Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI POMEZIA CHE VUOLE RICANDIDARSI “CACCIATO” DALLE CHAT INTERNE AL MOVIMENTO: “MI HANNO OFFERTO UN INCARICO DA CAPO DI GABINETTO SE MI RITIRO”
Il primo cartellino rosso a Fabio Fucci, sindaco di Pomezia che si è improvvisamente
accorto dell’ipocrisia del MoVimento 5 Stelle quando i grillini non hanno voluto fargli fare il terzo mandato nelle istituzioni, è già arrivato: l’ex pigmalione di Valentina Corrado contro Roberta Lombardi è stato infatti escluso dalle fantasmagoriche chat interne del M5S, quelle che ogni tanto finiscono sui giornali, mentre la stessa Corrado lo ha accusato su Facebook di aver tradito i principi grillini.
Fucci ha espresso rammarico per l’esclusione dalle chat perchè voleva spiegare le sue dichiarazioni dei giorni scorsi. Illuso: non c’è bisogno di spiegazioni quando si viene espulsi dalla chat.
Significa che si è diventati parte del problema e non della soluzione, anche se in precedenza il blog di Beppe Grillo ha additato in più occasioni come esempio l’amministrazione grillina a Pomezia e a Fucci era stata offerta una scappatoia per continuare a fare politica senza essere candidato ed eletto: «Mi è stato offerto l’incarico di capo di gabinetto di un importante ente pubblico fuori Pomezia quando dovessi terminare l’esperienza da sindaco, per rimanere nel M5S», ha fatto sapere ieri, in risposta al preavviso di sfratto targato Di Maio.
Quell’ente pubblico a quanto pare è il Campidoglio, visto che quel posto è vacante dall’insediamento della giunta Raggi e dalla nomina, poi ritirata di Daniele Frongia. Ma gli spifferi di Palazzo Senatorio raccontano una storia opposta: è lui che avrebbe chiesto quel posto e sarebbe stata la Raggi a rifiutarlo.
Il rifiuto del terzo mandato per Fucci però è un segnale ben preciso nei confronti dei tanti che a Roma oggi sono al secondo: Marcello De Vito, Enrico Stefano, Paolo Ferrara, Daniele Frongia, Daniele Diaco e così via, oltre che Virginia Raggi.
Tutti sono consapevoli che questo è il loro ultimo giro nelle istituzioni e che se e quando cadrà il Campidoglio andranno a casa anche loro. Per sempre.
Ma la questione di Fucci oltre che politica è anche giuridica. Il sindaco di Pomezia si sarà pure autoescluso dal MoVimento, come ha detto ieri il candidato premier Luigi Di Maio, ma rimane vicesindaco della città metropolitana, la vecchia Provincia di Roma, ente che, ricorda oggi il Messaggero, «di fatto regge, visto che la sindaca è totalmente assorbita dalla vicende del Campidoglio e passa a Palazzo Valentini una volta a settimana, il venerdì mattina.
Per dare seguito alla cacciata dal M5S, Raggi dovrebbe togliere le deleghe al suo vice (al cui posto sarebbe pronto Paolo Ferrara) e far scattare il rimpasto».
Un altro problema è quello interno al comune di Pomezia.
Fucci non ha ancora ricevuto alcuna sanzione o sospensione dal MoVimento 5 Stelle, ma in ogni caso non si capisce cosa possa succedere se viene messo alla porta dal M5S: i consiglieri grillini si dimetteranno per farlo cadere da sindaco a pochi mesi dalle elezioni?
E come prenderebbero la vicenda i cittadini di Pomezia, soprattutto ora che c’è in ballo la candidatura del presidente del Consiglio comunale Adriano Zuccalà ?
Poi c’è il problema politico: se Fucci alla fine si candida davvero con una lista civica, il rischio è che il M5S finisca per perdere le elezioni e mandare proprio lui al ballottaggio con un avversario di centrodestra o centrosinistra.
E a quel punto i grillini veri cosa sceglieranno?
(da “NextQuotidiano“)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
“DIECIMILA NEL QUARTIERE, QUESTO E’ IL MIO PAESE”… A TORPIGNATTARA PERFETTA INTEGRAZIONE CON GLI ABITANTI
Cosa c’è dentro la moschea più chiacchierata d’Italia? Siamo a Torpignattara, il quartiere multietnico di Roma: il Centro culturale islamico Masheed e Rome è stato spesso sotto i riflettori delle telecamere per il sovraffollamento di fedeli che il venerdì occupavano i marciapiedi durante la preghiera.
Ma ora, assicura l’Imam, in dieci anni di presenza sul territorio il rapporto con il quartiere è cambiato.
“Abbiamo aperto di venerdì, il 7 luglio del 2006. All’inizio è stato un po’ più difficile: quando abbiamo cominciato con la nostra sala preghiera e con la scuola coranica, gli abitanti del quartiere non capivano cosa facessimo”, racconta a ilfattoquotidiano.it l’Imam Mizanur Rahman.
“Piano piano è stato più semplice e ora non ci sono problemi: siamo tranquilli in questo quartiere”. Lui stesso assicura di sentirsi ormai italiano: “Sento il profumo della terra. Questo è il mio paese”, dice.
Il 16 dicembre la moschea ha aperto le sue porte per la prima volta al quartiere grazie alle Passeggiate Fotografiche Romane organizzate dal ministero dei Beni culturali . Un’iniziativa che ha portato a Torpignattara “White Faces, reframing memory”, una performance per raccontare la memoria perduta del popolo curdo in Irak dell’artista curdo-irakeno Yagdar Bakir, con la regia della fotografa Linda Dorigo.
Yagdar Bakir ricostruisce, attraverso un racconto in curdo e la partecipazione del pubblico, le foto della propria infanzia.
“Quelle foto che sono state perdute da tutte le famiglie curdo-irachene durante la repressione da parte di Saddam Hussein, negli anni ottanta”, spiega l’artista. “Abbiamo pensato che il progetto si dovesse inserire in uno spazio che andava aiutato dal punto di vista della condivisione”, spiega Linda Dorigo.
“E ho pensato alla moschea. Sono mondi che corrono paralleli, che spesso si incontrano solo dal bengalese che ti vende l’ortofrutta. Mi sono detta: vediamo cosa succede a farli incontrare”.
“La relazione con la comunità musulmana è la classica relazione autogestita”, dice Claudio Gnessi del Comitato di Quartiere di Torpignattara. “Si prova a trovare equilibrio con il buonsenso. In questo quartiere sono 25 anni che non si fanno investimenti. Abbiamo problemi con i trasporti, con i servizi, con i rifiuti. C’è un malessere diffuso che determina automaticamente la necessità di trovare un colpevole. Ed è automatico, spesso, quando ce l’hai vicino e di un’altra cultura”.
Ora le moschee sono aumentate, il Centro Culturale Masheed è frequentato da quasi 500 persone ed i fedeli musulmani nel quartiere sono circa 10mila.
I conflitti culturali sono acuiti dalla costante emergenza terrorismo. “I terroristi?” Un musulmano che prega e ha paura di Dio non può essere terrorista”, dice l’Imam.
“Il nostro profeta dice che non possiamo neanche strappare una foglia senza motivo. Come si fa a uccidere?”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
NOVE LEGISLATURE, QUATTRO VOLTE MINISTRO… LE REAZIONI E IL CORDOGLIO
L’ex ministro Altero Matteoli è morto in un incidente stradale sulla via Aurelia, nei
pressi di Capalbio. Uno scontro tra due auto che è avvenuto proprio su quell’antica strada tra Grosseto e Civitavecchia di cui in passato Matteoli si era occupato più volte mettendo in guardia dai “pericolosissimi incroci a raso” e lottando, quando era Ministro dei Trasporti del governo Berlusconi, per la costruzione della Tirrenica, il collegamento autostradale tra Livorno e Civitavecchia.
L’incidente è avvenuto oggi, nel primo pomeriggio, nei pressi della località Torba, nella maremma grossetana. Matteoli, 77 anni, viaggiava da solo a bordo di una Bmw ed era diretto a Cecina, la città in cui abita: in quel tratto l’Aurelia da una corsia si allarga e diventa a quattro corsie.
L’altra vettura, una Nissan con a bordo due persone, un uomo e una donna cinquantenni di Roma viaggiava in direzione opposta e per loro la strada da quattro passava a una sola corsia
Il senatore è stato estratto dalle lamiere dell’auto in fin di vita: i medici hanno tentato di rianimarlo sul posto ma non c’è stato nulla da fare.
I due feriti sono stati trasportati lui all’ospedale di Orbetello, lei che è in gravi condizioni, con l’elisoccorso all’ospedale di Siena.
Secondo una prima e ancora provvisoria ricostruzione sembra essere la Bmw di Matteoli ad aver invaso all’improvviso la corsia opposta.
“E’ una tragedia – ha spiegato il coordinatore Toscano di Forza Italia, Stefano Mugnai – dovevamo andare insieme a una cena di partito a Lucca e poi ancora il 19 a Montecatini. Abbiamo ovviamente sospeso ogni attività e ci stringiamo alla famiglia di Altero Matteoli. Ci conoscevamo da anni, per me è stato un maestro di politica, era bravissimo nelle trattative, raggiungeva sempre un accordo. Ci mancherà ”
“Il presidente Brunetta ci ha dato una notizia molto grave – ha detto il presidente della Commissione Banche Pierferdinando Casini nel corso dell’audizione del ministro Padoan – il senatore Altero Matteoli è deceduto in seguito a un incidente d’auto molto grave. E’ un amico grande di tutti noi. Siamo molto rattristati”.
Il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, dove è in corso l’esame della manovra, ha poi interrotto i lavori per annunciare la morte dell’ex ministro. Subito dopo, la commissione ha osservato un minuto di silenzio
Matteoli, nato a Cecina (Livorno) nel 1940, dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011 è stato Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti nel governo di Silvio Berlusconi.
Dal 2006 al 2011 è stato sindaco del comune di Orbetello, in provincia di Grosseto. Aveva cominciato l’impegno nella politica a Pisa nel Msi, poi nel 1994 aveva aderito ad Alleanza Nazionale e nel 2013 a Forza Italia.
Era un sostenitore dell’autostrada Tirrenica, progetto che da anni suscita accese discussioni in Toscana, aveva anche proposto di alzare la velocità massima a 150 chilometri l’ora attirandosi le contestazioni dell’Associazione Familiari delle vittime della strada.
Sul luogo dell’incidente è arrivato anche il sindaco di Capalbio, Luigi Bellumori: “Voglio esprimere prima di tutto le mie condoglianze. Ci conoscevamo e abbiamo collaborato su alcuni progetti quando è stato sindaco di Orbetello”.
La notizia della morte è giunta a Palazzo Chigi durante la cerimonia della firma tra Governo e sindaci di 93 progetti per la riqualificazione delle periferie delle città . L’annuncio è stato dato dal sindaco di Catania Enzo Bianco.
I sindaci e il premier Gentiloni hanno osservato un minuto di silenzio e, dopo un lungo applauso, la cerimonia ufficiale è stata interrotta.
Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha espresso il suo personale cordoglio e quello del governo ai familiari. Di Matteoli il premier ricorda la passione politica, la coerenza del suo percorso, il profondo senso delle istituzioni.
Le reazioni. “Oggi perdo e piango un amico”, è stato invece il tweet del senatore di Ala Denis Verdini.
“Siamo addolorati e sconvolti per la morte improvvisa del senatore Altero Matteoli. In questo momento di dolore ci stringiamo alla famiglia, a cui vanno le nostre condoglianze” scrivono in una nota i vertici toscani di Fi: il deputato e responsabile comunicazione Deborah Bergamini, il coordinatore regionale Stefano Mugnai, il vicepresidente del Consiglio della Toscana Marco Stella e i vicecoordinatori regionali Massimo Mallegni e Jacopo Maria Ferri.
“Politico di spessore, sempre dalla parte della gente e del popolo – sottolineano – Altero Matteoli era un uomo di sintesi e di mediazione. Metteva la sua esperienza a disposizione del partito e dei giovani militanti e dirigenti. In questi giorni era coinvolto sul territorio toscano nelle numerose cene di auguri natalizi”.
Lo ricorda come “uomo sensibile, tessitore infaticabile, politico attento e pragmatico” Michela Vittoria Brambilla, ministro del Turismo nel governo Berlusconi IV, cordoglio è stato espresso anche dal presidente della Regione Lombardia Maroni.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO AVER INCASSATO I QUATTRINI DALL’ITALIA, I CRIMINALI LIBICI DOPO APPENA CINQUE MESI HANNO RITIRATO LA DOMANDA ALL’IMO: E QUESTO ERA IL GRANDE COLPO DI MINNITI? MA VATTENE A CASA!
Dopo l’estate sembrava che la Libia dovesse diventare il primo attore dei salvataggi nel Mediterraneo.
Era uno dei risultati auspicati dal ministro dell’Interno Marco Minniti dopo la campagna per l’adozione del codice delle ong.
Il ministro nella sua informativa al Parlamento del 5 luglio parlava di istituire un Maretime rescue cooperation center (Mrcc) — una sorta di centrale di coordinamento dei salvataggi in mare — anche a Tripoli.
Il 10 luglio, su spinta italiana, la Libia aveva istituito la sua Srr, Search and rescue region, uno specchio d’acqua oltre i limiti nazionali dove ha il dovere di coordinare i soccorsi in mare. Cinque mesi dopo, ha fatto un passo indietro e ha ritirato la domanda.
“Di fatto, con i libici non c’è un vero coordinamento, c’è molta confusione, sono accaduti molti incidenti. Per noi la fine della Srr libica è una buona notizia”, commenta Ruben Neugebauer, portavoce della ong tedesca Sea Watch.
“È una doppia fregatura. Prima abbiamo formati i libici su nave San Giusto e nave San Giorgio e abbiamo dato loro i mezzi. Ora saremo comunque costretti a coordinare da soli i salvataggi all’Imrcc di Roma. I salvataggi che dobbiamo fare aumenteranno”, aggiunge Francesco Del Freo, avvocato esperto di diritto penale transnazionale e già difensore dell’ammiraglio Filippo Foffi nel processo sulla “strage dei bambini” dell’11 ottobre. Processo nel quale l’oggetto del contendere è proprio la definizione e l’estensione delle zone di Search and Rescue.
La Libia a luglio aveva mandato all’International Maretime Organisation (Imo), l’organizzazione legata ad una convenzione Onu che promuove tecniche e principi di navigazione a livello internazionale, una notifica con cui comunicava l’estensione della sua Srr.
Dal mese successivo, a Tripoli è ormeggiata nave Tremiti, imbarcazione della Marina Militare, in cui si trova il coordinamento libico (con aiuto italiano) delle operazioni di salvataggio.
Una base operativa che è l’embrione del futuro Mrcc libico, il segno tangibile dello sforzo italiano per fare in modo che ora la gestione dei flussi migratori sia affare di Tripoli. E che ora perde la sua area di competenza.
L’ufficio stampa dell’Imo, sentito da IlFattoQuotidiano.it, aggiunge che “una nuova notifica arriverà presto dalla Libia”.
Un “presto” che però non è quantificabile, nè certo, nè tantomeno durevole, visto il precedente. Non solo: l’Imo spiega anche “c’erano questioni tecniche per le quali l’Imo stava cercando nuove verifiche”, ma non è possibile sapere quali.
Tra le ipotesi più accreditate, c’è che la Sar zone presentata dalla Libia fosse troppo vasta per l’effettiva capacità della locale Guardia costiera.
La stessa che è accusata dall’ultimo rapporto di Amnesty International di farsi pagare dai trafficanti di uomini per lasciare passare i loro i barconi e che assale i pescherecci siciliani in acque internazionali, impunita.
All’Italia questa scelta di cooperare con i libici a tutti i costi è già costata un richiamo del Commissario Onu sui diritti umani, Zeid Raad al-Hussein.
“L’ingresso nell’Imo non può di per sè garantire che poi ci sia una catena di coordinamento Sar — aggiunge l’avvocato Del Freo — in Libia continua a non essere uno Stato”.
Non basta esporre la bandiera dell’organizzazione Onu per diventare un interlocutore affidabile sulle politiche del mare. Per altro le Sar nascono per rendere più efficienti i salvataggi in mare e non per regolare le politiche migratorie, come accade oggi. Più si interviene, più è facile che poi spetti al Paese che ha coordinato le operazioni la gestione degli sbarchi.
“Era chiaro che i libici non erano in grado di gestire i salvataggi. Anche i mezzi che hanno sono militari, inadatti ad operazioni di questo genere”, continua Neugebauer.
Il portavoce di Sea Watch sottolinea che finora la Guardia costiera e la Marina libiche “hanno fatto ciò che hanno voluto”.
Ad esempio, “hanno tentato di abbordare la nave di Proactiva Open Arms (in agosto, ndr)”, oppure “hanno minacciato navi civili che si trovavano in acque internazionali, intimando loro di lasciare la Sar zone”. Il timore della ong tedesca è che, nonostante sia stata archiviata la finzione di una Sar zone coordinata dai libici, a Tripoli continuino a fare la voce grossa in mare.
“Da più di un anno ormai si parla di un Mrcc in Libia — prosegue il portavoce di Sea Watch — e credo ci proveranno a istituirlo. Vediamo come si comporteranno con il principio di non-respingimento previsto dalla Convenzione di Ginevra (secondo cui una persona non può essere respinta in un Paese non sicuro, ndr). Abbiamo già diverse prove di navi italiane che non intervengono per impedire che dei migranti vengano riportati in Libia”.
Uno dei motivi per cui gli accordi con la Libia sono tenuti sotto tiro dalle organizzazioni internazionali.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
E’ BASTATO PUBBLICARE I NOMI E FAR INTERVENIRE LA POLIZIA POSTALE E I BULLI HANNO RIDOTTO GLI INSULTI ALLA BOLDRINI, ORA PREVALGONO I COMMENTI CIVILI
“Come posso chiedere ai nostri giovani di non soccombere ai violenti e di denunciare i
bulli del web se poi io stessa non lo faccio? Mi sono fatta questa domanda prima di dire adesso basta. Ai nostri figli dobbiamo dimostrare che in uno Stato di diritto chiunque venga aggredito può difendersi attraverso le leggi. E senza aggiungere odio all’odio, ne abbiamo già abbastanza”.
Sono parole che Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati, mi dice durante un incontro privato in una saletta di Montecitorio.
Fin dal suo insediamento, la terza carica dello Stato è stata oggetto di una campagna denigratoria, creata e alimentata da chiari mandanti politici che hanno parlato alla pancia di una parte del paese.
E’ stata accusata di tutto: dall’essere “buonista” — parola oggi declinata a insulto — all’essere “favorevole all’invasione” del nostro Paese. Una occupazione portata avanti — secondo gli analisti del bar (…collo ma non mollo) — dai clandestini o, come li chiama Matteo Salvini con un neologismo degno dell’accademia della Birra, dalle “risorse boldriniane”.
Cosa rara, poi, è che sulla Boldrini si sono costruite una quantità straordinaria di maldicenze e bufale che hanno toccato l’apice doloroso nell’aprile scorso.
Una vetta raggiunta con la falsa notizia, messa in circolo su Facebook, che Lucia, sorella minore della presidente, gestiva “340 cooperative che si occupano di assistenza ai migranti”.
Bugia amara perchè “Lucia — spiegò la presidente — è morta da anni”.
Il problema di questo odio, che trova sfogo sui social, e della circolazione di notizie false è serio, serissimo.
Ma qualcosa sta cambiando, almeno sul web.
Proprio il “14 agosto scorso — continua la presidente — ho dato il via alla campagna #adessobasta che ha dimostrato come la rete sia in possesso degli anticorpi per difendersi dall’odio e dalla violenza. Il post che ho pubblicato nell’agosto scorso ha ricevuto sette milioni di visualizzazioni e decine di migliaia di commenti di solidarietà e di vicinanza”.
Se guardiamo sotto i post pubblicati sulla pagina Facebook e Twitter della Boldrini, notiamo che la tendenza dei commenti, prima offensivi, si è invertita.
Basta fermarsi a leggere i commenti sui suoi profili social, soprattutto su Instagram. Dal maggio scorso, quando la presidente ha mostrato i commenti dei molestatori online con nomi e cognomi, annunciando allo stesso tempo che avrebbe denunciato i diffamatori, gli haters sono drasticamente diminuiti.
“I leoni da tastiera — sottolinea la Boldrini — si sono trasformati in conigli in fuga”. Bisogna far capire che “lo Stato c’è, e ci sono le leggi che tutelano chi viene offeso” conclude.
Insomma, una piccola rivoluzione, portata avanti con coraggio.
Il “caso Boldrini” dimostra che chi vuole inquinare i pozzi del web è in minoranza rispetto a chi intende vivere in uno spazio digitale pulito e sgombro da troll e professionisti dell’insulto.
Anche se siamo alle prese con la gestione del bar più grande al mondo, Facebook, che da spazio a ogni genere di clienti, ubriachi compresi.
La sfida, che Laura Boldrini sta vincendo, è quella di far capire che le parole hanno un peso e una responsabilità .
Anche se digitate da un Napalm51 di turno: nascosto dietro a una tastiera, leone sul web e pecora al supermercato.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
IN CINQUE HANNO RIFIUTATO DI ADERIRE AL GRUPPO, SILENZIO DAI VERTICI DEL NAZARENO
Non hanno un capogruppo e neanche idea di chi possa essere a farlo. Non hanno un linea politica condivisa con Roma o forse ne hanno più di una.
Non hanno neanche un gruppo parlamentare, o meglio, lo avrebbero ma al momento nascerebbe monco.
È una situazione caotica quella in cui si trova in questo momento il Partito democratico in Sicilia.
Una condizione annunciata già nelle ore successive alla sconfitta delle elezioni regionali del 5 novembre scorso, ma deflagrata nelle ultime ore.
Ad accendere la miccia la decisione di quattro deputati che sabato hanno votato Gianfranco Miccichè come nuovo presidente dell’Assemblea regionale siciliana. Un vero e proprio tradimento visto che il partito aveva deciso di presentare un candidato di bandiera su cui concentrare le undici preferenze del gruppo: e invece i voti raccolti dai dem sono stati solo 7.
Nel giorno dell’elezione dei vicepresidenti, dunque, ecco che alcuni deputati hanno deciso di “congelare” la propria partecipazione al gruppo parlamentare del Pd dell’Assemblea regionale siciliana.
Non si tratta di nomi di secondo piano: secondo l’agenzia Ansa tra i consiglieri che non hanno ancora formalizzato la propria adesione al gruppo, infatti, ci sarebbe anche Antonello Cracolici, storico leader dei dem a Palermo ed ex assessore all’Agricoltura di Rosario Crocetta.
“I conti si fanno in fretta, il Pd ha 11 deputati e il nostro candidato ha raccolto 7 voti: ci sono stati quattro utili idioti. Mi spiace e sono amareggiato per quello che è successo qualcuno ha voluto fare il soccorritore di un vincitore preventivo”, erano state le parole di Cracolici, pochi minuti dopo l’elezione di Miccichè.
Quello lanciato dall’ex assessore, dunque, è un segnale forte che arriva nello stesso giorno in cui i Giovani democratici sottoscrivono un documento di fuoco contro i vertici del partito.
“Il gesto di votare il commissario di Forza Italia nonchè uomo di punta del centrodestra è un atto vergognoso e privo di rispetto verso gli elettori e la storia del Pd. Votare chi ha raggiunto il consenso attraverso imputati, indagati e condannati o voltagabbana riciclati della politica che cambiano schieramento in base alla propria convenienza.
A questi, se ne sono aggiunti, da ieri, altri quattro”, è uno dei passaggi della nota dei giovani dem.
Quella andata in scena a Palazzo dei Normanni due giorni fa, infatti, ricorda — fatte le dovute proporzioni — la congiura dei 101 ai tempi dell’elezione di Romano Prodi al Quirinale nel 2013.
Miccichè aveva rifiutato un accordo istituzionale con il Pd e il Movimento 5 Stelle: l’elezione a presidente dell’Ars in cambio delle due vicepresidenze alle due forze d’opposizione.
Il luogotentente di Silvio Berlusconi ha chiarito già dal suo primo discorso che intende interpretare il ruolo di presidente da esponente del centrodestra e non certo da garante dell’intero Parlamento.
Per questo motivo ha rifiutato accordi istituzionali con il Pd, preferendo forse stringere patti di diversa natura.
Il segretario del Pd, Fausto Raciti — che all’epoca dei 101 era appena entrato alla Camera — aveva consigliato ai suoi di votare per se stessi: un vecchio metodo per scompaginare eventuali inciuci.
A spingere per un candidato di bandiera è stato invece Luca Sammartino, ex dell’Udc, rieletto all’Ars con il record di preferenze (più di 32mila) e ormai diventato il volto del renzismo sull’isola.
L’uomo che doveva raccogliere tutti gli undici voti dei dem doveva essere Nello Dipasquale, ex sindaco di Ragusa con Forza Italia, noto perchè fino a poco tempo fa assicurava durante i comizi: “Il Pd mi fa schifo”. Il suo karma deve avere recepito: a Dipasquale sono arrivati solo 7 voti, mentre Miccichè è stato eletto con 39.
“Nè Miccichè mi ha chiamato per offrirmi la vice presidenza, nè il segretario del mio partito Fausto Raciti o altri compagni mi hanno telefonato per esprimermi il rammarico per il torto che ho subito da un pezzo del Pd che non mi ha votato, avendoci messo io la faccia”, si lamenta l’ex forzista che per più di una fonte sarebbe tra i quattro elettori di Miccichè: in pratica persino lui non avrebbe votato per se stesso.” Mi spiace di avere messo la faccia in questa situazione, certamente non sono io il traditore”, assicura lui.
“Consiglierei a Dipasquale di evitare di fomentare ulteriormente il clima di tensione che c’è dentro al Pd. Nessuno di noi ha mai detto che il Pd fa schifo”, lo attacca Antonio Rubito, responsabile dell’organizzazione del partito in Sicilia.
Nel frattempo prendono corpo gli identikit degli altri “traditori”: ad eleggere il leader di Forza Italia sulla poltrona più alta di Palazzo d’Orleans sarebbe stato lo stesso Sammartino e in Michele Catanzaro, anche lui ex Udc, un passato da golden boy di Totò Cuffaro.
Insomma a votare per la destra sarebbero quelli che proprio dalla destra provengono: a questo giro il Pd ne ha eletti diversi in consiglio regionale.
Merito del sottosegretario Davide Faraone, vicerè renziano sull’isola che negli ultimi anni ha aperto il partito a una serie di ex seguaci di Cuffaro, Lombardo e Berlusconi. Ad alzare la temperatura è lo stesso Sammartino che non smentisce di avere votato Miccichè ma attacca il suo stesso partito.
“Il Pd all’Ars è un gruppo parlamentare allo sbando, questa è la verità . Nessuno si cura di convocare una riunione di gruppo. Una situazione assurda. Non c’è nessuno che detta la linea da seguire, così come non c’era prima, non c’è adesso. Non è cambiato nulla”, dice l’ex Udc, secondo il quale ci sarebbe davvero un accordo segreto siglato da eesponenti del suo partito ma con il M5s. “Oggi avremo la conferma con l’elezione di Giancarlo Cancelleri alla vicepresidenza dell’Ars. Vedrete…”.
In questa situazione, dunque, comincia a suonare come inquietante il silenzio del Nazareno. Secondo l’edizione palermitana di Repubblica, a benedire il voto per Miccichè sarebbe stato addirittura il ministro Luca Lotti con una telefonata con il leader di Forza Italia. Lotti è il referente nazionale dell’ex ministro Salvatore Cardinale, creatore di un movimento fondato a suo tempo per arruolare una serie di consiglieri eletti con la destra e garantire una maggioranza a Rosario Crocetta.
Alle elezioni del 5 novembre ha eletto due deputati, Nicola D’Agostino ed Edy Tamajo: entrambi hanno votato per Miccichè.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
GUERRA SU BOLZANO, DESTRA XENOFOBA AUSTRIACA VUOLE DARE DOPPIO PASSAPORTO AGLI ALTOATESINI
“I sudtirolesi potranno richiedere la cittadinanza austriaca già nel 2018, al più tardi
all’inizio del 2019″. Lo ha annunciato a Bolzano il parlamentare austriaco Werner Neubaur, responsabile della Fpoe (il partito di ultradestra austriaco al governo) per i rapporti con l’Alto Adige.
La richiesta, ha detto, potrà essere avanzata da chi si è dichiarato tedesco e dai suoi figli e sarà gratis “per non gravare sulle tasche delle famiglie”. Secondo Neubauer, in futuro atleti altoatesini potranno gareggiare per la nazionale austriaca.
“I dettagli dovranno essere stabiliti da un’apposita commissione” che sarà istituita con il via libera del governo, ha aggiunto Neubauer nel corso di una conferenza stampa, alla quale hanno partecipato Eva Klotz e il suo partito Suedtiroler Freiheit, i Freiheitlichen altoatesini, la lega patriottica Heimatbund e l’ex presidente della Regione Franz Pahl (Svp).
Potranno avere il passaporto austriaco gli altoatesini che alla dichiarazione di appartenenza linguistica hanno optato per quella tedesca. Di conseguenza la potranno richiedere anche i figli, anche in caso di famiglie mistilingue, ha precisato Neubauer. Saranno invece esclusi i trentini, anche se in passato il loro territorio apparteneva all’impero austro-ungarico, “perchè non indicati dallo Statuto d’autonomia come minoranza linguistica”.
Neubauer si è detto fiducioso che la richiesta di doppio passaporto non sarà un flop, “anche perchè la Svp si è molto spesa per la questione e non può rischiare una figuraccia”.
Secondo il parlamentare austriaco, il 98% degli aventi diritto presenteranno domanda. Per quanto riguarda invece il servizio di leva in Austria, ha precisato che i 500.000 austriaci che vivono all’estero non lo devono prestare.
Spostando la residenza in Austria ovviamente scatterebbe l’obbligo. “Per alcuni altoatesini potrebbe essere addirittura interessante intraprendere la carriera militare in Austria”, ha aggiunto.
Il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, “incontrerà Sebastian Kurz domani sera”, ha annunciato il portavoce dell’esecutivo comunitario, Margaritis Schinas, sottolineando che “Bruxelles sarà la prima destinazione del nuovo cancelliere” austriaco.
Quanto alle dichiarazioni pubblicate su Twitter dal commissario europeo Pierre Moscovici – “La coalizione al potere in Austria deve suscitare la vigilanza delle democrazie legate ai valori europee. La situazione è senza dubbio diversa rispetto a quella del 2000. Ma la presenza dell’estrema destra al potere non è mai innocua!” – il portavoce della Commissione Ue commenta: “tutti i nostri commissari sono politici che appartengono ad una Commissione politica. Ma è il presidente della Commissione europea che rappresenta la posizione dell’istituzione”. L’incontro tra Juncker e Kurz è previsto domani sera alle 21.
L’idea di concedere il passaporto austriaco agli italiani di madrelingua tedesca o ladina sarebbe “una mossa velleitaria, non una mossa distensiva. L’Europa ha tanti difetti ma ha chiuso la stagione dei nazionalismi”, ha dichiarato il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani.
Ancora più duro il senatore e sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova che imputa all’ipotesi di Vienna di “avere il crisma del pugno di ferro etno-nazionalista”. “Sdoganare la cittadinanza su base etnica – ha scritto su Facebook – avrebbe effetti gravissimi, ad esempio in tutti i Balcani, minando la convivenza nei paesi, anche nell’Ue, caratterizzati dalla presenza di cittadini di molteplici culture”.
E ancora: “La storia europea insegna che i nazionalisti prima si intendono e poi, inevitabilmente, si combattono; col protezionismo prima e con la forza poi. È Il tono che fa la musica, e quella che si sente da Vienna non è oggi musica europeista ma di chiusura nazionalista”.
(da agenzie)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI RIANIMARLO SUL POSTO, MA ERA GIA’ IN FIN DI VITA
L’ex ministro Altero Matteoli è rimasto ucciso in un incidente stradale avvenuto oggi sulla via Aurelia all’altezza di Capalbio.
Secondo le prime informazioni dei vigili del fuoco nell’incidente sono rimaste coinvolte due auto ed un’altra persona mentre ci sarebbero due persone ferite.
Matteoli era stato estratto dalle lamiere dell’auto in fin di vita: i medici hanno tentato di rianimarlo sul posto ma non c’è stato nulla da fare.
Matteoli, nato a Cecina (Livorno) nel 1940, dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011 è stato Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti nel governo di Silvio Berlusconi. Dal 2006 al 2011 è stato sindaco del comune di Orbetello, in provincia di Grosseto.
(da agenzie)
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Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile
L’ALLUSIONE DEL SEGRETARIO PD : “NE VEDREMO DELLE BELLE, TEMPO AL TEMPO”
Oggi Matteo Renzi rilascia una lunga intervista a Maria Teresa Meli del Corriere
della Sera in cui parla della commissione banche e ammette che il suo consenso è in calo, annunciando una campagna elettorale “a tappeto” per recuperare punti e tornare a essere il primo partito.
Renzi però fa anche una strana allusione a un collaboratore di Di Maio e a un’attività nel settore delle fake news, sulla quale a quanto pare promette sorprese:
La campagna sulle fake news stenta a decollare
«Nessuno pensa che vinceremo la campagna elettorale parlando di fake news. E aggiungo che il tema delle fake news non è importante tanto per la politica quanto per la salute dei nostri figli, la battaglia sui vaccini, le sfide contro l’anoressia, le ricette finte contro il cancro. Insomma: evitare che la Rete sia piena di schifezze è un dovere morale e civile.
Penso però che sia fondamentale fare chiarezza anche sulle strutture inventate di sana pianta per alimentare notizie squallide e false. Non vedo nemici russi alle porte: dico che Lega e Cinque Stelle su questo non ce la stanno raccontando tutta. Mi colpisce che Di Maio non voglia fare un confronto con me: gli chiederei degli 80 euro e del Venezuela,certo. Ma potrei domandargli come spiega l’attività in questo settore di uno dei suoi principali collaboratori. Diamo tempo al tempo e vedrete a cosa mi riferisco».
Il Partito Democratico ha già presentato la settimana scorsa un dossier sulle fake news, in cui si parlava di Marco Mignogna, creatore del sito di Noi con Salvini e proprietario di alcune pagine unofficial vicine al M5S.
In questa dichiarazione, preannunciata ieri sempre sul Corriere come una “bomba” sul tema, però si parla di “stretti collaboratori” di Di Maio.
Nel comitato elettorale che appoggia il candidato premier M5S ci sono Dario De Falco, Vincenzo Spadafora e Pietro Dettori.
Spadafora è lo storico portavoce di Di Maio che proviene dalla scuola di Rutelli, Dettori è un uomo della Casaleggio Associati mentre di De Falco si parlò anche dopo la pubblicazione del dossier, perchè aveva postato contenuti del famigerato “Club Luigi Di Maio”, già oggetto di molte attenzioni in questi tempi:
Il profilo “De Falco” condivise sulla pagina del «Club» la foto di un compleanno di Di Maio di anni fa. “De Falco” si tagga con “Nicola Iovinee”, uno degli admin del «Club».
Chissà che sorpresona tirerà fuori dal cilindro Renzi.
(da “NextQuotidiano”)
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