Destra di Popolo.net

IL BOSS CELEBRATO MENTRE PUNISCONO IL CAPITANO ULTIMO

Agosto 22nd, 2015 Riccardo Fucile

SI CAMBIA VERSO, ONORE AL CAPOCLAN E BAVAGLIO AL FATTO… SI CAMMINA VELOCE A PASSI DI GAMBERO

Ci sono segnali che contano più di un trattato di sociologia.
Ci sono messaggi che, messi assieme come le tessere di un puzzle, descrivono il Paese meglio di qualsiasi studio storico-politico.
In queste settimane ne abbiamo colti tanti.
L’immagine dei vigili urbani che scortano la carrozza funebre di Vittorio Casamonica, identica a quella utilizzata per le esequie di Lucky Luciano, si     rivolge, per esempio, al mondo di sotto.
Comunica agli altri boss che “Roma è loro” perchè nella Capitale ci si può ancora mettere d’accordo con lo Stato e le altre istituzioni.
Dice alle mafie: noi siamo qui e ci resteremo sempre, nonostante le inchieste e la memoria da moscerino di tanti politici, di molti giornali e di troppe tv.
La destituzione dalle funzioni operative di coordinamento tra i vari nuclei del Noe del colonnello Sergio De Caprio, parla invece agli investigatori.
Spiega semplicemente a tutti che non farai carriera se arresti Luigi Bisignani, scopri i conti del tesoriere leghista Francesco Belsito, rompi le uova nel paniere a
Finmeccanica e a Maroni e sveli le tangenti rosse della Cpl Concordia.
Chiarisce che ti faranno saltare pure se sei il Capitano Ultimo, se hai catturato Totò Riina e ora stai facendo solo il tuo dovere.
Anche perchè non sta bene intercettare per caso il numero due della Guardia di Finanza mentre parla con il premier Matteo Renzi, o va a cena con il sindaco di Firenze Dario Nardella conversando amabilmente di presunti ricatti al presidente Giorgio Napolitano.
La decisione del direttore dell’Isola del Cinema, Giorgio Ginori, di vietare al Fatto Quotidiano la sua festa a Roma, guarda poi — anzi si mostra — alle nomenklature di partito.
Dire“niente Festa se recitate le stra-pubbliche trascrizioni di Mafia Capitale ”fa sapere che si può stare tranquilli.
Nel Belpaese c’è ancora un sacco di gente che pagherebbe per servire.
In autunno quando quasi tutto il Parlamento (con complice sottovalutazione da parte della magistratura) voterà  una nuova legge bavaglio per limitare,con la scusa della privacy, la pubblicazione di intercettazioni sgradite al Potere, da frotte di sedicenti intellettuali gli applausi arriveranno a scrosci.
Infine, c’è la scelta del governatore della Campania, Vincenzo De Luca.
C’è la sua decisione, avallata da Matteo Renzi, di correre alle elezioni appoggiato da una lista ispirata dagli uomini Nicola Cosentino, il forzista detenuto in attesa di giudizio per fatti di camorra.
Quell’alleanza parla ai cittadini.
Dice che davvero l’Italia #cambiaverso.
Perchè cammina veloce a passi da gambero.

Peter Gomez
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FUNERAL PARTY

Agosto 22nd, 2015 Riccardo Fucile

IL PAESE DI TARTUFFE CHE COMBATTE I BOSS DA MORTI E I MAGISTRATI DA VIVI

Il Paese di Tartuffe, che non è la Francia seicentesca di Molière ma l’Italia del 2015, s’indigna per il Funeral Party al fu Vittorio Casamonica e lo chiama “boss” anche se non ha condanne per mafia, anzi ha una fedina penale decisamente più immacolata di quella del 10 per cento dei parlamentari italiani (per non parlare degli eurodeputati e dei consiglieri regionalie di un bel po’ di governatori).
Il che, intendiamoci, va benissimo: neppure Al Capone ebbe condanne per mafia, solo una per evasione fiscale, però chiamarlo“evasore”pare un po’riduttivo.
È una caratteristica dei boss scampare alle condanne, e spesso anche agli arresti.
Ma allora perchè Casamonica è “boss”anche con una condanna a un anno per truffa nell’acquisto di una Ferrari, e   — per dire — i mafiosi amici e soci dell’allora presidente del Senato Renato Schifani non sono boss perchè furono condannati soltanto più tardi?
Il Paese di Tartuffe s’indigna per il Funeral Party a Casamonica ora che è chiuso in una bara, ma quand’era vivo e regnava su Roma da una villa arredata da Cetto La Qualunque e cantava MyWay al compleanno in un grammelot inglese degno di Fo e Proietti, i partiti di destra si scordavano le sue origini rom e prendevano volentieri i suoi voti per il Comune.
Il Paese di Tartuffe s’indigna per il Funeral Party al Casamonica morto, ma ha prontamente dimenticato le foto ricordo del rampollo Luciano con la felpa azzurra “Italia” nel 2010 a cena col futuro ministro Pd Giuliano Poletti, il sindaco Pdl Gianni Alemanno e una bella galleria di futuri ospiti delle patrie galere.
Il Paese di Tartuffe si vergogna perchè le immagini del Funeral Party a Casamonica fanno il giro del mondo, ma ha già  dimenticato quando B. definì nella campagna elettorale 2008 il boss Vittorio Mangano “un eroe” perchè non aveva parlato di lui nè di Marcello Dell’Utri.
Dopodichè rivinse le elezioni e tornò al governo per tre anni, poi fu richiamato in servizio da Napolitano nel 2013 per le larghe intese con Letta e nel 2014 da Renzi per il Patto del Nazareno in veste di padre costituente.
Il Paese di Tartuffe s’indigna per il Funeral Party al presunto boss Casamonica, ma non dice una parola sul sicuro mafioso Dell’Utri che, dopo la fuga in Libano, risiede da 14 mesi nel carcere di Parma a poche celle di distanza da Riina, per scontarvi una condanna definitiva a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.
Motivo: aver propiziato nel 1974 “un patto” tra “Berlusconi, Cinà , Bontade e Teresi (gli ultimi tre sono boss mafiosi, ndr) in base al quale l’imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa Nostra per ricevere in cambio protezione”; e “in virtù del patto i contraenti (Cosa Nostra da una parte e Berlusconi dall’altra) e il mediatore contrattuale (Dell’Utri), legati tra loro da rapporti personali, hanno conseguito un risultato concreto e tangibile, costituito dalla garanzia della protezione personale dell’imprenditore mediante l’esborso di somme di denaro che Berlusconi ha versato a Cosa Nostra tramite Dell’Utri che, mediando i termini dell’accordo, ha consentito che l’associazione mafiosa rafforzasse e consolidasse il proprio potere sul territorio”.Il tutto “nell’arco di un ventennio”.
Poi Dell’Utri creò Forza Italia, di cui fu 4 volte parlamentare e 2 eurodeputato.
Il Paese di Tartuffe se la prende col parroco che ha celebrato il Funeral Party,con i vigili che hanno scortato il feretro,con le autorità  che non hanno vietato l’immondo show e addirittura con l’elicotterista che ha sganciato petali di fiori sul corteo funebre (ecco: è lui il colpevole di tutto), ma non fece una piega quando il presidente della Repubblica Napolitano, il presidente del Senato Grasso e il presidente del Consiglio Letta — prima, seconda e quarta carica dello Stato — omaggiarono la salma di Giulio Andreotti, di cui la Cassazione aveva detto molto peggio che di Casamonica: cioè che era stato mafioso fino al 1980, “reato commesso” ma prescritto.
Il Paese di Tartuffe si scandalizzò quando scoprì che Renatino De Pedis, boss e killer della Magliana, era sepolto nella basilica vaticana di Sant’Apollinare, ma sorvolò sui rapporti con la Banda intrattenuti dal clan Andreotti ed ereditati da decine di politici e funzionari di ogni colore fino al blitz di Mafia Capitale.
Il Paese di Tartuffe non alza un sopracciglio se il Ros arresta Riina ma non perquisisce il suo covo, poi fa scappare Bagarella a Terme di Vigliatore, poi fa fuggire pure Provenzano a Mezzojuso; poi Ultimo, al comando del Noe, fa indagini delicatissime su Bisignani, il tesoro della Lega, il generale Adinolfi, Finmeccanica, i rapporti coop rosse-camorra, e viene subito rimosso senza che nessuno faccia un plissè.
Il Paese di Tartuffe si domanda cosa c’è dietro le complicità  di politici e forze dell’ordine con i Casamonica, ma se ne infischia allegramente di quelle di politici e forze dell’ordine con Cosa Nostra che, dopo le stragi del 1992-’93, ottenne dallo Stato non un funerale kitsch, ma quasi tutto quel che chiedeva (dalla revoca di centinaia di 41-bis allo smantellamento della legislazione antimafia), dopo una regolare trattativa condotta dal Ros e dai politici retrostanti, oggi imputati nel silenzio generale davanti a magistrati condannati a morte nell’indifferenza generale.
Il Paese di Tartuffe combatte i boss da morti e i magistrati da vivi.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SFRUTTAMENTO DEI MINORI, ITALIA VERGOGNA D’EUROPA: I PICCOLI SCHIAVI INVISIBILI SONO TRA NOI

Agosto 22nd, 2015 Riccardo Fucile

BAMBINE COSTRETTE ALLA PROSTITUZIONE, ADOLESCENTI PICCHIATI CON L’ILLUSIONE DI UN LAVORO: I RISULTATI DELLO STUDIO DI SAVE THE CHILDREN

«Ho perso mio padre quando avevo 7 anni — racconta Ahmad, diciottenne egiziano — e da quel momento la vita è diventata molto dura per la mia famiglia. Ho lasciato la scuola a 10 anni per poter lavorare e aiutare mia madre e le mie sorelle. Ho lavorato per un falegname pitturando mobili per sei anni. Guadagnavo l’equivalente di neanche 5 euro al giorno».
Un giorno, però, Ahmad viene a sapere che «un sacco di gente del mio villaggio era tornata dall’Italia e aveva costruito grandi case e aveva belle macchine, così con mio fratello sono andato a incontrare un mediatore e abbiamo concordato il pagamento per essere portato dall’Egitto in Italia via mare».
Dopo 12 giorni in mare e con solo qualche panino che «ho fatto durare più a lungo possibile», arrivando a non mangiare per quattro giorni interi, e dopo aver cambiato cinque barche differenti perchè «i trafficanti sanno che possono essere catturati e che la barca può essere confiscata dalle autorità  italiane», Ahmad approda in Italia.
Dopo sei mesi in un centro di accoglienza in Sicilia, arriva a Roma per cercare lavoro. Ma, racconta il diciottenne, «è impossibile trovarlo, ci sono sempre almeno 50 ragazzi per un solo lavoro. Le possibilità  per noi sono un lavoro al mercato, spostare frutta e verdura, oppure fare la pizza o lavare le macchine. Mi piacerebbe tornare a casa, ma bisogna pagare e io non ho i soldi. Ho detto ai miei amici in Egitto, tramite Facebook, di non venire, che non ci sono posti di lavoro. Ma pensano che io sia egoista e che non dico la verità  perchè voglio tutto il lavoro per me».
La verità , dice Ahmad, è che «ho lasciato l’Egitto per un altro Egitto».
Questa è solo una delle tante incredibili storie raccolte, come ogni anno, da Save The Children nel dossier «Piccoli schiavi invisibili», che fa il punto sul drammatico fenomeno della tratta e dello sfruttamento di minori, che coinvolge, secondo gli ultimi dati, 168 milioni di bambini e adolescenti. Anche in Italia.
Secondo le ultime stime Eurostat, infatti, il nostro è il Paese è, in Europa, in cui è stato segnalato il maggior numero di vittime accertate e presunte, pari a quasi 2.400 nel 2010, con un calo rispetto ai 2.421 del 2009, ma un notevole aumento rispetto ai 1.624 del 2008.
Sono soprattutto nigeriani. Ma anche rumeni, marocchini, ghanesi, albanesi, eritrei.
Senza dimenticare, come ricordano dall’associazione umanitaria, che questi dati «non tengono conto della gran parte di minori che rimangono invisibili e che non vengono identificati come vittime di tratta e sfruttamento, sia perchè il fenomeno è di per sè sommerso, come nel caso dello sfruttamento sessuale in appartamenti e luoghi chiusi, o quando i minori vengono spostati frequentemente o rimangono nascosti sia per controlli e pressioni ricevute, ma anche nel caso dei minori migranti che sono solo in transito in Italia, perchè la meta finale del loro progetto migratorio è costituita da altri paesi europei».
È il caso, ad esempio, di Masal, 16 anni, in fuga dall’Afghanistan verso la Svezia.
Un viaggio che arriva a costare almeno seimila euro.
La sua storia è scioccante. «Io non potevo stare in Afghanistan, non avevo scelta. La maggior parte degli afgani va via per motivi di sicurezza. Ci sono così tante esplosioni! Ti allontani da casa e non sai se potrai tornarci. Non c’è libertà  nel mio paese e tantissime persone se ne sono andate via già  da tempo. Il momento più pericoloso del viaggio è il passaggio dalla Turchia alla Grecia perchè lo fai su dei gommoni e per me era la prima volta che ci salivo».
Lì, in Grecia, Masal conosce un altro ragazzo, con cui partirà  da Patrasso e con cui nascerà , nella disperazione, un rapporto di amicizia. Anche lui ha lasciato il suo paese, a 12 anni, senza nemmeno dirlo ai genitori.
Insieme, racconta ancora, Masal, «abbiamo dormito in una fabbrica abbandonata, insieme ad altre persone, perchè lì c’era una pompa d’acqua e pezzi di legno da bruciare per riscaldarci».
D’altronde, non sono pochi gli afghani che, come Masal, partono nella speranza di un futuro più roseo.
Per arrivare in Italia, i minori viaggiano attraverso il Pakistan e l’Iran prima di arrivare in Turchia. Qui bambini e adolescenti si fermano spesso mesi per lavorare e guadagnare il necessario per continuare il viaggio e già  qui sono coinvolti in situazioni di sfruttamento lavorativo.
Ecco che allora si parte per la Grecia, per un costo di circa mille dollari. E poi l’Italia. Spesso i minori entrano nascosti su auto o tir a bordo dei traghetti diretti principalmente ai porti della Puglia, di Venezia o di Ancona, e da qui raggiungono Roma.
Oppure si sceglie la direttrice balcanica: Bulgaria, Romania, Ungheria.
In ogni caso, il viaggio dall’Iran all’Italia arriva a costare non meno di 3 – 4 mila euro. Cosa diversa per chi, invece, arriva nel nostro Paese dall’Eritrea.
In quel caso il viaggio, prima nel deserto e poi in mare, può arrivare a costare anche settemila dollari.
E se non hai soldi? I trafficanti pensano anche a questo.
«Coloro che non hanno disponibilità  economica — dicono da Save The Children — possono essere usati dai trafficanti per condurre i gommoni dalla Turchia alla Grecia ed essere, in questo modo, esonerati dal pagamento del viaggio in mare. Sono state raccolte testimonianze secondo le quali sembra addirittura che, al fine di garantire il buon esito della traversata, i trafficanti facciano fare loro una giornata di prova per imparare a guidare l’imbarcazione».
SFRUTTAMENTO SESSUALE E RITUALI VODOO
Glory ha 16 anni, è nigeriana, dello stato di Yarouba. Ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale ed è stata affidata alla zia che, sin da subito, ha cominciato a maltrattarla, a picchiarla, lasciandole anche alcune cicatrici in volto.
Glory è costretta a lasciare la scuola e a cominciare a lavorare, vendendo acqua al mercato e consegnando alla zia tutto il denaro guadagnato.
Un giorno, però, viene avvicinata e circuita da alcuni ragazzi che le rubano tutti i soldi che aveva con sè, non prima di averla violentata sessualmente. Tornata a casa, sconvolta e con forti dolori addominali a seguito dell’abuso (non aveva mai avuto alcun rapporto prima), racconta l’accaduto alla zia che, invece di soccorrerla, la punisce per aver perso il denaro.
È troppo: Glory scappa di casa in cerca di nuova fortuna. Dopo aver chiesto per giorni l’elemosina, incontra una donna che si offre di aiutarla, promettendo di portarla in Europa dove avrebbe potuto riprendere i suoi studi.
Ben presto, però, si accorge che è stata solo ingannata. E, all’età  di soli 13 anni, per un anno e sei mesi è costretta a prostituirsi in Libia, a Tripoli, con una piccola paga di 15 dinari per ogni prestazione sessuale.
La tappa successiva è la traversata del Mediterraneo sui barconi e l’arrivo in Italia. Qui il suo destino sarebbe stato lo stesso, se Glory non fosse stata intercettata dagli operatori di Save The Children che si stanno, oggi, occupando di lei.
Ma, come Glory, sono tante le bambine e adolescenti, soprattutto nigeriane, costrette a prostituirsi.
L’incubo dello sfruttamento, in molti casi, comincia già  nel paese d’origine. Si tratta, perlopiù, di giovani provenienti da famiglie povere che spesso, coscienziosamente, “vendono” le proprie figlie, abbagliate da un facile guadagno. Inizia allora il viaggio, caratterizzato, anche questo, da abusi e violenze.
Prima nel deserto, poi in Libia dove, spesso, le ragazze vengono chiuse in “guest house” e qui obbligate ad avere rapporti sessuali, nella maggior parte dei casi non protetti. Ed eccole, infine, in Italia: ragazze di 15-17 anni che, però, si dichiarano spesso maggiorenni dopo essere state indottrinate dai loro padroni.
Napoli, Bari, Verona, Bologna, Roma e Torino sono le principali destinazioni. Dalle testimonianze raccolte, sembra che Napoli sia una delle prime mete per le minori che entrano via mare, mentre Torino per quelle che arrivano con l’aereo.
Difficile per loro ribellarsi. Anche perchè già  prima della partenza, come racconta Save The Children, viene effettuato un vero e proprio rituale vodoo, dalla forte valenza simbolica, tramite il quale si creano le premesse per un controllo totale sulla ragazza. «Il rituale vodoo sancisce l’accordo iniziale tra la famiglia della minore e gli organizzatori del viaggio e ha la funzione di ufficializzare davanti a figure religiose locali il patto di restituzione del denaro prestato per poter intraprendere il viaggio».
Ma, arrivati in Italia, il rituale viene riutilizzato strategicamente, affinchè le ragazze si sentano obbligate a restituire alla “maman” tutti i soldi guadagnati.
Per rendere il rituale ancora più suggestivo, spesso vengono utilizzati indumenti delle minori, capelli, unghie.
Col risultato che, da un punto di vista psicologico, «questa forma di controllo ed invasione nella parte più intima della minore ha un effetto devastante sulle minori perchè le fa sentire completamente violate ed impotenti di fronte al controllo che subiscono».
Ecco, allora, che uscire e ribellarsi allo sfruttamento è praticamente impossibile, anche perchè spesso il debito iniziale da ripagare può toccare i 60 mila euro.
Una cifra inestinguibile considerando che le adolescenti devono far fronte anche ad alcune spese. Dalla stanza dove dormire alle bollette. Fino all’affitto dello “spazio” sul marciapiede, che può variare da 100 a 250 euro.
Tutto questo per prestazioni sessuali, pagate anche solo 10 euro, spesso senza protezione, con tutte le conseguenze del caso.
«Frequentemente — dicono ancora dall’associazione — le minori ricorrono all’interruzione volontaria di gravidanza o, nel peggiore dei casi, assumono medicinali con effetto abortivo (autosomministrati o somministrati dalla maman o da altri soggetti) che provocano gravi effetti collaterali».
ITALIA IN RITARDO
Una situazione, dunque, di grave emergenza, davanti alla quale, però, il nostro governo è in forte ritardo.
«Il nostro Paese — secondo quanto denunciato direttamente da Carlotta Bellini, responsabile Protezione Minori dell’associazione — avrebbe dovuto adottare, con delibera del Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell’interno, il Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani».
Un Piano, questo, finalizzato alla prevenzione e al contrasto della tratta e dello sfruttamento, con azioni di sensibilizzazione, prevenzione e integrazione sociale delle vittime.
Peccato, però, che nonostante la bozza del Piano sia stata redatta dal Dipartimento delle Pari Opportunità  (anche se in ritardo, dato che la direttiva Ue risale al 2011), non è mai stata approvata. Con la conseguenza che, nel frattempo, il termine fissato dalla legge (30 giugno 2015) è scaduto.
Tutto in fumo, dunque. Ma non è finita qui.
Perchè, ad esempio, la Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale stipulata il 25 ottobre 2007, aveva stabilito la necessità  di garantire l’accesso alla giustizia da parte dei minori vittime attraverso l’istituzione presso ogni tribunale di un elenco di gruppi, fondazioni ed organizzazioni non governative ed associazioni in grado di garantire l’assistenza psicologica e affettiva alla persona offesa minorenne.
Il nostro Paese è in ritardo anche su questo. Nonostante abbia ratificato quanto stabilito nella Convenzione già  il primo ottobre 2012.
Sono tutti punti, questi, contenuti in un disegno di legge (n. 1658) su cui ha lavorato anche Save The Children, relativo appunto alle «misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati» e di cui si sono fatti promotori diversi parlamentari (prima firmataria l’onorevole Pd Sandra Zampa).
Il disegno di legge è stato presentato il 4 ottobre 2013, ma dal 3 giugno 2014 è fermo in commissione. Oltre un anno di nulla.
Mentre trafficanti e organizzazioni criminali sventrano vite di bambine e adolescenti.

Carmine Gazzanni
(da “L’Espresso”)

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I RAGAZZI DEL TRAGHETTO SBURGIARDANO SALVINI E LE SUE PALLE

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

“POSTI POLTRONA PER PROFUGHI, MENTRE GLI ITALIANI DORMONO A TERRA”: MA PER SFORTUNA DEL “SISTEMAMOGLI” C’ERA CHI TESTIMONIA CON FOTO CHE ERA UNA BALLA… “SALVINIPAGALACABINA” L’IRONICO COMMENTO: “DORMIAMO A TERRA PERCHE’ LA CABINA COSTA”

Il leader della Lega Nord Matteo Salvini ha postato su Facebook una foto del traghetto Tirrenia (Porto Torres-Genova) polemizzando sul trasporto di alcuni immigrati e di una sala riservata solo per i profughi.
“Partenza ritardata per l’attesa di far salire a bordo un pullman di CLANDESTINI. Nella foto la sala poltrone riservata a loro, mentre tanti italiani dormiranno in terra sui materassini… Fanculo.” scrive il “sistemamogli”.
Mentre il post del leghista guadagna like e il mi piace di 41.400 pirla c’è chi risponde a Salvini: da viaggiatore del traghetto coinvolto.
«Non esistono fatti di discriminazione — racconta Fabio presente sul traghetto con alcuni suoi amici — ma bensì gente che ci marcia per farsi pubblicità ».
Ecco la sua testimonianza con alcuni selfie sul ponte e un hashtag ironico: #Salvinipagacilacabina.
“Una ventina di persone ha viaggiato su un traghetto, che sarebbe partito lo stesso, che avrebbe avuto lo stesso costo. Però era più facile dire che la gente italiana dorme per terra. E che il traghetto parte in ritardo per colpa di un pullman. Dalle ore 18.00 si sapeva che bisognava ospitare delle persone sul traghetto. Di sicuro la colpa del ritardo non può essere affidata a loro, ma ad una mal organizzazione. Loro di sicuro non erano in centro per le vie di porto Torres a fare shopping. Mi chiedo, ma se invece fosse stato un pullman di una qualsiasi squadra di calcio, ad arrivare in ritardo, durante il tragitto, sarebbero stati criticati oppure tutti giù di selfie????
Comunque il capitano del traghetto ha appena annunciato che l’arrivo al portò e previsto per le 8,15 anzichè alle 8,00. ‪#‎bravocapitano‬ ‪#‎traghettochescanna‬.
“Il problema, sui traghetti da e per l’isola, sono i prezzi esorbitanti per chi non può godere della continuità  territoriale. Normale quindi trovare una marea di persone che dormono sui materassini in passaggio ponte. Una poltrona, in alta stagione, (senza convenzione alcuna) può raggiungere anche il costo di 180 euro.”

Stefania Carboni
(da “Giornalettismo”)

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VIETARE FUNERALE AI BOSS SI PUO’, LO DICE IL TESTO UNICO DI PUBBLICA SICUREZZA

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

ECCO CHI DECIDE SUI FUNERALI DEI BOSS… IN CALABRIA VIETATI SEMPRE PIU’ SPESSO

Non tutti i boss hanno avuto il privilegio di avere un funerale in forma solenne come quello celebrato a Roma per Vittorio Casamonica.
Così non è stato, infatti, nel 2009, per il boss Pietro Costa di Siderno morto nel carcere di San Gimignano, in provincia di Siena, mentre era detenuto al 41 bis, o per Damiano Vallelunga, il “padrino” di Serra San Bruno ucciso nel settembre dello stesso anno davanti al santuario dei Santi medici Cosma e Damiano a Riace, nella Locride.
La decisione, all’epoca, era stata adottata dai questori di Reggio Calabria e Vibo Valentia (competenti sui territori di Siderno e Serra San Bruno) che avevano fatto ricorso al Testo Unico delle leggi di Pubblica sicurezza.
Una normativa che risale addirittura al 1931 e che nel tempo è stata modificata trasferendo molti poteri ai sindaci. Molti ma non tutti.
A quasi 90 anni da quando è entrato in vigore, infatti, il Testo di legge consente ancora ai questori di vietare “per ragioni di ordine pubblico o di sanità  pubblica, le funzioni, le cerimonie, le pratiche religiose e le processioni”.
All’articolo 27, infatti, il Testo unico recita: “Il questore può vietare che il trasporto funebre avvenga in forma solenne ovvero può determinare speciali cautele a tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini”.
Un provvedimento che si rende necessario perchè, in terra di ‘ndrangheta, i funerali non sono solo l’estremo saluto a un defunto, seppur criminale, ma possono avere un significato simbolico intriso di quei valori mafiosi di cui si nutre la criminalità  organizzata.
Per non parlare, poi, della possibilità  che si concede agli affiliati delle varie cosche di incontrarsi per rendere omaggio al boss defunto.
Proprio per questo e per evitare funerali “da film” come quello del “re di Roma” Vittorio Casamonica, la Calabria è una delle regioni dove i questori hanno più volte fatto ricorso al Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza.
Nel 2010 è toccato al boss Giuseppe Pesce di Rosarno, morto a 56 anni.
Tre mesi prima è stata la volta del mammasantissima di Siderno Vincenzo Macrì conosciuto con il soprannome di “u baruni”. Morto a 77 anni al Policlinico “Umberto I” di Roma mentre stava scontando ai domiciliari una condanna a 26 anni per associazione mafiosa e sequestro di persona, Macrì era il nipote del patriarca Antonio Macrì, assassinato a Siderno il 20 gennaio 1975.
All’epoca il questore Carmelo Casabona aveva disposto che il trasporto della salma avvenisse direttamente al cimitero di Siderno Superiore e che alle esequie partecipassero soltanto i familiari più stretti.
Stesso trattamento, nel 2011 anche per il boss reggino Santo Labate della cosca dei “Ti mangio”, deceduto mentre era detenuto agli arresti domiciliari nell’azienda ospedaliera di Padova.
Funerali all’alba e in forma strettamente privata anche per Vincenzo Torcasio, ucciso a Lamezia Terme nel 2011 mentre si trovava in un campetto di calcio.
Nel 2012 il questore di Reggio Calabria Guido Longo (oggi in servizio a Palermo) ha disposto i funerali privati anche per l’anziano boss di Siderno Nicola Cataldo (morto nel suo letto e per cause naturali all’età  di 80 anni) e per Giuseppe Vincenzo Gioffrè, reggente dell’omonima cosca di Seminara, nella Piana di Gioia Tauro.
Appena poche settimane fa, il questore di Catanzaro non ha autorizzato i funerali di Domenico Bevilacqua, il boss degli zingari conosciuto con il nome di “Toro Seduto”, che era stato freddato nel suo quartiere e che già  in passato era scampato a un agguato. A giugno, infine, i funerali in forma solenne sono stati vietati dal questore Raffaele Grassi a Rocco Musolino, ritenuto un esponente di spicco della criminalità  organizzata reggina anche se non è mai stato condannato per mafia.
Un boss “senza certificato” ma che la storia della ‘ndrangheta, decine di verbali di pentiti e recenti inchieste della Dda inquadrano tra i principali mammasantissima della Calabria, un pezzo da novanta che si è guadagnato l’appellativo di “Re della Montagna”.
Se Vittorio Casamonica — mai condannato per mafia — ha conquistato Roma, Rocco Musolino teneva sotto scacco tutta la provincia di Reggio Calabria, compresi magistrati “disponibili”, politici “corrotti” e imprenditori “compiacenti”.
Ma un funerale “da boss” non lo ha avuto perchè un questore ha firmato un provvedimento notificandolo alla famiglia e al sacerdote che avrebbe dovuto celebrare il rito religioso.

di L. Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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JEAN-MARIE LE PEN ESPULSO DAL FRONT NATIONAL PER LA GIOIA DELLA FIGLIA MARINE

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

DOPO TRE ORE DI DISCUSSIONE, IL CAPO STORICO CACCIATO DAL PARTITO CHE HA FONDATO E GUIDATO PER DECENNI: E’ L’ULTIMO CAPITOLO DELLA FAIDA INTERNA

Jean-Marie Le Pen cacciato dal partito che ha fondato e guidato per decenni.
E’ questa la decisione del comitato esecutivo del Front National (Fn) dopo oltre tre ore di discussione.
Nonostante l’assenza della figlia Marine, attuale presidente del FN e principale sostenitrice del suo allontanamento, e del suo braccio destro Florian Philippot, il comitato ha votato a “maggioranza sufficiente” per l’espulsione, precisando che le motivazioni precise saranno notificate nei prossimi giorni all’interessato.
La sanzione però potrebbe non mettere la parola fine allo scontro familiare in seno alla formazione di estrema destra, dato che ancora prima che arrivasse il verdetto l’avvocato di Jean-Marie Le Pen aveva annunciato di essere pronto a fare di nuovo ricorso contro un’eventuale decisione sfavorevole.
D’altra parte, i due precedenti passaggi davanti al giudice hanno marcato altrettante vittorie per lo scomodo patriarca della famiglia Le Pen, seppur per motivi formali e non di sostanza.
Il tribunale di Nanterre ha infatti ordinato l’annullamento prima della sua sospensione, per un “vizio di forma” nella stesura del provvedimento, e poi l’assemblea virtuale dei militanti chiamata a ratificare la cancellazione dagli statuti del Fn della sua carica, quella di presidente onorario.
Pare quindi destinata a prolungarsi ulteriormente lo scontro tra padre e figlia, i cui rapporti sono diventati sempre più tesi negli ultimi due anni, arrivando alla rottura definitiva dopo una provocatoria intervista di Jean-Marie Le Pen a un periodico di estrema destra.
In quell’occasione, il leader ormai ultraottantenne, secondo alcuni ansioso di ritrovare visibilità  a scapito della figlia, si era lasciato andare a una serie di frasi negazioniste tipiche del suo repertorio, dalla definizione delle camere a gas come “dettaglio della storia” all’invito a non giudicare troppo severamente il regime collaborazionista del maresciallo Petain.
Parole inaccettabili per Marine Le Pen, da anni impegnata nella ‘normalizzazione’ della reputazione del suo partito, trasformandolo da terzo incomodo ad alternativa concreta al tradizionale bipolarismo del sistema transalpino.
In questo contesto, una semplice dichiarazione per dissociarsi dalla posizione del padre non era più sufficiente per la nuova leader del Fn: bisognava fare in modo che Le Pen senior non potesse più parlare a nome del partito, prima levandogli la carica di presidente onorario e poi allontanandolo del tutto.
Operazione rivelatasi più ostica del previsto.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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FERROVIE: AI PENDOLARI TRENI PIU’ VECCHI E CARI

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

TAGLIATA LA RETE ORDINARIA DI 1.189 KM, RIDOTTI I FONDI STATALI AL TRASPORTO LOCALE DI 1,4 MILIARDI, ALZATE LE TARIFFE PER UN SERVIZIO SEMPRE PIU’ INEFFICIENTE

L’Italia su rotaie viaggia a due velocità : rapidissima — e non potrebbe essere altrimenti — dove corrono i Frecciarossa e Italo.
A passo di lumaca (spesso all’indietro come i gamberi) sui treni dei pendolari e sugli intercity, vittime collaterali — come molti servizi pubblici — dei tagli degli investimenti statali e dei trasferimenti alle Regioni.
I numeri, in questo caso, sono pietre: la cavalcata dell’alta velocità  non ha freni.
Nel 2007 tra Roma e Milano viaggiavano 17 Eurostar al giorno. Ora sono oltre 80. Questi “servizi a mercato”, come li chiamano alle Fs — coccolati, promossi e sostenuti da adeguati investimenti per garantire un servizio al top e sopravvivere alla concorrenza — sono diventati il vero tesoretto dei conti del gruppo, visto che solo nel 2014 hanno garantito 113 milioni di ricavi in più con una crescita dell’8% dei passeggeri.
Gli altri treni vivono invece in una realtà  diversa, confinati in una sorta di serie B delle strade ferrate: dal 2009 ad oggi le linee ad alta velocità  si sono allungate di 740 km. mentre i tecnici di Rfi hanno deciso di chiudere ben 1.189 chilometri della vecchia rete, calcola il rapporto Pendolaria di Legambiente.
L’offerta di Intercity a lunga percorrenza — i convogli che dagli anni ’60 in poi hanno scritto la storia del boom italiano — è calata del 22% tra il 2010 e il 2013 con un altro -1,3% nel 2014.
Per chi vive la Cayenna quotidiana dei pendolari, va se possibile ancora peggio: le risorse statali a loro disposizione sono diminuite dal 2009 al 2014 di un quarto — complici soprattutto i drammatici tagli decisi dal Governo Berlusconi — crollando da 6,2 miliardi a 4,8.
Risultato: i servizi, inevitabilmente, peggiorano.
Anche perchè le Regioni, che non nuotano nell’oro, non sono in grado di tappare il buco dei tagli dello Stato.
E i clienti, disperati, gettano la spugna: il numero di italiani che usa il treno per andare a lavorare è diminuito nel 2014 di 90mila unità  al giorno, scendendo da 2,86 a 2,77 milioni di persone.
Nessuno, in realtà , si stupisce.
Le Ferrovie — in un paese costruito sull’auto — sono da sempre la Cenerentola dei nostri trasporti.
Il 66% dei finanziamenti del piano infrastrutture 2002-2014 sono finiti in un modo o nell’altro sulle strade, per costruire viadotti, aggiungere corsie alle autostrade o stendere asfalto drenante antipioggia.
Ben 6,9 sono andati all’alta velocità , 12,7 (il 12% del totale) al treni dei comuni mortali.
Tanti o pochi? La risposta, cruda, la dà  la realtà  quotidiana di chi ci viaggia sopra. Certo, le tariffe per i pendolari in Italia sono tra le più basse (spessi di gran lunga) d’Europa.
L’età  media dei 3.290 convogli in viaggio è però di 18,6 anni e in alcune aree le cose vanno ancora peggio: in Abruzzo l’84% dei mezzi ha più di vent’anni, in Puglia il 66%. Non solo.
Anche a velocità  — uno degli indicatori di qualità  del servizio — non brilliamo: la media lungo lo stivale è di 35,9 chilometri all’ora, contro il 46 della Francia, il 48 della Germania e al 51 della Spagna.
Secondo uno studio Ansaldo-Breda e Legambiente basterebbero 4-5 miliardi per comprare 1.293 treni locali per ribaltare la situazione e metterci al passo dell’Europa. Ma per ora bisogna accontentarsi della buona volontà  e delle promesse delle Fs che nel loro piano al 2017 — al netto dei 50 Frecciarossa mille ordinati per 1,6 miliardi — prevedono di mettere in circolazione 200 nuovi treni regionali e di rinnovarne 235. Gli investimenti, anche sul fronte del trasporto locale, fanno la differenza.
Provare per credere: la Provincia di Bolzano è uno degli enti locali che più ha puntato sui servizi su rotaia, impegnando anche nel 2014 il 2,07% del suo bilancio per scommettere sulle ferrovie.
E i conti tornano: dal 2001 allo scorso anno i passeggeri sono cresciuti da 11mila a 29mila. Lombardia, Friuli, Trento, Emilia Romagna e Toscana sono le altre regioni virtuose che stanziano più dello 0,5% del bilancio per i treni.
Mentre in maglia nera ci sono Piemonte (nel 2014 ha investito 6,5 milioni per Pendolaria, lo 0,05% dei suoi soldi) e la Sicilia con 2,3 milioni.
Cifra che spiega da sola come mai nell’isola ci siano 1.247 chilometri su 1.420 della rete a binario unico
I governatori, ovviamente, tendono a puntare il dito contro lo Stato che tagliando i trasferimenti non li mette in condizione di scommettere sul treno.
Un modo per supplire alla carenza di fondi, ovviamente, c’è. Ed è quello di alzare le tariffe per recuperare le risorse.
L’hanno fatto in molti: tra il 2010 e il 2014 il Piemonte le ha aumentate del 47%, la Liguria del 41%, la Campania del 23,7%.
Peccato che i ritocchi non siano serviti ad ampliare l’offerta, anzi: Torino l’ha tagliata del 7,5%, la Liguria del 9,8%, la Campania del 19%.
E i viaggi dei pendolari in quest’ultima regione, per dire, sono crollati dai 429mila persone al giorno del 2009 ai 271mila del 2013.
Mentre in Lombardia, Toscana e Puglia, dove si è speso di più, i numeri hanno tutti davanti il segno più.
Il futuro, come sempre accade in Italia fino a che non diventa passato, è rosa.
Qualche appalto ferroviario (ultimo in ordine di tempo quello da 1,3 miliardi per il Brennero) è stato sbloccato.
Le Fs, garantiscono i nuovi vertici (come facevano i vecchi, va detto), hanno garantito un cambio di rotta rispetto all’era non troppo lontana in cui l’alta velocità  faceva la parte del leone, assorbendo il 65% delle risorse disponibili.
Oggi come oggi si guadagna più tempo a minor costi puntando sulla velocizzazione di Freccia bianca e Frecciargento.

Ettore Livini
(da “La Repubblica“)

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BRACCIANTI NELLE TERRE SOTTRATTE AI BOSS: “BOICOTTATI, NON TROVIAMO MANODOPERA”

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI UNA COOPERATIVA DI GIOIA TAURO… IN AGENZIE DEL LAVORO E TOUR OPERATOR I NUOVI CAPORALI

Il meccanico che si occupava della manutenzione dei trattori è andato via senza dare una spiegazione.
Le ditte che venivano chiamate per sgomberare gli agrumeti dalla legna delle potature sono tutte sparite.
Da mesi anche affittare una motozappa per qualche ora di lavoro è diventato impossibile.
Non si trovano più neppure braccianti nella Piana di Gioia Tauro. O meglio, non se ne trovano disposti a lavorare sulle terre sequestrate al Gruppo Oliveri.
C’è puzza di ‘ndrangheta nella storia denunciata dalla cooperativa Giovani in Vita, che si occupa di gestire i patrimoni che lo Stato ha sottratto ai criminali della provincia reggina.
Un tanfo che si sente lontano un miglio e rischia di asfissiare il gruppo di ragazzi che da mesi faticano in attesa dei raccolti di gennaio e febbraio.
Hanno resistito a tutto, negli anni. Sono andati avanti quando sono arrivate le minacce. Hanno continuato a lavorare quando hanno tagliato gli alberi e rubato i trattori.
Ora però devono affrontare una strategia mafiosa tutta nuova. Nuova e, se possibile, ancora più subdola.
Lo definiscono uno “stillicidio di azioni, tendenti a fare terra bruciata intorno alla cooperativa, tanto da creare serie difficoltà  nello svolgimento del lavoro”.
In pratica è come se fosse passato un ordine preciso. Nella “roba” che i boss considerano cosa loro nessuno deve metterci più piede.
Di olive e agrumi nei 500 ettari che la Direzione investigativa antimafia ha sequestrato agli Oliveri ce ne sono tanti.
I ragazzi di Giovani in Vita, per curarli e raccoglierli, pagano 240 mila euro allo Stato.
Ma il prezzo non sarebbe un problema se si potesse lavorare. Contratti regolari per tutti e persino utili da reinvestire in azienda.
I prodotti sono pregiati e ci sono già  gli accordi per piazzarli nei supermercati del Nord Italia. Tuttavia c’è il rischio che al raccolto invernale neppure si possa arrivare.
Il 12 agosto hanno rubato l’ennesimo trattore comprato dai soci, e di gente disposta ad affittarne uno non se ne trova.
Mancano le braccia, poi. E di braccia ne servirebbero tante nei prossimi mesi.
Ci sono i soci, certo, e anche alcuni extracomunitari sono pronti a sfidare i segnali lanciati dai “padroni della Piana”, ma non bastano.
Serve più gente per tirare giù le olive dagli alberi, ci vorrebbero almeno 70 persone.
Tra gli operai e i fornitori locali nessuno si fa avanti, anzi. Quando la coop ha provato a cercarli, si sono defilati.
“Terra bruciata”, la chiamano Rocco Rositano e Domenico Luppino, dirigenti della coop.
I campieri dei padrini della piana di Gioia Tauro non sparano più come in passato.
Niente sangue. Ora la nuova arma si chiama “isolamento”, terra bruciata, appunto.

Giuseppe Baldessarro
(da “il Fatto Quotidiano”)

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BRACCIANTE MORTA, INDAGATO CON COMODO IL TITOLARE DELL’AZIENDA IN CUI LAVORAVA

Agosto 21st, 2015 Riccardo Fucile

LO STATO DA’ UN SEGNALE DI VITA, ORA DISPONE LA RIESUMAZIONE E L’AUTOPSIA CHE PRIMA AVEVA NEGATO

Il titolare dell’azienda agricola ‘Perrone’ di Andria in cui lavorava Paola Clemente, la bracciante di 49 anni morta nei campi il 13 luglio, è indagato dalla Procura di Trani. Nell’indagine per omicidio colposo e omissione di soccorso era finora indagato Ciro Grassi, autista del gruppo di braccianti di cui faceva parte Paola.
L’avviso di garanzia nei confronti dell’imprenditore è stato notificato dal pm inquirente Alessandro Pesce in vista dell’incarico per l’autopsia che sarà  affidato il 21 agosto al medico legale Alessandro Dell’Erba e al tossicologo forense Roberto Gagliano Candela, entrambi dell’ Università  di Bari.
L’autopsia, che sarà  compiuta dopo la riesumazione del corpo della donna, dovrà  accertare le cause e concause del decesso e l’eventuale inalazione di sostanze tossiche, poichè il segretario della Flai Cgil Puglia, Giuseppe Deleonardis, ha ipotizzato che sotto i tendoni i braccianti che lavorano all’acinellatura dell’uva inalano quantità  massicce di fitofarmaci pericolosi che provocano malori.
Al conferimento dell’incarico per l’autopsia parteciperanno anche i legali della famiglia di Paola Clemente: Pasquale Chieco, Vito Miccolis e Giovanni Vinci, che si costituiranno per il marito e il figlio della donna, Stefano e Marco Arcuri, e nomineranno un proprio consulente medico legale.
Da fonti vicine alla famiglia Arcuri si apprende che il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha messo a disposizione del marito e dei tre figli di Paola uno psicologo della Asl.
Continua il lavoro della Procura per ricostruire le dinamiche che hanno portato alla morte della donna di San Giorgio Jonico, avvenuta in seguito a un malore mentre lavorava nei campi, all’acinellatura dell’uva.
Un episodio avvenuto il 13 luglio, che è venuto alla luce nelle settimane seguenti e che ha portato il marito di Paola Clemente, Stefano Arcuri, a chiedere giustizia per la fine di sua moglie, che lavorava nei campi per due euro all’ora.
Ed è proprio in seguito alla sua denuncia che la Procura di Trani ha aperto una indagine, chiedendo la riesumazione del corpo della donna e la seguente autopsia.
Il caso di Paola Clemente è solo uno dei tre che hanno funestato l’estate pugliese.
Il suo decesso, infatti, è stato seguito pochi giorni dopo (il 21 luglio) da quello di un bracciante a Nardò: Mohamed lavorava nei campi di pomodoro, per ore sotto il sole, e non aveva un contratto. Il terzo caso è quello di un tunisino a Polignano a Mare: sorte analoga, il 6 agosto.
Come Paola anche Arcangelo, che è suo concittadino: Arcangelo ha 42 anni ed è in coma, ricoverato in rianimazione all’ospedale di Potenza.
Situazioni troppo simili, tanto che la Flai Cgil teme che in quei campi “si usino fitofarmaci pericolosi” alla salute dei braccianti.
Sul caso è stata aperta una indagine conoscitiva, senza reati nè indagati. Intanto emerge che l’uomo ha avvertito il malore mentre lavorava nelle campagne di Metaponto (Matera), e non ad Andria.
Sulla questione è intervenuto anche il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina: “Il caporalato in agricoltura è un fenomeno da combattere come la mafia – ha dichiarato – e per batterlo occorre la massima mobilitazione di tutti: istituzioni, imprese, associazioni e organizzazioni sindacali”.

(da agenzie)

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