Aprile 28th, 2016 Riccardo Fucile
FRATELLI DI TAGLIA E CODE DI PAGLIA
“Sono sinceramente soddisfatta che Guido Bertolaso abbia accettato di essere il candidato del
centro destra a Roma. Sono certa che grazie alla sua esperienza e capacità potrà essere il sindaco che farà uscire la capitale d’Italia dalla infinita emergenza nella quale è precipitata. Garantisco a Bertolaso l’appoggio deciso di Fratelli d’Italia e ai romani che sarò in prima fila nel battaglia che ci attende per riscattare la dignità e la bellezza di Roma. Proprio per questo intendo candidarmi come capolista nella lista di FdI-AN alle prossime elezioni romane”.
Scriveva questo su Facebook la presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, lo scorso 12 febbraio, subito dopo l’annuncio dell’accordo nel centrodestra per la candidatura di Bertolaso.
Oggi quel post è stato fatto sparire.
Nella timeline della pagina Facebook della Meloni queste parole non ci sono più.
Si passa da un post del 10 febbraio su Carlo Conti a uno del 14 febbraio sul mare italiano svenduto ai francesi.
Un buco di ben quattro giorni.
Peccato che su Twitter non ci sia stata la stessa solerzia.
Lì, infatti, lo screenshot del post incriminato (la Meloni su Facebook ha una foto con il tricolore per avatar) è ancora presente.
Semplice distrazione o azione calcolata?
(da “il Liberale”)
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Aprile 28th, 2016 Riccardo Fucile
COME AVEVAMO PREVISTO DA DUE SETTIMANE, ALL’ULTIMO CI SAREBBE STATA LA CONVERGENZA… LA RABBIA DEI LEPENOSI
Guido Bertolaso non è più il candidato a sindaco di Roma di Forza Italia.
Il partito di Silvio Berlusconi ha deciso di sostenere Alfio Marchini per il Campidoglio. E’ questo l’esito dell’incontro di questa notte a Palazzo Grazioli tra l’ex capo della Protezione Civile e il leader forzista.
“Con il dottor Guido Bertolaso abbiamo deciso di sostenere e fare nostra la candidatura dell’ingegner Alfio Marchini – ha fatto sapere Berlusconi – Non è una scelta nuova. Marchini era stato la nostra prima opzione, ed era caduta per i veti posti da un alleato della coalizione”.
In realtà l’operazione era stata decisa da tempo e, come avevamo annunciato, sarebbe stata ufficializzata solo l’ultimo giorno utile.
Forza Italia spiega che l’obiettivo “è vincere, per dare ai romani un governo della città all’altezza della capitale d’Italia. Abbiamo preso atto che per vincere occorre una proposta unitaria delle forze moderate e liberali, con un forte spirito civico: una risposta fuori dalle logiche di partito e dagli interessi dei partiti. Per questo, con il dottor Guido Bertolaso abbiamo deciso di sostenere e fare nostra la candidatura dell’ingegner Alfio Marchini”.
“Oggi – prosegue il partito di Berlusconi – la situazione di Roma è drammatica, e bisogna adottare delle soluzioni urgenti: per noi è insopportabile assistere allo stato di progressivo declino che sta conducendo Roma al collasso definitivo”.
L’appoggio a Marchini “non è una scelta nuova. Marchini era stato la nostra prima opzione, ed era caduta per i veti posti da un alleato della coalizione. Per questo avevamo chiesto a Guido Bertolaso il sacrificio di scendere in campo per unire il centro-destra, con il consenso di tutti. Non per colpa sua, nè per scelta nostra, quella che era nata come una soluzione unitaria oggi è diventata una candidatura divisiva. Non possiamo permettere che i romani si trovino a scegliere fra la continuità della disastrosa gestione del Pd e l’avventurismo irresponsabile dei Cinque Stelle”
Dunque, “con la stessa generosità e spirito di servizio con cui Guido Bertolaso aveva messo da parte progetti molto importanti per candidarsi a sindaco – afferma Forza Italia – oggi si è reso disponibile a ritirare la sua candidatura per convergere su quella nelle migliori condizioni per vincere. Per due volte, ha dimostrato grande responsabilità e amore per la città di Roma, che non dimenticheremo. D’altronde Roma e l’Italia avranno ancora bisogno di lui”.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2016 Riccardo Fucile
NON C’E’ SOLO IL CASO ROMA… A SALERNO E LATINA QUATTRO CANDIDATI…E A BOLZANO SONO ADDIRITTURA SEI
C’era una volta il centrodestra. 
Non esiste già più in gran parte dei 1367 comuni in cui si andrà al voto il 5 giugno. Per il big bang non bisognerà aspettare l’indomani delle amministrative.
Su 13 grandi capoluoghi in cui si eleggeranno sindaci e consigli – quelli più significativi con più di 100 mila abitanti – l’asse Berlusconi-Salvini-Meloni ha resistito alla rottura solo per dinamiche e accordi locali in cinque città .
Ovvero nel 38,5 per cento delle piazze. Nel resto addio: l’alleanza Forza Italia – Lega – Fratelli d’Italia è già un lontano ricordo.
Per non dire dei cinque grandi centri (Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna), in cui com’è noto l’accordo è stato raggiunto solo nel capoluogo lombardo sul nome di Stefano Parisi e la percentuale scende dunque al 20.
Ovunque, nel resto d’Italia, sul pennone sventolano gli stracci al posto dei vessilli della coalizione che fu.
Gli ultimi insulti di Salvini a Berlusconi sono di queste ore (“E’ un leader sotto ricatto”). Così, è un mezzo miracolo che l’alleanza abbia retto quanto meno a livello locale a Cagliari, pur dietro il civico (Piergiorgio Massidda, ex senatore forzista, sfiderà il sindaco uscente di centrosinistra Massima Zedda) a Trieste, Rimini, e Ravenna.
Altrove invece è il caos.
A cominciare da Bolzano, col record tutto altoatesino di sei candidati per lo più civici riconducibili in qualche modo all’area di centrodestra, col siluramento del candidato unitario che Michaela Biancofiore aveva cercato di imporre (l’avvocato Igor Janes) in quota Fi, con conseguente minaccia di abbandono del partito da parte della fedelissima berlusconiana.
E sarà quello di Bolzano appunto il primo test, dato che nella provincia autonoma si andrà al voto già l’8 maggio con ballottaggio il 22.
Non è da meno Latina, roccaforte della destra, dove a sfidarsi saranno ben quattro aspiranti sindaci di centrodestra: Nicola Calandrini col sostegno leghista, Alessandro Calvi per Fi, Gianni Chiarato di “Fare” e Marco Savastano per Casa Pound.
Più o meno la stessa corsa ad handicap va in scena a Salerno. Dove sono già scarse le possibilità di spuntarla sul candidato di centrosinistra nella città del potente governatore Vincenzo De Luca.
Fi schiera Roberto Celano ma Fratelli d’Italia rompe e candida il suo Antonio Iannone, ex vicepresidente della Provincia. Gaetano Quagliariello ha voluto mettere la sua bandiera con Gialuigi Cassandra (ex Fi ed ex Fdi) e così Mario Adinolfi, leader del “Popolo della famiglia”, schierando il suo omonimo Raffaele Adinolfi.
Ma ormai la battaglia tra Forza Italia e Lega, affiancata da Fdi, è campale, soprattutto al Nord.
L’ultimo strappo si è consumato a Novara. I berlusconiani si presentano con Davide Andreatta per strappare Palazzo Cabrino al centrosinistra? E Salvini prende le distanze e piazza Alessandro Canelli.
Del resto, in Piemonte l’andazzo è quello. Lo strappo si è consumato già da un pezzo nella ben più pesante Torino. “Osvaldo Napoli non è un candidato competitivo” ha sentenziato il capo leghista attaccando la scelta fatta da Berlusconi e puntando (col sostegno della Meloni) sul notaio Alberto Morano, tagliandosi fuori reciprocamente di fatto dalla corsa contro l’uscente Piero Fassino.
L’ordine dello strappo è invertito ma il risultato identico a Bologna.
Dopo la rottura definitiva su Roma, Forza Italia ha voltato le spalle all’aspirante sindaco leghista Lucia Borgonzoni, consigliera comunale uscente, supportata anche da Fdi, per virare sul capogruppo forzista in Regione Emilia-Romagna, Galeazzo Bignami.
Ma anche lì, la campagna per strappare il Comune al pd Virginio Merola si presenta proibitiva.
E poi Napoli, dove invece è stata Giorgia Meloni a consumare la sua vendetta ai danni del Cavaliere candidando Marcello Taglialatela (quotato di un misero 2%), il loro uomo di punta all’ombra del Vesuvio, proprio quando l’imprenditore Gianni Lettieri in quota forzista sembrava già designato quale candidato unitario.
Enzo Rivellini, schierato dall’Msi-Destra nazionale, completa il quadro del puzzle. Col sindaco uscente Luigi de Magistris che ringrazia.
Va così da Bolzano alla punta dello stivale, del resto.
Perfino nei centri più piccoli, sotto i centomila.
Ad esempio a Benevento, dove Forza Italia ha schierato il candidato-icona Clemente Mastella, gli altri si sono defilati rinunciando a presentare liste, pur di non sostenerlo. Vano anche l’ultimo tavolo unitario convocato da Altero Matteoli per trovare un minimo di intesa nazionale con gli sherpa di Lega e Fdi.
“E’ partita l’Opa ostile di Salvini e Meloni contro Berlusconi, al di là delle sceneggiate allestite dai due su Roma – attacca Marcello Fiori, responsabile Enti locali di Fi – Hanno voluto rompere, ma come la Le Pen in Francia, potranno pure conquistare qualche sporadica vittoria ma non governeranno mai, non vinceranno mai le politiche, senza di noi non esiste il centrodestra”.
E ad oggi il centrodestra non esiste già più.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Aprile 28th, 2016 Riccardo Fucile
“CORRO DA SOLO E SARO’ UN PUNTO DI RIFERIMENTO”
Francesco Storace, leader de La Destra, nel giorno in cui conferma la sua candidatura per il Campidoglio non nasconde la delusione per l’unità del centrodestra che ha cercato con ogni mezzo — lettere, appelli, interviste – in queste settimane.
A farne le spese di questa mancata intesa, a suo avviso, sarà Roma «vittima dello scontro tra milanesi e di chi ha rifiutato di interloquire con chi proviene dalla sua stessa storia». Ossia Berlusconi, Salvini e Meloni.
Storace, che cosa è successo?
«È evidente che c’è stata questa scelta suicida di rifiutare quel percorso di alleanza che da mesi mi sto sforzando di sollecitare. Anzitutto con le primarie: se tre mesi mi avessero dato retta oggi il popolo del centrodestra avrebbe avuto un solo candidato con straordinarie possibilità di vittoria. Non lo hanno voluto fare, e in questo sono stati complici Berlusconi, Salvini e Meloni».
Circuito degli egoisti», «irresponsabili», «merdaio insopportabile». Quante ne sta dicendo ai suoi alleati?
«Per definirli alleati bisogna che si manifestino come tali. E di questo non ne ho notizia. Non ho partecipato ad alcun vertice dei tre per loro esclusiva volontà ».
E adesso correrà da solo.
«Tutti corriamo da soli».
Meloni ha detto che le porte sono aperte.
«Ma che vuol dire “le porte sono aperte”? Lei deve semplicemente dire: mi fa piacere che ci siano i voti di Storace. Questa recita dovrà finire prima o poi: in tre mesi non è riuscita a pronunciare il mio nome nemmeno una volta. E non so che cosa le ho fatto, se non averla indicata come una risorsa della destra»
Magari c’entrano gli screzi con i tanti ex An che sostengono oggi Storace.
«Io rappresento la storia di una destra pulita. Se lei ha qualcosa da rimproverare ad Alemanno, ad esempio, deve prendersela con sè stessa, perchè per cinque anni ci hanno governato loro, non io. Con Fini al governo c’è stata pure lei. Di che parliamo? Ma perchè bisogna buttare a mare una storia comune? Dice che non è mai stata fascista, tra un po’ dirà che non è mai stata nemmeno di An. O che non è mai stata con Berlusconi. Tutto questo lo dico con dolore, perchè pensavo che si potesse arrivare a un’alleanza, ma se uno mi prende a sportellate in faccia…».
La signora Buontempo ha lanciato un appello a Giorgia e a lei: «Teodoro — dice — vi avrebbe voluto insieme».
«Teodoro avrebbe chiesto unità . Sono d’accordo con gli appelli di Marina. La stessa cosa ha chiesto Assunta Almirante. E persino dalla destra milanese sono arrivati inviti del genere. Nessuno capisce perchè Meloni non voglia fare questa intesa sul nome suo, nemmeno a dire sul mio».
Che cosa dirà in campagna elettorale?
«Dirò che il centrodestra si è ucciso e che bisognerà andare a votare perchè non possiamo lasciare a Pd e ai grillini sia la maggioranza che l’opposizione. La gente avrà comunque bisogno di punti di riferimento. E di me si può dire tutto tranne una cosa: che non faccio seriamente quello che propongo».
Perchè lei non sceglie di rafforzare uno degli altri candidati a questo punto?
«Perchè non ha senso su uno. Se vai su Bertolaso o Marchini qual è il senso dell’operazione politica? Solo in caso avrei potuto accettare di appoggiare un candidato anche se eravamo io e lui: la Meloni. Ma lei ha sdegnosamente rifiutato questa ipotesi di alleanza».
Antonio Rapisarda
(da “il Tempo”)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
IN TV LA MELONI LO AVEVA ACCUSATO DI CONNIVENZA COI POTERI FORTI E I SALOTTI DI BILDEBERG, POI ACCETTA I SUOI SOLDI
C’è una sorpresina nell’elenco dei finanziatori di Fratelli di Italia- il partito di Giorgia Meloni—
depositato alla tesoreria del Parlamento con tanto di dichiarazioni congiunte. Nei 161 mila euro arrivati nell’ultimo anno c’è anche un contributo di 10 mila euro versato il 7 ottobre scorso dalla TCI Comunicazioni Italia srl di Saronno.
E’ l’azienda posseduta al 95% e amministrata da Gianfranco Librandi, responsabile finanziario di Scelta civica fin dai suoi esordi, scelto proprio da Mario Monti.
Fa specie che un deputato di uno schieramento finanzi volontariamente un partito avversario.
Ancora più singolare è che il partito della Meloni accetti un contributo, per quanto limitato, da quello che dovrebbe essere il nemico per eccellenza: il cassiere del partito che ha varato la legge Fornero, che viene accusato proprio da Fratelli di Italia di connivenza con l’Europa dei poteri forti, con i salotti di Bildeberg, la Trilateral e così via.
Pecunia evidentemente non olet, e riesce ad andare perfino al di là dei contrasti personali.
La Meloni e Librandi infatti se ne sono dette sempre di tutti i colori in trasmissioni televisive, in particolare modo a Quinta Colonna, condotta da Paolo Del Debbio.
Tra gli altri finanziatori privati di Fratelli d’Italia: 20 mila euro a testa sono stati versati dalla Deterchimica srl e dalla Service Coop Domus soc arl di Vimodrone, entrambe nell’orbita della famiglia Arpino.
Poi 10 mila euro dalla P-Tech di Roma e infine 20 mila euro versati dalla Nuova Domitiza srl di Pozzuoli, azienda amministrata dall’ex deputata finiana Giulia Cosenza, che prima della fine della scorsa legislatura tornò nelle fila del Pdl.
Tutti gli altri finanziatori sono dirigenti del partito eletti che versano una minima parte della propria indennità .
Il meno avaro è Pasquale Maietta (14 mila euro), poi la Meloni, Edmondo Cirielli e Fabio Rampelli (12 mila euro), Marcello Taglialatela (11 mila euro) e ultimo, con il braccino un pizzico più corto, Ignazio La Russa (10 mila euro).
Franco Bechis
(da “Libero”)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
BERLUSCONI PENSA A UNA LISTA CIVICA CHE APPOGGI ALFIO… NEL PARTITO CRESCE LA DIGA ANTI-LEGA
Nonostante le dichiarazioni di facciata rilasciate da Silvio Berlusconi a supporto di Guido Bertolsaso, la partita sul candidato sindaco forzista a Roma è tutt’altro che conclusa. Anzi. È un segreto di Pulcinella l’esistenza di un accordo tra il leader di Forza Italia e il candidato civico Alfio Marchini.
Una simpatia nata da tempo, ma mai tradotta concretamente in una nomina ufficiale a causa delle fazioni belligeranti che gravitano intorno a Berlusconi, più decise a scannarsi per la sopravvivenza che a ragionare per il bene dei romani. Tuttavia è nella tempesta che si vede il capitano migliore.
SCAMBIO DI CORTESIE
Tra l’altro non sono passate inosservate le parole di stima reciproca intercorse tra i due “rivali” moderati. Se Bertolaso accarezza il “Ronn Moss dell’Urbe” sostenendo che «Marchini è più simile a me. Io e lui siamo come Totti e Spalletti», il rivale rilancia melenso: «Grazie Guido, hai a cuore Roma». Insomma, le prove d’intesa, sempre più evidenti, nascondono un progetto politico più serio, e ampio, teso a superare anche il traguardo delle Amministrative 2016.
Berlusconi vuole scardinare l’asse tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Cominciando dalla Capitale.
PRONTA UNA LISTA CIVICA
Lo scenario, in una situazione fluida e incerta, potrebbe essere questo. Una lista civica legata a Bertolaso, con lui a capo, a sostegno di Marchini. Obiettivo: azzerare le polemiche, o, almeno, anestetizzarle e una partita verso il ballottaggio che potrebbe regalare sorprese. Certo, non è esclusa nemmeno la cristallizzazione dello “status quo” nel caso in cui a prevalere fossero “i tiratori per la giacchetta” professionisti, vicini a Berlusconi, e cerchi magici. Più interessati a rompere che non a costruire.
SENTINELLE SOSPETTOSE
La diaspora di donne e uomini dal partito, iniziata con la nascita del Nuovo centrodestra e proseguita nel tempo verso Raffaele Fitto, prima, e Denis Verdini, poi, ha reso più voraci e sospettose le poche sentinelle rimaste a guardia del fu Impero berlusconiano.Qualche esempio? Antonio Tajani, futuro presidente del parlamento europeo e termometro politico degli umori del movimento a Roma, non sottoscriverà mai la deriva estremista suggerita da alcuni “esponenti” azzurri (nordisti). Un concetto, peraltro, ripreso senza fraintendimento alcuno dallo stesso Berlusconi sulle pagine de il Giornale.
L’orizzonte è rappresentato dai moderati riuniti sotto la bandiera del Partito popolare europeo (Ppe), non di coloro che, vuoi per scelta politica, oppure per opportunismo, gravitano nella galassia lepenista. Il messaggio è chiaro: all’interno del Ppe Forza Italia deve tornare ad avere un ruolo centrale.
ARGINE A DESTRA
L’aggregazione dei moderati avrà questa opportunità solo se capace di marginalizzare lo sfondamento a destra della coalizione. Dovesse risultare impossibile questo intendimento potrebbero cambiare i compagni di viaggio. La stessa Lara Comi, ambiziosa parlamentare europea, sta lavorando (sottotraccia) a un progetto diga in chiave anti-leghista.
TOTI VUOLE LA GUIDA
Il governatore ligure Giovanni Toti si applica, invece, come un novello Cicerone. Pro domo sua. Dopo la nascita della fondazione il consigliere politico dell’ex premier pensa in grande. Vorrebbe essere lui la prossima guida del centrodestra. Motivo per cui anche Paolo Romani, ultimamente un po’ emarginato, ne segue i passi con attenzione. Senza dimenticare la già citata Comi e il pugliese Raffaele Fitto, uscito dal partito ma bramoso di guidarne gli elettori. Insomma, la lotta personale verso la sopravvivenza è iniziata e non sarà indolore. Per fortuna, la politica vive una congiuntura d’interessante semplificazione.
Tutto ciò impedisce di ospitare alla tavola degli accordi e delle alleanze commensali eccessivamente ingordi, ricattatori di posizioni e prebende. Le elezioni amministrative del 2016, infatti, andranno ponderate non solo sulla semplicistica (e spesso strumentale) analisi dei dati statistici, ma soprattutto rispetto alle future prospettive politiche che traguardano il 2018. Cosa sarà della coalizione di centrodestra se, come annunciato da Matteo Salvini, la Lega Nord dovesse realmente appoggiare, a Roma, Virginia Raggi del Movimento 5 stelle e non eventualmente un candidato alleato? Avrà ricadute anche a Milano?
SI SPERA IN PARISI
Al momento a Forza Italia conviene temporeggiare e contenere le perdite, puntando con decisione sulla vittoria (non impossibile) di Stefano Parisi sotto il Duomo. La politica è un cielo in tempesta. Amministrative e futuro referendum costituzionale di ottobre 2016 potrebbero travolgere tutto, oppure riportare serenità nella perenne lotta tra raggruppamenti “per” e raggruppamenti “contro”. Forza Italia, per sintetizzare, è “per” la causa europeista, ma “contro” le riforme costituzionali.
Carlo Cattaneo
(da “Lettera43″)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
SI LAUREA UN ITALIANO SU QUATTRO, IN EUROPA LA MEDIA E’ DEL 38,7%… A UN ANNO DALLA LAUREA OCCUPATI 74 RAGAZZI DEL NORD SU 100, CONTRO 53 SU 100 AL SUD
Il «pezzo di carta» in Italia è un sogno per pochi. Oppure per molti non è un sogno, una meta, un
traguardo a cui aspirare: diventa «dottore» un italiano su quattro. Uno su due in Svezia; o in Lituania, Cipro, Irlanda, Lussemburgo.
Per numero di persone fra 30 e 34 anni che hanno completato il ciclo di educazione terziaria (università o un’altra scuola tecnica), il Belpaese è in coda, con il 25,3% dei cittadini laureati : ultimi in Europa, dove la media è del 38,7%, e (di poco) al di sotto del target Ue fissato per il 2020 (26%), scrive l’Eurostat nel rapporto del 2015.
Siamo comunque in miglioramento rispetto al 2002, quando la quota di laureati era addirittura al 13,1%. Ad arrivare alla laurea sono il 30,8% delle donne e il 20% degli uomini: un divario in continua crescita
70mila studenti in meno
Il numero dei laureati è anche al centro del XVIII Rapporto AlmaLaurea sul Profilo e la Condizione occupazionale dei laureati.
Che fotografa un preoccupante calo di matricole, a macchia di leopardo: drammatico al Sud – dice l’istituto di ricerca – dove le università dal 2003 al 2015 hanno perso il 30% di iscritti; grave al Centro (-22%); quasi insignificante al Nord (-3%).
Il dato di sintesi è di 70mila studenti in meno iscritti all’Università . La voragine si apre già dopo la maturità : 54 diplomati su 100 proseguono gli studi al Sud, 59 su cento al Nord.
Elevata la mobilità territoriale che, «sebbene sia un fenomeno positivo, mediante il quale studenti e atenei possono valorizzare a pieno le proprie potenzialità , allo stesso tempo riflette il profondo divario sociale ed economico che caratterizza le regioni italiane», si legge nel Rapporto.
Negli ultimi dieci anni, le regioni del Mezzogiorno hanno perso costantemente capitale umano: migra al Centro-Nord per motivi di studio il 20% dei ragazzi, mentre al nord si sposta solo il 2%.
Le discipline che mettono in movimento plotoni di studenti sono soprattutto Psicologia (32%), Chimica (27%), Agraria e Veterinaria (26%), Lingue (25%). Meno mobili gli studenti dei percorsi economico-statistico (15%), insegnamento (16%), giuridico (18%), ingegneria (19%).
Chi fa le valigie
Inoltre, mobilità richiama mobilità : si sposta per lavorare più frequentemente chi ha già sperimentato uno spostamento per motivi di studio o un’esperienza di studio all’estero durante gli studi.
L’analisi mostra particolari differenze rispetto al percorso di studi intrapreso: i laureati del gruppo scientifico sono i più mobili (43%), seguiti da agraria e veterinaria (42%) e dal linguistico (41%).
Si spostano nettamente meno dei loro colleghi i laureati nei percorsi di insegnamento (25%), delle professioni sanitarie (26%) e giuridico (27%).
Mobilità
La mobilità territoriale nel passaggio dall’Università al mercato del lavoro è più frequente rispetto alla mobilità per motivi di studio. Anche in questo caso a spostarsi sono prevalentemente i laureati che provengono da contesti famigliari culturalmente ed economicamente più avvantaggiati.
A cinque anni dal conseguimento del titolo, dice Almalaurea, su cento laureati residenti al Nord, 7 se ne vanno per lavorare, prevalentemente all’estero; dal Centro, a spostarsi sono il 13% dei laureati, prevalentemente al Nord; il Sud perde oltre un quarto del suo capitale umano: il 26% lavora lontano dalla famiglia d’origine.
Occupati
Almalaurea fotografa anche il differenziale occupazionale: a un anno dal titolo magistrale lavorano il 74% dei laureati del Nord e il 53% di quelli del Sud, con una forbice del 16% negli stipendi: 1.290 euro mensili netti a Settentrione, 1.088 al Sud.
A cinque anni dal titolo, lavorano 89 laureati su cento residenti al Nord, mentre al Sud l’occupazione coinvolge il 74% dei laureati. Retribuzioni: 1.480 al Nord, 1.242 al Sud.
Abbandoni scolastici
L’Italia resta anche tra le maglie nere per gli abbandoni scolastici – è ancora l’Eurostat a sottolinearlo – sebbene su questo fronte abbia già raggiunto l’obiettivo di riduzione fissato da Bruxelles: arriva al 14,7% (con un target che al 2020 sarebbe fissato al 16%) la percentuale di ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno completato al massimo la scuola secondaria inferiore e che non seguono nessuna formazione.
Resta il divario tra ragazzi che lasciano (17,5%) e ragazze (11,8%). Non siamo ultimi della classe perchè dietro di noi figurano Spagna (20% di abbandoni), Malta (19,8%) e Romania (19,1%).
E andiamo molto meglio del 2006, quando nel complesso gli abbandoni erano al 20,4%. Ma i modelli virtuosi ci distanziano di molte lunghezze: in Slovenia solo il 5% dei ragazzi lascia la scuola anzitempo, a Cipro e in Polonia il 5,3%, in Lituania il 5,5%.
«Ritardo clamoroso»
A commentare i ritardi del sistema italiano, la deputata e responsabile scuola e università di Forza Italia, Elena Centemero: un «primato poco lusinghiero – dice -. Un ritardo clamoroso, che rende i nostri giovani poco competitivi in un mondo globalizzato e che pesa sulla ripresa del Paese».
Per recuperare il terreo perduto, afferma la deputata, è necessario «implementare le borse di studio, creare un crescente raccordo tra scuole e mondo del lavoro e migliorare le strategie di orientamento a tutti i livelli per far sì che i nostri ragazzi possano trovare il percorso di studi in grado di valorizzare i loro talenti».
Antonella De Gregorio
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
PROROGA PER L’IMPIANTO VEGA DI EDISON-EDF PRIMA DEL REFERENDUM, AFFARE VEGA B E ROSPO MARE: IN FRANCIA HANNO FESTEGGIATO
A vincere il referendum anti-trivelle del 17 aprile sono stati soprattutto i francesi, anche se non se ne è accorto quasi nessuno.
Grazie all’azione del governo italiano, che in più di un’occasione e con più di un provvedimento negli ultimi anni ha favorito Edison.
Perchè se è vero che Eni è la compagnia titolare della maggior parte delle concessioni interessate dalla consultazione, è altrettanto sicuro che i progetti più importanti e redditizi sono nelle mani della multinazionale controllata al 99,5% dal gruppo à‰lectricitè de France, per l’84% di proprietà statale.
Che oggi, in virtù del mancato raggiungimento del quorum, può realizzare sia la piattaforma Vega B, a largo della costa di Pozzallo, in provincia di Ragusa (da affiancare alla già esistente Vega A), sia il progetto che prevede 4 nuovi pozzi per la piattaforma Rospo Mare B, in Abruzzo.
Tutti riguardano l’estrazione di petrolio.
La possibilità di sfruttare i giacimenti di gas e greggio per la loro ‘durata di vita utile’, opportunità non da poco introdotta dal governo Renzi nella legge di Stabilità , è il regalo più grande. Ma non è l’unico.
Solo una vittoria del ‘sì’ al referendum avrebbe potuto ostacolare i progetti della multinazionale. Nonostante Vega B avesse già ottenuto l’autorizzazione, infatti, in caso di abrogazione della norma avrebbe fatto fede la data di scadenza della concessione, a dicembre 2022. E non si sarebbero più potuti rilasciare altri titoli entro le 12 miglia.
Morale: Edison avrebbe avuto solo sei anni di tempo per mettere in piedi la piattaforma, scavare i pozzi ed estrarre. Un affare poco produttivo.
Come quello dei nuovi 4 pozzi previsti da collegare alla piattaforma Rospo Mare B, nell’ambito della concessione B.C 8.LF (grazie alla quale già operano tre piattaforme e 29 pozzi). Se non fosse valsa ‘la vita utile del giacimento’, Edison avrebbe avuto tempo fino a marzo 2018 per realizzare nuovi pozzi.
Ora potrà agire sine die. Pressioni politiche, rapporti diplomatici e lobby. Dopo l’affaire Tempa Rossa, è lecito interrogarsi su autorizzazioni, proroghe, circostanze e coincidenze che negli ultimi tempi hanno fatto felici i francesi.
I CONTI DI EDISON
Edison ha chiuso il bilancio 2015 in rosso per 776 milioni, anche se con un indebitamento di 1.147 milioni di euro, 619 in meno rispetto allo scorso anno.
Per quanto riguarda il settore degli idrocarburi, nel 2015 i ricavi di vendita sono aumentati del 6,7% rispetto al 2014.
Sommando le produzioni interne e quelle all’estero, quella di petrolio è cresciuta del 4,6 per cento, risultato di un calo del 2,8% di quella domestica e di un aumento del 17,3% di quella estera. Un momento difficile, quindi.
E in un’intervista al Corriere della Sera l’amministratore delegato Marc Benayoun ha spiegato che un eventuale ‘sì’ al referendum “avrebbe avuto un impatto economico negativo”. La posizione dell’azienda è chiara: per Edison l’esito del referendum è una vittoria. Nessun commento su presunti ‘trattamenti di riguardo’ da parte del governo.
LA STRANA STORIA DELLE PIATTAFORME VEGA
Di certo c’è che ora nulla potrà fermare i progetti in cantiere. La concessione nell’ambito della quale verrà realizzata Vega B è la C.C6.EO.
L’originario ‘Programma di Sviluppo’ venne approvato nel 1984 e prevedeva la realizzazione di due piattaforme, la Vega A e la Vega B.
La prima è oggi la più grande piattaforma petrolifera fissa off-shore italiana, mentre la seconda non fu mai costruita e scomparve da qualsiasi documento. Fino al 2012, quando titolare della concessione era già Edison al 60 per cento con Eni socio di minoranza al 40 per cento.
Il 5 gennaio 2012 la compagnia chiese una proroga decennale e a luglio dello stesso anno presentò domanda di pronuncia di compatibilità ambientale per Vega B. Sul sito del ministero si legge che a Vega A sono allacciati 19 pozzi, il nuovo progetto ne prevede altri 12.
Perchè, dunque, è ragionevole affermare che negli anni Edison ha ricevuto diversi trattamenti di favore da parte di via Veneto?
Non tanto per la proroga della concessione (scaduta nel 2012 dopo 28 anni) arrivata il 13 novembre 2015, a neanche 6 settimane dall’entrata in vigore della legge di Stabilità 2016 con il divieto assoluto di nuove perforazioni entro le 12 miglia, quanto per i particolari del placet arrivato da Roma.
INQUINAMENTO CON ‘BUONA CONDOTTA’
Dopo la procedura integrata Via-Aia che si è conclusa positivamente al ministero dell’Ambiente il 15 aprile 2015 (negli stessi giorni è arrivato l’ok anche per Rospo Mare, al 61,7 % di Edison), a novembre il Mise ancora guidato da Federica Guidi ha concesso la proroga per “buona gestione del giacimento” fino al 2022, dimenticando un particolare non di poco conto.
Lo stesso dicastero, infatti, si è costituito parte civile e ha richiesto un risarcimento di 69 milioni di euro a Edison nel processo che si sta tenendo a Ragusa e in cui la multinazionale è accusata di aver iniettato illegalmente in un pozzo sterile enormi quantità di rifiuti petroliferi tra il 1999 e il 2007, nell’ambito delle attività collegata alla piattaforma Vega A.
Tradotto: ti chiedo risarcimento milionario perchè inquini, ma ti faccio continuare a estrarre per ‘buona condotta’.
QUESTIONE DI POLITICA DIPLOMATICA
In ballo ci sono tantissimi milioni di euro. E un rapporto, quello tra Roma e Parigi, che sembra essere assai saldo alla luce del favore a Total su Tempa Rossa e a Edison su Vega A. Non solo in tema energia: è ancora accesa la polemica per l’accordo siglato a gennaio 2015 dall’Italia per ridefinire i confini marittimi con la Francia.
Nel silenzio assoluto e senza passare dal Parlamento, il governo ha dato l’ok alla cessione di un triangolo di mare al largo delle coste di Liguria e Sardegna.
Acque molto pescose, per chi quel tratto di Tirreno lo conosce bene. E ricche di gamberoni e pesci spada. Ebbene, alla stipula del trattato di Caen non hanno partecipato solo ministeri politici, ma anche tecnici. Come quelli del Mise.
Il motivo? L’articolo 4 disciplina ‘lo sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine’. Giacimenti di risorse, quindi di petrolio o gas.
Come quello di Tempa Rossa (concesso alla francese Total per il 50%, mentre l’inglese Shell e la giapponese Mitsui hanno ciascuna il 25%), come per la piattaforma Vega A e, in futuro, per Vega B.
LO ZAMPINO DELLE LOBBY
C’è un altro filo rosso tutto lobbistico, poi, che collega le due infrastrutture. Ed è rappresentato da Gianluca Gemelli, il compagno dell’ex ministro Guidi, dimessasi proprio dopo la pubblicazione dell’intercettazione in cui comunicava al suo fidanzato l’imminente via libera all’emendamento che di fatto ha sbloccato Tempa Rossa. Gemelli conosce molto bene Vega A. E non per l’attività della sua società Industrial Technical Services, che si occupa di “costruzione, avviamento e manutenzione di impianti chimici, petrolchimici, petroliferi, farmaceutici e di produzione di energia”. Prima di conoscere Federica Guidi, infatti, Gemelli era sposato con Valentina Ricciardi, figlia di Giuliano Felice Ricciardi, che ha introdotto il genero nel giro degli ambienti che contano.
Ricciardi, guarda caso, era uno dei progettisti di Vega A. Solo coincidenze, per carità . Fatto sta che, tornando agli effetti del referendum mancato, delle 94 piattaforme attive entro le 12 miglia marine Eni possiede la stragrande maggioranza, ma i progetti in cantiere più importanti sono proprio quelli di Edison.
LE POSSIBILI PRESSIONI
Evidente, quindi, l’interesse della multinazionale e, di conseguenza, della Francia. Probabili le pressioni politiche.
Che, in altri casi, ci sono state di sicuro. Del resto lo ha detto anche il ministro Maria Elena Boschi ai pm che l’hanno interrogata: “L’ambasciata inglese ci sollecitò l’emendamento Tempa Rossa”.
I francesi hanno fatto lo stesso? Di certo lo stesso ministro Boschi (che a luglio ha rappresentato il governo ai festeggiamenti della Repubblica di Francia) a novembre è volata a Parigi per due importanti incontri istituzionali.
E non è escluso che durante quei colloqui si sia parlato anche di energia. E quindi degli interessi di Edison che, come Eni del resto, è di proprietà pubblica. Interessi cui si è sempre dato un certo peso.
Anche al di qua del confine.
Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Aprile 27th, 2016 Riccardo Fucile
PER L’EUROPA CRISTIANA, CATTOLICA, ANGLICANA O LUTERANA I BAMBINI NON DOVREBBERO ESSERE SACRI?
È sicuro ormai che l’Europa è solo all’inizio di un processo di decomposizione politica. I segnali si
moltiplicano. La vittoria dell’estrema destra in Austria, la crisi polacca, il regime di Orbà¡n, l’affermazione dell’AdP in Germania, la chiusura delle frontiere, il referendum sul Brexit.
Ma il voto con cui la Camera dei comuni inglese ha rifiutato di accogliere i 3000 bambini di Calais è qualcosa di molto più profondo e sinistro di una crisi politica continentale.
È, come hanno notato i critici della decisione, qualcosa di vergognoso
Perchè in gioco, oltre al destino migliaia di orfani, c’è un confine che le cosiddette democrazie occidentali non dovrebbero, almeno ufficialmente, varcare: il senso minimo di umanità , quello che per gli apologeti distinguerebbe la «civile» Europa dagli altri mondi.
Oddio, anche sequestrare beni ai profughi, come fanno la Danimarca e altri stati della Ue, è vergognoso, proprio come lasciarli alla deriva a Idomeni e Lesbo, o dare un po’di quattrini a Erdogan perchè non ce ne mandi altri.
Ma i bambini non dovrebbero essere sacri, nell’Europa cristiana, cattolica, anglicana o luterana che sia?
Con il voto alla Camera dei comuni, la risposta è stata semplicemente «No!»
D’altra parte, i leader della Afd tedesca non hanno forse dichiarato che è legittimo sparare ai profughi che attraversano illegalmente i confini, anche quando sono donne e bambini? Certo, i conservatori inglesi a parole non arrivano a tanto. Ma il risultato non è molto diverso.
Che fine faranno i bambini che il socialista Hollande fa marcire a Calais, tra assalti xenofobi e manganellate? Nessuno lo sa e a nessuno interessa.
La motivazione del voto inglese è sublime nella sua ipocrisia squisitamente british. Noi non li accogliamo, per dissuadere altri profughi dal chiedere asilo in Inghilterra. Con la stessa scusa, le navi militari inglesi non soccorrono più la carrette del mare dei migranti nel Mediterraneo.
Ora, immaginiamo dei bambini che scampano alla morte in Siria e poi ai naufragi nell’Egeo o nel canale di Sicilia.
Ebbene, qualcuno pensa che si faranno dissuadere dal passare in Europa, e magari dal raggiungere dei parenti in Inghilterra, pensando al voto della Camera dei comuni? Quando la Svizzera respinse i profughi ebrei che scappavano dalla Germania con la motivazione che «la barca piena», si macchiò della stessa vergogna, ma con meno ipocrisia.
Noi europei non dovremmo sorprenderci più di nulla. E nemmeno pensare che,siamo al sicuro dagli stermini di massa. Migranti e profughi muoiono a migliaia per raggiungere le nostre terre benedette dalla ricchezza.
Dopo un po’ di lacrimucce sui bambini annegati sulle spiagge greche e turche, ecco che prendiamo a calci quelli che non sono annegati, o semplicemente ne ignoriamo l’esistenza.
Noi europei, così civili e democratici, stiamo gettando le premesse di nuovi stermini, magari per omissione, disattenzione o idiozia.
Ma per le vittime non fa nessuna differenza.
Alessandro Dal Lago
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