Destra di Popolo.net

IN ITALIA TRA LE DONNE VINCONO PAURA E SOLITUDINE: SOLO IL 4% DELLE VITTIME DENUNCIA

Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile

CALANO LE SEGNALAZIONI DI STALKING… COLPA DEL CLIMA CULTURALE E DI ALCUNE SENTENZE

Negli Stati Uniti le denunce delle donne di molestie e violenze sono ormai una valanga. In Italia tutto tace.
Negli Stati Uniti la valanga sta travolgendo uomini ad ogni livello mostrando sempre meno timori di ritorsioni. In Italia gli uomini oggetto delle denunce hanno spesso trovato il sostegno anche pubblico di altri uomini, le donne che hanno denunciato sono state attaccate, oppure su tutto è caduto un triste silenzio.
«In Italia i segnali non sono per nulla positivi – racconta Lella Palladino, presidente dell’associazione Dire-Donne in rete contro la violenza, che riunisce 77 associazioni che nel 2016 gestivano 83 centri antiviolenza presenti in tutta Italia.
«Di sicuro possiamo dire che se ne parla, che c’è stata una rottura del silenzio su questo argomento. Manca tutto il resto. Bisognerebbe intervenire sulle serie tv che continuano a rappresentare le donne che subiscono violenze come se fosse normale. Di sicuro hanno avuto un’incidenza molto negativa le numerose sentenze pronunciate negli ultimi tempi dai tribunali che danno il via libera ai maltrattamenti da parte degli uomini. In questo modo vanificano gli sforzi delle donne che hanno trovato la forza di denunciare e scoraggiano quelle che potrebbero farlo».
L’ultima sentenza in ordine di tempo ad aver provocato profondo disagio nel mondo delle donne è stata pronunciata dal tribunale di Torino e riguarda una donna che si è presentata in pronto soccorso nove volte in otto anni: una volta con una costola rotta, un’altra con il setto nasale fratturato.
«Non tutti gli episodi sono riconducibili ad aggressioni da parte dell’imputato», è stato il giudizio del tribunale che ha assolto il compagno perchè se le aggressioni non sono frequenti e continue non c’è il reato di maltrattamenti in famiglia.
Ma in primavera, sempre a Torino, era stato assolto un altro uomo dall’accusa di violenza sessuale perchè la vittima ha solo detto «basta» al suo aggressore senza urlare.
«C’è un problema che riguarda i tribunali ma anche le stesse denunce – prosegue Lella Palladino – Molte donne arrivano da noi raccontandoci la loro frustrazione. I loro racconti non vengono presi in considerazione, la gravità  di quello che stanno denunciando non viene compresa perchè a volte le forze dell’ordine non pongono le domande che permettono di comprendere la reiterazione del reato e le donne non riescono a ricostruire quello che hanno dovuto subire in modo tale da farlo comprendere. Accade così che le denunce vengano archiviate. Quello che proviamo a fare quando invece si rivolgono a noi è ascoltarle, accoglierle, sostenerle e accompagnarle nelle loro richieste».
I dati sui reati di stalking, maltrattamenti in famiglia e violenze sessuali sono in calo.
Le denunce per stalking sono state 8480 tra gennaio e settembre 2017, il 15,76% in meno rispetto alle 10.067 nello stesso periodo del 2016; i maltrattamenti in famiglia sono stati 9818, circa duecento in meno, e le violenze sessuali (di cui oltre il 90% su donne) sono calate dell’1,16%.
Eppure non c’è da rallegrarsi. A dirlo è proprio la Polizia. Sono «indici importanti di un rapporto uomo-donna malato, che può pericolosamente degenerare», avverte. E «la riduzione delle denunce, può nascondere un sommerso di paura e solitudine».
Un sommerso che nemmeno l’ondata di denunce in arrivo dagli Stati Uniti finora sembra essere riuscita a scalfire. «Quello che viene denunciato è il 4% di quanto effettivamente avviene. È necessaria un’operazione culturale», sottolinea Oria Gargano, presidente della cooperativa Be Free che si occupa di violenze e discriminazioni contro le donne.
Nel mondo del lavoro, in particolare, secondo dati Istat solo una donna su 5, tra quelle che hanno subito un ricatto, ha raccontato la propria esperienza. Lo 0,7% ha denunciato la violenza alle Forze dell’ordine.
«In Italia stiamo assistendo all’opposto di quanto accade negli Stati Uniti – conferma Simona Annerata del centro antiviolenza Lucha y Siesta – Il blocco culturale contro le donne da parte del mondo del potere e delle istituzioni si fa ancora più forte per respingere ogni tentativo da parte delle donne di metterlo in discussione. Le donne che provano a scalfire questo potere vengono ridicolizzate e attaccate in modo scomposto. La battaglia in Italia per chi è dalla parte delle donne è diventata ancora più dura».
E di sicuro non aiutano nemmeno gli annunci di voler chiudere luoghi di riferimento come la Casa Internazionale delle donne o proprio Lucha y Siesta a Roma.
«Esiste un evidente collegamento tra l’aumento delle difficoltà  incontrate dalle donne italiane e le minacce di sgombero a cui vengono sottoposti i luoghi storici della lotta alla violenza contro le donne – spiega Serena Fiorletta del movimento Non una di meno – La politica è lontana ma la società  sta cambiando anche in Italia. Esiste un’onda femminista che prima non era così numerosa. Non dimentichiamo che il 25 novembre con il nostro movimento in piazza c’erano oltre 150 mila donne. Ci sono molte giovani che si sono avvicinate alle lotte femministe. Non c’è solo il silenzio, qualcosa sta lentamente cambiando anche in Italia».

(da “La Stampa”)

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DA DOVE VENGONO LE “MINACCE” A PIROZZI

Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile

QUELLO CHE C’E’ SCRITTO INDICA CHE PROVENGONO DA UN’AREA POLITICA PRECISA

Ieri il sindaco di Amatrice e candidato alla Regione Lazio Sergio Pirozzi ha pubblicato un messaggio privato inviato alla sua pagina o alla sua utenza di Facebook di un’utente chiamata Grazia Gioia Eleonori nel quale gli scrivono “Ti facciamo fare la fine della tua Amatrice, ma dove cazzo credi di andare? Non vai da nessuna parte… Da solo non ce la farai, ti distruggeremo…… montato del cazzo!“.
Pirozzi ha parlato di rancore e l’ha buttata in poesia: «Dico una cosa a tutti quelli cui piace questo tipo di linguaggio, NON voglio i vostri voti. Noi siamo DIVERSI. L’odio chiama odio. Il nostro futuro ha bisogno di amore».
Mettendola sul pratico, bisogna segnalare che l’utente facebook che gli ha mandato il messaggio non ha una foto profilo e l’unica cosa che è leggibile pubblicamente della sua utenza è la sua passione per la squadra di calcio della Lazio.
Su Google commenti con la stessa firma sono presenti in un forum in cui si parla della trasmissione tv Ballando con le Stelle.
Insomma, ad occhio più che una minaccia sembrerebbe una smargiassata.
Sergio Pirozzi però dovrebbe essersi accorto che nel messaggio ci sono riferimenti ben precisi all’area politica e culturale da cui provengono.
“Da solo non ce la farai” sembra un riferimento per niente velato al fatto che il sindaco di Amatrice correrà  per la carica di governatore della Regione Lazio senza l’appoggio del centrodestra e di Fratelli d’Italia, rispettivamente sua coalizione e suo partito di riferimento. Visto che lui stesso ha deciso di prendere sul serio messaggi del genere (forse a torto ed esagerando), dovrebbe anche rendersi conto che questo è un segnale ben preciso che mette in relazione la sua candidatura con i suoi destini politici.
E ovviamente continuare a proporla con maggior forza, non tanto perchè arrivano messaggi da utenti sconosciuti e nemmeno credibili come minacce, ma perchè è giusto così.

(da “NextQuotidiano”)

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GRILLO TOGLIE IL BLOG ALLA CASALEGGIO E LO AFFIDA AL MARITO DELL’EX ASSISTENTE DELLA LOMBARDI

Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile

LA DECISIONE CHIUDE UN’EPOCA PER L’AZIENDA DI CASALEGGIO

Il blog di Beppe Grillo non sarà  gestito più dalla Casaleggio Associati ma da Tiziano Pincelli, marito di un’ex assistente di Roberta Lombardi candidatosi senza fortuna alle Regionali del Lazio proprio quest’anno.
Racconta oggi Stefania Piras sul Messaggero che Pincelli ha già  cominciato a lavorare per Grillo seguendo l’ex comico nella sua incursione a Barcellona alla fiera delle smart cities.
Il distacco del blog di Beppe Grillo dal M5S dovrebbe avvenire ormai a ore. C’è chi dice che succederà  oggi in contemporanea alla conferenza stampa di Luigi Di Maio che presenterà  i vincitori delle parlamentarie. Grillo si incamminerà  per una nuova strada.
La prima conseguenza di questo divorzio, evidentemente consensuale, è che per la Casaleggio Associati si chiude un’epoca.
Gianroberto Casaleggio ha gestito il blog di Beppe Grillo dal 2005 costruendo attorno a lui un sistema editoriale che ha portato alla pubblicazione di libri, alla presentazione di siti paralleli o dal destino legato a quello di Beppe con la costruzione di uno schema Ponzi poi crollato successivamente non appena il mondo se ne è accorto.
Con la morte di Gianroberto e l’avvento di Davide è stato evidentemente necessario fare una scelta: continuare a seguire la “creatura” MoVimento 5 Stelle o dedicarsi esclusivamente al business mollando così la presa sulla gestione del blog che era diventato tra i primi al mondo sfruttando la massiccia popolarità  del comico-profeta e il suo appeal mediatico di personaggio “scomodo” e censurato, finalmente libero di dire la sua in rete.
Ora c’è Rousseau e ci sono i 300 euro al mese che gli eletti dovranno versare per Statuto per Davide, che evidentemente è convinto della bontà  e della durata del progetto politico.
Da anni Beppe si lamenta del retrogusto pesante dal punto di vista giudiziario, sia al tribunale penale che (soprattutto) a quello civile della responsabilità  di mantenere in piedi il MoVimento: un suo distacco dai ruoli di responsabilità  e decisionali in senso stretto era nell’aria ed è arrivato con il nuovo Statuto, nel quale si è comunque riservato il ruolo di Garante Vita Natural Durante (ovvero fino a quando deciderà  lui di esserlo).
Per quanto riguarda la Casaleggio, il tempo ci dirà  se è stata la scelta industriale giusta.

(da “NextQuotidiano”)

argomento: Grillo | Commenta »

L’ACCADEMIA DELLA CRUSCA E IL CONGIUNTIVO DI DI MAIO

Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile

LE ELEZIONI UCCIDONO L’ITALIANO E IL CAMPIONE E’ DI MAIO

Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, ha rilasciato oggi un’intervista alla Stampa nella quale ha spiegato che le elezioni uccidono l’italiano e il campione è il MoVimento 5 Stelle.
Particolarmente divertenti le sue osservazioni riguardo Luigi Di Maio:
«Quegli strafalcioni meritano un discorso a parte. Perchè usciti dalla bocca di un candidato premier dei Cinque stelle diventano un manifesto».
Cioè?
«Vedete, dice Di Maio, io maltratto la lingua italiana esattamente come voi, non sono uno della Casta».
Non ci dica che l’ha fatto apposta…
«Non dico questo, ma una cosa così anche se lascia l’uso corretto dell’italiano agonizzante sotto la cornice azzurra di Facebook, alla fine porta voti. Peccato, comunque che certe espressioni non vengano pronunciate durante un dibattito, se non altro qualcuno si indignerebbe».
Il professor Marazzini spiega e sostiene una tesi un po’ complottista secondo la quale chi “sbaglia” congiuntivi ha una carta forte da giocare in chiave di antipolitica:
Ci sarà  pure una lettura più raffinata di certe uscite….
«Di Maio insegna: dietro una comunicazione semplificata si avverte il profumo dell’antipolitica: l’uso impreciso dell’italiano è una carta forte da giocare, come ben spiegava Umberto Eco nella sua fenomenologia di Mike Bongiorno, che incarnava fortemente un senso di mediocrità  diffusa».
Quindi?
«“L’uno vale uno” lanciato dai 5 stelle trova in questa sintassi elementare la sua perfetta realizzazione».
Per quel poco che vale, qui ci si permette di dissentire. Non è che l’ignoranza sia una carta forte da giocare: semplicemente, per l’elettorato il fatto che un candidato sia debole in italiano non sembra essere rilevante ai fini della fiducia nei confronti dello stesso. Il che è sbagliato, perchè di solito chi parla male, pensa male

(da “NextQuotidiano”)

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A VENEZIA SCOPPIA IL CASO DEL SINDACO-COSTRUTTORE

Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile

IL PALAZZETTO DELLO SPORT SUI TERRENI DEL SINDACO BRUGNARO DIVIDE LA CITTA’ PER IL CONFLITTO DI INTERESSI

Venezia litiga sulla sua porta d’accesso su cui hanno messo gli occhi investitori di mezzo mondo. La proprietà  dei terreni è del sindaco Brugnaro, ma adesso se ne occupa un amministratore di fiducia.
Blind trust che, secondo i detrattori, sarebbe la formula magica per garantire mani libere al primo cittadino invece che per scongiurare il problema del conflitto d’interessi.
La storia nasce nel 2005, quando la zona “I Pili” era solo un’area inquinata di Marghera, che necessitava di bonifiche molto onerose – per 35 milioni, non ancora saldati – e che non interessava a nessuno.
Il rilancio
Quando nell’ottobre di quell’anno venne ceduta, l’allora sindaco-filosofo Massimo Cacciari se ne rallegrò, benedicendo l’apporto di quei capitali: «Ci sono occasioni straordinarie da usare al meglio – affermava -, noi non abbiamo più un centesimo, quindi dobbiamo lavorare fianco a fianco con i privati. Vogliamo concordare un progetto per garantire alla città  un punto di snodo e di servizio, con parcheggi e viabilità , per l’area di San Giuliano e per il parco scientifico e tecnologico».
Quel privato era, però, Luigi Brugnaro, che da due anni e mezzo è il primo cittadino.
E oggi vuole trasformare quella zona – sulla destra, all’imbocco del ponte della Libertà  – nella “Porta di Venezia”, un progetto faraonico che prevede attività  commerciali, servizi e, soprattutto, il nuovo palazzetto dello sport da diecimila posti, per il quale serve una corsa contro il tempo, perchè la Federbasket non concederà  più deroghe all’utilizzo di strutture non idonee alla serie A.
In realtà , da circa un mese non è più Brugnaro – che ha da sempre rinunciato all’indennità  di carica amministrativa – ad occuparsi delle sue aziende.
Primo caso in Italia, proprio per evitare il potenziale conflitto di interessi, ha costituito un blind trust che gestirà  le società  del suo gruppo imprenditoriale. Finchè sarà  sindaco vedrà  solo la parte fiscale, dichiarando, nel proprio 740, gli utili percepiti, che dovranno essere sempre, come adesso, tra il 15 e il 20%, e reinvestendo il resto in azienda.
Gli attacchi
«Il trust è cieco, ma Luigi Brugnaro ci vede benissimo», è la battuta che circola in Consiglio comunale a Venezia, dove tutte le opposizioni hanno chiesto una seduta aperta.
«Un’area di 42 ettari, equivalente di un centinaio di campi da calcio, pagata da Brugnaro 5 milioni, acquisirebbe, con il nuovo progetto, un valore di 30-40 volte superiore, con un guadagno, per le sue tasche, di almeno 150 milioni di euro», ha ricordato il capogruppo del Pd Andrea Ferrazzi.
Che ha anche spiegato come «l’attuale configurazione del trust non sarebbe a tutela della separazione tra gli interessi privati di Brugnaro e quelli collettivi della città , ma, al contrario, agevolerebbe l’eventuale vendita dell’area ad altri privati nel momento in cui fosse valorizzata con la nuova strategia».
«Il trust viene usato nel mondo anglosassone per le sole proprietà  mobiliari, che sono per antonomasia volatili – ha precisato l’esponente Dem -: per gli immobili non è efficace. Del resto sarebbe miracoloso – o forse preoccupante per la sua salute – che poche settimane dopo aver costituito questo tipo di amministrazione dei propri beni, il sindaco si fosse già  scordato di possedere quell’area, quando sarà  chiamato ad approvare la variante al piano regolatore».
Il piano
Cosa nascerà  ai Pili lo ha spiegato, nei giorni scorsi, Giuseppe Venier, manager che guida da amministratore unico la società  conferita nel blind trust, ossia la LB Holding, ma che è anche amministratore delegato del gruppo Umana, leader nella somministrazione di lavoro interinale, cioè l’idea geniale di Brugnaro, un colosso da 600 milioni d’euro di fatturato, 1.200 dipendenti e più di 20 aziende.
Oltre al palazzetto – che ospiterà  anche concerti e altre attività  di svago, in modo da renderlo economicamente sostenibile -, ci saranno parcheggi, darsene, piazze, attrezzature commerciali, attività  ricettive e verde urbano.
La provenienza dei soldi? Si fa il nome di Ching Chiat Kwong, l’imprenditore di Singapore che sta trasformando le sponde del Tamigi, a Londra, con un investimento da 320 milioni di dollari. Ma altri magnati della finanza e dell’edilizia sarebbero già  in fila per assicurarsi un posto sulla “Porta di Venezia”.

(da “La Stampa”)

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UN FRITTO MISTO E QUATTRO BISTECCHE: CONTO DI 1.100 EURO A VENEZIA PER QUATTRO CLIENTI GIAPPONESI

Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile

DENUNCIATI I TRUFFATORI PADANI… PER LA SERIE “FATEVI SEMPRE CONOSCERE”

Fritto misto salato, anzi, salatissimo.
Una frittura e quattro bistecche da 1100 euro, tanto hanno pagato un gruppo di giapponesi a Venezia in un locale di calle dei Fabbri. La denuncia, oltre che dai ragazzi stessi, arriva dal Gruppo 25 aprile.
Venerdì una comitiva di studenti giapponesi, in visita a Venezia in giornata, sarebbe stata infatti truffata in un’osteria: in quattro avrebbero pagato il salatissimo conto.
Se i 4 hanno pagato carissimo altri tre amici, in un altro ristorante, per tre piatti di pasta al pesce avrebbero speso 350 euro.
Tornati a Bologna dove stanno studiando all’università  i giapponesi sono andati in Questura per presentare denuncia.
“I sette ragazzi hanno pagato con carta di credito e hanno presentato prova di quanto accaduto” spiega il portavoce del Gruppo, Marco Gasparinetti.
Il locale, su Tripadvisor, per giunta viene descritto come pessimo: ha l’83% di recensioni negative.

(da agenzie)

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PER I GIOVANI INGLESI IL CAPITALISMO E’ PIU’ MINACCIOSO DEL COMUNISMO

Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile

RICERCA COMRES: IL MARXISMO E’ TORNATO DI MODA… “COLPA DEL MERCATO LIBERO SE SIAMO PIU’ POVERI DEI NOSTRI PADRI”

Comunismo 1, Capitale 0.
«I giovani stanno perdendo fiducia nel sistema capitalistico. Siamo la prima generazione che ha un tenore di vita peggiore dei propri genitori. Io, con i miei stipendi e con il costo della vita, ad esempio, non so quando possiederò la casa in cui abito».
A rappresentare con pragmatismo inglese la sfiducia delle giovani generazioni è Fiona Lali, presidente della Società  Marxista presso la Scuola di Orientalistica e Studi Africani dell’università  di Londra.
In un’intervista radio, ripresa dal quotidiano britannico Times, la studentessa ha riportato i risultati di una ricerca, che dimostra come i giovani inglesi considerino il capitalismo una minaccia peggiore del regime comunista.
I numeri suonano inediti, ma parlano chiaro: il 24% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni guarda al libero mercato con seria preoccupazione, criticandone gli effetti sull’economia reale dei Paesi occidentali, solo il 9% sarebbe invece preoccupato per l’instaurazione di un sistema di stampo comunista, si dice nel rapporto condotto dalla società  ComRes. Salendo con l’età , tra i 25 e i 34, solo il 6% del campione interpellato classifica il comunismo tra i sistemi politico-economici più pericolosi.
La ricerca dimostra che quelli che l’epoca sovietica la ricordano sono invece spaventati da un possibile ritorno del comunismo.
Gli storici inglesi studiano il fenomeno sociale, mettono in guardia dal relativismo storico che tratta il marxismo come un femoneno vintage e citano il caso di uno studente della Marxist Society, che ha dichiarato alla Bbc che «il comunismo ha fallito nell’Urss solo perchè non ha avuto la possibilità  di svilupparsi».
A poco valgono le critiche di chi ricorda che milioni di persone sono morte nei gulag: dai dati recentemente usciti dall’archivio del Kgb, risulterebbe che i gulag hanno avuto circa 29 milioni di «ospiti», di cui 13 milioni sono deceduti.
Secondo gli ultimi calcoli (fonti russe) le vittime del comunismo nella sola ex Unione Sovietica sarebbero circa 75 milioni.
Orlando Figes, professore di Storia al Birkbeck College, università  di Londra, spiega che «incolpare l’ Occidente per i problemi della Russia comunista è un “vecchio mito”».
Il marxismo, tuttavia, sta attirando i millenial. La Federazione Studentesca Marxista inglese ha dichiarato che lo scorso anno più di 3 mila studenti si sono iscritti alla Società  in 32 università . Le riunioni settimanali o quindicinali si svolgono in 25 campus.

(da “La Stampa”)

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CARCERI ITALIANE: BOOM DI SEQUESTRI DI SIM E CELLULARI, PIU’ 58%

Gennaio 21st, 2018 Riccardo Fucile

IN FRANCIA SI E’ DECISO DI INSTALLARE I TELEFONI FISSI IN OGNI CELLA

Nascosti nelle intercapedini delle celle, dentro i bagni o dietro i termosifoni dei corridoi. Con dei casi limite: a Bergamo gli agenti hanno denunciato di aver ritrovato un cellulare perfino in un pacco di brioche destinato a un detenuto.
Il fenomeno dei telefonini arrivati illegalmente in carcere continua ad allarmare i sindacati di polizia. Un allarme che sembra trovare fondamento nei dati forniti a La Stampa dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia.
In tutto il 2017 è di 337 il numero totale di cellulari e sim ritrovati nei 190 istituti italiani. Quasi due per ogni carcere.
Con un aumento del 58,22 per cento rispetto al 2016 (quando i cellulari e/o sim rinvenuti furono 213).
Un fenomeno che emerge negli stessi giorni in cui, in Francia, il presidente Macron dà  il via libera a quella che Le Monde ha definito una «vèritable rèvolution» (una «vera rivoluzione»): la legge per installare i telefoni fissi nelle 50 mila celle delle 178 prigioni del Paese.
La rèvolution
«Anche i francesi hanno registrato negli ultimi anni un boom di sequestri di cellulari nelle loro carceri», sottolinea il garante nazionale per i detenuti Mauro Palma commentando l’iniziativa d’oltralpe.
E chiarisce: «Guardando a questo fenomeno, però, occorre fare una distinzione: da un lato c’è chi vuole comunicare con l’esterno per continuare a delinquere, dall’altro chi vuole tutelare i propri affetti famigliari».
Per garantire la sicurezza, la nuova normativa francese prevede che ogni detenuto potrà  telefonare a un massimo di quattro numeri, intestati ad altrettanti destinatari, dopo l’identificazione degli stessi e il via libera dell’autorità .
L’iniziativa, promossa dalla ministra della Giustizia francese Nicole Belloubet, vuole «favorire il mantenimento delle relazioni familiari considerate un fattore essenziale per il reinserimento ed evitare una delle principali fonti di tensioni all’interno delle carceri: il traffico di telefoni cellulari». La normativa italiana
L’Italia intanto resta ferma a un regolamento di esecuzione datato 1976 (e poi rivisto nel 2000, 18 anni fa): ogni detenuto di media sicurezza ha a disposizione dieci minuti di telefonata a settimana verso un singolo destinatario.
Nel testo della riforma dell’ordinamento penitenziario, da oggi all’esame delle Camere, è stata respinta la richiesta di allungare a 20 minuti il colloquio telefonico.
«Una bocciatura senza senso e anti-storica», commenta Rita Bernardini, l’ex deputata radicale che ha già  annunciato di voler riprendere l’iniziativa non violenta dello sciopero della fame proprio per la «totale assenza nei decreti delle norme sull’affettività  in carcere».
Le associazioni
«Dieci minuti sono una mostruosità : non ci sono giustificazioni nè tecniche nè di sicurezza per rimanere fermi a questa legge anacronistica», rincara Alessio Scandurra che guida l’Osservatorio sulle carceri di Antigone, l’associazione per la tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale.
«A meno che l’autorità  non disponga diversamente – spiega ancora Scandurra – tutti i detenuti hanno il diritto di scrivere lettere a chi vogliono e la loro corrispondenza, in entrata e in uscita, è segreta. Per quale ragione allora, nel 2018, dobbiamo limitare così tanto le chiamate a casa?». Ma non è solo una questione di telefoni.
Nelle 78 visite ai penitenziari effettuate da Antigone nel corso del 2017 è emerso che non sempre i colloqui con i famigliari sono facili e garantiti: «Spesso sono ammessi solo al mattino e in alcuni istituti neppure nel weekend. Così – conclude – si tranciano i legami essenziali dei detenuti».

(da “La Stampa”)

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