Gennaio 8th, 2018 Riccardo Fucile
IL PD HA POCHI COLLEGI SICURI… I CASI GENTILONI E MINNITI
Il Corriere della Sera oggi pubblica questa infografica che riepiloga lo stato dell’arte di IPSOS sui collegi uninominali secondo i sondaggi di dicembre, dalla quale si evince l’estrema difficoltà con cui il Partito Democratico e la coalizione di centrosinistra dovranno approcciarsi alle elezioni politiche 2018.
La legge elettorale con cui si voterà il 4 marzo, il Rosatellum, è un sistema misto: deputati e senatori sono eletti, per circa un terzo,in collegi uninominali (232 per la Camera e 116 per il Senato); il resto dei parlamentari è eletto su base proporzionale.
È prevista una soglia di sbarramento al 3% per le liste, al 10% per le coalizioni.
E nel PD si rendono ormai conto che sono pochissimi i collegi sicuri in cui potranno candidare i big del partito.
C’è di più: in alcune situazioni, come nel Lazio, nessun collegio è sicuro — ce ne sono solo di “probabili” — e questo non potrà che mettere in difficoltà candidature come quella di Paolo Gentiloni, che così dovrà o correre in uno dei collegi uninominali in cui il PD è favorito (come quello del centro storico o Parioli-Trieste) o fare il capolista nel listino proporzionale, rinunciando però all’appeal del suo volto come sfidante nel seggio.
Il caso Gentiloni è uno dei tanti.
Spiega il quotidiano che Franceschini correrà a Ferrara, dove il No al referendum, considerato come la cartina di tornasole per il clima nell’uninominale, ha vinto con il 53,54 per cento (collegio dato come «probabile»).
Minniti, se davvero correrà a Reggio Calabria, deve fare i conti col fatto che il No – sulla riva calabrese dello Stretto – ha sfiorato il 70 (collegio dato come «difficile»).
(da agenzie)
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Gennaio 8th, 2018 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL SENATO SCRIVE AL TESORIERE BONIFAZI
In una lunga lettera aperta inviata a Repubblica Pietro Grasso entra nell’argomento degli
83mila euro che il Partito Democratico gli ha chiesto per “chiudere i conti” con i contributi dovuti dai parlamentari al PD e che a più riprese gli sono stati chiesti via giornali da Francesco Bonifazi, tesoriere del PD renziano.
Grasso esordisce sostenendo che la tempistica con cui è arrivata la richiesta (che faceva anche i conti al resto di MDP) è sospetta, visto che è uscita il 3 dicembre, giorno dell’adesione del presidente del Senato a Liberi e Uguali. Grasso vede nel modo di agire di Bonifazi una ritorsione a carattere propagandistico e per questo fa alcune precisazioni
A. Non ho mai ricevuto da voi alcuna comunicazione in merito alla quota economica mensile che avrei dovuto versare al Pd in ragione della mia elezione, nè le modalità di pagamento. Eppure dal marzo del 2013 al giorno delle mie dimissioni dal gruppo del Pd in Senato sono trascorse 56 mensilità . Abbastanza occasioni per farlo, non crede
B. Dal marzo 2013 avete approvato quattro bilanci del Pd, tutti a sua firma. Neanche in quelle occasioni ha ritenuto opportuno comunicarmi alcunchè.
C. Non sembra opportuno che il presidente del Senato sostenga con soldi pubblici l’attività di un partito, così come per prassi centenaria non è chiamato a dare col voto alcun contributo politico. Ecco perchè ero convinto che non aver ricevuto richieste di contributi dipendesse da una visione condivisa di questo modello. Sarò felice se vorrà spiegarmi la ragione per cui ha cambiato opinione.
D. Visto che il suo disappunto per la mia presunta morosità si è trasformato in sprezzanti dichiarazioni pubbliche, vorrei capire cosa ne pensa dei circa 250 mila euro che il Gruppo del Pd in Senato ha percepito dal marzo del 2013 al 26 ottobre del 2017 in ragione della mia iscrizione al Gruppo medesimo.
E. La mia dichiarazione dei redditi da lavoro dipendente (non da fumose consulenze) è pubblica da cinque anni, ma solo oggi diventa tema di attacco da parte sua.
F. La pensione da magistrato, di gran lunga inferiore al tetto dei 240 mila euro, dalla quale è stato prelevato per tre anni il dovuto contributo di solidarietà , previsto dalla legge, è frutto di 43 anni di lavoro svolto con impegno, senso delle istituzioni e spirito di sacrificio, condiviso con la mia famiglia. Non certo qualcosa di cui vergognarmi.
G. Inoltre, come lei sicuramente saprà , nel mio secondo giorno da presidente del Senato ho scelto di dare un segnale di sobrietà tagliando, fatte salve le indennità irrinunciabili, varie voci tra cui quelle previste come “rimborso spese per l’esercizio del mandato”, esattamente quella dalla quale i parlamentari prelevano la quota che versano nelle casse del Pd. Oltre ai tagli alle mie indennità ho dimezzato il costo complessivo lordo del gabinetto del presidente e del fondo consulenza, con un risparmio annuo di circa 750.000 euro. Al termine del mio mandato avrò dunque fatto risparmiare alle casse dello Stato più di quattro milioni di euro
E quindi, conclude Pietro Grasso, per i soldi probabilmente il Partito Democratico dovrà rivolgersi altrove:
Non ritengo pertanto sussista alcuna delle ragioni da lei addotte nella sua infamante lettera. Aggiungo una cosa. Lasci fuori da questa orrenda strumentalizzazione i dipendenti del Pd. Sono in cassa integrazione in virtù di una gestione economica e finanziaria disastrosa e di un indebitamento milionario causato, in primis, dalla fallimentare campagna referendaria: a loro, così come ai giornalisti dell’Unità , di Europa e alle loro famiglie, va tutta la mia solidarietà .
E visto che siamo al rinvangare, qualcuno per caso sa che fine ha fatto l’indagine promessa da Bonifazi sui profili fiscali e penali di Beppe Grillo?
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 8th, 2018 Riccardo Fucile
PRIMA DI SALIRE A BORDO DELLA NAVE A CINQUESTELLE
Gregorio De Falco è salito a bordo della nave a 5 Stelle comandata da Luigi Di Maio con un endorsement (che sono vietati ma non per tutti) del candidato premier, il quale ha reso nota la sua “disponibilità a candidarsi nel collegio plurinominale di Livorno”.
E l’alta concezione che De Falco aveva dei 5 Stelle è testimoniata da uno status del 2 agosto 2017 in cui sfotteva Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio dopo una gaffe del primo in parlamento.
Intervenendo in aula sulla nuova missione italiana in Libia, il deputato M5s aveva fatto riferimento all’altra missione che anni fa portò alla deposizione di Gheddafi e nel farlo ha citato “il premio Nobel Hollande”.
Come è noto l’ex presidente francese non solo non era in carica all’epoca, ma non è nemmeno mai stato insignito della prestigiosa onorificenza.
E Gregorio De Falco su Facebook faceva notare l’incongruenza:
Ringrazio con trasporto l’idolo Di Battista che oggi, citando “il premio Nobel Hollande”, ci ha di nuovo deliziati. Ora tocca di nuovo a Dimma che è sempre in vantaggio di un’incollatura, ma il confronto è davvero entusiasmante.
Sarà contento Gregorio De Falco: adesso queste delizie potrà vederle da vicino.
(da “NexQuotidiano”)
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