Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
SU OSTIA E JOBS ACT PROVE D’INTESA TRA MDP E M5S
A sinistra tutto gira intorno a Pietro Grasso. 
In questi giorni la fila fuori dal suo studio a palazzo Madama è sempre più lunga: dopo Giuliano Pisapia, ieri è andata a trovarlo una delegazione della nuova lista con Roberto Speranza, Pippo Civati e Nicola Fratoianni per presentargli una bozza di programma comune.
E poi una delegazione di Campo progressista, che nonostante lo strappo tra l’ex sindaco di Milano e i bersaniani intende salire sul carro del presidente del Senato.
Si sono visti anche i civici Anna Falcone e Tomaso Montanari, portavoce del gruppo del Brancaccio. E anche Gianni Cuperlo, che sembra orientato a restare nel Pd, e sta cercando di riaprire un filo di dialogo tra i dem e l’area di sinistra.
Tutti aspettano l’inizio di dicembre, data prevista per la sua discesa in campo come federatore delle sinistre.
Con lui in campo l’obiettivo dichiarato è raggiungere il 10%: e dunque diventare uno dei protagonisti della scena post elezioni.
Attorno al nome di Grasso c’è stato uno dei pochi episodi di collaborazione tra il M5s e il Pd a guida Bersani nel 2013. Quando si votò il presidente del Senato, al ballottaggio tra lui e Renato Schifani, il neonato gruppo grillino entrò in fibrillazione.
Alcuni senatori 5 stelle lo votarono, altri non lo fecero ma a malincuore. E ora che i segnali di attenzione tra Mdp e M5s si moltiplicano, e il bersaniano Alfredo D’Attorre fa l’endorsment per la candidata grillina Giuliana Di Pillo al ballottaggio di Ostia del 19 novembre e si spinge a ipotizzare un voto di fiducia a un prossimo governo M5S (“Dipende dal programma”), è sempre attorno a Grasso che i giochi si muovono.
Già , perchè nonostante la simpatia umana tra Bersani e Di Battista, per i grillini un’alleanza post voto con i vecchi leader Pd sarebbe difficile da spiegare.
Diverso il caso se il leader fosse l’ex magistrato antimafia. Nessuno vuole alleanze prima del voto di primavera. Ma “Grasso potrebbe essere una garanzia per possibili convergenze in Parlamento dopo le elezioni”, spiegano fonti M5s.
D’Attorre, dal canto suo, ribadisce la scelta netta di campo: «L’avversario numero uno non è il M5S ma la destra, Berlusconi e Salvini», spiega.
“E questo vale a livello locale così come in ottica nazionale. L’errore di Renzi è quello di aver fatto dei 5 Stelle l’avversario numero uno e il risultato è che i 5 Stelle non sono stati ridimensionati e nel frattempo si è aperta un’autostrada a destra».
Allo stesso tempo però i grillini «devono riconoscere che l’isolamento e l’autarchia rischiano di essere penalizzanti anche per loro, come dimostra il voto in Sicilia”.
Nelle scorse ore D’Attorre ha parlato a lungo con Di Battista, chiedendogli sostegno sulla proposta per reintrodurre l’articolo 18 che andrà in Aula alla Camera il 21 novembre. Due giorni prima, il 19, il ballottaggio a Ostia. “Nessuna alleanza prima del voto”, ribadiscono in coro i due. Ma i due passaggi potrebbero cementare il feeling di questi giorni.
L’ipotesi di un’intesa tra la sinistra e il Pd appare ormai impossibile. “Nessuno in Mdp chiede le primarie di coalizione perchè perderebbero anche quelle”, spiega Matteo Orfini. «Non vogliamo coalizioni a ogni costo, non bisogna ricadere negli errori del passato con coalizioni solo per vincere, bisogna avere omogeneità ».
Con Grasso in campo, tra Pd e sinistra le distanze potrebbero addirittura aumentare.
Gli attacchi dei renziani contro il presidente del Senato dopo il flop in Sicilia hanno ulteriormente allargato il solco. E ora in casa Mdp guardano con una certa tranqullità alla sofferenza dei non renziani nel Pd. La speranza, confidata da uno di loro, è che ci sia una nuova scissione verso sinistra.
(da “La Stampa”)
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Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
DALL’ANALISI DEGLI ESPERTI A SORPRESA IL CAVALIERE OTTIENE NUMERI PIU’ ALTI DI GRILLO E DI MAIO ED E’ IN COSTANTE CRESCITA
È tornato in grande forma, dopo un’estate all’insegna della cura della propria immagine, tirato e pronto a sfoggiare i sorrisi dei bei tempi. I tempi in cui il suo faccione cerato era uno spauracchio per ogni avversario politico, specie se in periodo di campagna elettorale. Questa volta però la discesa in campo di Silvio Berlusconi, che riscrisse le regole della comunicazione politica, non è avvenuta in tv come nel ’94.
L’importantissima vittoria in Sicilia è stata commentata da Berlusconi sulla rete, con un video su facebook. Silvio di nuovo davanti a una scrivania pronto a sfidare gli avversari, ma questa volta immortalato sul web e con la possibilità di essere ancora più virale rispetto al passato.
Il video pubblicato da Berlusconi ha in effetti ottenuto livelli di coinvolgimento molto elevati tra gli utenti di facebook, riuscendo a ottenere numeri più alti anche del post pubblicato da Luigi Di Maio per ringraziare i propri elettori siciliani.
Se mettiamo a confronto i due video possiamo vedere come Silvio Berlusconi abbia ottenuto un livello di engagement (like, commenti e condivisioni) pari a 39.798, un dato quasi doppio rispetto ai 18.461 di Luigi Di Maio.
Nonostante quest’ultimo abbia speso tutte le proprie energie nella campagna per la Sicilia non è mai riuscito ad avere lo stesso livello di coinvolgimento ottenuto da Silvio Berlusconi con gli utenti di Facebook.
L’ex premier sembra essere in costante crescita di consenso: in poco tempo è riuscito a ottenere 954.920 seguaci nonostante sia sbarcato su questo social in ritardo rispetto agli altri leader.
Luigi Di Maio, leader proveniente da un movimento che da anni fa dei social il principale canale di comunicazione, ha soltanto 144.287 utenti online in più dell’ex premier.
Ma Berlusconi non è soltanto un leader in grande crescita su questo social è anche il personaggio politico italiano che vanta il maggior numero di pagine facebook aperte sul proprio conto.
La community di fanpage a favore della figura di Silvio Berlusconi va oltre i 50 gruppi e raccoglie una bacino di oltre 2 mln di seguaci. Numeri che lo pongono molto vicino al Movimento 5 stelle, il partito che può vantare la community di facebook più grande in Italia.
Un dato davvero impressionante è che Silvio Berlusconi su facebook riesce a essere più coinvolgente e virale non solo di Luigi Di Maio ma anche di Beppe Grillo, il leader politico italiano che vanta il maggior numero di follower su questo social network.
Gli ultimi 99 messaggi scritti da Berlusconi hanno ottenuto una media di 5.048 like, 889 commenti e 519 condivisioni. Beppe Grillo è lontanissimo con una media di 1.732 like, 185 commenti e 522 condivisioni.
Il leader di Forza Italia dimostra di riuscire a coinvolgere gli utenti anche su Twitter. L’hashtag ufficiale con cui sono state commentate in rete le elezioni siciliane, #elezionisicilia2017, rivela come Berlusconi sia insieme a Renzi il politico più menzionato su questo argomento.
Silvio Berlusconi, insomma, dimostra di essere riuscito in pochissimo tempo a ottenere un livello di empatia con l’opinione pubblica digitale che altri leader politici hanno dovuto costruire in parecchi anni.
Questa capacità di essere popolare e interattivo con gli utenti online è confermata dal grandissimo numero di ricerche che ogni giorno si fanno sul personaggio Silvio Berlusconi.
Negli ultimi 30 giorni l’ex premier ha ottenuto un volume medio di ricerche su Google (17 su scala da 0 a 100) ben più ampio di avversari come Di Maio (volume 4) e Renzi (volume 10).
Il clima politico dopo la vittoria di Musumeci in Sicilia sembra già quello da campagna elettorale e la notizia del giorno è che Silvio Berlusconi è sceso in campo anche sulla rete.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
LA ELABORAZIONE DI YOUTREND: 117 SEGGI AL CENTRODESTRA, 84 AL CENTROSINISTRA, 31 AL M5S
Quanti dei 232 seggi uninominali del Rosatellum sono attribuibili ad ognuno dei tre poli
politici italiani?
Se in Sicilia domenica si fosse votato per le politiche con i collegi uninominali previsti dal Rosatellum il centrodestra avrebbe stravinto, conquistando 12-14 collegi.
Al Movimento 5 stelle sarebbero andati i restanti 6-8 collegi.
PD e alleati non avrebbero vinto nessun collegio, secondo un’analisi di Youtrend per AGI.
La simulazione è interessante perchè le precedenti rilevazioni attribuivano invece una quindicina di collegi al M5S.
Nelle nove le province siciliane le liste di centrodestra (non i candidati presidenti) hanno superato quella M5S.
Solo nella provincia di Enna e di Siracusa i pentastellati si sono avvicinati ai livelli raggiunti dal centrodestra: nella prima provincia è finita 32,7 a 33,6 nella seconda 34 a 36. A Messina il centrodestra ha dominato con il 51% contro il 19% del M5S.
Quindi, spiega oggi il Messaggero, questo significa che essere il primo partito porterà al MoVimento 5 Stelle molti seggi nel proporzionale ma il rischio sconfitta netta nei collegi è preponderante.
Secondo la ricostruzione del quotidiano , la distribuzione più probabile dei 19collegi maggioritari alla Camera in palio in Sicilia dovrebbe essere di 13 al centrodestra; 4 al M5S e 2 al centrosinistra.
Attenzione, però. Non ci può essere nulla di già definito in questa materia e infatti gli esperti segnalano che almeno 5 e probabilmente più di questi 19 collegi sono contendibili, cioè possono realisticamente cambiare bandiera perchè i consensi dei tre poli sono molto vicini in almeno 5 collegi.
Rielaborati a livello nazionale i risultati siciliani danno una suddivisione indicativa dei seggi di questa portata: 117 al centrodestra; 84 al centrosinistra e 31 al M5S.
Dati da prendere con le molle perchè ben 99 seggi, e ben 21 dei quali assegnati sulla carta al M5S, sono contendibili cioè possono finire agli altri due competitori.
In particolare, nel Nord oltre 60 dei 91 seggi delle regioni dell’arco alpino tendenzialmente dovrebbero già essere nel carniere del centrodestra mentre in quell’area sono pochissimi quelli che viaggiano verso la bandierina grillina.
(da “NextQuoitidiano”)
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Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
UOMINI E DONNE CON PASSAPORTO AMERICANO RIVENDICANO LE PROPRIE ORIGINI: UN NOSTRO DIRITTO
La vendetta dello ius soli ha i volti e i nomi degli italiani di ritorno, centinaia di uomini e donne con passaporto americano ma sangue e luogo di nascita tra la Val d’Aosta e la Sicilia.
Dopo anni hanno deciso di riconquistare a ogni costo un pezzo del loro passato e rivendicare il diritto di essere italiani come sono nati, e molti di loro anche cresciuti. Mentre la politica discute e si scontra sullo ius soli senza trovare un accordo, da un angolo di passato riemerge la storia dimenticata di uno dei più imponenti casi di adozione di massa per l’Italia: avvenne tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta e coinvolse almeno 3700 bambini.
Erano figli non riconosciuti, ma anche piccoli sottratti con l’inganno a genitori che speravano di poterli rivedere prima o poi.
Erano il frutto amaro di un’Italia che iniziava appena a liberarsi dalle macerie e dalla povertà della seconda guerra mondiale, ma era ancora lontana dal benessere diffuso degli anni successivi. I bambini venivano mandati negli Stati Uniti seguendo percorsi ai limiti della legalità , a volte anche del tutto illegittimi.
Il traffico andò avanti indisturbato sino alla fine degli anni Cinquanta, quando esplose lo scandalo dei bambini deportati negli Stati Uniti. Il caso finì in Parlamento e il ministero degli Esteri dovette correre ai ripari, assicurando che da quel momento in poi le adozioni avrebbero seguito regole precise e che comunque i consolati italiani avrebbero seguito le pratiche di tutti gli orfani fino alla maggiore età .
A sessant’anni di distanza i bambini sono ormai anziani, ma delle promesse di prendersi cura dei loro percorsi si è persa traccia.
Chi va in consolato a chiedere di ripercorrere il cammino a ritroso per ritrovare le origini si vede chiudere le porte o al massimo incontra una gran confusione.
Alla richiesta di accedere ai dati biologici per dimostrare di avere diritto alla cittadinanza spesso non ci sono risposte o al massimo ci si scontra con muri di gomma.
La battaglia
È iniziata così la battaglia di questo gruppo di italiani di ritorno rappresentati dall’associazione Italiadoption guidata da John Pierre Battersby Campitelli.
«Dove sono finiti i 3700 italiani adottati negli Usa? Stiamo iniziando il puntiglioso lavoro di ricostruire la diaspora e di documentare le storie di ciascuno di loro», spiega.
Gli obiettivi sono due: «Vogliamo ottenere il dirittoalleorigini senza discriminazioni di nessun genere (anche per i residenti all’estero) e vogliamo il riconoscimento della doppia cittadinanza per tutti i figli della diaspora senza lungaggini burocratiche».
Le armi a loro disposizione per vincere la battaglia sono molte.
Potrebbero approfittare della caduta del segreto sulle origini avvenuta dopo le sentenze della Corte Costituzionale e della Cassazione, ma si tratta di un percorso lungo e costoso: la solita burocrazia italiana prevede che si vada in Italia a fare richiesta.
In alternativa si stanno procurando le prove che i minori emigravano solo con il consenso dei consolati e che quindi ora i consoli non possono far finta di nulla.
«Dai documenti dell’epoca risulta che il Consolato doveva informare il Ministero degli Esteri sulla situazione morale, religiosa e economica della famiglia adottiva. Il minore italiano emigrava solo con il loro consenso e doveva essere registrato nell’anagrafe consolare e seguito nel suo inserimento nella famiglia adottiva americana fino al compimento dei 18 anni. La cittadinanza italiana, quindi, era conservata nonostante fossimo poi naturalizzati come cittadini americani da minorenni», spiega il presidente di Italiadoption.
Le richieste di tornare a essere cittadini italiani, quindi, stanno aumentando.
E la questione sta per essere inserita in un’interrogazione parlamentare.
A firmarla sarà l’onorevole Fucsia Nissoli che ad agosto ha anche provato a scrivere all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti chiedendogli di «intervenire per predisporre una procedura valida per tutti i consolati italiani in Usa».
Per ora, il ministero degli Esteri si è limitato a rispondere ufficialmente che: «L’Ambasciata d’Italia a Washington, in stretto coordinamento con i Consolati interessati e con le competenti istanze italiane, sta seguendo alcuni casi segnalati dall’Associazione Italiadoption. Ogni caso presenta profili diversi ed è diverso dagli altri». Non è la risposta che si aspettavano, ma la battaglia degli italiani che vogliono tornare a essere italiani è appena agli inizi.
Richiamato per la leva in Italia non aveva neppure i documenti
Ha scoperto a un certo punto di dover fare il soldato in Italia, ma intanto non era riuscito a ottenere il passaporto, perchè ufficialmente non era cittadino italiano e ha vissuto per anni da straniero nel Paese in cui era nato e in cui avrebbe dovuto avere tutti i diritti.
È la vita a sorpresa di John Pierre Battersby Campitelli, ingegnere che lavora all’Ibm vicino Milano dopo aver girato mezzo mondo e soprattutto dopo essere nato in Italia e adottato da una famiglia americana.
«I problemi sono nati quando i miei genitori adottivi americani hanno scoperto che la mia adozione a New York non era stata trascritta all’anagrafe a Torino, perciò per l’Italia ero rimasto Piero Davi», racconta John Pierre.
Da lì sono nate situazioni paradossali.
«Quando sono rientrato in Italia nel ’69 con i miei genitori adottivi, per iscrivermi alle elementari i miei hanno dovuto presentare il mio certificato di nascita. Ed è scoppiato il bubbone. Un John Pierre Campitelli nato il 23 settembre ’63 non esisteva all’anagrafe». Un avvocato risolse la faccenda. Poi tornò negli Stati Uniti e tutto andò bene fino al 1986 quando si trasferì di nuovo in Italia per un anno di studi scoprendo di essere ricercato come renitente alla leva.
Un’altra battaglia per dimostrare di essere già iscritto alla Selective Service System delle forze armate americane. Però «se mi cercavano per fare il servizio militare allora ero considerato ancora cittadino italiano a tutti gli effetti. Alla fine ha preso la cittadinanza attraverso la famiglia di suo padre, ma «sarebbe bastato che il consolato italiano riconoscesse il mio status e mi rilasciasse il passaporto. Ora mi batto affinchè chi desidera la doppia cittadinanza la possano ottenere con una semplice iscrizione all’Aire».
Nato a Torino nel 1964 respinto due volte dal consolato
Chris Emery è un produttore di film americano. È famoso soprattutto per essere l’autore di una delle tante ricostruzioni complottiste della tragedia dell’11 settembre.
Ma dietro quel Chris Emery c’è Sergio Petroselli, nato a Torino nel 1964, da una donna che non aveva potuto riconoscerlo.
E visto che non vollero riconoscerlo, diventò uno dei tanti italiani adottati da una famiglia americana, gli Emery.
Soltanto qualche mese fa è riuscito a scoprire l’identità della madre, una donna della Val di Susa e a ritrovare un pezzo della sua famiglia che nulla sapeva di lui.
A questo punto Chris ha deciso di andare fino in fondo e di diventare cittadino italiano. «Ho chiesto due volte la cittadinanza al consolato italiano di Miami.
Entrambe le volte ho ottenuto un rifiuto. Ho parlato con una donna che si chiama Angelica, mi ha risposto di attendere istruzioni dall’ambasciata italiana a Washington. Ma l’amabasciata attende istruzioni dal governo italiano», racconta.
È entrato in contatto con l’associazione Italiadoption. È andato a Torino con John Pierre Battersby Campitelli a parlare con l’anagrafe. Ora sta aspettando di avere via email il certificato di nascita dove è registrata ufficialmente l’adozione con un’annotazione a margine.
Dal punto di vista di Chris Emery il certificato è l’ultima tappa della sua battaglia. «Quando lo avrò, andrò di nuovo al Consolato di Miami, ma stavolta non potranno rifiutarmi la cittadinanza. Quel documento rappresenta la prova inconfutabile che sono cittadino italiano con pieni diritti. Ci sono quattro impiegati che hanno confermato ufficialmente la mia nascita e la mia cittadinanza».
(da “La Stampa”)
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Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
IL CANE RICONOSCE EURO E DOLLARI, RUBLI E STERLINE, A PATTO CHE SIANO TANTI, NON GLI SFUGGE NULLA
Ha qualche difficoltà giusto con i grossi tagli: il fiuto di Bacio riconosce euro e dollari,
rubli e sterline ma a patto che siano tanti, mentre mazzette di poche banconote di grande valore passano indenni.
Ma per il resto al grosso labrador di cinque anni in dotazione alla Guardia di Finanza di Orio, addestrato proprio per diventare un «cash dog», non sfugge niente.
Ed è stato essenziale per consentire ai finanzieri di stabilire un nuovo primato nel sequestro di denaro: un milione di euro tra settembre e ottobre, il doppio della media.
Dai varchi dell’aeroporto si può passare al massimo con 9.999 euro: tutto il denaro in più deve essere dichiarato.
Altrimenti si incorre in una violazione della normativa valutaria, viene sequestrato il 30% della somma in eccesso e scattano multe con somme dal 10 al 30% dell’importo superiore al limite.
A provarci sono sempre di più: due anni fa erano stati 129 e l’anno scorso sono saliti a 500, cifra già raggiunta quest’anno.
Un boom dovuto anche all’aumento dei voli per le destinazioni più utilizzate per il traffico di valuta, soprattutto Paesi est europei come Russia, Romania, Moldavia e Ucraina.
«A volte ci sono anche questioni culturali: molti stranieri per cultura utilizzano solo contanti – spiega il capitano Nicola Gazzilli, comandante dei finanzieri di Orio –. È il caso dei marocchini o degli egiziani che portano denaro alle proprie famiglie in patria e magari anche a quelle degli amici. Oppure dei russi che arrivano per fare shopping».
Ma ci sono poi quelli che sono dediti al traffico di valuta.
Come i 75 passeggeri scoperti negli ultimi due mesi, che viaggiavano verso destinazioni a rischio e per questo sono stati al centro delle attenzioni di Bacio.
Il cucciolone ha trovato denaro nei posti più impensati. Come i 25 mila euro in un lettore dvd che era stato svuotato del meccanismo e poi riempito di banconote.
O i 75 mila nascosti nel detersivo in polvere per tentare di ingannare il cane.
O ancora i 15 mila con cui erano stati farciti gli ovuli che di solito vengono usati per trasportare droga dopo essere stati ingeriti, ma sono stati scoperti in tempo.
Ai trafficanti sono state elevate sanzioni per 40 mila euro e ne sono stati sequestrati 7 mila.
Ma i finanzieri hanno anche fermato un body builder bulgaro con 500 confezioni di farmaci anabolizzanti da destinare alle palestre per aumentare la massa muscolare e le prestazioni sportive. Il bulgaro è stato denunciato e i farmaci sono stati sequestrati.
(da “il Corriere della Sera”)
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