo capo Frediani.
Per scaricarsi la coscienza, il Csm affetta virtuosa integrità : condanno perchè la legge è legge; ma sento il bisogno di affermare che la vicenda si è svolta così come ha dichiarato Fiorillo. Qualche anno dopo, uno scriba ignoto, indignato per lo strazio arrecato alla virtù e per l’omaggio offerto al vizio, riprende la storia e ne immagina un confortante sviluppo.
Annamaria Fiorillo si ricorda della favola del panettiere, del Re di Prussia Federico II e del giudice di Berlino; e presenta un ricorso alla Corte di Cassazione.
Racconta che il sostituto procuratore generale che chiese la sua condanna al Csm era Elisabetta Cesqui, personaggio di spicco di Magistratura democratica, di cui Bruti Liberati è stato a lungo presidente ed è vera e propria icona.
Sommessamente lamenta che ragioni di opportunità (anche i pm debbono essere e apparire imparziali) avrebbero consigliato di affidare l’accusa a persona meno legata al procuratore di Milano, il cui comunicato stampa sarebbe stato platealmente smentito dalla sua assoluzione.
Invita la Corte a valutare l’incoerenza del Csm che sollecitamente incolpa lei per aver disatteso l’ordine del procuratore dei Minori Frediani; e che però non assume alcuna iniziativa nei confronti del procuratore di Milano Bruti Liberati.
Eppure costui non solo ha emesso un comunicato obiettivamente falso (questo sì indice di scarsa professionalità e colpevole ingenuità ) ma ha omesso, una volta noti i fatti, di emetterne altro, a correzione del primo, a tutela dell’immagine pubblica e professionale di lei stessa Fiorillo e della Procura dei minori.
Ricorda infine che lo stesso Csm (Sezione Disciplinare del Csm n. 52/99) aveva ritenuto “giustificate le dichiarazioni alla stampa, fatte per rispondere ad accuse già pubblicate su una certa testata giornalistica, e che esigevano il diritto di ripristinare la rappresentazione reale del proprio operato, contro rovesciamenti di prospettiva distorti e/o offensivi per sè e/o per l’ufficio giudiziario di appartenenza”.
La Corte di Cassazione si rende conto dell’oltraggio patito da Fiorillo e applica l’esimente della legittima difesa: in linguaggio paragiuridico (per l’occasione preso in prestito da Marco Travaglio) scrive in sentenza che mandare impuniti funzionari pavidi o compiacenti e magistrati disattenti ed eccessivamente prudenti, “censurando” l’unica persona che ha fatto il proprio dovere, è un vero schifo.
Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 14th, 2013 Riccardo Fucile
DENUNCIA DEI MEDICI PER I DIRITTI UMANI: IMMIGRATE VITTIME DELLA TRATTA DENUNCIANO GLI SFRUTTATORI E FINISCONO RINCHIUSE NEI CENTRI
Costrette a prostituirsi, segregate, spesso stuprate e picchiate. 
È la storia di migliaia di immigrate «deportate» con l’inganno in Italia da connazionali senza scrupoli.
Vittime della tratta a cui, nel nostro Paese, capita anche di subire un sorta di violenza «istituzionale».
Appartiene infatti a questa categoria l’80% delle straniere rinchiuse nei Cie.
Basta non avere i documenti, per diventare «ospiti» dei Centri di identificazione ed espulsione.
E le vittime della tratta i documenti non li hanno mai, perchè vengono loro sottratti dagli sfruttatori.
Il dato è contenuto in uno studio del Medu – Medici per i diritti umani – in cui si sottolinea anche che le immigrate costrette a prostituirsi «in alcuni casi sono finite nei Cie pur avendo collaborato con la giustizia».
LE BORSE DI PONTE GALERIA
Nei Centri gli extracomunitari, di entrambi i sessi, trascorrono il tempo in attesa dell’espulsione. «I divieti di possedere anche una penna, un libro o un giornale penalizzano gli immigrati», spiegano i responsabili dell’organizzazione impegnati l’anno scorso in un tour di tutte le strutture italiane, da quella di Trapani a quella di Gradisca d’Isonzo.
Solo a Ponte Galeria, il Cie più grande d’Italia alle porte della Capitale, alcune cinesi sono riuscite a impiegare il tempo in modo costruttivo: hanno deciso di organizzare la fabbricazione di borse artigianali utilizzando posate di plastica, lenzuola monouso e prodotti per l’igiene. Ma il loro è un caso isolato.
NEI CIE POSTI LIBERI
Dei 7.944 stranieri trattenuti nei Centri di immigrazione ed espulsione italiani circa la metà sono stati rimpatriati nel corso del 2012.
Ma in più di mille sono riusciti ad allontanarsi dalle strutture, mentre la novità è che le strutture non sono più piene, anzi hanno sempre posti liberi.
«È assurdo però – sottolinea lo studio – che solo nel 2011 ci siano stati 494 stranieri comunitari, ovvero romeni, fra le persone rinchiuse nei Cie. Soltanto a Ponte Galeria sono state un migliaio fra il 2010 e il 2012».
GLI PSICOFARMACI
Nell’insieme il rapporto – chiamato Arcipelago Cie – conferma «in modo univoco – spiegano dal Medu – la palese inadeguatezza dell’istituto della detenzione amministrativa nel tutelare la dignità e i diritti fondamentali dei migranti trattenuti.
Il sistema Cie si dimostra anche fallimentare perchè scarsamente rilevante e poco efficace nel contrasto dell’immigrazione irregolare».
Oltre alla questione del tempo vuoto, sotto accusa, secondo l’organizazione indipendente c’è l’assistenza sanitaria.
Metà degli ospiti – «visto che li chiamano ancora così» – infatti fa uso di psicofarmaci forniti dagli enti gestori.
CROLLO DEI COSTI E DEI SERVIZI
Non manca il problema dei costi. «Nel 2011 – dicono ancora dal Medu – i centri sono costati 18,6 milioni di euro, senza contare le spese per le forze dell’ordine impegnate nella vigilanza.
Nel 2012 le gare d’appalto per gli enti gestori sono state al ribasso, con un crollo della qualità dei servizi.
A Crotone ogni ospite costa 21 euro al giorno, prima in media in Italia era di 70 (a Roma è 41 euro). Questo vuol dire che aumentano i rischi di rivolte e disordini, con danneggiamento delle strutture e quindi, paradossalmente, l’aumento di altri costi».
«I CENTRI? INUTILI»
Secondo il Medu, insomma, i Cie devono essere chiusi per inadeguatezza strutturale e funzionale e il trattenimento dello straniero ai fini di rimpatrio deve essere ridotto a misura eccezionale.
Al posto dei centri bisognerebbe «adottare nuove misure di gestione dell’immigrazione irregolare con rispetto dei diritti umani e maggior razionalità ed efficacia, con diversificazione delle risposte per categorie di persone, gradualità e proporzionalità delle misure di intervento, nonchè incentivazione della collaborazione fra immigrato e autorità ».
Rinaldo Frignani
(da “il Corriere della Sera“)
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