Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL PARERE DI UN ECONOMISTA: I MERCATI SANNO DISTINGUERE PROMESSE PER CATTURARE CONSENSI E REALTA’
Vi ricordate dell’“incubo spread” di qualche anno fa?
Lo spread in questione, cioè la differenza di rendimento fra i titoli di stato italiani (Btp) a 10 anni e quelli tedeschi (Bund) di pari durata, è da sempre considerato un indicatore del “rischio Italia”.
Più la rischiosità dell’investimento Italia cresce, più cresce lo spread, e più ovviamente cresce la spesa per interessi sul nostro enorme debito pubblico che rende il rischio Italia ancora maggiore.
Sullo spread — che era arrivato a 600 punti base, ovvero al 6% — c’è addirittura caduto il Governo Berlusconi nel 2011.
E nel 2012 la situazione non migliorò molto, neanche a livello sistemico, e anzi le tensioni divennero fortissime, tanto che i mercati iniziarono seriamente a dubitare della capacità di tenuta del sistema.
Poi arrivò SuperMario (Draghi). Il 26 luglio 2012, in un discorso a Londra, il Presidente della Bce pronunciò le parole fatidiche: “Nell’ambito del suo mandato, la Banca Centrale Europea è pronta a fare tutto quello che è necessario (“whatever it takes”) per proteggere l’euro. E credetemi, sarà abbastanza.”
Dopo una settimana la Bce annunciò un’iniziativa di acquisto dei titoli dei paesi più in difficoltà (“Outright Monetary Transactions”) che alla fine non venne attuato, mentre dal 2015 in poi venne attuato un massiccio (60 miliardi al mese) programma simile sui titoli di tutti gli Stati.
Era il cosidetto Quantitative Easing (Qe), durato nella sua configurazione originaria per circa due anni. Con le sue dichiarazioni, ancora prima che con le sue azioni, SuperMario fece il miracolo. E infatti dal 2012 ad oggi gli spread dei paesi “periferici” (fra i quali viene di solito inclusa l’Italia) sono crollati.
Qualche segnale di nervosismo si è manifestato nel 2017, man mano che la fine del Quantitative Easing (“tapering”) si avvicinava e crescevano le incognite sulla sostenibilità del debito di paesi come l’Italia.
E infatti lo spread Bpt-Bund dopo l’estate è tornato ad allargarsi fino ad arrivare a circa 170 punti base. Ma alla fine di ottobre ancora una volta è arrivato SuperMario ad annunciare che il sostegno della BCE ai debiti pubblici continuerà ancora per un bel pezzo, anche se con volumi inferiori. E per lo spread è tornata la quiete. C’è stata un’impennata il 29 Dicembre, quando Mattarella ha sciolto le camere, ma poi siamo tornati a livelli bassissimi (circa 140 punti base):
Ma quello che è più incredibile è che lo spread rimanga “dormiente” anche in un contesto, come quello elettorale attuale, nel quale ogni giorno i partiti tirano fuori sempre nuove promesse di abolizione di tasse, di aumento delle pensioni ecc. per costo cumulato — calcolato fra gli altri dal Sole 24 ore — di circa 270 miliardi di euro.
Si potrà obiettare che il costo cumulato non ha senso, in quanto al massimo due dei tre schieramenti in campo possono andare al Governo formando una coalizione.
Vediamo allora prima i costi annui divisi per partiti proponenti.
Guida Forza Italia (aumento pensioni, flat tax al 20%, reddito di dignità , cancellazione Irap ecc.) con circa 80 miliardi.
Segue la Lega (abolizione legge Fornero, flat tax al 15%, ecc.) con circa 60 miliardi
Pd e M5S si accontentano di proposte per una quindicina di miliardi a testa.
Se quindi andasse al governo la coalizione di centro destra (la più “costosa”) e tutte le promesse dei partiti componenti la coalizione venissero attuate (ipotizziamo con la flat tax al 20%) il deficit dello stato, pari a 36 miliardi nel 2017, aumenterebbe di circa 100 miliardi, circa il 6% del Pil.
In altri momenti, eventualità di questo tipo avrebbero fatto schizzare verso l’alto lo spread di centinaia di punti di base. E invece non succede nulla. Perchè?
Solo per l’ombrello (per quanto capiente) di Draghi?
Molto probabilmente la spiegazione ha anche un’altra componente, che ha a che fare con la saggezza dei mercati.
Ora che nessun politico italiano vuole più uscire dall’euro (era quello il pericolo vero) i mercati sanno che ( in Italia in particolare) solo una modesta percentuale delle promesse elettorali viene attuata anche quando c’è un governo forte.
Figuriamoci con la nuova legge elettorale. Il gioco di “spararla più grossa” in cui sono impegnati i partiti di cui sopra nasce proprio dalla consapevolezza che nessuna coalizione otterrà la maggioranza e che quindi, in uno scenario di “coabitazione forzata”, sarà ancora più facile recitare il mantra del “avrei voluto, ma non me lo hanno fatto fare”.
Fabrizio Ghisellini
Economista
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE GLI AVEVA RISPOSTO SENZA CONDANNARE QUANTO AVEVA SCRITTO
Un leone da tastiera di fronte alla denuncia si fa agnellino e chiede scusa. Protagonista
della vicenda un utente di Facebook che nel maggio scorso, con un post infelice aveva creato qualche problema anche al presidente della Regione Giovanni Toti.
“Ma quando le rimpatriamo quelle bestie straniere?” scriveva sulla bacheca del governatore della Liguria il signor Benedetto Vallone
E il presidente Toti non si faceva pregare e rispondeva nello stile che piace molto ai sostenitori del metodo ruspa : “Appena andiamo al governo. Purtroppo la Regione non può far nulla in questo campo. Dipende dal ministero degli Interni a Roma”.
Erano seguite polemiche a non finire e accuse di razzismo. Toti aveva risposto così: “”Mai usato la dizione ‘bestie straniere’. Nel rispondere mi sono riferito a persone responsabili di reati particolarmente gravi. Il senso era chiarire che, in ogni caso, le competenze in materia sono governative non regionali”-
Aveva così preso le distanze ma senza condannare la frase di un probabilissimo elettore del centro destra
Chi non si era accontentato della risposta di Toti era stato il “Comitato per gli Immigrati e contro ogni forma di discriminazione” (che nei giorni scorsi ha visto il suo esposto portare alla condanna del sindaco di Alassio per un’ordinanza discriminatoria) che aveva presentato un esposto contro l’autore del commento
E nei giorni scorsi, per alleggerire la sua posizione Benedetto Vallone ha scritto una lettera al al giudice e al Comitato per chiedere scusa delle sue parole e promettere che non commetterà di nuovo quel tipo di errori.
Ma, per ora, il Comitato non si ferma e chiede un risarcimento simbolico in denaro “da versare all’Ospedale Evangelico per i bimbi piccoli ed alla Ceis di Enrico Costa” spiega la presidente del Comitato Aleksandra Matikj.
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
L’ARTICOLO RIGUARDAVA LA PRESUNTA TRATTATIVA STATO-MAFIA… FISSATA UNA PROVVISIONALE DI 150.000 EURO
Il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio è stato condannato dal Tribunale di Roma per diffamazione ai danni di tre magistrati siciliani per un articolo sull’assoluzione degli imputati del processo sulla latitanza e la mancata cattura di Bernardo Provenzano.
Lo rende noto all’agenzia di stampa ANSA Carlo Arnulfo, legale dei magistrati Mario Fontana, Wilma Mazzara e Annalisa Tesoriere.
Il Tribunale ha disposto una provvisionale di 150 mila euro, riferisce l’avvocato, “una cifra mai vista”, sostiene.
I tre formavano il collegio — IV Sezione Penale — che giudicò gli ex ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia nella persona del superboss e che vennero assolti.
Nell’articolo del 16 ottobre 2013 Travaglio scrisse tra l’altro “ora abbiamo anche la ‘cluster sentenza’ che non si limita a incenerire le accuse del processo in cui è stata emessa ma, già che c’è, si porta avanti e fulmina anche altri processi, possibilmente scomodi per il potere”. Travaglio si riferiva al processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, attualmente ancora in corso a Palermo, che sarebbe stato condizionato da quella sentenza.
Nell’editoriale, di cui si trova ancora copia integrale su Cinquantamila Corriere di Giorgio Dell’Arti si leggeva tra l’altro:
Poi finalmente, a pagina 846, i cluster giudici si ricordano dei loro imputati, cioè Mori e Obinu. E scrivono che sì, in effetti, evitare di catturare Provenzano due anni dopo aver evitato di perquisire il covo di Riina non fu una bella cosa. Anzi fu — con rispetto parlando — una “scelta operativa discutibile”, in cui “non mancano aspetti opachi”. Una “condotta attendista” che sarebbe “sufficiente a configurare in termini oggettivi il reato di favoreggiamento”. Ma — e qui casca l’asino — non in termini soggettivi, perchè “non è adeguatamente provato” che Mori l’abbia fatto “per salvaguardarne la latitanza”.
In effetti ci sono un sacco di spiegazioni alternative: la sbadataggine? l’amore a prima vista? la forza dell’abitudine? una zia malata? un attacco di labirintite? Del resto, quando la mafia iniziò a mettere le bombe, Mori avviò una trattativa con la mafia: e nessuno, si spera, vorrà negare “la meritevolezza delle finalità di evitare le stragi”.
Solo che la mafia le stragi le faceva apposta per trattare, dunque la trattativa ne produsse altre, e pazienza per le decine di morti ammazzati che non seppero cogliere la meritevolezza della finalità . Dev’essere per questo che Mori fu promosso comandante del Ros e poi del Sisde: per mettere il Paese in buone mani.
Ps. Ah, dimenticavo: gli asini volano.
La sentenza aprì anche una polemica tra il procuratore aggiunto Teresi e i tre giudici: Teresi non l’aveva presa bene, tanto che accusò i giudici di “aver scritto la sentenza di un altro processo”. Poi chiese scusa ai colleghi ma la sua accusa era stata troppo violenta.
E così i tre giudici del collegio (Mario Fontana, Wilma Angela Mazzara e Annalisa Tesoriere) hanno indirizzato una lettera a tutti i colleghi per rispondere.
L’8 giugno 2017 la Cassazione ha assolto in via definitiva Mori e Obinu. Il 19 maggio 2016 era arrivata la conferma della sentenza di assoluzione emessa in primo grado.
La provvisionale nei confronti di Marco Travaglio è altissima e decisamente inusuale in processi per diffamazione di questo tipo. Le motivazioni della sentenza forse ne spiegheranno nel dettaglio il motivo.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
A PROCESSO PER RICICLAGGIO MENTRE IL COGNATO E’ ANCORA A DUBAI, IN ATTESA DELLA DECISIONE SULL’ESTRADIZIONE
L’ultima campagna elettorale, nel 2013, l’affrontò da capolista del suo partito, Futuro e
libertà per l’Italia, senza però riuscire a superare la soglia minima di voti per entrare in Parlamento.
In quella appena cominciata Gianfranco Fini non sembra avere aspirazioni politiche, ma deve affrontare un problema più urgente e di altro genere: la richiesta di rinvio a giudizio notificatagli ieri dalla Procura di Roma per la vicenda che lo lega al «re delle slot machine» Francesco Corallo e alla compravendita della famosa casa di Montecarlo, ereditata dal Movimento sociale italiano (di cui fu l’ultimo segretario) e acquistata a «prezzo di favore» dalla sua compagna e dal cognato, Elisabetta e Giancarlo Tulliani, protetti da un paio di società off shore. Con i soldi di Corallo.
Insieme ai fratelli Tulliani e al padre dei due, Sergio, Fini è accusato di riciclaggio del denaro che Corallo avrebbe guadagnato illecitamente sottraendolo alle casse dello Stato quando ha ottenuto le concessioni pubbliche per i videogiochi (circa 200 milioni di euro); almeno per la parte che è finita nella disponibilità dei suoi familiari, calcolata dagli investigatori in oltre 4 milioni.
Secondo il procuratore aggiunto Michele Prestipino e il sostituto Barbara Sargenti che hanno coordinato l’indagine, infatti, i soldi venivano dai conti dell’imprenditore «con cui Gianfranco Fini aveva stretto intesa».
Alla base dei versamenti, quindi, ci sarebbe un accordo tra Fini e Corallo che risalirebbe al 2004, prima che i Tulliani entrassero nella vita dell’ex leader del Msi e di Alleanza nazionale.
Così ha raccontato un altro ex esponente di quei partiti, Amedeo Laboccetta, pure lui imputato nello stesso procedimento per associazione a delinquere e altri reati, che a differenza di Fini dopo la rottura con Berlusconi è rimasto fedele al leader di Forza Italia.
E gli inquirenti ritengono di aver trovato i necessari riscontri, compreso il fatto che intorno al «re delle slot» hanno gravitato nei primi anni 2000 diversi uomini di An a loro volta strettamente legati all’ex capo.
Di qui la convinzione dei pubblici ministeri e del giudice Simonetta D’Alessandro – che nel corso dell’inchiesta ha ordinato gli arresti di Corallo, Laboccetta e Giancarlo Tulliani, tuttora trattenuto a Dubai in attesa di estradizione – che Fini fosse il «protettore politico» di Corallo, il quale aveva bisogno di provvedimenti legislativi favorevoli allo sviluppo dei suoi affari, e che poi abbia addirittura utilizzato i Tulliani come «prestanome»; fino a ipotizzare di farli diventare soci dell’imprenditore.
L’ex leader di An (nonchè ex vice-presidente del Consiglio e ministro degli Esteri nei governi Berlusconi, ed ex presidente della Camera) nega tutto e ha già denunciato per calunnia Laboccetta. Che lo accuserebbe, nella sua interpretazione, «per chiari ed evidenti motivi di livore e contrasto politico».
Ma nonostante Fini si sia presentato per due volte davanti ai pm per rispondere alle contestazioni, non è riuscito a convincerli delle proprie ragioni.
Neanche quando, nell’ultimo interrogatorio del 16 novembre scorso, ha dovuto ammettere consapevolezze e reticenze del passato sull’affare della casa di Montecarlo, comprata e rivenduta nel giro di poco tempo (dopo essere stata residenza di Giancarlo) con un guadagno netto di almeno un milione di euro.
«Quando ho appreso, dalle indagini, che Elisabetta aveva ottenuto la metà del ricavato della vendita ovviamente mi sono molto dispiaciuto e arrabbiato – ha spiegato Fini, assistito dall’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, difensore anche di Elisabetta Tulliani che finora non ha risposto alle domande dei magistrati –. Lei mi ha confessato solo recentemente che, insieme a Giancarlo, nel 2008, avevano deciso di comprare quell’appartamento, e che, per evitare che la proprietà fosse di pubblico dominio, il fratello aveva appositamente costituito le società off shore Timara e Printemps… Non l’ho riferito nel primo interrogatorio di aprile per timore delle ripercussioni laceranti che tali affermazioni avrebbero potuto causare nel mio ambito familiare, soprattutto con riferimento alle mie figlie. Oggi però sono convinto che per affermare la mia onorabilità devo prescindere dalle mie vicende familiari, per quanto dolorose. Chiesi spiegazioni a a Elisabetta, mi disse che non sapeva da dove provenisse il danaro impiegato, mi ha riferito che di tutto si era occupato il fratello Giancarlo. Se io avessi avuto, nel 2008, il minimo sospetto che dietro le società off shore ci fossero stati i due fratelli Tulliani, mai avrei autorizzato la vendita».
Non è bastato, e ora è arrivata la richiesta di mandarlo sotto processo, che sarà valutata dal giudice dell’udienza preliminare.
Con Elisabetta e Giancarlo Tulliani, assistito dall’avvocato Nicola Madia, l’ex leader risponde anche di autoriciclaggio per il reimpiego dei soldi ricavati dalla vendita della casa di Montecarlo.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 23rd, 2018 Riccardo Fucile
NESSUN CONTO CON SPECIFICHE, NESSUN SCONTRINO FISCALE, PAGAMENTO CON CARTA DI CREDITO
Hanno formalizzato la denuncia nella caserma della Guardia di Finanza di Bologna, città dove risiedono per studiare, i quattro giovani turisti giapponesi che in dicembre hanno pagato 1.100 euro per un pranzo a Venezia.
Il maxi-conto è stato pagato dai giovani, studenti di cucina e ospiti in Italia all’osteria Da Luca vicina a piazza San Marco per quattro bistecche (in realtà si trattava di quattro fiorentine da 400 grammi), una frittura mista di pesce, acqua e servizio.
Il comando della Polizia municipale di Venezia ha convocato Marco Gasparinetti, il portavoce della piattaforma civica «Gruppo 25 Aprile», il primo a rendere nota la vicenda.
Il ristorante non avrebbe emesso lo scontrino fiscale, i ragazzi come prova hanno solo il tagliandino stampato dopo aver pagato il conto con la carta di credito.
Per questo motivo i giovani hanno presentato alle Fiamme gialle non una denuncia per truffa, ma un esposto sul pagamento, ipotizzando la violazione fiscale per il mancato rilascio dello scontrino.
La ricostruzione
Secondo la denuncia presentata a Bologna, gli studenti, liberi da impegni scolastici, alle 12 sono entrati nel locale e hanno ordinato una fiorentina a testa (il menù citava il peso della carne, circa 400 grammi) e una frittura mista di pesce da condividere.
I giovani hanno precisato che prima dell’arrivo dei piatti, per due volte il cameriere ha versato un calice di vino senza che fosse stato ordinato.
Alla richiesta del conto, lo stesso cameriere avrebbe fatto la somma con una calcolatrice portatile, mostrando l’importo finale ai commensali.
Il commento dell’Ascom
«L’episodio non dà certo una bella immagine di Venezia e dei suoi ristoranti». Lo dice il presidente del settore turismo dell’Ascom Giuseppe Galardi, sottolineando che «per fortuna però, questo come altri, sono casi isolati perchè l’offerta della città è ben altro, e il cliente generalmente viene rispettato».
«Come Ascom Venezia – spiega – sono anni che ci impegniamo nel far proporre servizi di qualità da parte dei nostri associati, facendo seguire un codice etico e organizzando corsi di formazione. Mi pare che in questo caso il ristorante sia svincolato da qualsiasi associazione di categoria e questo è il risultato».
La proposta
Il presidente Ascom Venezia Roberto Magliocco lancia una proposta: «Perchè non creare un marchio legato al codice etico con il patrocinio dell’amministrazione comunale? L’operatore che dovesse aderire all’iniziativa riceverebbe una vetrofania da esporre nel proprio locale così da essere riconoscibile e far sentire il turista tutelato».
(da “Il Corriere della Sera”)
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