Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
CHI NON HA UN LEADER UNICO NE’ UN CANDIDATO PREMIER E’ IN VANTAGGIO (CENTRODESTRA)… CHI LO HA (PD E M5S) ARRANCA
Nell’era della personalizzazione della politica fondata sull’appeal dei leader, il nostro
Paese segna un deficit nella forza comunicativa delle leadership.
I leader dei due principali partiti, Matteo Renzi (PD) e Luigi Di Maio (M5S) non riescono ad imporsi con forza sulla scena mediatica, mentre il centrodestra è più rassicurante sui temi importanti per i cittadini sfruttando anche il ritorno di Silvio Berlusconi sulla scena.
Questo si riflette sulle intenzioni di voto, con il centrodestra che ne approfitta e oggi sfiora il 35%, distanziando un Pd (24,4%) in caduta libera ed il M5S (27,5%) che comunque rimane il primo partito.
Nella narrazione degli ultimi mesi la politica italiana non ha avuto un protagonista in grado di dettare l’agenda e di essere un punto di riferimento.
I leader sono stati più dei megafoni intorno a dei temi imposti dall’agenda istituzionale o dallo scenario mediatico: legge elettorale, elezioni regionali in Sicilia, Bankitalia, riforma delle pensioni, inchieste giudiziarie, ora c’è la legge di stabilità .
In questo contesto la comunicazione di Berlusconi e Salvini risulta più rassicurante perchè tutela gli interessi degli elettori: tasse, sicurezza, immigrazione e pensioni.
Si tratta dei temi storici su cui Forza Italia e Lega riescono ad essere più convincenti per i cittadini. Inoltre, il centrodestra ha dimostrato di sapersi compattare superando litigiosità e conflittualità come nel caso della Sicilia e del referendum sull’autonomia.
Un posizionamento solido e una compattezza che nell’ultimo mese ha permesso alla coalizione nel suo complesso di crescere 0,7 (da 33,6% a 34,3%).
Il centrosinistra, al contrario, segna un deficit nella leadership e nei temi.
Il segretario del PD Renzi ha provato a vestire nuovamente il ruolo del “rottamatore”: provando ad opporsi alla riconferma di Ignazio Visco, con la commissione di inchiesta sulle banche, con il tour dell’Italia in treno; ma non è risultato nè efficace nè credibile.
Su Visco Renzi ha perso: la partita su Bankitalia è stata una sconfitta politica, ma anche e soprattutto mediatico/comunicativa.
Il segretario del Pd ha dimostrato la capacità di inserire il tema in testa all’agenda dei media, ma la decisione presa non è stata quella corrispondente alla sua posizione e l’immagine che ne esce è di una leadership debole e non condivisa.
Lo storytelling di Renzi non ha la forza comunicativa del passato e riposizionarsi su alcuni temi come quello delle banche è difficile (e pericoloso).
A questo si aggiunge un fattore endemico per il centrosinistra, ovvero la litigiosità . Nelle ultime settimane il PD e la sinistra compaiono nei media per i conflitti e le liti e non per le proposte. Questo ha portato, nell’ultimo mese, il partito di Renzi ad un crollo del 2,5% (dal 26,9% al 24,4%). Non è un calo episodico, ma un trend che dura da diverse settimane.
Neanche Movimento 5 stelle, in questo contesto, riesce ad imporsi sulla scena mediatica come in passato.
Di Maio è debole: dopo circa due mesi dalla sua incoronazione il leader e candidato premier del M5S non riesce a darsi un posizionamento efficace: non emerge una visione di governo, ed i casi di cronaca legati alle amministrazioni di Roma e Torino non aiutano.
La comunicazione rimane sbilanciata sul frame anti-casta con attacchi continui a Renzi, Berlusconi, Governo e istituzioni.
Non si è registrato dal punto di vista comunicativo alcun cambio di profilo e la narrazione di Di Maio inciampa in ripetute gaffe.
Eppure, il M5S ha avuto nelle ultime settimane un contesto favorevole: la crisi del PD, le inchieste sui neo eletti del centrodestra in Sicilia, la questione Bankitalia, la vittoria al ballottaggio ad Ostia; i grillini, però, non sono riusciti comunicativamente a “fare gol”, forse perchè sembra essersi esaurito l’effetto novità .
Le stesse elezioni siciliane hanno confermato un elemento di grande importanza comunicativa: le difficoltà del M5S nello “sfondare” e vincere, persino in una regione teoricamente favorevole. Anche questa volta i grillini hanno caricato di troppe aspettative la fase precedente le elezioni.
In questa fase, come ormai da molti mesi, i consensi al M5S rimangono pressochè congelati (nell’ultimo mese la variazione è stata pressochè nulla, dal 27,2% al 27,5%).
La narrazione della politica del nostro Paese vive un momento di stand by.
Vedremo se nelle prossime settimane il PD, una volta definite le alleanze elettorali, saprà attivare una comunicazione più efficace e se il M5S riuscirà a convincere sulla propria capacità di governo.
(da “YouTrend”)
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Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
UN TERZO DEI VOTI DEM CONFLUITI SULLA DI PILLO, DUE TERZI SI SONO ASTENUTI… IL VOTO “ANTISISTEMA” DI CASAPOUND SVANISCE AL SECONDO TURNO: GLI ELETTORI VOTANO PER LA CANDIDATA DELLA MELONI
L’analisi dei flussi elettorali tra primo turno e ballottaggio nel X Municipio di Ostia — realizzata da Marta Regalia per l’Istituto Cattaneo — ci consente di capire come sia arrivata la vittoria di larga misura (60 a 40) per Giuliana Di Pillo, candidata del Movimento 5 Stelle.
Come mostra il nostro grafico, infatti, Di Pillo è stata in grado non solo di confermare i voti presi al primo turno (addirittura il 100% secondo i flussi) ma anche di attrarre in misura significativa dagli elettori di altri candidati.
Per contro, Monica Picca (la candidata del centrodestra) non solo è stata molto meno trasversale, ma non è neanche riuscita a trattenere tutti i suoi elettori del primo turno.
Ad esempio, molti occhi erano puntati sul comportamento degli elettori del PD, che al primo turno avevano votato il candidato Athos De Luca.
Ebbene, la maggioranza di loro ha scelto di andare a rimpolpare le già nutrite schiere degli astenuti; ma un terzo (il 32%) è andato a votare e ha scelto la De Pillo, mentre solo il 3% è andato a votare per la candidata di centrodestra.
Mentre non sorprende che la maggior parte dei voti provenienti da ex elettori di Marsella (CasaPound) sia andata verso la Picca.
Tutto ciò ha fatto sì che un da un distacco tutto sommato contenuto al primo turno (30,2% contro 26,7%) si arrivasse a un risultato finale estremamente più netto (59,6% a 40,4%).
(da “YouTrend”)
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Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
VIAGGIO NEI PAESI DEL SUD PONTINO DOVE IL CONFINE TRA RONDE E LINCIAGGI E’ LABILE… IL PREFETTO: “LE RONDE SONO ILLECITE”, MA NESSUNO DENUNCIA CHI LE ORGANIZZA
C’è una sorta di doppio livello. Gruppi allargati di duecento attivisti — spesso semplici
cittadini – e “nuclei” operativi di 30 o 40 unità . Si organizzano con chat su WhatsApp, girano nelle strade del Sud Pontino, tra Formia e Minturno, al confine tra il Lazio e la Campania.
Fermano persone, annotano targhe, fotografano i «sospettati», facendo girare le immagini sugli smartphone. Non amano usare pubblicamente la parola ronde, preferiscono parlare di «passeggiate per contrastare i furti».
Ma tutto finisce per diventare una caccia agli stranieri.
Tra i promotori ci sono gli attivisti dell’estrema destra, da CasaPound — con un ruolo da protagonisti nella città di Minturno — fino a Forza Nuova, che ha annunciato, senza mezze parole, «ronde cittadine, non armate ma organizzate» a Fondi.
«Non c’entra la politica, siamo cittadini», assicura Marco Moccia, dal 2008 esponente di punta di CasaPound della provincia di Latina. Barba curata, praticante in uno studio legale, è stato il promotore di uno dei gruppi più numerosi di cittadini che da un mese pattugliano le strade, chiamato “Difendi Minturno”.
«Da una settimana dormo appena tre, quattro ora a notte — spiega — guarda il mio cellulare, è un continuo». Mostra la sua chat WhatsApp dove gli arrivano i messaggi con le richieste di intervento. L’appuntamento, come ogni sera, è alle 23: «Non abbiamo problemi con le forze di polizia, anzi, passiamo l’elenco delle targhe, mi hanno solo consigliato di mettere delle pettorine, così ci possono riconoscere», assicura.
Eppure, la preoccupazione per le ronde è altissima, soprattutto dopo la denuncia fatta dai carabinieri di due persone, trovate con un bastone e un coltello, legate ai gruppi organizzati.
I furti
Il 28 novembre il prefetto Maria Rosa Trio, arrivata a Latina pochi giorni fa, ha convocato il tavolo per la sicurezza e l’ordine pubblico, invitando i sindaci della zona del Sud Pontino.
Di ronde o gruppi organizzati non vuol neanche sentire parlare: «Devono essere evitate iniziative che possano costituire fonte di pericolo per l’incolumità generale e che, tra l’altro, ostacolano l’attività , istituzionalmente svolta dalle Forze di Polizia», si legge nel comunicato ufficiale.
Le ronde, in altre parole, sono illegali e pericolose.
I dati sui furti, poi, parlano chiaro: meno 21 per cento negli ultimi due anni per i reati contro il patrimonio, fanno sapere dalla Prefettura.
Ci sono stati alcuni casi isolati, «ma non esiste una vera emergenza», spiegano fonti investigative. Isteria collettiva, dunque. Oppure una mobilitazione creata ad arte.
Le chat segrete
Ossessione per la sicurezza e caccia allo straniero, sono le parole d’ordine che si leggono tra le righe dei messaggi che corrono nelle chat del gruppo di Formia “Occhi aperti”. «Ragazzo romeno che vive a Gaeta», scrive A., postando la foto di un giovane.
«I ladri sono stati rilasciati, comunque sono due romeni che abitano a Minturno», commenta una donna, postando la foto scattata in una caserma dei carabinieri di quattro ragazzi.
E ancora, «Questa ragazza straniera, di origini sicuramente rumene per la parlata, sono tre giorni che si aggira per Maranola», spiega un altro utente diffondendo la foto di una giovane seduta tranquillamente in un bar.
Girano poi frasi pesanti: «Fino a quando qualcuno non gli spara alle gambe e li getta nel fosso», scrive M., ricevendo come risposta: «Senza far sapere niente a nessuno altrimenti ci si rovina la vita». Un gruppo, quello di Formia, dove girano nomi di avvocati, ex consiglieri comunali, imprenditori e semplici cittadini.
Le forze dell’ordine
La tensione nel sud del Lazio è alta. Alcuni video diffusi sulle chat mostrano quanto fragile sia il limite tra ronde e linciaggi.
In alcune immagini si vedono due ragazzi appena fermati dalla polizia. Fanno parte di un gruppo che una ronda ha consegnato alle forze dell’ordine giusto qualche giorno fa.
Le Volanti erano intervenute in forze per bloccare la folla, scesa in strada: «Ti fa male la testa? E poi ti passa… Che fai, piangi?», è il commento che si sente nell’audio, rivolto ai due giovani doloranti.
In un altro video — diffuso dalla testata locale H25 — si vede una persona a terra, bloccata. Alla fine, delle tante segnalazioni partite dalle ronde, poco rimane nei verbali delle forze di polizia.
Falsi allarmi, isteria e una estrema destra che soffia sul fuoco.
Le urne sono vicine.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
CHI VUOLE ANDARE DA SOLO, CHI CON BERLUSCONI, CHI CON IL PD
Una vecchia battuta da prima Repubblica sosteneva che il Partito Socialdemocratico, raggruppamento governativo per eccellenza, avesse 3902 iscritti e 3903 correnti.
La stessa cosa sta succedendo ad Alternativa Popolare, il partito che Angelino Alfano ha lasciato molto graziosamente in eredità agli italiani prima di annunciare la sua intenzione di non ricandidarsi.
Oggi infatti Alfano nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha respinto la tesi che sia stato costretto a lasciare perchè ormai politicamente senza sbocchi: “Non c’era un problema personale o di partito — ha spiegato -. Con i numeri della prossima legislatura, la mia area politica potrà giocare un ruolo importante”.
Ma ha anche spiegato che le divisioni nel suo partito faticano a ricomporsi: “Il rischio di scissione — ammette Alfano — è alto, non posso negarlo. È in atto una discussione tra due coerenze: una rimanda alla nostra storia, di moderati del centrodestra; l’altra al nostro presente, all’azione di governo, alle riforme liberali che abbiamo varato in questi cinque anni. Da una parte c’è Renzi e non ci sono più i comunisti, dall’altra ci sono invece i populisti. Ma il partito è vivo. Talmente vivo che viene cercato e tentato”.
“In queste ore — ha fatto sapere -, ho chiesto al coordinatore del partito, Maurizio Lupi, e al vicecoordinatore Antonio Gentile di lavorare su un’ipotesi di corsa autonoma, così da tenere insieme le due coerenze e verificare se altri intendano fare insieme a noi questo percorso”. “Vorrei — è l’auspicio — restassero uniti. Dopo le urne la mia area potrà giocare un ruolo importante“.
Da parte sua Maurizio Lupi ieri ha spiegato a sua volta ai giornali che l’esperienza di governo al fianco del centrodestra in tante realtà territoriali come la Lombardia non può essere dimenticata.
Non a caso, oggi Lupi ha avuto un colloquio con Fitto, presente Gentile, per sondare il terreno, e al termine del summit ha dichiarato: ”Lunedì si tratterà di decidere” se optare per l’intesa con i dem o “ritenere chiusa l’esperienza istituzionale e di governo con il PD e di non trasformarla in accordo politico perchè non lo è mai stato” e costituire quindi un “soggetto forte, moderato di centro”.
Parole, quelle di Lupi, che ai più sono sembrate un addio al Nazareno e una conferma che il fronte lombardiana guarda con grande attenzione a Silvio Berlusconi e alla coalizione che sta mettendo in campo per le prossime politiche
Il fattore Lorenzin
Dall’altra parte della barricata c’è invece Beatrice Lorenzin, che invece viene indicata a più riprese come pronta a far parte insieme a Pierferdinando Casini di un progetto centrista che affianchi le liste del Partito Democratico di Renzi nella coalizione che sopravviverà all’abbandono del campo da parte di Giuliano Pisapia.
L’ala filo-dem sarebbe rappresentata, oltre che dalla ministra della Sanità , da Fabrizio Cicchitto — il cui peso elettorale è stato ben enucleato dal prestigioso endorsement nei confronti di Giachetti per la corsa a sindaco di Roma — e da Giuseppe Castiglione.
Ma il fattore Lorenzin magari andrebbe indagato in base ai risultati conseguiti ad Ostia, dove la lista a lei ispirata non è andata oltre il 5% finendo doppiata persino da Casapound.
Al momento, questa parte di Ap sembrerebbe numericamente minoritaria mentre resta da capire l’atteggiamento dell’Udc — “gelosa” del suo scudocrociato — e quello delle sigle (da Fare a Idea) che ruotano attorno all’ex ministro Enrico Costa.
I nodi, a cominciare da un certo sovraffollamento dei candidati di centrodestra in Lombardia, non sono pochi.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
“HO PROVATO A UNIRE DUE SINISTRE SORDE”
“Personalmente ho apprezzato l’impegno di Piero Fassino e di altri esponenti del Pd:
aperture ci sono state sulla legge di stabilità , come la progressiva eliminazione dei superticket sanitari e l’estensione della cassa integrazione per le aziende in crisi, ma su temi fondamentali quali il precariato, la tutela del lavoro, la cittadinanza, il perimetro delle alleanze, non c’è stata alcuna certezza”.
Lo spiega, in una intervista a Repubblica, Giuliano Pisapia dopo il suo passo indietro che ha messo fine all’esperienza di Campo progressista
“Per noi – dice – non era possibile avere come alleati chi contrastava l’approvazione di leggi di civiltà come biotestamento e ius soli e ha una visione diametralmente diversa dai valori della sinistra. In molti, dei nostri è aumentata la sfiducia nella possibilità di un accordo. Ho preso atto di questa divisione e ne ho tratto le conseguenze”.
“Posso dire – aggiunge – che se da un lato il Pd ha dato prova di voler ascoltare la nostra voce, dall’altro non vi è mai stata una seppur timida autocritica sulle politiche degli ultimi anni. Campo Progressista chiedeva discontinuità , non abiure”.
“Mdp? Mi sono fidato troppo – risponde – di chi diceva di condividere il mio progetto, ma aveva obiettivi diversi”.
Alla domanda se gli elettori di centrosinistra devono rassegnarsi ad assistere alla contesa tra Berlusconi e Grillo, Pisapia replica: “I sondaggi segnano questa tendenza. E purtroppo in Sicilia è andata proprio così. Temo che la lezione non sia servita”
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
IL PREFERITO DI GIANNI LETTA: NON E’ DEL PD E HA PRESO LE DISTANZE DA RENZI
Per parte di madre, la regista Cristina Comenicini, il ministro Carlo Calenda ha ereditato l’inclinazione a tenere uniti gli opposti.
Il nonno lombardo, protestante valdese. La nonna napoletana, cattolica. Sarà per questo che ogni volta che bisogna pensare a qualcuno che unisca trasversalmente la destra e la sinistra il nome in cima alla lista è quello del ministro dello Sviluppo.
Con il centrodestra che veleggia con il vento in poppa, al momento le subordinate sono state messe da parte.
E tuttavia una parte di Forza Italia non ha rinunciato a coltivare ipotesi post-elettorali che non contemplano l’alleanza con la Lega.
Il protagonista di questa scuola di pensiero è Gianni Letta, ma anche Antonio Tajani non si straccerebbe le vesti se dopo le elezioni Berlusconi rompesse la coalizione con Salvini e Meloni per esplorare strade diverse.
Una maggioranza pro-Europa, ad esempio. E qui torna in ballo Calenda. Perchè è proprio sul giovane ministro, raccontano in Forza Italia, che il Cavaliere punterebbe per l’incarico da presidente del Consiglio di un governo Forza Italia-Pd-centristi. Certo, in passato Berlusconi non mai lesinato elogi alla «prudenza» e al «garbo» di Gentiloni.
Ma il vero candidato in caso di stallo post-elettorale è il ministro dello Sviluppo. Il quale, a differenza di Gentiloni, possiede due caratteristiche preziose agli occhi dei forzisti: non appartiene al Pd e ormai da mesi ha scavato un solco con Matteo Renzi. Anche con polemiche esplicite, come il recente caso Ilva.
Quando il ministro non ha nascosto di aver trovato «eclatante» il silenzio del segretario del pd sul ricorso presentato dal governatore dem Emiliano che ha rischiato di far sfumare un investimento da 5 miliardi di euro.
«Ho provato un grande senso di solitudine in questa vicenda», ha detto due giorni fa a un incontro pubblico con il direttore del Foglio. Il ministro da mesi ha accentuato il suo profilo politico su tutti i principali dossier, da Telecom-Vivendi alla disputa con i francesi sui cantieri navali, fino alle polemiche ormai quotidiane con la sindaca di Roma. Lontano dalle etichette, fuori dal Pd, Calenda dice di considerarsi semplicemente «un liberale». Un aggettivo che per i berlusconiani ha un suono melodioso.
Il Cavaliere con Calenda non ha mai stretto un rapporto diretto, ma ne subisce il fascino grazie al gran parlare che ne fa Gianni Letta in ogni occasione.
Del resto il milieu familiare aiuta.
La madre del ministro, pur essendo un esponente della cinematografia di sinistra (è sposata con il fondatore di Cattleya Riccardo Tozzi, un’altra casa di produzione non certo filoberlusconiana) ha lavorato molto con la Medusa guidata da Gian Paolo Letta, figlio del braccio destro del Cavaliere e cresciuto come manager alla corte di Luca Cordero di Montezemolo. Di cui proprio Calenda era il pupillo. Insomma, gli intrecci sono molteplici.
Ma c’è dell’altro, perchè il ministro da qualche mese ha puntato la sua attenzione sulla disgraziata Capitale, facendo filtrare all’esterno tutto il suo sconcerto per l’impreparazione e la sufficienza con cui la sindaca Raggi sta affrontando il tavolo aperto al Mise per provare a salvare la città .
«Nel centro storico c’è l’anarchia», ha sparato Calenda un mese fa. E poi in un crescendo, intervistato dal Messaggero, ha accusato Raggi di essere «una turista per caso», una «spettatrice assente» alle riunioni in cui si sta cercando di spendere al meglio i fondi destinati alla città .
Agendo quasi da sindaco in pectore, Calenda è arrivato a ordinare di dar vita a «pattuglioni» (la definizione è sua) composti da funzionari del Ministero, da Finanzieri e Carabinieri per svolgere in centro quei controlli anti-abusivi che il comune evidentemente dovrebbe fare ma non fa a sufficienza.
Tanto attivismo ha colpito il Cavaliere e la sua cerchia. Soprattutto i romani (tra cui, guarda caso, rientra anche Tajani). «Calenda sarebbe un candidato civico perfetto per noi», hanno sussurrato all’orecchio di Berlusconi.
Oltre che riserva per palazzo Chigi, anche candidato a sindaco quindi. Ma a Roma quando si vota? In teoria nel 2021.
Sempre che Raggi non sia condannata in primo grado e costretta a dimettersi. L’udienza per il rinvio a giudizio si terrà il 9 gennaio. E verrà seguita molto attentamente dalle parti di Arcore.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
HA SOLO DETTO QUELLO CHE TUTTI SANNO DA TEMPO … REAZIONI ISTERICHE DEGLI INTERESSATI… LA SOLITA STRATEGIA DELL’IMPERIALISMO RUSSO: DESTABILIZZARE L’EUROPA CON L’AIUTO DEI CAZZARI SOVRANISTI
La Russia ha interferito con il referendum costituzionale italiano dell’anno scorso, e
sta aiutando la Lega e il Movimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni parlamentari.
La denuncia viene dall’ex vice presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in un articolo pubblicato sulla rivista «Foreign Affairs» insieme all’ex vice assistente segretario alla Difesa Michael Carpenter.
Il saggio si intitola «How to Stand Up to the Kremlin», ossia come fronteggiare il Cremlino, e il catenaccio chiarisce l’obiettivo: «Difendere la democrazia contro i suoi nemici».
Durante l’amministrazione Obama, il vice presidente era molto coinvolto negli affari internazionali, e aveva ricevuto in particolare l’incarico di gestire la crisi ucraina.
Visto quanto sta avvenendo negli Usa con l’inchiesta sulla collusione tra la campagna elettorale di Trump e Mosca, molti osservatori hanno interpretato questo articolo come la conferma che Biden sta ancora considerando la possibilità di candidarsi alla Casa Bianca nel 2020.
Il testo sostiene che Putin ha lanciato una campagna interna e internazionale per conservare il potere, basata su corruzione, ingerenza militare e politica.
Secondo Biden la forza del capo del Cremlino è più apparenza che sostanza.
L’economia russa dipende ormai esclusivamente dal petrolio e dal gas, e il calo dei prezzi l’ha profondamente danneggiata, al punto che la capitalizzazione sul mercato di Gazprom è scesa dai 368 miliardi del 2008 ai 52 di oggi.
Il consenso politico è molto fragile, e per conservarlo Putin ha puntato su due cose: repressione dell’opposizione, e favoreggiamento della classe corrotta di oligarchi che lo aiutano a restare al potere. Ha creato una «democrazia Potemkin, in cui la forma democratica maschera il contenuto autoritario».
Questa strategia di sopravvivenza ha un importante aspetto internazionale, per almeno tre ragioni: difendersi dall’America, impedire ai Paesi vicini di passare nell’altro campo, e destabilizzare le democrazie occidentali.
Biden scrive che gli Stati Uniti non hanno mai cercato di rovesciare Putin, ma lui si è convinto che hanno fomentato le rivolte in Serbia, Georgia, Ucraina, Kirgyzistan, mondo arabo, e le proteste scoppiate tra il 2011 e 2012 in varie città russe.
Quindi considera Washington il suo nemico principale, e per difendersi ha orchestrato la campagna di disinformazione finalizzata a influenzare le presidenziali del 2016.
Nello stesso tempo non può permettersi che i Paesi vicini, quelli nella sfera considerata di «interesse privilegiato russo», passino dalla parte occidentale, perchè darebbero un esempio negativo agli stessi cittadini russi desiderosi di democrazia, libertà e sviluppo.
Così si spiegano i vari interventi diretti, tipo Montenegro, Georgia, Ucraina, Moldova, dove ha usato i tentativi di colpo di stato o la forza militare.
Oltre alla difesa della Russia e dei territori vicini, la strategia di Putin comprende anche l’attacco dell’Occidente, per destabilizzarlo dall’interno e renderlo meno capace di contrastare Mosca.
In questo quadro si inseriscono le iniziative lanciate per interferire con le elezioni. In Francia l’offensiva è fallita, ma «la Russia non si è arresa, e ha compiuto passi simili per influenzare le campagne politiche in vari Paesi europei, inclusi i referendum in Olanda (sull’integrazione dell’Ucraina in Europa), Italia (sulle riforme istituzionali), e in Spagna (sulla secessione della Catalogna)».
Quindi Biden denuncia gli aiuti del Cremlino alla destra estrema in Germania, e aggiunge: «Un simile sforzo russo è in corso per sostenere il movimento nazionalista della Lega Nord e quello populista dei Cinque Stelle in Italia, in vista delle prossime elezioni parlamentari».
A questo proposito bisogna ricordare che l’ex vice presidente era alla Casa Bianca, quando nell’autunno del 2016 il dipartimento di Stato inviò una missione a Roma per informare l’ambasciata di Via Veneto sui sospetti di ingerenze del Cremlino, ed era con Obama quando poco dopo ricevette l’allora premier Renzi a Washington.
Biden cita l’Internet Research Agency di San Pietroburgo come uno degli strumenti usati per diffondere ovunque le fake news, e denuncia anche l’uso della corruzione.
Ad esempio nel gennaio scorso le autorità di New York hanno accusato la Deutsche Bank di aver riciclato 10 miliardi di dollari dalla Russia, e pochi giorni fa il procuratore Mueller ha chiesto alla banca tedesca di fornire informazioni sui conti che hanno presso di lei Trump e i suoi familiari. L’ex manager della campagna presidenziale, Manafort, è stato incriminato proprio per riciclaggio.
Biden non discute i motivi che potrebbero aver spinto l’attuale capo della Casa Bianca a essere disponibile verso il Cremlino, ma avverte che se lui non difenderà gli Usa e l’interno Occidente da questa offensiva, il Congresso, i privati e gli alleati dovranno farlo al suo posto, per salvare la democrazia liberale.
(da “La Stampa”)
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Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
COME SONO RIUSCITI A COMMENTARE UN FATTO CHE NON ESISTE: IL DIPENDENTE NON E’ STATO REINTEGRATO DA UNA SENTENZA DEL GIUDICE, MA DALL’ATAC
Corrado Formigli con la sua solita professionalità ha condotto un’intervista scintillante con la sindaca di Roma Virginia Raggi a proposito della qualità della sua amministrazione della città .
In particolare quando parla del macchinista della donna trascinata nella metro reintegrato.
Formigli comincia dicendo che “il giudice lo reintegra”. La Raggi risponde che “se il giudice lo ha reintegrato non è che io possa disattendere l’ordine del giudice”, aggiungendo poi che “c’è un’indagine interna, ma nel frattempo c’è l’obbligo di reintegro e io non posso disattenderlo”;
Formigli ribatte: “Lo dica, è scandalosa questa sentenza” e Raggi chiosa: “Io non posso dire che questa sentenza è scandalosa”.
Insomma, il Conduttore Indignato (TM) e la sindaca dellaggente discutono della sentenza di un giudice — quei cattivoni dei giudici… — che ha ingiustamente reintegrato il macchinista che ha trascinato la donna in metro. Una vergogna, pensa la gente a casa.
Qual è il problema?
§Il problema è che nessun giudice ha emesso una sentenza di reintegro del macchinista ATAC.
La vicenda non ha ancora trovato la sua conclusione in tribunale, ma è stata l’ATAC che ha deciso, alla fine dell’indagine interna, di reintegrare il macchinista in servizio (ma senza la possibilità di tornare a guidare la metropolitana): «La decisione del reintegro è stata adottata da Atac a valle degli esiti dell’indagine interna — ha fatto sapere l’azienda in una nota due giorni fa — Gli accertamenti hanno evidenziato alcune responsabilità a carico del dipendente, senza però far emergere elementi soggettivi di responsabilità tali da prefigurare l’interruzione del rapporto di lavoro. Atac valuterà eventuali ulteriori provvedimenti in funzione delle conclusioni dell’inchiesta aperta dalla magistratura».
Raggi e Formigli hanno discusso per cinque minuti di una falsa notizia, che però oggettivamente avvantaggiava la sindaca di Roma, che ha potuto sostenere di essersi dovuta adeguare a una decisione della magistratura mentre in realtà la decisione è stata presa dall’azienda i cui manager sono stati scelti dalla Raggi.
Per aggiungere ulteriore pepe alla vicenda si potrebbe anche ricordare che secondo un dossier dell’ATAC finito sui giornali qualche tempo fa alcuni macchinisti in questi mesi hanno sabotato il passaggio delle metro denunciando problemi esagerate alle macchine.
Tra le motivazioni del comportamento dei macchinisti c’era anche una ritorsione per la sospensione del macchinista protagonista dell’incidente.
Ma già basta così per capire in che modo si fa (dis)informazione nella tv italiana. Anzi, se avete qualche dubbio sul fatto che si tratti di malafede, tranquillizzatevi: è ignoranza.
Lo prova il fatto che sempre durante l’intervista Formigli a un certo punto ha detto alla Raggi che il sindaco grillino di Livorno ha fatto fallire l’azienda dei rifiuti e che bisognerebbe avere il coraggio di fare la stessa cosa con ATAC.
La Raggi, basita, gli ha prima ricordato che per l’AAMPS è stato fatto un concordato preventivo e poi gli ha segnalato che la stessa cosa si sta facendo a Roma con ATAC… Mentre che la politica grillina sia in grado di intervenire sui vertici dell’ATAC lo prova la lettera inviata da Marco Rettighieri a Linda Meleo in cui l’amministratore unico di ATAC aveva dato conto della richiesta di spiegazioni dell’assessora sullo spostamento di un lavoratore che era anche iscritto al M5S.
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 8th, 2017 Riccardo Fucile
INDETERMINATI E AUTONOMI IN CALO
I dati ISTAT del terzo trimestre 2017 certificano il record storico del lavoro precario:
due milioni e 784 mila, mai così tanti dal 1992, inizio della rilevazione statistica.
Gli occupati precari salgono del 13,4% in un anno, mentre quelli stabili crescono solo dello 0,4%.
La stessa Istat racconta di offerte d’impiego in somministrazione salite del 23% rispetto a un anno fa.
Spiega oggi Repubblica:
Il ministero del Lavoro riferisce che sempre nel terzo trimestre il 31% dei contratti dura meno di 30 giorni, il 14% fino a tre giorni. E che su 2,8 milioni di contratti attivati, quasi 2 milioni sono a termine, 90 mila co.co.co, 76 mila di apprendistato, 220 mila tra intermittenti, di formazione, di inserimento. Poco meno di mezzo milione i posti stabili, il 17% del totale.
L’Inps, che al pari del ministero conta i contratti non le teste e dunque le persone occupate, ci racconta poi che nei primi nove mesi del 2017 le assunzioni a termine sono volate del 27,3% rispetto al 2016, quelle stabili scese del 3,5%.
Se si sottraggono le cessazioni di contratto, il 2017 si avvia a diventare il primo anno dal Jobs Act di Renzi a chiudere con segno meno sul lavoro a tempo indeterminato. La differenza tra contratti attivati e cessati è appunto negativa: un effetto netto di 10 mila posti distrutti, contro i 22 mila creati nel 2016 e addirittura 487 mila nel 2015, quando gli sgravi erano totali.
E la differenza negativa è un segno della questione dirimente attorno al Jobs Act: gli imprenditori assumevano per gli sgravi fiscali e non per l’ambaradan giurisprudenziale del “nuovo” articolo 18: d’altronde era lo stesso Renzi, nel 2012, a sostenere che l’articolo 18 fosse un falso problema.
Oggi l’obiettivo di affermare il contratto a tutele crescenti come forma principale di ingresso nel mondo del lavoro è smentito dai numeri. Che vedono avanzare il lavoro precario: ci sono ancora quasi 3 milioni di disoccupati, l’11,2%.
E il tasso di occupazione al 58% è tra i più bassi d’Europa, dove il tasso medio è al 71,1%.
E alimentato da mesi ormai quasi esclusivamente da occupazioni precarie.
Come i 79 mila posti creati tra luglio e settembre sul trimestre precedente: il risultato, dice ancora l’Istat, di 101 mila a tempo, indeterminati stazionari e autonomi in calo.
(da agenzie)
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