Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
IL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE COMPIE 40 ANNI, SEMPRE PIU’ AGGREDITO DA TAGLI E PRIVATIZZAZIONI… MENTRE LE LISTE DI ATTESA SI ALLUNGANO, I GIOVANI MEDICI VENGONO SOTTOPAGATI E GLI INFERMIERI COSTRETTI A TURNI DI 16 ORE
Quella mattina del 24 agosto Giuseppe Teori, ortopedico all’ospedale San Camillo de Lellis
di Rieti, se la ricorda benissimo, anche se ha perso il conto dei volti scioccati che gli sono passati davanti.
Su 240 barelle allineate c’erano i corpi martoriati degli abitanti di Amatrice. Lesioni, ferite di ogni tipo, fratture da schiacciamento.
Nella notte, mentre dormivano, la terra aveva tremato e le case erano crollate su di loro. «È stato un miracolo», racconta l’ortopedico.
Già , ma il miracolo l’hanno fatto soprattutto i 400 giovani medici accorsi da tutte le province del Lazio per salvare vite umane: «Molti di loro li conosco, è gente che da 16 anni tira avanti con un contratto a termine, sono giovani che prendono 100 euro per una guardia medica notturna o si accontentano di 20 euro e una pizza per fare il medico alla partita di pallone».
E un altro miracolo, quel giorno, l’hanno fatto i macchinari dell’ospedale che una volta tanto non si sono inceppati, nonostante vent’anni di carriera e rattoppi continui, che spesso obbligano il dottore a ripetere più volte gli esami.
Quella dell’estate 2016 è stata una situazione straordinaria, estrema, in cui il Sistema sanitario nazionale ha dimostrato di essere all’altezza di una catastrofe.
Ma poi ci sono poi i miracoli ordinari, nelle corsie d’Italia.
Quelli che si fanno tutti i giorni da dieci anni, da quando è cominciato il mantra dei tagli: meno 70 mila posti letto, meno diecimila professionisti, meno 175 ospedali.
Giovani medici precari, macchinari nell’83 per cento dei casi obsoleti. E vecchi primari: il 52 per cento dei camici bianchi ha più di 55 anni, record europeo.
Nel 2018 il Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni. Fu istituito nel ’78 (Tina Anselmi ministro della Sanità ) con il compito non solo di curare la malattia, ma anche di prevenirla e di educare i cittadini alla salute.
Un compleanno poco allegro. perchè proprio quest’anno, per la prima volta in assoluto, l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme sulla sostenibilità del modello italiano.
La spesa sul Pil cala
Stando ai dati pubblicati dal Consiglio dei ministri nel Documento di economia e finanza, nel 2018 il rapporto tra la spesa sanitaria e la ricchezza prodotta nel Paese, cioè il Pil, scenderà a quota 6,5 per cento, soglia limite indicata dall’Oms.
Sotto, non è più possibile garantire un’assistenza di qualità e neppure l’accesso alle cure, con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita.
L’emergenza continuerà nel 2019, quando si scenderà al 6,4 per cento, per poi sprofondare al 6,3 nel 2020. «Fino al 2015 i tagli sembravano giustificati dalla crisi economica, ma anche adesso che abbiamo imboccato la ripresa il definanziamento è inarrestabile», dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dove da anni si studia con analisi e report la sanità italiana
Impietosa è la fotografia scattata dal Cergas, il centro studi dell’Università Bocconi di Milano, che ogni anno tasta il polso alla salute nel nostro Paese.
«Il nostro è il sistema che costa meno in assoluto: con pochi soldi riusciamo ad avere livelli qualitativi di cure intensive simili a Francia e Germania. Ma stiamo ponendo una pesante ipoteca sul futuro, perchè manca tutto il resto. Dopo l’ospedale, non c’è assistenza per gli anziani non autosufficienti, che oggi sono 2,8 milioni e tra 10 anni saranno 3 e mezzo. Non avendo altro posto dove stare, il 60 per cento di quelle persone continua a entrare e uscire dagli ospedali, ingolfandoli. E il carico dell’invecchiamento è sulle spalle delle famiglie, che non possono reggere oltre», spiega Francesco Longo, direttore del Cergas
Liste d’attesa fuori controllo
Un segno tangibile dell’affanno del sistema sono le liste d’attesa fuori controllo. Qualche esempio? Tre mesi e mezzo per una visita oculistica a Milano, quasi quattro per una mammografia al Sud, dicono i numeri di Cittadinanza Attiva. Il risultato è che molti italiani “consumano meno sanità ”, cioè spesso rinunciano: alle analisi, alla prevenzione, alle terapie. Dice l’Istat che il 6,5 per cento della popolazione ritarda o non si cura più.
Eppure qualcuno ce l’ha fatta ad affrontare il problema delle liste.
Come l’Emilia Romagna, che ha usato la strategia del bastone e della carota. La carota sono i 15 milioni l’anno di incentivi alle aziende sanitarie virtuose; il bastone è stata la minaccia di licenziare i dirigenti incapaci di risolvere l’emergenza entro 18 mesi.
In più la regione si è dotata di un software che settimanalmente monitora il servizio in ogni struttura. «Siamo disposti a regalare il nostro modello alle altre regioni», dice Antonio Brambilla, responsabile sanità dell’Emilia. Chissà chi accetterà la sfida. Per ora solo il Lazio si è messo in scia.
L’Emilia ha anche messo una spada di Damocle sui reparti che funzionano peggio, minacciando la sospensione della libera professione fino a che non si riducono le liste d’attesa.
Già , perchè la metà dei medici del Servizio sanitario nazionale ha l’abitudine di tenere il piede in due scarpe, metà giornata lavora nel pubblico, l’altra nel privato. Tutto legale, ci mancherebbe. Ma discriminante socialmente: i benestanti possono avere diagnosi e terapie molto prima di chi benestante non è.
La correlazione fra libera professione dei medici e liste d’attesa è un tema su cui si sofferma anche Raffaele Cantone, il capo dell’Anac, l’agenzia nazionale contro la corruzione: «La sanità è ai primi posti per il rischio corruzione e le liste d’attesa ne sono uno snodo importante, perchè rappresentano uno degli strumenti attraverso cui si verifica lo sviamento dal pubblico. È legittimo che un cittadino scelga il sistema privato, ma quando quest’ultimo diventa di fatto obbligatorio, allora è certamente un fatto illecito. Servono regole più chiare», avverte Cantone.
Del resto le cifre parlano da sole: le liste d’attesa hanno fatto impennare la spesa privata per la salute, le famiglie sono arrivate a sborsare – di tasca propria o tramite una mutua privata – oltre 35 miliardi.
Eppure l’ultima classifica Bloomberg colloca la sanità italiana al terzo posto al mondo per efficacia: «Succede perchè l’ente americano mette in relazione l’aspettativa di vita con i soldi spesi per la salute. E visto che gli italiani, per vari motivi, sono particolarmente longevi, la contestuale riduzione del finanziamento ci fa conquistare il podio», spiega Cartabellotta.
Che mostra invece il dato più puntuale (e drammatico) dell’Euro Index Consumer Health: qui l’Italia è al ventiduesimo posto su 35 paesi, ma soprattutto è crollata di 11 posizioni in dieci anni.
Uno dei nostri beni più preziosi, in termini di welfare, si sta sgretolando. Aggiunge Cartabellotta: «L’indice più accurato per valutare l’efficacia del sistema sanitario è la cosiddetta “aspettativa di vita in buona salute”, per la quale siamo al di sotto della media europea. Insomma viviamo sì a lungo, ma peggio che altrove».
La vergogna dei doppi turni
Intanto i sindacati di medici e infermieri hanno deciso di entrare in “stato d’agitazione” dal 22 gennaio, preannunciando disagi negli ospedali pubblici. La protesta, dicono, è l’unico modo per attirare l’attenzione dei politici, tutti presi dalla campagna elettorale. «Il diritto alla salute è già stato tolto. E i politici hanno il dovere di dirci quale modello di sanità intendono dare agli italiani», dice Costantino Troise, segretario dell’Anaao, il maggior sindacato dei medici.
Anche il ministro uscente della Salute, Beatrice Lorenzin, è in campagna elettorale con il suo nuovo partito, Civica Popolare, per il quale ha lanciato lo slogan «nido gratis per tutti». Ma secondo Troise la sua gestione della sanità non merita la sufficienza: «Sono state fatte anche cose positive, non lo nego. Ad esempio l’Italia è fra i pochi paesi a garantire i costosi farmaci per la cura dell’epatite C. Ma questa è anche la legislatura che ha accentuato più di tutte il definanziamento del servizio sanitario. Forse perchè è il ministero dell’Economia a decidere tutto?», si domanda Troise.
E snocciola i dati: nel 2013 la quota di spesa pubblica era del 7,1 per cento sul Pil, nel 2018 è scivolata al 6,5. «Francia e Germania spendono il 30 per cento più di noi», incalza il sindacalista dei medici.
I dottori chiedono anche più soldi (i loro salari sono fermi da dieci anni) e lo sblocco del turnover, che consentirebbe l’ingresso di nuovo personale negli ospedali.
Legittimo, ma il rapporto Cergas dice che l’emergenza più grave è un’altra: mentre il numero dei medici è pressochè in linea con quello della Germania e della media europea, sul fronte degli infermieri andiamo malissimo: ci sono 5,4 unità ogni mille abitanti contro i 9 della media Ocse, i 10,2 della Germania, i 18 della Svizzera.
E in Italia quelli in servizio, sia per far quadrare i conti famigliari (guadagnano 1.200 euro al mese o meno) sia per non lasciare i reparti scoperti, sono spesso costretti a doppi turni, fino a 16 ore consecutive: con un inevitabile crollo d’ attenzione e di cura per i pazienti e con un massacro per loro.
All’inizio di gennaio, ad esempio, un’infermiera di 66 anni dell’ospedale di Anzio ha dovuto fare un doppio turno al termine del quale è caduta a terra colpita da un’emorragia cerebrale. Come – o peggio – che in un film di Ken Loach.
Anche per i posti letto in Italia siamo molto indietro: 3 ogni mille abitanti contro i 4 della media Ocse e gli 8,1 della Germania.
«In Italia un medico costa come tre infermieri. Forse bisognerebbe puntare su questi ultimi, ma una svolta di questo tipo, in Italia, non è facile da mettere in atto», dice il professor Longo della Bocconi.
L’altra emergenza sono i giovani.
Spiega Andrea Filippi della Cgil medici che il calvario della precarietà è iniziato nel 2001, quando sono comparsi i primi contratti a termine. Oggi ci sono 12 mila specialisti con rinnovo annuale e una paga base di circa 80 euro al giorno. Gli anni di attesa per una stabilizzazione sono 15.
Dalle regioni al collasso, tipo la Campania e la Calabria, i giovani fuggono e cercano lavoro al nord. Come ha fatto Chiara (nome di fantasia necessario per garantirle il suo posto da medico precario), napoletana, emigrata in terra comasca: «Ho provato a cercare lavoro a Capua, dove riuscivo a guadagnare 100 euro netti ogni dodici ore di turno in guardia medica, meno di una colf. Poi sono venuta in Brianza: qui ho un contratto di sostituzione in guardia medica e prendo 240 euro per 12 ore di turno notturno, sempre con partita Iva. Ma non basta per arrivare alla fine del mese, così nelle altre notti lavoro all’Humanitas, un ospedale privato di Milano che mi paga 14 euro netti all’ora».
Ma per i medici la discesa verso gli inferi del precariato è ancora lunga e dal girone del cottimo si passa a quello del caporalato.
Così lo definisce Alessandro Vergallo, presidente dei medici anestesisti e rianimatori, che ha inviato una serie di segnalazioni al ministero indicando i nomi delle cooperative che, in regime di subappalto, gestiscono interi reparti di ospedali pubblici e cercano urgentemente medici.
Succede a Caorle e Bibione, dove la cooperativa Cssa cerca medici «per il weekend nei punti di primo intervento».
Succede al San Camillo di Roma e all’ospedale di Cervia dove la Medical Line Consulting cerca specialisti per poterli inserire «all’interno di alcuni di questi progetti lavorativi», come recita l’annuncio.
Accade a Pieve di Coriano (Mantova), dove la Medical Service Assistance ricerca «collaboratori per il presidio ospedaliero, da inserire in sala operatoria».
Vergallo sostiene che l’assunzione di medici attraverso coop è diventata una prassi, avallata dalla patologica carenza di personale: «Un fenomeno che fior di commissari e direttori generali nominati dalla politica non sono stati in grado di prevedere. La situazione è drammatica, ma non per questo bisogna tappare i buchi in modo illegale», dice Vergallo.
Camici bianchi in fuga
In fondo alla catena sanitaria, gli ultimi sono i medici neolaureati e gli specializzandi. Il sistema formativo permette a un solo medico laureato su due di accedere al percorso di specializzazione.
Quest’anno per 6.676 contratti di specialistica, si sono presentati in 15 mila, dicono da Federspecializzandi. Sono rimasti appiedati ottomila neolaureati, costati allo Stato 24 mila euro ciascuno per la formazione. Ed è probabile che molti prenderanno la via dell’estero, e che saranno ben accolti da Inghilterra, Germania e Francia.
Chi invece resta in Italia per la specializzazione si fa carico di grossissime responsabilità . Carte alla mano, il sindacato dei medici anestesisti mostra come alle volte nelle sale operatorie di Borgo Trento e nell’azienda ospedaliera universitaria integrata di Padova l’unico anestesista presente sia in realtà un giovane specializzando, che in teoria dovrebbe essere affiancato da un anestesista vero.
Idem nelle sale rianimazione post operatorie. «Per far fronte all’assenza di anestesisti, in una sala operatoria interviene lo specializzando che si registra con la sigla Mif, “medico in formazione”.
In un’altra sta l’anestesista, che fa da tutor e, in caso di urgenza, dovrebbe correre ad aiutare il giovane», racconta Vergallo. È sempre filato tutto liscio, tranne una volta. Era il 2008 e un giovane anestesista, lasciato solo in sala rianimazione, sbagliò una manovra. Il paziente morì. Il giovane fu accusato di omicidio colposo.
Il miracolo, quella volta, non ci fu.
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
A DAVOS LA CANCELLIERA SI SCAGLIA CONTRO “IL PROTEZIONISMO E L’ISOLAZIONISMO” DEGLI USA
“Oggi, 100 anni dopo la catastrofe della Grande Guerra, dobbiamo chiederci se abbiamo davvero imparato la lezione della storia, e a me pare di no. L’unica risposta è la cooperazione e il multilateralismo”.
È Angela Merkel, alla vigilia dell’arrivo di Donald Trump a Davos, la prima leader europea a puntare il dito contro il protezionismo e l’isolazionismo caldeggiati dal presidente americano.
Nel pomeriggio parleranno anche il presidente francese Emmauel Macron e il premier italiano Paolo Gentiloni, che faranno interventi a favore della globalizzazione e del multilateralismo.
Secondo Merkel, si deve andare verso “la creazione di un mercato unico digitale”, dove “i dati vanno condivisi per dare prosperità a tutti”.
“Il protezionismo – ha scandito la cancelliera – non è la risposta” alle crisi che vive l’economia mondiale. Di fronte alla mancanza di reciprocità , ha spiegato Merkel, “dobbiamo trovare risposte multilaterali”, non seguire un percorso unilaterale “che porta all’isolamento”.
“Chiuderci, isolarci, non ci condurrà verso un futuro sereno”. Merkel ha successivamente indicato l’esempio della cooperazione con l’Africa e degli accordi con la Turchia sull’emergenza migranti per affermare un rifiuto delle politiche isolazioniste e dei “muri” avanzate dagli Stati Uniti sotto la guida di Trump.
Merkel ha auspicato “un’Unione europea sempre più integrata”, attribuendo al giovane presidente francese un ruolo centrale. Il progetto europeo – ha detto la cancelliera – è “chiaramente incoraggiato dall’elezione del presidente francese Emmanuel Macron, che ha dato all’Unione nuovo impeto che ci rafforzerà “.
Sul fronte dei Big Data, Merkel ha chiesto una svolta europea. “Siamo sotto pressione da parte delle grandi società statunitensi che accedono a un’enorme mole di dati. Chi controlla questi dati? […]. Gli europei non hanno ancora deciso come gestire questo problema, il pericolo è che ci muoviamo troppo tardi”.
Contro il protezionismo del presidente Usa si è espresso, un’intervista a Cnbc, anche il premier Gentiloni. “Rispetto totalmente il fatto che” Trump “sia stato eletto con l’idea di mettere l”America first’ e che stia cercando di andare in quella direzione. Ma, come europei e italiani, dobbiamo evidenziare il fatto che rispettare e proteggere gli interessi dei cittadini statunitensi, che è corretto, non può significare che noi mettiamo in discussione l’intelaiatura delle nostre relazioni commerciali – ad esempio – che si sono rivelati estremamente utili per la crescita”.
Il dibattito è aperto, ha aggiunto il presidente del Consiglio, ma “la base della discussione dovrebbe continuare a essere il sostegno all’apertura, al libero commercio, agli accordi e non al protezionismo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
GRILLINI AL 28%, CENTROSINISTRA AL 27%, LEU 6%… FORZA ITALIA QUATTRO PUNTI AVANTI ALLA LEGA
Anche le ultime rilevazioni dei sondaggi per le elezioni politiche 2018 danno una
situazione di sostanziale stabilità , dove il consenso tra centrosinistra e centrodestra è sostanzialmente stabile mentre è in lievissima crescita quello del MoVimento 5 Stelle; a sei settimane dal voto il distacco tra il centrodestra e gli altri appare incolmabile e potrebbe essere anche destinato ad allargarsi.
Il sondaggio EMG Acqua pubblicato oggi dal Giornale dà in crescita i grillini dello 0,2% mentre il centrodestra è a +0.1% e il centrosinistra a +0,2%.
Anche la rilevazione dell’Istituto Noto per Cartabianca dà numeri molto simili, a parte una lieve crescita del MoVimento 5 Stelle che rimane comunque nove punti percentuali sotto il centrodestra ma in questo sondaggio è sopra il centrosinistra unito.
Stabile anche Liberi e Uguali
Da segnalare anche i risultati delle due coalizioni, che vedono ancora, nel caso del centrodestra, Forza Italia come primo partito e la Lega come secondo: molto staccata è Fratelli d’Italia. La competizione interna al centrodestra è importante perchè chi vincerà tra i due potrà decidere il nome del presidente del Consiglio (e Salvini oggi ha aggiunto: anche quello del ministro dell’Economia).
Nel centrosinistra l’apporto di Bonino e Lorenzin si attesta sotto il 3% che sarebbe stato la soglia del proporzionale , i Verdi e i Socialisti sono ancora più in basso.
Rispetto al 2013, quando la grande cavalcata di Grillo toccò tutte le città italiane e le finanziarie di Monti collegate con gli scandali dei consigli regionali portarono acqua al mulino dei grillini, questa volta il MoVimento 5 Stelle non sembra riuscire a prendere il via con i ritmi necessari a ottenere il risultato che hanno fissato.
Il centrosinistra non ha speranze. Il centrodestra invece è ancora lontano dalla maggioranza in una delle due Camere, cosa che certificherebbe la sua vittoria.
Ma ci sono ancora sei settimane per riuscire a guadagnare altri voti.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
CHI VUOLE CINQUE COLLEGI, CHI SI ACCONTENTA DI UNO… IL TIMORE DEI CANDIDATI: “QUI RISCHIAMO UN FLOP”
“Che ti devo dire? Che siamo in alto mare, ecco. E che non ci stiamo capendo più nulla neanche noi”. A parlare è un candidato di Forza Italia al consiglio regionale del Lazio.
Dalle parti di Fratelli d’Italia la musica è più o meno la stessa.
Il timore, neanche troppo nascosto, è che veti e liti tra i tre leader nazionali per la scelta del candidato presidente per le Regionali stiano lentamente trasformando la contesa per il Lazio in una corsa a perdere.
E “se si perde i posti in consiglio per noi sono meno”, dice candidamente un esponente del partito della Meloni.
“Siamo bloccati. Non abbiamo stampato neanche il materiale elettorale perchè non sapendo chi appoggiare rischiamo di scrivere un nome per un altro. Abbiamo aperto i comitati, ma oltre alle nostre facce non possiamo indicare nessun presidente. E’ chiaro che così partiamo azzoppati e perdiamo quasi sicuramente, anche se Pirozzi ci facesse il favore di ritirarsi”.
E se la sconfitta è messa nelle ipotesi, la debaclè totale, con addirittura un arretramento numerico rispetto ai seggi del 2013, potrebbe diventare un bagno di sangue, anche economico.
Già , ma chi ci sta a correre per la presidenza sapendo già di perdere?
Posta l’ormai appurata indisponibilità di Pirozzi a ritirarsi, il candidato presidente dovrà accettare di correre azzoppato, mettendo in conto un meno 10, 15 per cento dei voti, quelli che appunto la “Lista dello Scarpone” rosicchierebbe al centrodestra soprattutto.
Non ci sta a fare il frontman di un centrodestra “sbriciolato”, Maurizio Gasparri.
Il nome buono sembrava essere quello di Stefano Parisi. Già candidato sindaco a Milano e leader di Energie per l’Italia, è stato messo in corsa da Ignazio La Russa, uno dei padri nobili di fratelli d Italia.
E Parisi, 62 anni romano di nascita ma milanese d’adozione, avrebbe detto anche sì, ma con delle condizioni: 4/5 collegi sicuri per lui e per i suoi nella corsa al Parlamento.
Il centrodestra avrebbe risposto picche e da qui, come il gioco (al massacro) dell’oca, la necessità di tornare indietro e di ripartire con la caccia.
Con Parisi oggi si farà un nuovo tentativo. Alternativa sempre buona è Gennaro Sangiuliano, giornalista del Tg1 che piace a Fratelli d’Italia e a Forza Italia.
Per convincerlo a fare il candidato (a perdere) potrebbe essere messa sul tavolo l’ipotesi paracadute di un collegio in Parlamento.
Resta esclusa, per ora, l’ipotesi di una convergenza su Pirozzi che avrebbe anche il placet di Salvini, ma ha anche il veto forte di Meloni e Berlusconi. Veto che il leader leghista ha fatto poi scendere sul candidato della Meloni, Fabio Rampelli.
(da “Roma Today”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
LA CORTE EUROPEA: “DEVONO PAGARE I PRODUTTORI, NON I CITTADINI”… LE PENALITA’ DOVEVA PAGARLE I LADRONI PADANI RESPONSABILI NON ESSERE ADDEBITATE A TUTTI GLI ITALIANI
Adesso è ufficiale: sulle quote latte l’Italia ha violato le norme comunitarie. 
E’ inadempiente, e deve mettersi in regole.
Le penalità per l’eccesso di produzione tra il 1995 e il 2009 sono state fatte pagare a tutti gli italiani e non ai singoli responsabili, come richiesto dalle normative dell’Unione europea.
La Corte di giustizia dell’Ue ha accertato l’irregolarità italiana, e chiesto esplicitamente che il costo dello sforamento delle quote «sia effettivamente imputato ai produttori che hanno contribuito a ciascun superamento del livello consentito di produzione».
Non sarà facile, perchè dal 1995 a oggi molti allevatori sono usciti dal mercato, e rivalersi su di loro potrebbe risultare impossibile.
Ma l’Italia deve sanare la situazione, o la Commissione nei prossimi mesi potrà avviare una nuova causa con cui chiedere multe.
All’Italia non si contesta il pagamento delle penalità , ma il modo in cui sono state versate all’Unione.
La Commissione critica il mancato recupero di 1,3 miliardi di euro, cifra che le autorità nazionali hanno pagato all’Ue, ma senza procedere al successivo recupero a livello locale. I giudici di Lussemburgo riconoscono le ragioni dell’esecutivo comunitario: l’Italia non ha applicato il principio per cui «paga chi sbaglia».
Ciò è frutto dell’assenza di un sistema che assicuri la riscossione.
Dalla Corte di giustizia dell’Ue viene rimproverato «il non avere predisposto, in un lungo arco temporale (oltre 12 anni), i mezzi legislativi ed amministrativi idonei ad assicurare il regolare recupero del prelievo supplementare dai produttori responsabili della sovrapproduzione».
Non è vero quindi che l’Italia ha risolto la questione delle quote latte, come pure assicurò Luca Zaia nel 2009, quando ricopriva l’incarico di ministro per le Politiche agricole.
E’ vero che a partire dall’1 gennaio di quell’anno l’Italia ottenne dall’Ue la fine del regime delle quote latte per l’Italia, ma non venne affrontato il nodo degli «splafonatori», come riconosciuto dai giudici di Lussemburgo.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
ESCLUSO DALLE LISTE DI FORZA ITALIA: “CI VORREBBE UN PO’ DI EDUCAZIONE”
Antonio Razzi ha appena scoperto che Forza Italia, inopinatamente, ha deciso di non ricandidarlo nonostante sia il parlamentare nettamente più rappresentativo della filosofia del partito. In un’intervista rilasciata a Repubblica allora lui si sfoga ricordando i suoi molti meriti, tra cui quello di aver riunito le due Coree:
Nessuna spiegazione?
«Ci vorrebbe un po’ di educazione. Ho lavorato per il bene del partito, per il bene degli italiani…»
Se lo dice lei…
«E non ho fatto uno sbaglio. Ho rappresentato come nessun altro il partito all’estero. Silvio Berlusconi! Alla grande l’ho rappresentato».
Quindi non se l’aspettava?
«Mi sento ancora in forma, avrei potuto dare ancora tanto. Silvio mi diceva sempre “questa è la tua famiglia”. Però, dico io, in famiglia non ci si comporta così».
I parlamentari di Forza Italia sono stati convocati per firmare l’accettazione della candidatura. E lei non c’era…
«Non so nemmeno se è stata una decisione di Berlusconi, o di una delle sue pedine. Ma lui sa che la gente mi acclama, “Antonio di qua, Antonio di là ”, da Nord a Sud è tutta una ola. In Abruzzo mi dicono “meno male che ci sei tu che porti il nome della nostra terra nel mondo”».
Gli porterà rancore?
«No, quello mai».
Dieci anni in Parlamento. Qual è la cosa di cui è più fiero?
«L’amicizia con Kim Jong-Un. Ha visto che gli atleti delle due Coree sfileranno insieme alle Olimpiadi? Beh, a quel dialogo modestamente ho contributo pure io…».
Ora non esageri…
«I giocatori coreani venuti in Italia, alla Fiorentina, al Cagliari: ho avuto un ruolo pure lì…».
Mondo birbone!
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
SCOMPARSA DALLA SCENA, E’ PRONTA AL RITORNO… CANDIDATA A BOLZANO CONTRO LA BIANCOFIORE
Chi l’ha vista? Maria Elena Boschi dal 14 dicembre, giorno del letale confronto tv con
Marco Travaglio, è scomparsa dalle ribalte mediatiche, ma anche dalle piazze e dai giornali patinati.
Ordine di scuderia, arrivato dal Nazareno, valido almeno fino a che non si sia sciolto il rebus dei collegi. Perchè scegliere quello adatto per «Meb» non è cosa facile.
E non sarebbe stato facile nemmeno proteggerla (e nasconderla) nel listino proporzionale quando tutti i ministri si misureranno in collegi uninominali. Tanto che in queste ore si è deciso di darle un collegio.
Certo lei non è formalmente un ministro, solo un sottosegretario, ma usare questo distinguo per spiegare una sua esclusione dalla «gara» sarebbe stata una missione complicata.
Per questo sembra definitiva la scelta di un collegio uninominale a Bolzano dove si scontrerebbe con Michaela Biancofiore.
In ballo c’era anche il collegio di Firenze 2 per la Camera. Sarebbero tre o quattro invece le regioni dove candidarla anche nei listini proporzionali e tra queste sempre il Trentino Alto Adige, che offre le maggiori garanzie per l’accordo con la Svp.
Su tutto aleggia anche l’incognita della relazione finale della commissione Banche, che dovrebbe arrivare a fine mese e che potrebbe suscitare altre polemiche.
Altro motivo per rimanere in ombra, almeno per ora. Il destino di Maria Elena è dunque appeso a un solo filo, anche se d’acciaio, tirato da Renzi che non vuole abbandonarla anche per evitare di indebolire se stesso.
Non cambia per lei la parola d’ordine: low profile. La scelta di non farle saltare questo giro in Parlamento, in attesa di tempi più prosperi, continua a non piacere a un pezzo del partito che vede nel caso Etruria-Boschi una fonte inesauribile di guai e di emorragia di voti.
Una leva potente per gli avversari, a cominciare dal Movimento 5 Stelle, che con Di Maio inizia la campagna elettorale proprio ad Arezzo. Dove il sindaco ha annunciato di voler fare causa ai Boschi per danno di immagine.
Insomma tempi duri, ma lei non si piega anche se ha accettato di prendersi una pausa dalla ribalta come le hanno caldamente consigliato Renzi e Gentiloni, soprattutto dopo l’effetto boomerang che ha avuto lo scontro con Travaglio in tv chiesto proprio da Meb.
E in questa «pausa» forzata Maria Elena Boschi prepara il suo ritorno.
Una volta sciolto il nodo della candidatura dovrà tornare a farsi vedere.
Il tentativo è quello di togliersi le vesti della potente «preferita» per indossare quelli della paladina delle cause femminili, rispolverando la sua delega per le pari opportunità . «Perchè mi dovrebbero votare? Per esempio per quello che ho fatto per le donne», disse proprio nel suo ultimo intervento in tv.
E sembra questa la strada per ricostruirsi l’immagine, lontano dalle riforme istituzionali, lontano dalle banche, su un terreno sicuramente meno accidentato. E non è certo un caso che Lucia Annibali, la donna sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, voluta da lei come suo consigliere giuridico, sia una delle candidate Pd.
Lucia Annibali che ha attaccato Marco Travaglio per avere usato il termine «acido» in un suo pezzo sulla fine della legislatura.
E basta aprire la pagina Facebook di «Meb» per accorgersi del cambiamento. I suoi post sono fino ad adesso l’unica prova dell’esistenza politica della Boschi.
Parlano di disparità di salari tra uomini e donne, ma anche di parità di trattamento fra persone di religione diversa in occasione della giornata della Memoria. L’operazione «nuova immagine» è cominciata.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
“IL NOSTRO FOCUS E’ UN ALTRO, SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE”
La Casaleggio Associati non si occupera più del Movimento 5 Stelle.
A dirlo è Luca Eleuteri, socio fondatore e braccio destro di Davide Casaleggio, in un’intervista al Corriere della Sera, spiegando che “stiamo spostando il nostro focus dal settore dell’editoria digitale a quelli dell’intelligenza artificiale, dell’Internet delle cose e dell’integrazione fra punti fisici e punti digitali”.
Non c’è spazio per M5S nell’attività aziendale:
“È esattamente così. E ci tengo a sottolinearlo. Spero che con questo chiarimento d’ora in poi le forze politiche e i giornalisti la smettano di dire che la Casaleggio Associati si occupa ancora del Movimento. il primo grande passo è stato fatto quando Gianroberto ha donato la nostra creatura Rousseau all’omonima Associazione. E ora c’è la separazione definitiva, con la consegna del brand beppegrillo.it e i social media da milioni di utenti a Beppe Grillo. Il tutto senza prendere un euro. Non so quante società lo avrebbero fatto: il nostro è un gesto di amicizia” […] “L’Associazione Rousseau sta cercando una sua nuova sede. Il simbolo è a uso esclusivo dell’Associazione Rousseau, era stato registrato dalla Casaleggio Associati solo perchè all’epoca l’Associazione non esisteva, ma è giusto che passi di mano”.
Eleuteri parla della separazione da Beppe Grillo come una naturale “evoluzione” di un processo avviato da tempo, ma “i rapporti sono ottimi”. Un processo slegato dall’appuntamento elettorale.
“Il blog ha intrapreso dei cambiamenti rispetto a come è nato. Il blog è stato il cuore pulsante di un’avventura fantastica che abbiamo vissuto insieme anche come società , ma già nel 2016 con il blog delle Stelle aveva lasciato molto spazio alle questioni del Movimento riducendo quelle del Grillo artista. Ed ora Beppe recupera quella parte di sè”.
Per quanto riguarda il ruolo di Davide Casaleggio dentro M5S, Eleuteri spiega che le cose sono semplici:
“Nel tempo libero Davide presta le sue competenze a titolo gratuito all’Associazione Rousseau. Siamo abituati come imprenditori a inseguire i sogni e capiamo la sua passione”.
Il manager smentisce poi come “assolute falsità ” le asserzioni secondo cui la Casaleggio Associati intaschi i finanziamenti mensili che vengono corrisposti dai parlamentari M5S all’Associazione Rousseau. A bilancio, il distacco ha ragioni di costi.
“Posso sentire la mancanza di una grande intuizione come quella del blog se non venissero altre, di un amico che l’aveva avuto e non c’è più, ma come imprenditore, non della gestione di un blog di cui difficilmente ripagavi i costi”
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
DIPENDE DALL’USO DI UN’APP CHE SI TROVA SUL SITO PERSONALE DI SALVINI, MA SI RIVELA CONTROPRODUCENTE TRASMETTERE SEMPRE LE STESSE PAROLE
«Un Matteo #Salvini STREPITOSO su LA7! Siete d’accordo? #DiMartedi
#SalviniPremier»: ieri sera dopo la performance del leader della Lega da Giovanni Floris si è verificato un interessante fenomeno che dimostra in che modo è fatta tutta la gioiosa macchina da guerra messa su dal Carroccio per queste elezioni.
Gli account ufficiali della Lega e quello dello spin doctor di Salvini Luca Morisi hanno pubblicato un tweet in cui, con uno slogan rubato a Wanna Marchi, elogiavano l’intervento del leader
Subito dopo sono comparsi tutti insieme una serie di account che ripetevano la stessa cosa, con un entusiasmo identico e un wannamarchismo della stessa risma.L
Della storia si è accorto anche il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana: «Se cercate su Twitter search li trovate tutti, tra le 10.45 e le 10.46. Qualcuno forse gli ha spiegato la forza del web e degli hashtag, non so. Chi gli ha messo in piedi questa catena di Sant’Antonio credeva forse di favorirlo. Ma non gli ha certo fatto un piacere».
Da dove vengono i tweet automatici su Matteo Salvini
David Puente sul suo blog ha spiegato che la pubblicazione dei tweet è stata diffusa da un’applicazione chiamata “LegaNordIllustrator” ospitata nel sito Matteosalvini.com (“http://matteosalvini.com/seguimitw.asp“).
E in un video ha mostrato il meccanismo: «Chiunque poteva associare il proprio account Twitter autorizzando l’applicazione, e garantendo così un retweet automatico di ogni post indicato dall’applicazione. Di fatto quella creata dal social media manager di Salvini è una botnet–in un certo senso ‘legale’, visto che gli utenti avevano volontariamente autorizzato l’utilizzo dell’applicazione».
(da “NextQuotidiano”)
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