Novembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
CASO DE LUCA: INVECE CHE CACCIARLO, RENZI TACE E ACCONSENTE
Un mese fa, appena Matteo Renzi ordinò a Matteo Orfini di ordinare a Ignazio Marino di levare le
tende dal Campidoglio perchè aveva mentito sulle note spese di sette cene “istituzionali” (totale 20 mila euro) in base alla parola contraria di ristoratori e commensali, pensammo: “Adesso ci divertiamo”.
E scrivemmo che, certo, in un paese e in un partito normali, una menzogna anche di poco conto basta e avanza a giustificare le dimissioni di un sindaco, di un governatore, di un ministro, di un premier, di un presidente.
Ma, siccome siamo in Italia, se tutti i politici che raccontano balle e/o non fanno chiarezza sui propri scontrini dovessero togliere il disturbo, Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi sarebbero deserti, per non parlare dei palazzi comunali e regionali.
Renzi, nella sua irrefrenabile bulimia di potere, non ci aveva pensato. E i leccapiedi che lo circondano dandogli sempre ragione si erano ben guardati dal metterlo sull’avviso.
Nel breve volgere di quattro settimane, il boomerang scagliato contro Marino gli è già tornato indietro, sui denti. Non una, ma due volte.
A Firenze il suo sindaco Dario Nardella è costretto alla fuga perenne davanti a giornalisti e telecamere per non rispondere alle domande sugli scontrini suoi e di Renzi, che conserva gelosamente in cassaforte rispondendo picche alle richieste di accesso agli atti di Sel e dei 5Stelle: e così, anche se non avesse nulla da nascondere, autorizza il sospetto contrario.
A Napoli il suo governatore Vincenzo De Luca finisce sotto inchiesta — l’ennesima — per uno scandalo ancora tutto da chiarire per le sue responsabilità penali, ma già tutto chiaro per le sue responsabilità politiche.
Da quel che si legge nelle intercettazioni finora note, tre dei faccendieri di cui si circonda don Vincenzo promisero una promozione nella sanità regionale a Guglielmo Manna, marito della giudice civile Anna Scognamiglio, per comprare le sentenze da lei redatte il 22 luglio e l’11 settembre che neutralizzavano il decreto di sospensione del governatore firmato da Renzi.
De Luca sostiene che i tre hanno agito alle sue spalle e a sua insaputa.
I pm affermano invece che De Luca ha subìto la minaccia, non l’ha denunciata e anzi ha promesso la nomina chiesta da Manna in cambio della sentenza che gli salvava la poltrona (Manna si reca più volte nella sede della Regione per contrattare il nuovo posto perchè, dice alla moglie, “mi han chiamato in Regione”).
Ma la questione è ancora controversa, anche se è difficile credere che tre fedelissimi nascondano a De Luca un fatto così enorme, e soprattutto considerare una minaccia quella di una sentenza favorevole alla legge Severino e sfavorevole a lui, cioè una sentenza giusta (la norma che sospende gli amministratori condannati è in vigore dal 1990 e mai messa in dubbio dalla Consulta).
L’asino casca definitivamente il 19 ottobre, quando scattano le perquisizioni della Mobile, anche negli uffici della Regione occupati da uno dei due faccendieri, il capo-segreteria di De Luca, Carmelo Mastursi.
Nel decreto di perquisizione c’è scritto che anche De Luca è indagato per induzione (la vecchia concussione).
Il governatore lo sa, ma per tre settimane non caccia Mastursi e non dice una parola.
Quando poi il 9 novembre Mastursi se ne va perchè si dice molto affaticato, De Luca accredita la sua bugia e lo ringrazia vivamente per la preziosa opera svolta.
E quando esce la notizia che Mastursi è indagato, convoca la solita conferenza stampa senza domande per lanciare i consueti insulti e minacce al nostro giornale (“Dovrebbe chiudere”: sì, ti piacerebbe).
Poi racconta un’altra frottola: “In quest’indagine sono parte lesa”.
Invece è indagato e lo sa.
Tornano in mente Marino e lo scandalo menato da tutti i papaveri renziani perchè “è indagato per gli scontrini e non ce l’ha detto”, dunque “ha perso la fiducia nostra e dei cittadini”, dunque tutti dal notaio a firmare le dimissioni.
E per De Luca? Silenzio di tomba.
“Siamo garantisti”. “Enzo spiegherà ”. Certo, come no.
Poi c’è Renzi: il 27 giugno emana il decreto che sospende De Luca in base a un preciso obbligo di legge (la Severino) e se lo vede annullare da una sentenza firmata dalla Scognamiglio che lo prende pure in giro, scrivendo nella motivazione che la sospensione “comporterebbe la lesione irreparabile e irreversibile del suo diritto soggettivo all’elettorato passivo”.
Una porcheria senza ritegno, perchè una legge dello Stato ha già privato per 18 mesi De Luca dell’elettorato passivo.
Una boiata che De Luca, un’ora dopo il deposito della sentenza, saluta con grande giubilo, facendosi anche lui beffe di Renzi e dandogli dell’analfabeta giuridico: “Sono molto soddisfatto per la decisione del Tribunale di Napoli che ha confermato la sospensione del decreto adottato dal Presidente del Consiglio ai sensi della legge Severino. La grande sensibilità giuridica del collegio partenopeo ha scritto una bella pagina di giustizia a tutto merito della magistratura napoletana, cui rendo onore”.
Ora Renzi scopre che la sentenza contro il suo decreto, oltrechè vergognosa, era pure comprata (ed era stata anticipata via sms — “Abbiamo finito, è fatta”— dalla Scognamiglio al marito, e da questi all’entourage di De Luca — “È andata come previsto” — subito dopo la camera di consiglio cinque giorni prima del deposito).
E lui che fa? Difende la bontà della sua decisione e caccia il responsabile politico di quell’immondo mercimonio? No, tace e acconsente.
Cornuto e felice.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
DUE ANNI E MEZZO PER L’USO DELLE CARTE DI CREDITO DELLA RAI CON LE QUALI AVEVA SPESO 65.000 EURO…LUI GRIDA AL COMPLOTTO
Il senatore di Forza Italia Augusto Minzolini è stato condannato in via definitiva a due anni e mezzo dalla Corte di Cassazione per peculato continuato.
La vicenda è quella dell’uso delle carte di credito della Rai con le quali Minzolini, nel periodo in cui è stato direttore del Tg1 (dal giugno 2009 al dicembre 2011), avrebbe totalizzato spese per circa 65mila euro.
In primo grado Minzolini era stato assolto dal tribunale di Roma, una sentenza poi ribaltata dalla Corte d’Appello.
Ma l’effetto più importante di una sentenza che — come la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici — al momento è sospesa, è quello dato ancora dalla legge Severino.
In caso di condanna definitiva per reati contro la pubblica amministrazione con una pena superiore a 2 anni, infatti, è prevista la decadenza dalla carica pubblica, in questo caso da quella di senatore.
Un caso simile, insomma, a quello di Silvio Berlusconi.
“Sono allibito — dice Minzolini — In appello sono stato condannato da un giudice che è stato sottosegretario con i governi Prodi e D’Alema. E’ come se Prodi o D’Alema dopo aver militato in politica per anni giudicassero Berlusconi. Questo è il sistema giudiziario italiano. Sono stato assolto in primo grado e condannato in appello a una pena maggiore di quella che chiedeva l’accusa. Evidentemente c’è qualcuno che mi vuole vedere fuori dal Parlamento“.
Ora quindi della sentenza di Minzolini si occuperà la giunta per le elezioni del Senato, quella presieduta da Dario Stefà no (Sel), anche se è verosimile che prima di una pronuncia definitiva l’organismo — lo stesso che dette il via all’iter che portò alla “espulsione” dal Senato di Berlusconi — voglia aspettare la Corte costituzionale dov’è ancora pendente un ricorso sul caso del presidente della Regione Vincenzo De Luca che ora è impegnato in altre questioni.
La Consulta, che già ha ritenuto legittima dopo aver esaminato il ricorso sul sindaco di Napoli Luigi De Magistris, tuttavia non ha ancora fissato la nuova udienza.
Secondo l’accusa l’ex direttore avrebbe utilizzato in maniera impropria la carta che gli era stata fornita dall’azienda per le spese di rappresentanza, consegnando sì le ricevute ma senza giustificare il motivo delle spese per i pasti.
In primo grado l’ex giornalista della Stampa era stato assolto perchè i giudici avevano ritenuto che non avesse consapevolezza di stare spendendo impropriamente denaro pubblico in quanto la stessa Rai gli aveva messo a disposizione la carta di credito che credeva una compensazione per l’esclusiva inserita nel contratto con la Rai.
In Cassazione il procuratore generale aveva chiesto la conferma della condanna perchè “l’impianto” della sentenza d’appello è “congruo e ben motivato”.
L’avvocato Franco Coppi, nella sua arringa, aveva sottolineato che “Minzolini fin dal primo mese ha trasmesso le ricevute delle spese, è vero, senza indicare le persone che venivano invitate. Ma per un anno e mezzo la Rai non ha mai ritenuto che quel tipo di spese non fossero giustificate: nessuno gli ha detto per 18 mesi che quelle giustificazioni non erano sufficienti. Sarebbe scattato l’obbligo di rimborso”.
Tra l’altro Minzolini ha restituito la somma, salvo poi chiederne il risarcimento nel processo civile ancora pendente.
(da agenzie)
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Novembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA RAGAZZA CHE FECE NASCERE LO SCANDALO ACCUSA: “C’ERA UN PIANO PER RICATTARE BERLUSCONI”
Il caso Ruby? «È stata un’enorme, colossale trappola. Quella trappola aveva un unico obiettivo:
rendere ricattabile Silvio Berlusconi e usarlo come una banca».
Mentre si sta per chiudere l’inchiesta sul Ruby-Ter “l’Espresso” rivela l’apertura di una nuova indagine scaturita dalle dichiarazioni di Caterina Pasquino, ballerina ed ex coinquilina di Ruby.
È stata la Pasquino con la sua telefonata al 113, a far finire in Questura l’allora minorenne Karima El Mahroug dando inizio all’intera vicenda giudiziaria.
Ora la Pasquino ha denunciato alla polizia di essere stata minacciata, intimidita e infine picchiata a sangue: «Un pestaggio eseguito da manovalanza criminale ma commissionato da qualcuno che aveva uno scopo ben preciso: punirmi per aver tentato di parlare con i magistrati».
Sul caso indaga il pm Cristian Barilli che ha messo sotto inchiesta un giovane nigeriano per stalking, perchè dal suo cellulare sarebbero partite le telefonate di minaccia.
Ma sul tavolo del pubblico ministero milanese è arrivata anche la testimonianza di un giovane imprenditore che fino a qualche tempo fa ha vissuto a stretto contatto con l’entourage di Lele Mora: «Fu Lele a chiedermi se conoscevo “omoni”, meglio se di colore, per farla pagare a una persona. Mi disse che doveva fare un favore a Ruby. Io non lo aiutai, ma più avanti mi confidò di aver fatto aggredire la Pasquino. Mi disse che giustizia era stata fatta».
La testimonianza è ricca di dettagli.
Sarà la Procura, però, a stabilire il grado di attendibilità di queste parole.
La Pasquino ritiene che le ritorsioni siano legate proprio ai nuovi retroscena sul caso Ruby che ha descritto ai magistrati.
E spiega a “l’Espresso”: «Quando Karima fece sparire da casa mia 3 mila euro io telefonai a Lele Mora, che sapevo essere per lei una sorta di “padre”, e gli chiesi cosa dovevo fare, sperando che lui si offrisse di risarcirmi, invece lui mi rispose: io non la conosco, denunciala. Io allora non potevo saperlo, ma niente di quello che successe quel 27 maggio 2010 fu casuale», prosegue la ragazza: «Lele voleva che Ruby finisse in Questura e che si concretizzasse il rischio di uno scandalo. Evidentemente, fra Ruby e Lele c’era un accordo per spartirsi la generosa ricompensa che Ruby sarebbe riuscita a ottenere da Berlusconi in cambio del silenzio».
Arianna Giunti
(da “L’Espresso”)
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Novembre 13th, 2015 Riccardo Fucile
E FAR AUMENTARE I CINQUESTELLE DELLO 0,7% E IL PD DELLO 0,2%… IL SONDAGGIO IXE
La piazza di Bologna, il flop in cui è stato sancito il patto a tre tra Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni, penalizza il centrodestra nel suo complesso dello 0,5%.
A mostrare la flessione è il sondaggio di Ixè per Agorà , il programma mattutino di Raitre.
Un calo evidente rispetto alla settimana precedente.
Il partito del Cav passa così dal 9,8% al 9,1%, nessuno ha fatto peggio. 
E quello che Berlusconi perde (lo 0,7%), grazie alla sua controproducente presenza, non viene per nulla recuperato dai suoi alleati: Fratelli d’Italia resta inchiodata alla soglia fatale del 3%, il minimo per arrivare in parlamento e la stessa Lega recupera solo un misero 0,2% nonostante lo spottone che ha invaso tutti i media nazionali.
In compenso un risultato l’hanno raggiunto, far aumentare i consensi agli altri partiti
Si continua a registrare la salita del M5s che questa settimana, sempre secondo i sondaggi Ixè per Agorà , tocca quota 28,1%, crescendo di oltre lo 0,6%.
Nonostante le inchieste e i problemi sul territorio, il Partito Democratico si conferma primo partito, registrando persino una seppur piccola crescita (0,2%).
Infine interessante anche il dato sull’affluenza, se si votasse oggi, 4 italiani su dieci non andrebbero alle urne.
(da “Huffingtonpost“)
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