Destra di Popolo.net

PAGLIACCI: ORA LA LIBIA RINUNCIA ALLA SAR, AI SALVATAGGI CI PENSI L’ITALIA

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

DOPO AVER INCASSATO I QUATTRINI DALL’ITALIA, I CRIMINALI LIBICI DOPO APPENA CINQUE MESI HANNO RITIRATO LA DOMANDA ALL’IMO: E QUESTO ERA IL GRANDE COLPO DI MINNITI? MA VATTENE A CASA!

Dopo l’estate sembrava che la Libia dovesse diventare il primo attore dei salvataggi nel Mediterraneo.
Era uno dei risultati auspicati dal ministro dell’Interno Marco Minniti dopo la campagna per l’adozione del codice delle ong.
Il ministro nella sua informativa al Parlamento del 5 luglio parlava di istituire un Maretime rescue cooperation center (Mrcc) — una sorta di centrale di coordinamento dei salvataggi in mare — anche a Tripoli.
Il 10 luglio, su spinta italiana, la Libia aveva istituito la sua Srr, Search and rescue region, uno specchio d’acqua oltre i limiti nazionali dove ha il dovere di coordinare i soccorsi in mare. Cinque mesi dopo, ha fatto un passo indietro e ha ritirato la domanda.
“Di fatto, con i libici non c’è un vero coordinamento, c’è molta confusione, sono accaduti molti incidenti. Per noi la fine della Srr libica è una buona notizia”, commenta Ruben Neugebauer, portavoce della ong tedesca Sea Watch.
“È una doppia fregatura. Prima abbiamo formati i libici su nave San Giusto e nave San Giorgio e abbiamo dato loro i mezzi. Ora saremo comunque costretti a coordinare da soli i salvataggi all’Imrcc di Roma. I salvataggi che dobbiamo fare aumenteranno”, aggiunge Francesco Del Freo, avvocato esperto di diritto penale transnazionale e già  difensore dell’ammiraglio Filippo Foffi nel processo sulla “strage dei bambini” dell’11 ottobre. Processo nel quale l’oggetto del contendere è proprio la definizione e l’estensione delle zone di Search and Rescue.
La Libia a luglio aveva mandato all’International Maretime Organisation (Imo), l’organizzazione legata ad una convenzione Onu che promuove tecniche e principi di navigazione a livello internazionale, una notifica con cui comunicava l’estensione della sua Srr.
Dal mese successivo, a Tripoli è ormeggiata nave Tremiti, imbarcazione della Marina Militare, in cui si trova il coordinamento libico (con aiuto italiano) delle operazioni di salvataggio.
Una base operativa che è l’embrione del futuro Mrcc libico, il segno tangibile dello sforzo italiano per fare in modo che ora la gestione dei flussi migratori sia affare di Tripoli. E che ora perde la sua area di competenza.
L’ufficio stampa dell’Imo, sentito da IlFattoQuotidiano.it, aggiunge che “una nuova notifica arriverà  presto dalla Libia”.
Un “presto” che però non è quantificabile, nè certo, nè tantomeno durevole, visto il precedente. Non solo: l’Imo spiega anche “c’erano questioni tecniche per le quali l’Imo stava cercando nuove verifiche”, ma non è possibile sapere quali.
Tra le ipotesi più accreditate, c’è che la Sar zone presentata dalla Libia fosse troppo vasta per l’effettiva capacità  della locale Guardia costiera.
La stessa che è accusata dall’ultimo rapporto di Amnesty International di farsi pagare dai trafficanti di uomini per lasciare passare i loro i barconi e che assale i pescherecci siciliani in acque internazionali, impunita.
All’Italia questa scelta di cooperare con i libici a tutti i costi è già  costata un richiamo del Commissario Onu sui diritti umani, Zeid Raad al-Hussein.
“L’ingresso nell’Imo non può di per sè garantire che poi ci sia una catena di coordinamento Sar — aggiunge l’avvocato Del Freo — in Libia continua a non essere uno Stato”.
Non basta esporre la bandiera dell’organizzazione Onu per diventare un interlocutore affidabile sulle politiche del mare. Per altro le Sar nascono per rendere più efficienti i salvataggi in mare e non per regolare le politiche migratorie, come accade oggi. Più si interviene, più è facile che poi spetti al Paese che ha coordinato le operazioni la gestione degli sbarchi.
“Era chiaro che i libici non erano in grado di gestire i salvataggi. Anche i mezzi che hanno sono militari, inadatti ad operazioni di questo genere”, continua Neugebauer.
Il portavoce di Sea Watch sottolinea che finora la Guardia costiera e la Marina libiche “hanno fatto ciò che hanno voluto”.
Ad esempio, “hanno tentato di abbordare la nave di Proactiva Open Arms (in agosto, ndr)”, oppure “hanno minacciato navi civili che si trovavano in acque internazionali, intimando loro di lasciare la Sar zone”. Il timore della ong tedesca è che, nonostante sia stata archiviata la finzione di una Sar zone coordinata dai libici, a Tripoli continuino a fare la voce grossa in mare.
“Da più di un anno ormai si parla di un Mrcc in Libia — prosegue il portavoce di Sea Watch — e credo ci proveranno a istituirlo. Vediamo come si comporteranno con il principio di non-respingimento previsto dalla Convenzione di Ginevra (secondo cui una persona non può essere respinta in un Paese non sicuro, ndr). Abbiamo già  diverse prove di navi italiane che non intervengono per impedire che dei migranti vengano riportati in Libia”.
Uno dei motivi per cui gli accordi con la Libia sono tenuti sotto tiro dalle organizzazioni internazionali.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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DA LEONI DA TASTIERA A CONIGLI IN FUGA

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

E’ BASTATO PUBBLICARE I NOMI E FAR INTERVENIRE LA POLIZIA POSTALE E I BULLI HANNO RIDOTTO GLI INSULTI ALLA BOLDRINI, ORA PREVALGONO I COMMENTI CIVILI

“Come posso chiedere ai nostri giovani di non soccombere ai violenti e di denunciare i bulli del web se poi io stessa non lo faccio? Mi sono fatta questa domanda prima di dire adesso basta. Ai nostri figli dobbiamo dimostrare che in uno Stato di diritto chiunque venga aggredito può difendersi attraverso le leggi. E senza aggiungere odio all’odio, ne abbiamo già  abbastanza”.
Sono parole che Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati, mi dice durante un incontro privato in una saletta di Montecitorio.
Fin dal suo insediamento, la terza carica dello Stato è stata oggetto di una campagna denigratoria, creata e alimentata da chiari mandanti politici che hanno parlato alla pancia di una parte del paese.
E’ stata accusata di tutto: dall’essere “buonista” — parola oggi declinata a insulto — all’essere “favorevole all’invasione” del nostro Paese. Una occupazione portata avanti — secondo gli analisti del bar (…collo ma non mollo) — dai clandestini o, come li chiama Matteo Salvini con un neologismo degno dell’accademia della Birra, dalle “risorse boldriniane”.
Cosa rara, poi, è che sulla Boldrini si sono costruite una quantità  straordinaria di maldicenze e bufale che hanno toccato l’apice doloroso nell’aprile scorso.
Una vetta raggiunta con la falsa notizia, messa in circolo su Facebook, che Lucia, sorella minore della presidente, gestiva “340 cooperative che si occupano di assistenza ai migranti”.
Bugia amara perchè “Lucia — spiegò la presidente — è morta da anni”.
Il problema di questo odio, che trova sfogo sui social, e della circolazione di notizie false è serio, serissimo.
Ma qualcosa sta cambiando, almeno sul web.
Proprio il “14 agosto scorso — continua la presidente — ho dato il via alla campagna #adessobasta che ha dimostrato come la rete sia in possesso degli anticorpi per difendersi dall’odio e dalla violenza. Il post che ho pubblicato nell’agosto scorso ha ricevuto sette milioni di visualizzazioni e decine di migliaia di commenti di solidarietà  e di vicinanza”.
Se guardiamo sotto i post pubblicati sulla pagina Facebook e Twitter della Boldrini, notiamo che la tendenza dei commenti, prima offensivi, si è invertita.
Basta fermarsi a leggere i commenti sui suoi profili social, soprattutto su Instagram. Dal maggio scorso, quando la presidente ha mostrato i commenti dei molestatori online con nomi e cognomi, annunciando allo stesso tempo che avrebbe denunciato i diffamatori, gli haters sono drasticamente diminuiti.
“I leoni da tastiera — sottolinea la Boldrini — si sono trasformati in conigli in fuga”. Bisogna far capire che “lo Stato c’è, e ci sono le leggi che tutelano chi viene offeso” conclude.
Insomma, una piccola rivoluzione, portata avanti con coraggio.
Il “caso Boldrini” dimostra che chi vuole inquinare i pozzi del web è in minoranza rispetto a chi intende vivere in uno spazio digitale pulito e sgombro da troll e professionisti dell’insulto.
Anche se siamo alle prese con la gestione del bar più grande al mondo, Facebook, che da spazio a ogni genere di clienti, ubriachi compresi.
La sfida, che Laura Boldrini sta vincendo, è quella di far capire che le parole hanno un peso e una responsabilità .
Anche se digitate da un Napalm51 di turno: nascosto dietro a una tastiera, leone sul web e pecora al supermercato.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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SICILIA, PD NEL CAOS: DOPO IL TRADIMENTO A FAVORE DI MICCICHE’ ALCUNI DEPUTATI CONGELANO L’ADESIONE AL GRUPPO

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

IN CINQUE HANNO RIFIUTATO DI ADERIRE AL GRUPPO, SILENZIO DAI VERTICI DEL NAZARENO

Non hanno un capogruppo e neanche idea di chi possa essere a farlo. Non hanno un linea politica condivisa con Roma o forse ne hanno più di una.
Non hanno neanche un gruppo parlamentare, o meglio, lo avrebbero ma al momento nascerebbe monco.
È una situazione caotica quella in cui si trova in questo momento il Partito democratico in Sicilia.
Una condizione annunciata già  nelle ore successive alla sconfitta delle elezioni regionali del 5 novembre scorso, ma deflagrata nelle ultime ore.
Ad accendere la miccia la decisione di quattro deputati che sabato hanno votato Gianfranco Miccichè come nuovo presidente dell’Assemblea regionale siciliana. Un vero e proprio tradimento visto che il partito aveva deciso di presentare un candidato di bandiera su cui concentrare le undici preferenze del gruppo: e invece i voti raccolti dai dem sono stati solo 7.
Nel giorno dell’elezione dei vicepresidenti, dunque, ecco che alcuni deputati hanno deciso di “congelare” la propria partecipazione al gruppo parlamentare del Pd dell’Assemblea regionale siciliana.
Non si tratta di nomi di secondo piano: secondo l’agenzia Ansa tra i consiglieri che non hanno ancora formalizzato la propria adesione al gruppo, infatti, ci sarebbe anche Antonello Cracolici, storico leader dei dem a Palermo ed ex assessore all’Agricoltura di Rosario Crocetta.
“I conti si fanno in fretta, il Pd ha 11 deputati e il nostro candidato ha raccolto 7 voti: ci sono stati quattro utili idioti. Mi spiace e sono amareggiato per quello che è successo qualcuno ha voluto fare il soccorritore di un vincitore preventivo”, erano state le parole di Cracolici, pochi minuti dopo l’elezione di Miccichè.
Quello lanciato dall’ex assessore, dunque, è un segnale forte che arriva nello stesso giorno in cui i Giovani democratici sottoscrivono un documento di fuoco contro i vertici del partito.
“Il gesto di votare il commissario di Forza Italia nonchè uomo di punta del centrodestra è un atto vergognoso e privo di rispetto verso gli elettori e la storia del Pd. Votare chi ha raggiunto il consenso attraverso imputati, indagati e condannati o voltagabbana riciclati della politica che cambiano schieramento in base alla propria convenienza.
A questi, se ne sono aggiunti, da ieri, altri quattro”, è uno dei passaggi della nota dei giovani dem.
Quella andata in scena a Palazzo dei Normanni due giorni fa, infatti, ricorda — fatte le dovute proporzioni — la congiura dei 101 ai tempi dell’elezione di Romano Prodi al Quirinale nel 2013.
Miccichè aveva rifiutato un accordo istituzionale con il Pd e il Movimento 5 Stelle: l’elezione a presidente dell’Ars in cambio delle due vicepresidenze alle due forze d’opposizione.
Il luogotentente di Silvio Berlusconi ha chiarito già  dal suo primo discorso che intende interpretare il ruolo di presidente da esponente del centrodestra e non certo da garante dell’intero Parlamento.
Per questo motivo ha rifiutato accordi istituzionali con il Pd, preferendo forse stringere patti di diversa natura.
Il segretario del Pd, Fausto Raciti — che all’epoca dei 101 era appena entrato alla Camera — aveva consigliato ai suoi di votare per se stessi: un vecchio metodo per scompaginare eventuali inciuci.
A spingere per un candidato di bandiera è stato invece Luca Sammartino, ex dell’Udc, rieletto all’Ars con il record di preferenze (più di 32mila) e ormai diventato il volto del renzismo sull’isola.
L’uomo che doveva raccogliere tutti gli undici voti dei dem doveva essere Nello Dipasquale, ex sindaco di Ragusa con Forza Italia, noto perchè fino a poco tempo fa assicurava durante i comizi: “Il Pd mi fa schifo”. Il suo karma deve avere recepito: a Dipasquale sono arrivati solo 7 voti, mentre Miccichè è stato eletto con 39.
“Nè Miccichè mi ha chiamato per offrirmi la vice presidenza, nè il segretario del mio partito Fausto Raciti o altri compagni mi hanno telefonato per esprimermi il rammarico per il torto che ho subito da un pezzo del Pd che non mi ha votato, avendoci messo io la faccia”, si lamenta l’ex forzista che per più di una fonte sarebbe tra i quattro elettori di Miccichè: in pratica persino lui non avrebbe votato per se stesso.” Mi spiace di avere messo la faccia in questa situazione, certamente non sono io il traditore”, assicura lui.
“Consiglierei a Dipasquale di evitare di fomentare ulteriormente il clima di tensione che c’è dentro al Pd. Nessuno di noi ha mai detto che il Pd fa schifo”, lo attacca Antonio Rubito, responsabile dell’organizzazione del partito in Sicilia.
Nel frattempo prendono corpo gli identikit degli altri “traditori”: ad eleggere il leader di Forza Italia sulla poltrona più alta di Palazzo d’Orleans sarebbe stato lo stesso Sammartino e in Michele Catanzaro, anche lui ex Udc, un passato da golden boy di Totò Cuffaro.
Insomma a votare per la destra sarebbero quelli che proprio dalla destra provengono: a questo giro il Pd ne ha eletti diversi in consiglio regionale.
Merito del sottosegretario Davide Faraone, vicerè renziano sull’isola che negli ultimi anni ha aperto il partito a una serie di ex seguaci di Cuffaro, Lombardo e Berlusconi. Ad alzare la temperatura è lo stesso Sammartino che non smentisce di avere votato Miccichè ma attacca il suo stesso partito.
“Il Pd all’Ars è un gruppo parlamentare allo sbando, questa è la verità . Nessuno si cura di convocare una riunione di gruppo. Una situazione assurda. Non c’è nessuno che detta la linea da seguire, così come non c’era prima, non c’è adesso. Non è cambiato nulla”, dice l’ex Udc, secondo il quale ci sarebbe davvero un accordo segreto siglato da eesponenti del suo partito ma con il M5s.   “Oggi avremo la conferma con l’elezione di Giancarlo Cancelleri alla vicepresidenza dell’Ars. Vedrete…”.
In questa situazione, dunque, comincia a suonare come inquietante il silenzio del Nazareno. Secondo l’edizione palermitana di Repubblica, a benedire il voto per Miccichè sarebbe stato addirittura il ministro Luca Lotti con una telefonata con il leader di Forza Italia. Lotti è il referente nazionale dell’ex ministro Salvatore Cardinale, creatore di un movimento fondato a suo tempo per arruolare una serie di consiglieri eletti con la destra e garantire una maggioranza a Rosario Crocetta.
Alle elezioni del 5 novembre ha eletto due deputati, Nicola D’Agostino ed Edy Tamajo: entrambi hanno votato per Miccichè.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PATRIOTI, TUTTI AL FRONTE, RITORNANO GLI AUSTRO-UNGARICI: ASPETTIAMO CHE I SOVRANISTI GUIDINO LA CARICA (O STARANNO CON LO STRANIERO?)

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

GUERRA SU BOLZANO, DESTRA XENOFOBA AUSTRIACA VUOLE DARE DOPPIO PASSAPORTO AGLI ALTOATESINI

“I sudtirolesi potranno richiedere la cittadinanza austriaca già  nel 2018, al più tardi all’inizio del 2019″. Lo ha annunciato a Bolzano il parlamentare austriaco Werner Neubaur, responsabile della Fpoe (il partito di ultradestra austriaco al governo) per i rapporti con l’Alto Adige.
La richiesta, ha detto, potrà  essere avanzata da chi si è dichiarato tedesco e dai suoi figli e sarà  gratis “per non gravare sulle tasche delle famiglie”. Secondo Neubauer, in futuro atleti altoatesini potranno gareggiare per la nazionale austriaca.
“I dettagli dovranno essere stabiliti da un’apposita commissione” che sarà  istituita con il via libera del governo, ha aggiunto Neubauer nel corso di una conferenza stampa, alla quale hanno partecipato Eva Klotz e il suo partito Suedtiroler Freiheit, i Freiheitlichen altoatesini, la lega patriottica Heimatbund e l’ex presidente della Regione Franz Pahl (Svp).
Potranno avere il passaporto austriaco gli altoatesini che alla dichiarazione di appartenenza linguistica hanno optato per quella tedesca. Di conseguenza la potranno richiedere anche i figli, anche in caso di famiglie mistilingue, ha precisato Neubauer. Saranno invece esclusi i trentini, anche se in passato il loro territorio apparteneva all’impero austro-ungarico, “perchè non indicati dallo Statuto d’autonomia come minoranza linguistica”.
Neubauer si è detto fiducioso che la richiesta di doppio passaporto non sarà  un flop, “anche perchè la Svp si è molto spesa per la questione e non può rischiare una figuraccia”.
Secondo il parlamentare austriaco, il 98% degli aventi diritto presenteranno domanda. Per quanto riguarda invece il servizio di leva in Austria, ha precisato che i 500.000 austriaci che vivono all’estero non lo devono prestare.
Spostando la residenza in Austria ovviamente scatterebbe l’obbligo. “Per alcuni altoatesini potrebbe essere addirittura interessante intraprendere la carriera militare in Austria”, ha aggiunto.
Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, “incontrerà  Sebastian Kurz domani sera”, ha annunciato il portavoce dell’esecutivo comunitario, Margaritis Schinas, sottolineando che “Bruxelles sarà  la prima destinazione del nuovo cancelliere” austriaco.
Quanto alle dichiarazioni pubblicate su Twitter dal commissario europeo Pierre Moscovici – “La coalizione al potere in Austria deve suscitare la vigilanza delle democrazie legate ai valori europee. La situazione è senza dubbio diversa rispetto a quella del 2000. Ma la presenza dell’estrema destra al potere non è mai innocua!” – il portavoce della Commissione Ue commenta: “tutti i nostri commissari sono politici che appartengono ad una Commissione politica. Ma è il presidente della Commissione europea che rappresenta la posizione dell’istituzione”. L’incontro tra Juncker e Kurz è previsto domani sera alle 21.
L’idea di concedere il passaporto austriaco agli italiani di madrelingua tedesca o ladina sarebbe “una mossa velleitaria, non una mossa distensiva. L’Europa ha tanti difetti ma ha chiuso la stagione dei nazionalismi”, ha dichiarato il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani.
Ancora più duro il senatore e sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova che imputa all’ipotesi di Vienna di “avere il crisma del pugno di ferro etno-nazionalista”. “Sdoganare la cittadinanza su base etnica – ha scritto su Facebook – avrebbe effetti gravissimi, ad esempio in tutti i Balcani, minando la convivenza nei paesi, anche nell’Ue, caratterizzati dalla presenza di cittadini di molteplici culture”.
E ancora: “La storia europea insegna che i nazionalisti prima si intendono e poi, inevitabilmente, si combattono; col protezionismo prima e con la forza poi. È Il tono che fa la musica, e quella che si sente da Vienna non è oggi musica europeista ma di chiusura nazionalista”.

(da agenzie)

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E’ MORTO ALTERO MATTEOLI, VITTIMA DI UN INCIDENTE STRADALE PRESSO CAPALBIO

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL TENTATIVO DI RIANIMARLO SUL POSTO, MA ERA GIA’ IN FIN DI VITA

L’ex ministro Altero Matteoli è rimasto ucciso in un incidente stradale avvenuto oggi sulla via Aurelia all’altezza di Capalbio.
Secondo le prime informazioni dei vigili del fuoco nell’incidente sono rimaste coinvolte due auto ed un’altra persona mentre ci sarebbero due persone ferite.
Matteoli era stato estratto dalle lamiere dell’auto in fin di vita: i medici hanno tentato di rianimarlo sul posto ma non c’è stato nulla da fare.
Matteoli, nato a Cecina (Livorno) nel 1940, dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011 è stato Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti nel governo di Silvio Berlusconi. Dal 2006 al 2011 è stato sindaco del comune di Orbetello, in provincia di Grosseto.

(da agenzie)

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RENZI PROMETTE SORPRESE: L’ACCUSA A UNO DEI COLLABORATORI DI DI MAIO DI AVERE ATTIVITA’ COINVOLTE NELLA DIFFUSIONE DI FAKE NEWS

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

L’ALLUSIONE DEL SEGRETARIO PD : “NE VEDREMO DELLE BELLE, TEMPO AL TEMPO”

Oggi Matteo Renzi rilascia una lunga intervista a Maria Teresa Meli del Corriere della Sera in cui parla della commissione banche e ammette che il suo consenso è in calo, annunciando una campagna elettorale “a tappeto” per recuperare punti e tornare a essere il primo partito.
Renzi però fa anche una strana allusione a un collaboratore di Di Maio e a un’attività  nel settore delle fake news, sulla quale a quanto pare promette sorprese:
La campagna sulle fake news stenta a decollare
«Nessuno pensa che vinceremo la campagna elettorale parlando di fake news. E aggiungo che il tema delle fake news non è importante tanto per la politica quanto per la salute dei nostri figli, la battaglia sui vaccini, le sfide contro l’anoressia, le ricette finte contro il cancro. Insomma: evitare che la Rete sia piena di schifezze è un dovere morale e civile.
Penso però che sia fondamentale fare chiarezza anche sulle strutture inventate di sana pianta per alimentare notizie squallide e false. Non vedo nemici russi alle porte: dico che Lega e Cinque Stelle su questo non ce la stanno raccontando tutta. Mi colpisce che Di Maio non voglia fare un confronto con me: gli chiederei degli 80 euro e del Venezuela,certo. Ma potrei domandargli come spiega l’attività  in questo settore di uno dei suoi principali collaboratori. Diamo tempo al tempo e vedrete a cosa mi riferisco».
Il Partito Democratico ha già  presentato la settimana scorsa un dossier sulle fake news, in cui si parlava di Marco Mignogna, creatore del sito di Noi con Salvini e proprietario di alcune pagine unofficial vicine al M5S.
In questa dichiarazione, preannunciata ieri sempre sul Corriere come una “bomba” sul tema, però si parla di “stretti collaboratori” di Di Maio.
Nel comitato elettorale che appoggia il candidato premier M5S ci sono Dario De Falco, Vincenzo Spadafora e Pietro Dettori.
Spadafora è lo storico portavoce di Di Maio che proviene dalla scuola di Rutelli, Dettori è un uomo della Casaleggio Associati mentre di De Falco si parlò anche dopo la pubblicazione del dossier, perchè aveva postato contenuti del famigerato “Club Luigi Di Maio”, già  oggetto di molte attenzioni in questi tempi:
Il profilo “De Falco” condivise sulla pagina del «Club» la foto di un compleanno di Di Maio di anni fa. “De Falco” si tagga con “Nicola Iovinee”, uno degli admin del «Club».
Chissà  che sorpresona tirerà  fuori dal cilindro Renzi.

(da “NextQuotidiano”)

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PAOLO GIORDANA E’ ANCORA IL RASPUTIN DELLA APPENDINO?

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

USCITO DALLA PORTA DOPO LE DIMISSIONI PER LO SCANDALO DELLA MULTA FATTA TOGLIERE A UN AMICO, PARE RIENTRATO DALLA FINESTRA

Paolo Giordana ha dovuto rassegnare le dimissioni da capo di gabinetto della sindaca di Torino Chiara Appendino dopo la vicenda della multa da levare a un suo amico. Eppure, scrive oggi il Corriere della Sera, secondo il Partito Democratico torinese il buon Giordana sarebbe ancora il Rasputin — o, come ha detto lui, la segretaria — di Chiara Appendino:
«Siamo proprio sicuri che il capo di gabinetto non sia più capo di gabinetto?».
Sembra bizzarra, ma la domanda a cui oggi la sindaca di Torino Chiara Appendino dovrà  rispondere, è molto seria.
L’interpellanza presentata dal Pd riguarda l’effettivo ruolo di Paolo Giordana, l’ex braccio destro della prima cittadina.
Dimessosi dopo la pubblicazione di un’intercettazione in cui chiedeva al presidente di Gtt, l’azienda pubblica dei trasporti, di togliere una multa a un suo amico, il «Rasputin» della Appendino continua a frequentare il suo vecchio ufficio. Ed è in lizza anche per un aumento di stipendio.
Mente della sua strategia elettorale, attento stratega delle apparizioni della sindaca in Aula, regista delle tante operazioni della giunta, come quella sull’impegno a non utilizzare gli oneri urbanistici per finanziare la spesa corrente ma il caso REAM-Westinghouse è la cristallizzazione della parola rimangiata da parte della sindaca, Giordana era stato costretto a un passo indietro dall’intercettazione uscita nella vicenda di GTT.

(da “NextQuotidiano”)

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BANCHE ITALIA, IL VERO SCANDALO E’ IL MODELLO MATUSALEMME: INCARICHI AI SOLITI NOTI PER 446 ANNI

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

IN 13 ISTITUTI DI CREDITO AL VERTICE SEMPRE GLI STESSI NOMI, CON RUOLI TRAMANDATI DI PADRE IN FIGLIO

Mezzo millennio per tredici cognomi: in Italia tredici piccoli banchieri locali – a volte, con l’aiuto delle loro dinastie – esprimono per la precisione 446 anni di potere sull’allocazione del credito a famiglie e imprese.
Se solo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche non si occupasse quasi solo di regolamenti dei conti politici, scoprirebbe forse che le cause profonde delle perdite subite dai risparmiatori non vanno cercate in qualche incontro riservato o complicità  fra alte cariche istituzionali.
La pistola fumante è sotto gli occhi di tutti: sono i rapporti di potere locali, ossificati e debilitati dai conflitti d’interesse resi endemici dal tempo, che congelano per decenni il governo di gran parte delle banche finite in dissesto e di molte altre.
Quando per esempio nel luglio del 2015 lascia travolto dal naufragio dell’azienda e dai suoi stessi abusi, Vincenzo Consoli guida Veneto Banca da 17 anni.
Quando tre mesi dopo si dimette dalla presidenza della Popolare di Vicenza, affondato dal dissesto e dalle inchieste, Gianni Zonin ha 77 anni e gli manca poco per completare vent’anni di potere nell’istituto.
A Carige Giovanni Berneschi ha regnato per un quarto di secolo – direttore generale, poi amministratore delegato – prima di lasciare a 76 anni una banca in ginocchio e subire a una condanna per associazione a delinquere.
I banchieri-matusalemme d’Italia ovviamente non finiscono qui.
Sembra quasi un principiante Massimo Bianconi, che guida Banca Marche (verso il crac) per appena undici anni e mezzo.
Lo sembra a confronto di Denis Verdini, per vent’anni presidente del Credito cooperativo fiorentino e di recente condannato in primo grado a 9 anni per bancarotta.
E a sua volta il senatore del gruppo Ala viene battuto dal cardiologo Leopoldo Costa, per 25 anni uomo forte della Banca padovana di Campodarsego salvata in extremis ad opera della Bcc di Roma (il cui presidente, l’ottantenne Francesco Liberati, è ai vertici da quando trent’anni fa diventò direttore generale).
Quasi banale in questo quadro è poi il curriculum del dentista Amedeo Piva, che nel 2014 si dimette dalla Banca del Veneziano in dissesto dopo vent’anni al timone.
Non tutti i poteri interminabili finiscono in rovina, anche se spesso coincidono con situazioni delicate.
Al Credito Valtellinese, che ha in corso un maxi-aumento di capitale essenziale alla sopravvivenza, il 79enne Giovanni De Censi è ai vertici da 36 anni: direttore generale, amministratore delegato, quindi presidente e dal 2016 presidente onorario.
Alla Popolare di Sondrio, più robusta, Piero Melazzini ha operato ai vertici per 45 anni prima di lasciare a 84 anni, pochi mesi prima di morire.
E Enrico Fabbri ha presieduto la Popolare di Lajatico (Pisa) dal primo choc petrolifero fino a dopo la crisi dell’euro.
Spiccano poi i fenomeni dinastici del Sud. La Banca Popolare Pugliese nelle varie incarnazioni viene guidata per 80 anni da un Primiceri, il padre Giorgio o il figlio Vito.
La Popolare di Bari dopo 57 anni è alla terza generazione di leadership della famiglia Jacobini. Interessante anche il caso di Banca Popolare Etica: il fondatore di 19 anni fa è l’attuale presidente Ugo Biggeri, un ingegnere ambientale che da allora ha quasi sempre ricoperto cariche di vertice nel gruppo e oggi (in potenziale conflitto d’interessi) guida anche la società  di gestione del risparmio a esso collegata.
In tutto fa quasi mezzo millennio di potere, e la lista potrebbe continuare. Alcune di queste aziende si trovano in un passabile stato di salute, ma nel complesso il nesso fra la lunghezza dei mandati al vertice e i dissesti bancari sembra evidente.
Il passare del tempo radica reti di clientele locali, scambi di favori fra politici, notabili e manager e credito concesso a progetti improbabili.
Spesso – non sempre – ciò avviene in istituti popolari o di credito cooperativo, dove una testa vale sempre un voto e la tendenza dei presidenti a concedere prestiti facili ai propri (ri)elettori in assemblea porta poi ai default bancari.
Così in Italia la ricchezza si è trasferita dai risparmiatori a certi debitori insolventi. Non a caso uno studio recente di Fabiano Schivardi, Enrico Sette e Guido Tabellini rivela ciò che era legittimo sospettare: nel Paese durante la crisi le imprese-zombie, quelle improduttive, hanno ricevuto relativamente più credito di quelle sane.

(da “il Corriere della Sera“)

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MARIA ELENA BOSCHI FA SAPERE CHE HA CONSERVATO MOLTI SMS E NON HA PAURA DI USARLI

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE, INTENDA … QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, L’EX MINISTRA NON SI TIRA INDIETRO

Nell’intervista rilasciata oggi a Barbara Jerkov sul Messaggero, Maria Elena Boschi pronuncia una serie di frasi piuttosto sibilline riguardo sms che avrebbe ricevuto non solo da Vegas, come si era detto, ma anche da altri esponenti del mondo del credito e del giornalismo.
Nel colloquio con il Messaggero, MEB fa anche sapere di essere pronta a venire a testimoniare in Commissione Banche dopo l’uscita di Giuseppe Vegas che l’ha riportata al centro dei riflettori e la notizia di un suo colloquio con il vicedirettore generale di Bankitalia Fabio Panetta, che lei conferma durante il colloquio:
Vegas ha parlato di un suo interessamento diretto per Etruria.
«I ricordi di Vegas mi sono sembrati stranamente selettivi. Chi ha seguito la sua audizione potrebbe stupirsi davanti a certi “Non ricordo” anche su episodi molto recenti. Ma è stupefacente che l’azione del capo della Consob di questi sette anni faccia notizia per il pranzo che mi ha offerto al ristorante a Milano e non per tutto il resto. Sette anni alla Consob e quali anni: di tutto pare restare soltanto qualche incontro con la Boschi. Chissà  perchè…».
Lei ha detto di avere degli sms in cui Vegas le proponeva di incontrarsi in orari e luoghi, come dire, poco istituzionali. Come mai li ha conservati tutto questo tempo? E cosa pensò, all’epoca di questo tipo di invito?
«Non cancello spesso gli sms. Ne ho quindi molti in memoria, anche con altri esponenti del mondo del credito e del giornalismo. Non solo quelli con Vegas. Dal momento che mi sembrò insolita la richiesta di vederci a casa sua alle 8 del mattino, chiesi che l’incontro si svolgesse al ministero o in Consob. Non sta a me dire perchè Vegas lo propose, certo io non accettai. Quanto alla serietà  istituzionale di Vegas ricordo che già  indicato come capo dell’Autorità  di vigilanza partecipò al voto di fiducia al governo Berlusconi. E non aggiungo altro».
Insomma, quando il gioco si fa duro l’archivio sms entra in gioco.
Chi ha orecchie per intendere, intenda.

(da “NextQuotidiano“)

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