Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
SECONDO L’OCSE SIAMO PEGGIO PERSINO DELLA GRECIA QUANTO ALL’IDEA DELLA CORRUZIONE NELLE ISTITUZIONI
Italia prima tra i 34 Paesi Ocse per percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali,
con un incidenza che sfiora il 90%.
Il dato è contenuto in una tabella del rapporto Curbing corruption dell’organizzazione parigina, che cita uno studio Gallup secondo il quale la Penisola è seguita a ruota da Portogallo e Grecia. Al contrario la percezione più bassa, sotto il 15%, si registra in Svezia.
Il non invidiabile primato di Roma rispecchia i risultati del Corruption perception index 2014 di Transparency International, che lo scorso dicembre collocava il nostro Paese al primo posto in Europa e al 69esimo nel mondo per corruzione percepita.
E arriva proprio nei giorni in cui, dopo 734 giorni di attesa, il tormentato ddl anticorruzione è approdato in aula al Senato per la discussione, in attesa del voto finale previsto per l’1 aprile. Mentre il governo, a valle del nuovo scandalo messo in luce dall’inchiesta Sistema che ha portato in carcere il ras delle infrastrutture Ercole Incalza, ha avviato un piano per la legalità e la prevenzione dei fenomeni corruttivi nelle partecipate statali.
Il costo delle truffe e della corruzione negli investimenti pubblici — scrive l’Ocse, che ha diffuso il rapporto in occasione della Integrity week in corso a Parigi — non è solo economico ma politico e istituzionale, con seri risvolti per la legittimazione dell’apparato dello Stato e la capacità delle istituzioni governative di funzionare in modo efficace.
Per l’Ocse c’è una “forte relazione” tra la corruzione percepita e la fiducia nel governo.
Più alta è la corruzione percepita, più bassa è la fiducia nelle istituzioni.
Dalla tabella contenuta nel documento emerge però anche che in Italia, pur trattandosi del Paese con la più alta corruzione percepita, la fiducia nel governo è superiore al 30%, superiore a quella di Grecia, Portogallo, Spagna e Slovenia, dove la percezione della corruzione è tra l’80 e il 90%.
La correlazione inversa è però evidente per la Svezia, che a fronte di una percezione della corruzione inferiore al 15% fa registrare una fiducia nell’esecutivo superiore al 55%.
Il Paese in cui il governo incassa il maggior credito di fiducia è la Svizzera, con una percentuale vicina all’80%.
Oltralpe, la corruzione percepita è intorno al 25%. In Germania invece la fiducia è superiore al 60% nonostante la percezione della corruzione si avvicini al 40%.
La media Ocse è superiore al 40% per quanto riguarda la fiducia nei governi e inferiore al 60% per la percezione sulla corruzione.
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
IL NEW YORK TIMES RACCONTA LE PRIME RIVELAZIONI DALL’ASCOLTO DELLA SCATOLA NERA
Nel momento in cui l’Airbus si è disintegrato contro la montagna, in cabina c’era soltanto un pilota.
Poco prima l’altro, fuori dalla cabina, cercava di buttare giù la porta blindata per rientrarvi.
Emergono le prime rivelazioni dall’analisi della scatola nera ritrovata dopo l’incidente dell’Airbus A320 della Germanwings, caduto martedì sulle Alpi francesi.
Secondo una registrazione audio riportata dal New York Times, a un certo punto del volo uno dei due piloti sarebbe uscito dalla cabina e non sarebbe più riuscito a farvi rientro.
Una fonte militare che partecipa all’indagine, non identificata dal quotidiano statunitense, spiega che secondo la registrazione, pur cercando di rientrare in cabina, il pilota “non ha mai avuto risposta” dal collega.
“Si può sentire — dichiara la fonte — che cerca di buttare giù la porta”.
Lufthansa — casa madre della lowcost Germanwings — non ha confermato nè smentito l’indiscrezione del Nyt che, scrive l’agenzia stampa AP, è stata invece confermata da un funzionario in Francia che ha voluto mantenere l’anonimato.
La fonte, la cui identità non è stata resa nota dal quotidiano newyorkese, ha sottolineato che “ancora non si conosce il motivo per cui uno dei due era uscito, ma è certo che nella parte finale del volo l’altro pilota è da solo e non apre la porta”. Indicazioni queste che se confermate di certo segnano una svolta importante nelle indagini per stabilire la causa del disastro aereo che ha causato la morte di tutte le 150 persone a bordo
Dalla registrazione vocale emerge, secondo la fonte, che nella prima parte del volo vi era stata una “conversazione molto tranquilla” tra i due piloti.
Ad un certo punto però uno lascia la cabina di pilotaggio per motivi non chiari e poi tenta di rientrarvi. Si sente che dapprima “l’uomo da fuori bussa piano alla porta” della cabina di pilotaggio, ma senza ricevere risposta. Allora il ritmo e il vigore si intensificano: “Colpisce la porta con più forza ma ancora nessuna risposta. Non c’è mai una risposta”.
Alla fine “si sente che sta tentando di buttare giù la porta”. Non è chiaro per ora il motivo nè dell’uscita di uno dei due piloti dalla cabina, nè del perchè il collega non abbia più aperto la porta.
Da dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, le porte delle cabine hanno un complesso sistema di sicurezza per cui è necessario un codice di apertura, ma possono anche venir bloccate dall’interno.
Elementi che aprono diverse ipotesi, ma che nessuno ancora mette nero su bianco.
Le autorità francesi restano caute: molto poco è stato reso pubblico ufficialmente sui contenuti della scatola nera recuperata, sulla natura delle informazioni emerse dall’audio, se sono parziali e complete.
L’unica conferma avuta dai responsabili delle indagini è che la registrazione comprende voci e suoni all’interno della cabina di pilotaggio.
Le generalità dei piloti non sono state ancora rese note per questioni di sicurezza. Secondo quanto riferito da Lufthansa e riportato dai media britannici, il copilota era stato assunto nel settembre del 2013 e aveva alle spalle 630 ore di volo. Il copilota era stato addestrato nel Centro Lufthansa di Bremen, nel nord della Germania.
In precedenza la compagnia aerea tedesca aveva fornito alcuni dettagli riguardo al comandante del volo 4U9525, riferendo che aveva oltre 10 anni di esperienza e 6mila ore di volo sugli Airbus A320.
Secondo un pilota di Germanwings intervistato dietro l’anonimato dal Westdeutsche Allgemeine Zeitung, l’Airbus A320 schiantatosi sulle Alpi francesi era piuttosto “impopolare” tra i piloti della compagnia a causa dei suoi frequenti problemi tecnici. Era “uno degli aerei che rimanevano più spesso a terra”, ha detto il pilota al quotidiano tedesco.
Come è emerso, l’aereo il giorno prima dell’incidente era rimasto a terra per un’ora a causa di una riparazione al portellone del carrello anteriore.
La Lufthansa ha però escluso che l’episodio sia da mettere in relazione con la sicurezza del velivolo.
Intanto sono riprese all’alba le operazioni di recupero dei corpi. Le prime spoglie sono state evacuate con gli elicotteri nel tardo pomeriggio di ieri.
Inizieranno oggi le operazioni di identificazione e, sempre oggi, in Alta Provenza è previsto l’arrivo delle famiglie delle vittime.
Sul posto sono già stati reclutati quaranta interpreti di tedesco e spagnolo, la lingua della maggior parte delle vittime, e quattro unità medico-psicologiche, due francesi, una tedesca e una spagnola.
Ieri si sono alzati in volo nove elicotteri nel corso del giorno, per portare nell’area dello schianto gendarmi, militari, investigatori ed esperti forensi, in un vero e proprio ponte aereo.
Sul luogo lavorano 400 gendarmi e militari, 300 pompieri e molti investigatori.
La via aerea sembra l’unica possibile per arrivare nella zona montuosa, dove i resti dell’aereo, praticamente polverizzati, si estendono su un’area di quattro ettari.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
L’INTELLETTUALE HA SCRITTO “LE MEPRIS DU PEUPLE”: IL DISPREZZO DEL POPOLO… “COME L’OLIGARCHIA HA PRESO IN OSTAGGIO LA SOCIETA’
Nel 1974 il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, socialista, diceva che i profitti di oggi avrebbero
costituito gli investimenti di domani e i posti di lavoro di dopodomani. Forse all’epoca poteva essere vero.
Nel 2015 invece i profitti di oggi costituiscono solo i dividendi di domani e la disoccupazione di dopodomani.
Peccato che la sinistra, in Europa, non se ne sia accorta.
E, non essendosene accorta, crede ancora in questo mercato, pensando che sia uguale a quello di quarant’anni fa come strumento di emancipazione dalla povertà e dalla subalternità sociale.
Quando invece è diventato mezzo di concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi.
Un fenomeno più evidente nel paese in cui è iniziato, cioè gli Stati Uniti: dove da sei anni il 95 per cento della crescita viene confiscato dall’uno per cento di popolazione più ricca.
Ma la stessa dinamica è presente ovunque, in Occidente: compresi gli Stati che avevano storicamente strumenti di welfare e di redistribuzione, gradualmente smantellati con le varie leggi sulla “flessibilità ” e le privatizzazioni.
Le accuse qui sopra sono di Jack Dion, intellettuale e giornalista francese che ha da poco mandato in libreria il suo ultimo saggio , “Le mèpris du Peuple” (il disprezzo del popolo; sottotitolo: “come l’oligarchia ha preso la società in ostaggio”) che per una decina di euro si può comprare anche su Amazon in versione digitale.
È un libro che in Francia sta facendo parecchio discutere – specie dopo il recente crollo dei socialisti – e che anche in Italia potrebbe costituire utilissima lettura specie a chi parla di sinistra, ma non solo.
Anzi: pur proveniente senza dubbio dalla tradizione della sinistra francese, Dion mette metaforicamente mano alla pistola quando sente questa parola, ormai diventata la foglia di fico (anche lì) per nascondere le più mercatiste e liberiste delle politiche e – soprattutto — per celare appunto il disprezzo per il popolo, verso le persone che stanno in basso nella società .
«Quando i partiti che si succedono al potere si trasformano in strumenti di difesa dell’ordine stabilito, il popolo diventa un nemico, simboleggia un pericolo potenziale», dice Dion.
Che conia il termine prolofobia, per descriverli, questi socialisti alla Hollande o alla Strauss-Kahn.
Prolofobia: paura e alterigia verso i proletari di oggi, divisi in mille lavori (o non lavori) diversi, intellettualmente incapaci di costituire un blocco sociale e progettuale, politicamente alla deriva tra l’astensione e (in Francia) il partito di LePen.
Ecco, LePen e il Fronte Nazionale. A cui nella propria prolofobia i partiti lasciano le masse degli esclusi e degli arrabbiati, ignorando i problemi concreti dei ceti impoveriti e limitandosi a reagire istericamente a ogni successo dell’estrema destra con la più scontata delle accuse, quella di populismo: centrodestra e centrosinistra «difendono gli stessi precetti, quelli del neoliberismo», e per occultare questa verità descrivono tutto ciò che sta fuori di loro come populismo.
Il “j’accuse” sull’uso dell’epiteto in questione come arma mediatica dell’establishment per delegittimare il popolo – cioè i cittadini, le persone – rimanda in buona parte alle riflessioni di un filosofo che in Italia ha scarsa cittadinanza nel dibattito pubblico e culturale, Ernesto Laclau , di cui invece molto si parla altrove; ma questo è un altro discorso.
Ciò su cui Dion insiste invece è l’utilizzo truffaldino del termine pupulismo per indurre nell’immaginario la convinzione che non esista alcuna alternativa possibile al liberismo, per sancire il dogma secondo cui ogni possibile scarto rispetto ai binari dell’ortodossia neocapitalista sia pericoloso e “anti democratico”, quando invece ad aver annegato la democrazia sottomettendola all’èlite economica sono stati proprio loro, e in un’Europa in cui ormai il primo partito vero è quasi ovunque l’astensione.
Dice Dion che «questa democrazia malata ha messo il popolo in quarantena e la rappresentanza in ibernazione» e intanto si impadronisce del linguaggio chiamando «riforme» quelle che sono invece controriforme regressive per concentrare le ricchezze nelle mani di pochi; ma anche diffondendo a piene mani una narrazione basata su competitività , flessibilità , liberalizzazioni e costo del lavoro – e mai nessuno che spenda una parola sul costo, invece, di questo estremismo del capitale.
Eppure, un altro vocabolario è possibile, dice Dion.
Altre parole per ribaltare l’egemonia culturale durata almeno tre decenni: come oligarchia – ad esempio – il vero tratto caratterizzante di quest’epoca, trasversale alla politica e al mondo del lavoro; oppure sovranità , sottratta sempre di più dalle mani dei cittadini e riservata alle èlite che la esercitano (e di qui l’illusione-inganno lepenista secondo cui basterebbe tornare allo stato-nazione per restituirla ai cittadini, quando invece il suo recupero può avvenire ormai solo sul campo di battaglia europeo e globale, passando per ogni luogo di vita comune).
E, anche attraverso un altro vocabolario, si può e si deve tendere verso un altro ordine delle cose: ordine politico, economico, ecologico, sociale, ideologico, morale, civico.
Dion alla fine è ottimista e chiude il suo libro citando la presa della Bastiglia, «un’esplosione di collera su cui è stato costruito un nuovo edificio: e ogni epoca, ogni collera, ha il suo nuovo edificio».
Può darsi che sia una previsione un po’ eccessiva – o magari poco più di un auspicio. Ma il libro va comunque letto, perchè come a volte capita ai pensatori francesi — ricordate “Indignatevi!”, di Stèphane Hessel ? – dice le cose che abbiamo sotto gli occhi con la forza della semplicità e senza il timore un po’ snob di non essere giudicato abbastanza “accademico”.
Ai politici e agli intellettuali della nostra sinistra, invece, il libro di Dion non dovrebbe essere semplicemente consigliato, ma proprio reso obbligatorio.
Alessandro Gilioli
(da “L’Espresso“)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI E LA BOLDRINI RAPPRESENTERANNO L’ITALIA
Si prepara la marcia internazionale contro il terrorismo di domenica prossima a Tunisi.
La parola d’ordine sarà “Le monde est Bardo”.
Attese a Tunisi molte personalità a livello mondiale, tra cui il premier italiano Matteo Renzi, la presidente della Camera Laura Boldrini e il presidente francese Franà§ois Hollande.
“Le monde est Bardo” vuole esser un messaggio forte per affermare la volontà della Tunisia di superare gli avvenimenti del Bardo e sconfiggere il terrorismo.
La marcia di solidarietà per le vittime dell’attentato al museo del Bardo e contro il terrorismo è stata annunciata dal presidente tunisino, Beji Caid Essebsi.
In quell’occasione verrà anche inaugurata una stele in onore delle vittime.
Il corteo partirà da Bab Saadoun con destinazione il Bardo e la sede del Parlamento.
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
RENZI TACE SULL’AMICO DEL BOSS, IMPRESENTABILE PER I DEM ALLE POLITICHE 2013… CROCETTA: “NON PUO’ FARE IL SINDACO DI ENNA”… L’INTERESSATO: “RITIRARMI? E PERCHE’ MAI”
Le amministrative in Sicilia rischiano di diventare un problema per il Pd. 
Almeno doppio: a Enna e ad Agrigento infatti i democratici rischiano di ritrovarsi candidati che una parte del partito non vuole.
Nel primo caso per decisione degli organismi cittadini del partito che propongono il ritorno di Vladimiro Crisafulli, che il comitato dei garanti nazionale giudicò “impresentabile” nelle liste elettorali per il Senato nel 2013 e che però nel frattempo si è fatto eleggere coordinatore del Pd provinciale con più dell’ottanta per cento dei voti.
Nel secondo caso il problema l’hanno creato le “sacre” primarie perchè per un accordo con Forza Italia alla fine a rappresentare il centrosinistra nella corsa alla poltrona di sindaco sarà Silvio Alessi, sponsorizzato da Riccardo Gallo, considerato vicino a Marcello Dell’Utri.
In questo scenario si registra il silenzio del segretario nazionale, Matteo Renzi, o comunque dei vertici.
Così ora succede che sul caso Enna sia Crocetta sia Crisafulli tirino per la giacchetta il capo-presidente del Consiglio.
Pd in tilt: Crisafulli è un caso, ma c’era l’ok dei siciliani
Eppure dieci giorni fa erano stati Fausto Raciti e Marco Zambuto, rispettivamente segretario e presidente del Pd siciliano, a chiedere personalmente a Mirello Crisafulli di candidarsi.
“Le eventuali opposizioni dovranno essere solo sul piano politico, su altri piani non potranno essere accettate” spiegava Raciti.
Un modo come un altro per stoppare sul nascere possibili polemiche che rimandassero al passato, al tempo in cui il comitato dei garanti del Pd bollava il ras ennese come non candidabile, cancellandolo con un rapido tratto di penna dalle liste per le politiche.
Crocetta: “Renzi parli”. Ma ieri diceva: “Non me ne frega niente”
Sembrava andare tutto liscio, ma a ridare fuoco alle polveri ci ha pensato il governatore Rosario Crocetta. Ieri, 24 marzo, interpellato sull’argomento, si era trincerato dietro un prudente no comment: “Perchè volete farmi intromettere in questioni di cui non mi frega niente?” diceva piccato il governatore.
Poche ore dopo ha cambiato idea, entrando a gamba tesa sulla questione. “Si può fare finta che Crisafulli possa candidarsi a sindaco di Enna: guai a porre il problema, tanto per un politico l’importante è ottenere i consensi”.
Una dichiarazione che ha infiammato ulteriormente il clima all’interno del Pd, dato che negli ultimi giorni sarebbero stati opposti dei “veti silenziosi” direttamente da Roma, dove il sottosegretario Davide Faraone non vedrebbe di buon occhio la candidatura di Crisafulli, indigesta ai renziani locali ma anche a quelli nazionali.
Poco importa se nel frattempo i due massimi dirigenti regionali del Pd si siano già espressi, andando in pellegrinaggio nella città al centro della Sicilia, e annunciando la loro presenza ad Enna anche per venerdì, quando il coordinamento provinciale del partito si riunirà per decidere chi candidare come primo cittadino.
Crisafulli al fatto.it: “Perchè non mi devo candidare?”
Dall’altro lato infatti il “ras” di Enna, ex diessino diventato cuperliano, gran collettore di voti, a ilfattoquotidiano.it ostenta sicurezza: “Renzi e Faraone non vogliono la mia candidatura? Ma io voglio essere il candidato del Pd ennese, che le assicuro non è fatto da imbecilli. Venerdì verranno qua Raciti e Zambuto (segretario e presidente del Pd siciliano, ndr) che non mi sembrano essere contrari ad una mia candidatura. Che poi perchè non mi dovrei candidare? Io sarei impresentabile? E perchè? Nel 2013 avevo un procedimento penale in corso, ora quel procedimento si è chiuso, punto. Se ho sentito Faraone? E perchè dovrei sentire Faraone che fa il sottosegretario?”.
Il processo “chiuso” a cui fa riferimento Crisafulli è quello per abuso d’ufficio: era accusato di essersi fatto asfaltare la strada che conduce alla sua villa con fondi della Provincia (di cui lui era presidente).
A questo punto per la pax interna al Pd, l’ideale sarebbe un candidato diverso da Crisafulli, ma scelto e appoggiato dall’ex parlamentare, che a Enna è abituato a vincere “col proporzionale, col maggioritario e pure col sorteggio” (ipse dixit).
E mentre si attende che Matteo Renzi in persona si esprima sull’argomento, il diretto interessato ne approfitta per provare a rispedire al mittente l’etichetta di impresentabile, e spingere fino alla fine la sua candidatura a sindaco.
“Io non ho mai chiesto un voto ai mafiosi, io i mafiosi li mandavo a fare in culo, con rispetto parlando” dice Crisafulli, riferendosi alla famosa intercettazione della Dia, quando venne beccato a parlare con Raffaele Bevilacqua, poi indicato come boss di Enna, che gli chiedeva notizie su alcuni appalti pubblici.
“Fatti i cazzi tuoi” era stata la replica di Crisafulli, poi indagato e archiviato per concorso esterno a Cosa Nostra.
“Dicono che questo era il partito di Pio La Torre? Io me lo ricordo e vedo anche quali sono le ultimissime adesioni al partito… anche ad Agrigento vedo come è andata a finire” continua, citando altri due recentissimi casi che gettano scompiglio nel Pd. Vale a dire l’imponente campagna acquisti varata da Faraone, che ha portato tra i democratici diversi ex sostenitori di Totò Cuffaro e Raffaele Lombardo, scatenando nel frattempo l’esodo di civatiani e cuperliani.
I renziani di Agrigento: “Annullare le primarie”
Ma si riapre anche la questione di Agrigento.
A porre il problema di Alessi candidato, è l’area Renzi del Pd di Agrigento che chiede di “annullare le primarie, commissariare la segretaria provinciale e ripartire da capo, individuando un nuovo candidato del Partito democratico da contrapporre a Silvio Alessi”.
“Le primarie del centro sinistra — scrivono — le ha vinte Forza Italia. Noi non ci piegheremo alle logiche spartitorie dei soliti noti, ai giochi di potere. Noi siamo il centro sinistra, siamo il Partito Democratico — aggiungono — . Con Forza Italia ci si confronta alle elezioni, non alle primarie“.
I renziani agrigentini chiedono quindi “l’immediato commissariamento della federazione e del segretario provinciale di Agrigento, il disconoscimento delle primarie con il ritiro del simbolo del partito, l’individuazione di un progetto e di persone che possano rappresentare, per Agrigento, un progetto politico e una prospettiva chiara, nell’ambito degli ideali e dei valori del centrosinistra”.
L’Ansa cita fonti del Pd secondo le quali il segretario siciliano Fausto Raciti ha convocato lo stato maggiore del partito in città . Peccato che l’accordo con Gallo e le altre liste per le primarie sia stato siglato dai vertici del Pd regionale, compreso Zambuto, ex sindaco di Agrigento con l’Udc e oggi leader della corrente renziana.
Giuseppe Pipitone
(da ” il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
BARBARA GUERRA CON 47 AL SECONDO POSTO, AL TERZO CON 43 PRESENZE ARIS ESPINOSA
Il pressing delle Olgettine su Arcore. L’avanzata delle ragazze ospiti delle cene eleganti quando ormai le serate erano un lontano ricorso è stata “contabilizzata” dagli inquirenti di Milano nell’ambito dell’inchiesta Ruby ter.
Concetta De Vivo, detta Imma, showgirl ora indagata come una ventina di altre ragazze, sarebbe andata nella zona di Arcore ben 57 volte in 16 mesi, tra il marzo 2012 e il luglio del 2013, quando i processi a carico di Silvio Berlusconi e di Fede, Mora e Minetti erano ancora in corso, con una frequenza media di più di tre volte al mese.
Al secondo posto di questa sorta di classifica di presenze nella zona di Arcore (non si sa se, poi, le ragazze siano state effettivamente ricevute all’interno di Villa San Martino), come emerge dalle “analisi” delle celle agganciate dai telefoni delle giovani tra il 2012 e il 2014, si piazza Barbara Guerra con 47 presenze tra il marzo 2012 e il marzo 2014.
Al terzo con 43 presenze, tra giugno 2012 e luglio 2013, la dominicana Aris Espinosa.
In un’annotazione della sezione di polizia giudiziaria intitolata “presenze ad Arcore delle utenze delle 21 indagate”, si legge anche che Alessandra Sorcinelli, la ragazza che avrebbe ricevuto la cifra più altra, tra bonifici e assegni circa 390 mila euro, è stata ad Arcore 32 volte tra il luglio del 2012 e febbraio 2014.
Poi Barbara Faggioli (24 volte in un anno e mezzo) Marianna Ferrera (16 volte) Francesca Cipriani (15 volte) Marysthelle Polanco (13 volte fino al 2013) e giù a scendere nella ‘classifica’ fino alle sole due presenze di Ioana Visan.
Nell’annotazione non sono indicate presenze di Ruby, la quale, però, come emerge da un altro documento agli atti depositati ad alcune difese al Tribunale del Riesame, “con ogni probabilità ” si sarebbe recata “ad Arcore”, tra novembre e dicembre scorsi, “e che in queste occasioni usi l’accortezza di spegnere il cellulare già in fase di avvicinamento” per “non far registrare la propria presenza sulle celle del luogo in cui si reca”.
Alcune ragazze, tra l’altro, sempre come risulta dai documenti depositati, si sarebbero presentate ad Arcore anche nei mesi scorsi.
Lo scorso 11 novembre, ad esempio, Aris Espinosa “unitamente ad altre ragazze — scrivono gli investigatori — si reca ad Arcore per incontrare Berlusconi, il quale però si trova a Roma”.
La ragazza chiama “l’utenza fissa di Arcore” e la segretaria le spiega che l’ex premier è nella Capitale.
Nessuna presenza nella zona di Arcore, invece, per Silvia Trevaini, la quale, secondo l’accusa, nel corso degli anni avrebbe ricevuto da Berlusconi una serie di extra, per una cifra intorno agli 800mila euro, che le sarebbero serviti per acquistare prima un appartamento a Milano Due e poi uno nel pieno centro di Milano
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
IN PIAZZA ANCHE LA CAMUSSO: “MAI STATO IN DISSENSO CON LEI SULLA MANIFESTAZIONE, MA SULLA PROPOSTA DI COALIZIONE SOCIALE”
Con Susanna Camusso «non c’è mai stato dissenso sulle ragioni della manifestazione di sabato
prossimo», piuttosto «sulla proposta di coalizione sociale ».
Dunque il segretario della Fiom, Maurizio Landini, non è sorpreso dell’annuncio del leader della Cgil che parteciperà al corteo di sabato dopo le polemiche sul carattere più o meno politico dell’iniziativa.
Landini parla anche della vicenda Pirelli: «E’ una svendita, l’Italia sta cedendo industrie strategiche a produttori stranieri».
Landini, sorpreso della scelta di Camusso di partecipare alla manifestazione?
«Assolutamente no. Non c’è mai stato dissenso di merito. Con la Cgil e, successivamente, anche con la Uil stiamo conducendo una battaglia contro il jobs act fin da quest’autunno».
A dire il vero la Cgil aveva giudicato con freddezza l’iniziativa di sabato. C’erano state delle polemiche…
«C’era stato un problema legato a una delle nostre proposte, quella della coalizione sociale, un progetto per combattere la frantumazione del mercato del lavoro determinata anche dalle scelte del governo Renzi».
Il jobs act è ormai legge. Come lo combatterete?
«Ci sono molte strade per cambiare le leggi. Questo è il primo governo che modifica le leggi sul lavoro riducendo i diritti senza nemmeno ascoltare le proposte dei sindacati e del Palrlamento. Il jobs act è stato scritto ricalcando le ricette di Confindustria e della Bce. Invito tutti ad andarsi a rileggere la lettera che la Bce scrisse all’Italia il 5 agostro 2011. Si chiedeva di aumentare l’età pensionabile, di introdurre la libertà di licenziamento, di superare i contratti nazionali. Tutti obiettivi che i governi Monti, Letta e Renzi hanno perseguito con costanza e continuità . Noi vogliamo manifestare sabato contro quella politica che rende più ricattabile e privo di diritti sia chi lavora sia chi un lavoro non ce l’ha».
Eppure il governo considera positivi i risultati delle nuove leggi. Sia sul piano dell’occupazione, sia su quello degli investimenti stranieri. Anche la vendita di Pirelli è un fatto negativo?
«La vendita, o meglio, la svendita di Pirelli è la migliore dimostrazione dell’assenza di una politica industriale in Italia. Abbiamo scelto di lasciare che il patrimonio tecnologico del Paese si trasformi in un supermarket dove i produttori e i fondi di investimento stranieri arrivano e fanno affari. La cosa più grave è che così si vendono conoscenze che vengono utilizzate da altri. Nel momento in cui i grandi produttori compiono scelte strategiche è evidente che finiranno per favorire i loro paesi. Per questo i governi di Spagna, Francia, Germania, Usa intervengono ad evitare che settori stretagici finiscano in mani straniere. Noi invece consideriamo un successo aver ceduto Finmeccanica ai giapponesi e Pirelli ai cinesi».
Il ragionamento vale anche per l’Ilva?
«Dopo tre anni di tentennamenti finalmente il governo ha deciso di entrare nella proprietà dell’Ilva per difendere non solo i posti di lavoro ma anche la presenza di un settore strategico come quello dell’acciaio. A maggior ragione non si capisce perchè l’Ilva sì e Finmeccanica e Pirelli no».
Perchè in Spagna e Grecia la crisi sta premiando i partiti di sinistra radicale e in Italia no?
«Io sono un sindacalista, non sono un politico e tantomeno ho voglia di farlo. Quel che stiamo provando a fare è cercare di riunire il lavoro che le politiche del governo stanno frantumando. Segnalo solo che sia In Spagna che in Grecia ci sono sindacati più deboli di quello italiano».
Con la coalizione sociale?
«La coalizione sociale è una proposta e cercheremo di capire l’11 aprile se riusciamo a costruirla. Penso a gruppi di associazioni che nei diversi territori riuniscano chi lavora e chi non riesce a farlo, chi è precario e chi è disoccupato. Un progetto tutto da costruire ma anche una strada per riformare il sindacato. Altrimenti anche la sopravvivenza delle attuali organizzazioni del movimento dei lavoratori è a rischio».
Silvia Garroni e Paolo Griseri
(da “la Repubblica”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
GUIDO IMPROTA CERTIFICà’ L’ESIGENZA DI EROGARE ALTRI 90 MILIONI AI COSTRUTTORI DOPO UN INCONTRO CON INCALZA
Ai signori del cemento e dei sovrapprezzi non poteva sfuggire la Metro C di Roma.
Non una grande opera, ma la grande opera per eccellenza che ha subìto una crescita esponenziale degli investimenti.
La terza linea della Capitale doveva costare 2,7 miliardi di euro – chiavi in mano, cioè pronta con i treni in partenza – e per ora s’aggira intorno ai 3,7 miliardi.
Adesso s’è saputo (la notizia l’ha anticipata il Tempo) che il boiardo Ercole Incalza, già arresto per l’inchiesta di Firenze, è indagato dalla Procura di Roma assieme a Guido Improta, ex sottosegretario alle Infrastrutture nel governo di Mario Monti e attuale assessore alla mobilità al Comune di Roma, un fedelissimo del sindaco Ignazio Marino.
Il sospetto: affidamenti illeciti di appalti e, in particolare, un indennizzo pubblico di 90 milioni di euro per la Metro C.
Un servizio di Francesca Fagnani di Ballarò racconta il ruolo di Improta per un atto attuativo, datato 9 settembre 2013, che stanziava un contribuito di 90 milioni di euro al consorzio di imprese, che va da Caltagirone ad Astaldi fino alle cooperative, e poi scaricato sul Campidoglio.
Lo stesso Improta spiega a Ballarò che la decisione fu presa, secondo prassi, il 4 settembre 2013 al ministero di Porta Pia: presenti Incalza, allora responsabile della struttura di missione; l’assessore regionale Michele Civita, i vertici di Roma Metropolitana e rappresentanti di Metro C.
Ma l’ex presidente di Roma Metropolitane, Massimo Palombi, dichiara a Fagnani che a un certo punto Incalza proseguì la riunione soltanto con Improta e Civita.
Dopo gli incontri, il 9 settembre, Incalza spedì una lettera, il già citato atto attuativo, per certificare l’esigenza di ulteriori 90 milioni di euro, che il primo agosto 2014 sono stati sbloccati dal comitato interministeriale (Cipe).
Con una postilla: paga il Campidoglio, ai costruttori viene richiesta la copertura di un misero 3,75 per cento dei 90 milioni di euro.
O Improta ha rimosso l’episodio oppure ha mentito.
Nel frattempo, l’assessore esclude un suo coinvolgimento: “Non ci sono stati abusi d’ufficio e anche l’atto attuativo della Metro C è passato attraverso Roma Metropolitane. Io non ho responsabilità dirette”.
Sugli sprechi per la Metro C, oltre ai fascicoli aperti in Procura, ci sono i magistrati contabili che vogliono capire perchè i cantieri della metropolitana sono proceduti a rilento mentre il preventivo aumentava e perchè le amministrazioni hanno concesso 45 varianti di progetto. Come dimostrano le intercettazioni pubblicate dal Tempo, Improta aveva una certa familiarità con i personaggi che ruotavano intorno al sistema di Incalza.
Il 10 gennaio 2014, annotano i militari del Ros, Improta chiama l’imprenditore Giulio Burchi, ex presidente di Italferr, indagato a Firenze e gli offre la guida di Roma Metropolitane (poi colpita da un’inchiesta) :
“Io vorrei la settimana prossima convocare un’assemblea straordinaria, azzerare tutto e mettere un amministratore unico. Quindi se lei fa qualche pensata… io l’accoglierei. (…). Ovviamente situazione prestigiosa perchè è la più grande opera pubblica che si sta realizzando (…) quindi ci vuole qualcuno che abbia competenza giuridica, tecnica e sensibilità politica. Ha fatto tanti soldi e quindi… ”.
Non si sbagliava, Improta.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 25th, 2015 Riccardo Fucile
RISPETTO ALLE PREVISIONI INIZIALI DA 20 MILIONI I VISITATORI SI SONO RIDOTTI A 12 E I CINESI DA DUE A UNO… MA I CONTI NON TORNANO (E FORSE E’ MEGLIO COSI’)
I conti di Expo non tornano. Non parliamo di soldi e bilanci, ma di cinesi. 
Sì, perchè nelle mirabolanti previsioni del successo planetario di Expo 2015, si è annunciato che per l’esposizione universale arriveranno a Milano 20 milioni di visitatori, tra cui 2 milioni di cinesi.
Poi, per paura di essersi fatti prendere la mano dall’entusiasmo, le cifre sono state un po’ ridimensionate: i visitatori saranno 12 milioni, tra cui 1 milione di cinesi.
Ma proviamo a fare i conti.
L’Expo dura sei mesi, cioè 180 giorni. Se in sei mesi i cinesi arrivati saranno 1 milione, significa che ne sbarcheranno a Milano 5.555 al giorno.
Vuol dire 20 aerei al giorno di soli cinesi per portarli e altrettanti per farli tornare in patria, 40 aerei al giorno.
Consideriamo pure che la metà dei cinesi arrivi dalla Cina sbarcando in altre città d’Italia e d’Europa, per fare un tour più ampio di quello del solo sito di Rho-Pero, e che poi raggiunga Milano in bus o in treno.
Restano pur sempre 2.700 cinesi ogni giorno, per sei mesi, che devono sbarcare a Li-nate o a Malpensa: almeno 10 aerei al giorno Pechino-Milano, o Shanghai-Milano, e altri 10 sulla rotta opposta.
Faccio fatica a immaginare la scena. Ma se andrà così, val la pena di fondare subito una compagnia aerea dedicata.
Se poi ai cinesi uniamo tutti gli altri stranieri attesi, l’affare si fa ancor più complicato. Almeno la metà dei 12 milioni ipotizzati potrebbero arrivare in aereo: 6 milioni di persone, più di 30 mila al giorno.
Vuol dire 120 voli in più ogni giorno in arrivo e altrettanti in partenza.
Ma è possibile?
Non oso poi pensare l’impatto dei previsti 12 milioni sulle strade milanesi, sui taxi, sugli autobus, sui tram, sul metrò.
Anche perchè chi vorrà visitare l’Expo ci andrà preferibilmente la mattina e ne uscirà la sera tardi, per passarci un po’ di ore e ammortizzare il costo del biglietto (non proprio a buon mercato).
Vuol dire che in città si muoveranno in media oltre 60 mila persone al giorno in più rispetto alla popolazione normale.
Un po’ meno nei giorni feriali, molti di più il sabato e la domenica.
E prevedibilmente i movimenti saranno concentrati al mattino subito dopo l’apertura (in andata), e la sera a ridosso della chiusura (al ritorno).
Decine di migliaia di persone in più, rispetto agli utenti abituali, che useranno auto, bus e mezzi pubblici. Un ingorgo programmato permanente.
Quasi quasi agli organizzatori (e ai gestori di servizi, dai trasporti ai ristoranti) conviene sperare che i visitatori siano molti meno del previsto, per evitare di bloccare tutto o collassare il sistema.
Come andrà ? Comunque vada, sarà un successo. Ne sono convinto, alla faccia dei gufi. Chi mai dirà che le cose non sono andate secondo le previsioni?
A nessuno conviene dichiarare il flop. Il grande circo si metterà in moto, magari con qualche ritardo e larghe aree non finite.
I molti lavori in corso anche dopo il 1 maggio saranno nascosti dalle “quinte di camouflage”, come previsto da una gara (da 1 milione e 100 mila euro) per mascherare i ritardi.
E i milanesi vivranno per sei mesi immersi nell’aria frizzante e internazionale del “fuori salone”, come succede ogni anno nella settimana del Salone del mobile.
Magari all’Expo non ci andranno nemmeno, ma potranno frequentare aperitivi, feste, eventi, manifestazioni, mostre, esibizioni, happening, concerti e auto in doppia fila.
Ci sarà da divertirsi, qualche soldo arriverà dai visitatori, cresceranno i seguaci di Airbnb (affittare la propria casa ai turisti e andare a vivere dalla fidanzata o dai parenti).
Forse non si nutrirà il pianeta, ma un po’ di energia alla vita dei milanesi, chissà , potrà arrivare.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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