Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
IL GRILLINO MINISTRO IN PECTORE ALLO SVILUPPO ECONOMICO BOCCIA LA MISURA CHE PIACE TANTO ALLA LEGA
Lorenzo Fioramonti, deputato 5 Stelle e indicato dal Movimento come possibile ministro
allo Sviluppo economico prima delle elezioni, critica la flat tax, la misura che piace tanto alla Lega.
“Una scelta tra flat tax e reddito di cittadinanza? Io sono dalla parte dei cittadini e penso che oggi abbiamo bisogno di un sostegno al reddito e alle imprese. Ritengo che la flat tax non sia necessariamente uno strumento per raggiungere questo obiettivo e credo che anche all’interno della Lega vi sia oggi una riflessione molto più responsabile”.
“Dico – ha aggiunto Fioramonti secondo quanto riporta l’agenzia Dire – sì a una semplificazione del sistema fiscale ma una riduzione delle aliquote fiscali fino a questo punto potrebbe non essere la strada giusta”.
Da Fioramonti anche un invito a rispettare i parametri europei: “Il dialogo con l’Unione europea è essenziale, quindi abbiamo più volte chiarito che al governo saremo responsabili dal punto di vista della contabilità nazionale, il che significa essere completamente consapevoli di quali sono i parametri esistenti”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: governo | Commenta »
Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
M5S E LEGA CONFERMANO LA BOZZA DI CONTRATTO PUBBLICATA DA HUFFPOST MA FANNO MARCIA INDIETRO SULL’USCITA DALL’EURO
M5S e Lega confermano la bozza del ‘Contratto per il governo del cambiamento’, pubblicata in esclusiva da Huffpost, e fanno marcia indietro sull’uscita dall’euro.
In una nota congiunta si legge: “Il contratto di governo pubblicato dall’Huffington Post è una versione vecchia che è stata già ampiamente modificata nel corso degli ultimi due incontri del tavolo tecnico. La versione attuale, dunque, non corrisponde a quella pubblicata. Molti contenuti sono radicalmente cambiati. Sull’euro, ad esempio, le parti hanno già deciso di non mettere in discussione la moneta unica. La versione pubblicata, dunque, non è fedele a quella attuale”.
Quindi le altre parti sono confermate, intanto.
E su un tema come l’uscita o meno dall’euro “è normale” cambiare idea in 24 ore.
Roba da trattamento sanitario obbligatorio.
(da agenzie)
argomento: Costume | Commenta »
Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
MESSI A RISCHIO TAPPETI E TRONO INTERDETTI AL PUBBLICO… GLI ORGANIZZATORI DI WHINE&THECITY: “AVEVAMO ANCHE PAGATO GLI STRAORDINARI AI GUARDIANI”
Sedute in quattro sul trono di Palazzo Reale a farsi selfie. 
La segnalazione è del consigliere regionale dei Verdi Francesco Borrelli e del conduttore de La Radiazza Gianni Simioli: «Nel corso dell’evento Wine and The City 2018, tenutosi nell’ambulacro di Palazzo Reale in piazza del Plebiscito, alcune partecipanti alla cena hanno pensato bene, per farsi delle foto da pubblicare sui social, di percorrere la sala del trono passando sui tappeti antichi con i tacchi, per poi andarsi a sedere in quattro sul trono stesso, oltrepassando tutte le barriere di protezione e mettendo a rischio tappeti e trono interdetti al pubblico. Possibile che nessuno le abbia fermate?».
Si riapre così la questione dei beni culturali prestati ai grandi eventi, che durante le “concessioni” mondane comunque continuano a fare i conti con le croniche carenze di personale (i Verdi avevano già sollevato il caso per alcune feste a Castel Sant’Elmo di qualche tempo fa, tra l’altro “esentasse”, senza alcuno scontrino battuto).
«Una cosa è aprire i monumenti e i musei per raccogliere fondi utili a preservarli e a garantire costi contenuti per i visitatori, ben altro è mettere a rischio quelle strutture e quel che contengono» dicono Borrelli e Simioli a Radio Marte.
«Quel trono su cui sedettero gli ultimi sovrani borbonici del Regno delle due Sicilie, Re Ferdinando II e Francesco II, realizzato negli anni Quaranta dell’Ottocento e circondato da un baldacchino settecentesco di velluto rosso è stato oggetto di un restauro durato due anni e solo nell’aprile del 2017 è tornato nella Sala del Trono, questo comportamento di pessimo gusto dimostra ancora una volta come certa gente non abbia alcun rispetto per Napoli e il suo patrimonio monumentale. Chiediamo a chi avrebbe dovuto garantire il controllo della sala di capire come sia stato possibile che quelle donne abbiano attraversato le zone protette. Scegliendo di aprire gli spazi museali agli eventi privati per far cassa bisogna comunque garantire sempre la sicurezza dei beni storici e artistici soprattutto proteggendoli da chi non mostra alcun rispetto».
Stando ad una rapida ricostruzione di Palazzo Reale le quattro ospiti di Wine&TheCity avrebbero approfittato di un momento d’assenza della guardiania, che pure c’era ma evidentemente in numero insufficiente, per violare la zona interdetta per il tempo di scattare qualche foto.
E replica in una nota-stampa l’organizzatrice di Wine & The City Donatella Bernabo’ Silorata: «Apprendo con profondo rammarico dalla tempestiva denuncia di Borrelli e Simioli quanto accaduto la sera del 10 maggio a Palazzo Reale nel corso della serata inaugurale di Wine&Thecity 2018. Quattro donne partecipanti hanno superato i cordoli di sicurezza nelle Sale dell’Appartamento Storico, evadendo l’attenzione dei custodi, fino a sedersi sul trono reale con tanto di foto mettendo a rischio l’inestimabile patrimonio artistico di Palazzo Reale. Questo comportamento non è soltanto deprecabile ma è un reato penale da condannare senza dubbio. Come organizzatrice di Wine&Thecity voglio precisare anche che: Palazzo Reale è stato concesso all’associazione vista la lunga esperienza nel gestire eventi in luoghi di interesse storico artistico, abbiamo già lavorato in sinergia con la Soprintendenza come in tanti Musei pubblici e privati della città in oltre dieci anni di esperienza; per l’utilizzo dell’Ambulacro e per l’apertura straordinaria del Museo dell’Appartamento Storico abbiamo pagato 8.934 euro incluso lo straordinario per i custodi addetti alla vigilanza e rispettato tutti i dettami richiesti; alla serata hanno partecipato 282 persone tra cui il Sindaco di Napoli, non ospiti su invito ma persone paganti un biglietto di ingresso il cui incasso è stato in parte devoluto ad un progetto sociale: il Ronin Club di Karen Torre; la serata è stata scandita da un preciso programma culturale con una video installazione site specific, la lettura di brani sull’ebbrezza a cura di due attrici, un “tappeto musicale” rispettoso dei luoghi concordato con la Soprintendenza, una parte gastronomica a cura di uno chef stellato. Non posso dunque che condannare senza alcuna attenuante il pernicioso comportamento delle signore che getta discredito sull’organizzazione di Wine&TheCity da sempre attenta a valorizzare il nostro patrimonio. Non compete a noi e non ci interessa individuare l’identità delle donne ed eventuali titoli di reato. I novemila euro che Wine&Thecity ha versato alla Soprintendenza e ai dipendenti di Palazzo Reale per la vigilanza durante la serata della manifestazione ci consentono solo di prendere atto dell’insulsaggine delle signore protagoniste dell’irresponsabile comportamento e delle stupide foto che creano solo un danno alla città di Napoli. Al Soprintendente e alla Direzione di Palazzo Reale dunque la scelta, la decisione di denunciare o meno il patetico gesto. A noi di Wine &TheCity resta la fiducia della Napoli colta e signorile e la vicinanza e l’amicizia di tanti operatori della cultura e del turismo».
(da “Il Corriere della Sera”)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
PRESENTATO IL PIANO, VENERDI’ LA FORMALIZZAZIONE A TORINO
Passi in avanti nella vicenda Embraco e dello stabilimento Riva di Chieri.
Oggi le due aziende interessate a rilevare gli asset hanno illustrato ai sindacati, al ministero dello Sviluppo economico, i due progetti che permetteranno di salvaguardare tutti i posti di lavoro.
I passaggi finali dovrebbero essere messi a punto venerdì a Torino nel corso di un incontro all’Unione industriale. E’ questo in sintesi quello che emerge al termine del tavolo al Mise tra sindacati, rappresentanti della Regione Piemonte, Embraco e delle due aziende interessate.
“Sono state presentate ai sindacati le due società che faranno l’investimento nell’ex Embraco, riprendendo tutti i lavoratori con gli stessi diritti e le stesse retribuzioni senza nessun supporto di denaro pubblico”, sottolinea il ministro Carlo Calenda al termine della riunione.
Le due aziende sono la Venture Productions, israeliana con capitale cinese, che punta a produrre robot e droni per la pulizia di pannelli fotovoltaici e filtri per l’acqua e che dovrebbe occupare 350 lavoratori, mentre la seconda è la torinese Astelav, che si occupa della rigenerazione di frigoriferi usati e che dovrebbe occupare in un primo tempo 30 lavoratori e poi successivamente altri 10.
Circa 60 addetti, invece, dovrebbero lasciare l’azienda grazie agli incentivi offerti da Embraco.
Calenda, nel ribadire che “non sono stati usati soldi pubblici”, sottolinea che sarà usata “la dote che Whirpool-Embraco ha messo a disposizione per i lavoratori”. Le parti, rileva ancora il ministro, “si vedranno venerdì all’Unione industriale di Torino per definire il dettaglio del passaggio”.
Si tratta, spiega ancora Calenda “di un’operazione buona, andata a buon fine. Certamente bisognerà stare attenti e vedere che le cose funzioneranno nel modo descritto”.
Invitalia, in questa fase, non avrà quindi nessun ruolo. “Invitalia rimane con il fondo anti-delocalizzazione attivato nel caso in cui ci dovessero essere dei problemi che speriamo non succedono. In caso di problemi potrà aprire il paracadute ma mi pare che tutto stia andando nella direzione giusta”. Il prossimo appuntamento quindi è per venerdì “per i passaggi finali”, aggiunge Calenda.
Il premier Paolo Gentiloni ritwitta il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda sul caso Embraco. “Presentati ai sindacati piani di industrializzazione per Embraco – twitta Calenda -. Tutti assunti, partenza immediata e nessun contributo pubblico. Continueremo a monitorare”.
“Oggi al ministero dello Sviluppo economico è stato compiuto un significativo passo in avanti, entrando nel merito delle soluzioni operative che riguardano il piano di re-industrializzazione del sito produttivo di Riva di Chieri”. Così l’assessora al Lavoro della Regione Piemonte, Gianna Pentenero, commenta l’esito dell’incontro che si è da poco concluso al Mise sul futuro dello stabilimento Embraco.
“Mi pare – aggiunge Pentenero – ci siano tutte le condizioni perchè l’accordo si chiuda positivamente. La Regione è disponibile a mettere in campo gli strumenti formativi e di politica attiva del lavoro che dovessero eventualmente rendersi necessari, a patto naturalmente che l’intero processo descritto oggi si realizzi e a fronte di tempi certi sull’assorbimento di tutti i dipendenti coinvolti”. “Credo sia giusto ringraziare il ministro Calenda per l’attenzione dedicata alla vicenda e l’impegno profuso nell’individuare soluzioni. Noi – conclude – continueremo a seguire, anche con il coinvolgimento delle amministrazioni locali, l’evolvere della situazione, per fare in modo che il piano garantisca la salvaguardia dei livelli occupazionali e l’insediamento di produzioni innovative in grado di accrescere il tessuto produttivo locale”
Sul futuro dell’Embraco “stamattina abbiamo finalmente conosciuto le due aziende che si insedieranno, ci sono stati presentati i progetti che sembrano interessanti ma bisognerà poi valutare nella concretezza dei quello che succederà “.
Così Ugo Bolognesi della Fiom di Torino al termine dell’incontro tenutosi oggi al Mise specificando che “venerdì mattina ci incontreremo a Torino, oggi è stato definito che il passaggio dei lavoratori sarà fatto mantenendo tutte le condizioni economiche e normative che attualmente hanno i lavoratori Embraco, venerdì sarà definito il modo ma il principio da cui si parte è questo”
I progetti presentati dalla joint venture israelo-cinese e dall’Astelav “sembrano interessanti”, ha continuato Bolognesi aggiungendo “verificheremo in futuro se sono così innovativi come sembrano, se manterranno l’occupazione e se a quel punto se potranno essere un esempio di reindustrializzazione nel nostro paese, ossia come si reagisce a processi di globalizzazione, delocalizzazione creando nuovi posti di lavoro”
“E’ una giornata importante per tutti i lavoratori che stavano perdendo il posto di lavoro. Sono due società che hanno progetti ambiziosi e seri. Possiamo essere un esempio per tutto il paese di una reindustrializzazione seria e vera”, gli fa eco Arcangelo Montemarano di Fim-Cisl. Ad entrare nei dettagli è Dario Basso della Uilm di Torino. “I tempi sono abbastanza contingentati. Hanno necessità di iniziare a produrre molto presto e di assumere circa 370 persone ed a regime l’interezza dei lavoratori che rimarrebbero in esubero”, spiega riferendosi alla cordata cinese-israeliana.
Per quanto riguarda l’azienda torinese Astelav, invece, “necessita immediatamente di 30 persone per produrre subito ed a regime di altri 10”. “L’interezza di questi numeri, insieme alle persone che hanno già accettato l’incentivo all’esodo, ci completa l’esubero dei lavoratori”, dice ancora. “Abbiamo trovato insieme la volontà di traguardare il problema – conclude Basso – questo può essere da esempio”.
(da “La Stampa”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
“ISRAELE FA TERRORISMO DI STATO MA GODE DELL’IMPUNITA’ INTERNAZIONALE”
Il suo nome incute rispetto e paura a Gaza. 
Da anni è nel libro nero d’Israele che ha tentato più volte di ucciderlo con operazioni mirate: in due occasioni — nel settembre 2003 e nel gennaio 2008 – gli F16 con la stella di David hanno bombardato la sua abitazione a Gaza: ambedue le volte si è salvato, restando ferito, ma a morire sono stati due dei suoi figli.
Cofondatore di Hamas, ministro degli Esteri nel governo islamico nella Striscia, Mahmoud al-Zahar, 73 anni, è tra i leader della protesta che, con la repressione di Israele, sta insanguinando Gaza.
“L’unico modo per onorare gli ‘shaid’ (i martiri, ndr) caduti per mano del nemico sionista è proseguire la lotta fino a quando la Palestina non sarà liberata” dice al-Zahar in questa intervista esclusiva concessa all’Huffpost.*
Nell’orizzonte di Hamas non esiste la pace con Israele, ma al-Zahar non chiude alla possibilità di una hudna (tregua) di lungo periodo con l'”entità sionista”: “Israele — dice — conosce solo il linguaggio della forza e in passato ha accettato di negoziare la liberazione di prigionieri palestinesi solo quando è stato costretto a farlo dalla resistenza palestinese. Se si vuole trattare una tregua, Israele deve porre fine all’assedio di Gaza e permetterne la ricostruzione. Trattare su queste basi non sarebbe una resa ma un risultato”.
A Gaza si continua a morire. Le autorità israeliane accusano Hamas di aver portato la gente al massacro. Qual è la sua risposta?
“Quello di Israele è terrorismo di Stato, ma l’Occidente, a cominciare dall’America, non lo ammetterà mai nè fare qualcosa per fermare la mano ai carnefici. I governanti israeliani sanno di godere dell’impunità internazionale, di una sorta di licenza di uccidere o di calpestare la stessa convenzione di Ginevra sulla guerra senza dover incorrere in alcuna sanzione. Mentre i cecchini israeliani aprivano il fuoco sui manifestanti, Netanyahu e il suo protettore americano Donald Trump parlavano di una magnifica giornata. Quanto alle accuse ad Hamas: noi siamo parte della resistenza palestinese, una resistenza che nasce dal basso. Gli israeliani hanno assassinato dirigenti di Hamas, ma non hanno distrutto Hamas. Per farlo dovrebbero cancellare il popolo palestinese, ma è troppo anche per chi teorizza la soluzione finale a Gaza”.
Insisto su questo punto. Si è detto e scritto che guidando la protesta a Gaza, Hamas intende ottenere due risultati interni al campo palestinese: ribadire la propria leadership nella resistenza armata a Israele e spazzare via al-Fatah e ciò che resta dell’Anp del presidente Abu Mazen.
“Questa è la falsità che Israele e i suoi sostenitori nel mondo spacciano come verità . Una ‘verità ‘ senza memoria. Ai tanti smemorati, vorrei ricordare che Hamas ha vinto le uniche elezioni libere svoltesi in Palestina. Per punire il popolo palestinese di quel voto, Israele ha imprigionato a Gaza quasi due milioni di persone, la maggioranza delle quali sono bambini o ragazzi. Questa non è una punizione collettiva, è un crimine contro l’umanità . La resistenza palestinese non si fermerà se non dopo aver conquistato la liberazione della Palestina”.
Hamas pensa davvero di poter sconfiggere uno degli eserciti più potenti al mondo?
“E quale sarebbe l’alternativa? Vivere da servi sulla propria terra? O spacciare una resa vergognosa per una pace miserevole? La storia dei cosiddetti negoziati di pace è la storia di un fallimento annunciato. I negoziati sono serviti a Israele per camuffare agli occhi del mondo la sua politica reale: quella della pulizia etnica ad Al-Quds (Gerusalemme, ndr), il furto delle terre palestinesi, la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania, la libertà concessa ai coloni di imporre la loro legge armata. Di fronte a questa realtà , la resistenza non è un diritto da rivendicare ma un dovere da praticare. Non siamo dei pazzi, molti tra di noi hanno visto cadere i propri figli (al Zahar è uno di essi, ndr) ma mai, mai, abbiamo pensato di alzare le mani, di arrenderci. Sappiamo che la liberazione della Palestina non è dietro l’angolo, ma il tempo e la determinazione sono dalla nostra parte. Gli israeliani possono continuare a massacrare i palestinesi, ma in un futuro non più lontano, gli ebrei saranno minoranza in Palestina. A dirlo non è Mahmoud al-Zahar, sono i loro demografi”.
Lei parla di resistenza, Israele traduce questo termine in “terrorismo”.
“Per gli Israeliani ogni Palestinese che non si piega è un terrorista da eliminare. Per giustificare il massacro di ieri, hanno provato a dire che avevano evitato la penetrazione di commando terroristi in Israele. E’ una menzogna, che serve a giustificare agli occhi del mondo la carneficina consumata a Gaza”.
Hamas accetterebbe una forza d’interposizione sotto egida Onu a Gaza?
“La resistenza palestinese si batte perchè finisca lo strangolamento di Gaza. Una forza d’interposizione potrebbe essere il garante sul campo di una hudna (tregua, ndr) negoziata..”.
Negoziata con chi e da chi?
“Una tregua la si negozia col Nemico, così come fu fatto con lo scambio dei prigionieri (la vicenda del caporale israeliano Gilad Shalit, ndr)…”.
E chi dovrebbe negoziarla per i Palestinesi? Il presidente Abu Mazen o chi altro?
“Questo è di secondaria importanza. Le priorità sono la fine immediata dell’assedio a Gaza e non vincolare la tregua a condizioni che la resistenza palestinese non potrebbe accettare…”.
A cosa si riferisce?
“Al riconoscimento d’Israele. Non si può riconoscere l’oppressore”.
Tra le tanti voci critiche levatesi nel mondo arabo e musulmano contro il massacro di Gaza, spicca il silenzio di Riyadh. Qualche giorno fa, il Bahrain ha ufficialmente riconosciuto il diritto d’Israele a difendersi dalla minaccia iraniana. La causa palestinese non rischia di essere piegata dai giochi di potenza regionali?
“E’ compito della resistenza palestinese evitare che ciò accada”.
A incitare alla resistenza contro Israele c’è anche il capo di al Qaeda, Mohammed al-Zawahiri, nonchè califfi ed emiri dell’Isis. La Palestina è una delle frontiere avanzate del Jihad globale?
“No, la Palestina è una causa in sè, non lo strumento per raggiungere altri obiettivi”.
Abu Mazen si è rivolto alla comunità internazionale per chiedere di premere su Israele perchè ponga fine al pugno di ferro a Gaza. Ha chiesto all’Europa un gesto politico: riconoscere unilateralmente lo Stato di Palestina. Hamas sostiene questa richiesta?
“Ho ormai perso il conto degli appelli. Risultati? Zero. Quanto all’Europa, c’è da ricostruire Gaza, incrementare gli aiuti internazionali, agire per porre fine all’assedio, e su questo prendere le distanze dall’America di Trump”.
In un video messaggio in occasione dell’apertura dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme, il presidente Trump ha ribadito le ragioni di questa scelta…
“Sono le ragioni degli Israeliani, di Netanyahu, che Trump ha sposato in pieno. L’ambasciata americana a Gerusalemme è una provocazione non solo verso i Palestinesi ma verso l’intero mondo musulmano e anche verso quello cristiano. La liberazione della Palestina passa per Gerusalemme, con o senza l’ambasciata americana”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Esteri | Commenta »
Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
TRA BLUFF E DELIRIO: UN MECCANISMO PER USCIRE DALL’EUROPA E VIA LE SANZIONI A PUTIN, RICHIESTA A DRAGHI DI CANCELLARE 250 MILIARDI DI DEBITI, UNA STRUTTURA PARALLELA AL CONSIGLIO DEI MINISTRI… ROBA DA RICOVERO COATTO O DA GALERA, DECIDETE VOI
La parte più sorprendente, e per certi versi più esplosiva, del documento cui stanno lavorando come base di un accordo di governo Lega e M5s, è contenuta a pagina 4 delle 39 di cui il documento è, al momento, composto: la creazione di una struttura parallela al Consiglio dei ministri, il Comitato di Riconciliazione, sede in cui regolare i dissensi nella cooperazione fra le due forze politiche o prendere nuove decisioni.
Un organo consultivo e decisionale (che infatti decide con maggioranza a due terzi) non previsto oggi dall’architettura costituzionale del governo e la cui formazione per quanto “informale” rischia di innescare un conflitto istituzionale fortissimo, o, chissà , magari il sorgere di un nuovo avvenire.
Una copia del “CONTRATTO PER IL GOVERNO DEL CAMBIAMENTO” (bozza del 14.05.2018, 0re 9.30, cioè ieri), ottenuto dall’HuffPost in cartaceo, e che qui di seguito pubblichiamo, inizia come un serissimo atto notarile, con la formula d’obbligo “Il presente contratto è sottoscritto dal Signor Luigi Di Maio Capo politico del “Movimento 5Stelle” e dal Signor Matteo Salvini “Segretario Federale della Lega”, seguita da una certificazione della firma”.
A pagina 4 sotto la banale dicitura di “Funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari” c’è quella che , contenuti di ogni tipo a parte, si potrebbe chiamare la Regola delle regole: cioè la disciplina che stabilisce le modalità del funzionamento della cooperazione fra le due forze politiche. Nel caso che questa cooperazione a un certo punto si inceppi.
“Nel caso le diversità persistano verrà convocato un Comitato di Conciliazione”, recita il documento. I contraenti si confronteranno in questo Comitato per “giungere a un dialogo in caso di conflitti, al fine di risolvere i problemi”.
Ma la sua funzione scatta anche quando si tratta di elaborare una posizione comune nel caso si presentino “tematiche estranee al presente contratto ovvero questioni di carattere d’urgenza e/o imprevedibili al momento della sottoscrizione di questo contratto”.
Il Comitato dunque non serve solo a sedare i conflitti interni ma a prendere nuove decisioni in materia rilevanti, quali ad esempio: “Crisi internazionali, calamità naturali, problemi di ordine e di salute pubblici”.
Il Comitato infine si riunisce anche in caso sia richiesto da uno dei contraenti per esaminare questioni ritenute fondamentali “.
L’organismo è composto da: il Presidente del Consiglio dei Ministri, il capo politico di M5S e il segretario federale della Lega. I capigruppo di Camera e senato delle due forze politiche e il ministro competente per materia.
Alle riunioni partecipa anche come uditore il membro del governo responsabile dell’attuazione del programma nonchè eventuali soggetti individuati dal Comitato.” Come si vede si tratta di un organo complesso che si pone all’origine delle decisioni del più vasto territorio della governance — se si considera che qui si parla di emergenze e crisi internazionali.
Certamente, si può obiettare, non è un organo formalizzato, nè con uno status legale. Ma di fatto assume un ruolo che è proprio del Consiglio dei Ministri.
Nei fatti rischiando di sminuirlo o addirittura di sostituirlo.
Altro elemento assolutamente anomalo è che attraverso questo comitato, sia pur sempre in maniera informale, vengono inseriti a un ruolo di decisione di governo i capi dei partiti.
La cui presenza è nella nostra costituzione tenuta fuori dagli organi rappresentativi degli eletti. Norma che è garanzia per i cittadini di una non diretta politicizzazione degli organi di governo.
Perchè una volta eletti si rappresenta la Repubblica.
Infine, nel regolamento si scrive che nel caso non si arrivasse a un accordo “le azioni riguardanti i temi controversi saranno sospese per almeno dieci giorni, in modo da dare al Comitato il tempo necessario per raggiungere un’intesa e suggerire le scelte conseguenti”.
Anche in questo caso si profila una forte ingerenza nella dinamica di governo delle istituzioni perchè la sospensione toglie dalle mani del parlamento il diritto fondamentale di organizzare i lavori e tende a bloccarne addirittura l’attività .
Si tratta, come si diceva , di un accordo privato. Ma profila la più radicale delle riforme. Che non solo entra nelle competenze del Consiglio dei Ministri ma sotto “controllo” lo stesso Presidente del Consiglio.
Conflitto di interessi e giustizia: il solco con Berlusconi
È nei due capitoli “conflitto di interesse” e “giustizia” che viene scavato un solco con Silvio Berlusconi. Il programma “carioca” è ricalca marcatamente le parole d’ordine dei 5 Stelle: “Riteniamo che debba qualificarsi come possibile conflitto di interessi l’interferenza tra un interesse pubblico e un altro interesse, pubblico o privato, che possa influenzare l’esercizio obiettivo, indipendente e imparziale, di una funzione pubblica, non solo quando questo possa portare a un vantaggio economico a chi esercita la funzione pubblica e sia in condizione di un possibile conflitto di interessi, ma anche in assenza di un vantaggio immediatamente qualificabile come monetario”. È la parte direttamente riconducibile a Berlusconi, sia pur formulata in modo generico. Perchè poi, in questi casi, occorre leggere la traduzione legislativa per valutare se siamo in presenza di una normativa severa o di una semplice enunciazione di principi.
Ma è il passaggio successivo, altrettanto vago e, diciamo così, “populista”, ad essere indicativo della filosofia di fondo del programma, chiarita già nelle prime pagine ove si prevede una sorta di struttura parallela che controlla il premier e il governo, svuotando la sovranità della politica e della sua rappresentanza parlamentare: “Intendiamo inoltre estendere la disciplina a incarichi non governativi ossia a tutti quei soggetti che, pur non ricoprendo ruoli governativi, hanno potere e capacità di influenzare decisioni politiche o che riguardano la gestione della cosa pubblica, come ad esempio i sindaci delle grandi città o i dirigenti delle società partecipate dallo Stato”.
È una formulazione vaga, interpretabile in qualsiasi modo, ma che certo rivela una certa criminalizzazione della politica.
Come si configura una norma che sul potere di “influenza della cosa pubblica”?
Ad esempio, anche un capo di gabinetto può influenzare una decisione politica. È un caso di conflitto di interessi? Ed è un caso di conflitto di interessi l’operato di un membro di un cda da parte della politica? Nelle società partecipate, poi, come vengono fissati, in base a questa logica, i criteri di nomina e i confini dell’operato di dirigenti di nomina politica?
Più tribunali, più pene, più carceri
Analoga impostazione sul capitolo Giustizia dove, al netto del passaggio sulla “riforma e sull’estensione” della legittima difesa caro a Salvini, l’impronta è squisitamente pentastellata, con l’acquisizione, di fatto, del programma dell’Anm dell’era Davigo.
Ecco i punti qualificanti: 1) riforma della prescrizione; 2) il potenziamento della legislazione anti-corruzione da realizzare “aumentando le pene per i reati contro la pubblica amministrazione”, introducendo il “Daspo per i corrotti e corruttori”, l’introduzione “dell’agente sotto copertura” e “dell’agente provocatore”; 3) il “potenziamento” delle intercettazioni. Più in generale, “per garantire il principio di certezza della pena è essenziale abrogare tutti i provvedimenti emanati nel corso della precedente legislatura, tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari a totale discapito della sicurezza della collettività “. È una filosofia secondo la quale più giustizia si ottiene con più inasprimenti delle pene, più carcere, meno misure alternative, più pan-penalizzazione. E più tribunali, mettendo mano alla legge Severino che chiuse quelli piccoli secondo criteri di efficienza, perchè — basta avere un po’ di dimestichezza — i tribunali più piccoli della provincia italiana profonda, con pochi giudici sono spesso i più lenti e i più arretrati. Mentre quelli più grandi hanno una gestione più manageriale. E questa fu una richiesta avanzata dai magistrati.
Immigrazione: poco o nulla su respingimenti ed espulsioni cari a Salvini
A ben vedere, questa impostazione, direbbero i critici “giustizialista” è il fil rouge di tutto il programma, compreso il dossier più delicato per la Lega, l’immigrazione.
Dove è più chiara la denuncia della corruzione che il governo del fenomeno: “La situazione che si è venuta a creare è insostenibile per l’Italia, visti i costi da sostenere e il business creatosi, alimentato da fondi spesso gestiti con poca trasparenza e permeabili alle infiltrazioni della criminalità organizzata”.
Ci si impegna affinchè “l’Italia svolga un più decisivo ai tavoli dei negoziati europei” in particolare “per superare il regolamento di Dublino, attraverso il ricollocamento obbligatorio e automatico dei richiedenti asilo tra gli Stati membri dell’Ue”.
Ma c’è poco o niente sul “come”: politica dei respingimenti, espulsioni vere, accordi bilaterali e multilaterali con i paesi di provenienza per limitare l’arrivo dei migranti, atteggiamento complessivo nei confronti dell’Europa.
Tutto questo è accennato in una parte evidenziata in giallo. È in questa parte che sono scritte le proposte più hard del Carroccio, compresa la “chiusura delle moschee e delle associazioni islamiche radicali”.
È questa parte ancora oggetto della discussione, perchè il leader della Lega non intende cedere sull’obiettivo di identificare e rimpatriare i migranti irregolari, attraverso una radicale revisione delle attuali normative.
Questione più complicata per i Cinque Stelle perchè impatta sull’atteggiamento complessivo da tenere nei confronti dell’Europa. Per loro è sufficiente attestarsi alla formula del “stop al business dell’immigrazione”.
Dall’euro si deve poter uscire
Il passaggio antieuropeista e sovranista del Contratto arriva a pagina 35 e prende di mira l’Europa e soprattutto la moneta unica. Lega e M5S si pongono come obiettivo di introdurre “specifiche procedure tecniche di natura economica e giuridica” che consentano a singoli Stati di uscire dall’euro e “recuperare la propria sovranità monetaria”, o di “restarne fuori attraverso una clausola di opt-out (rinuncia, ndr) permanente” per avviare un “percorso condiviso di uscita concordata” in caso di “chiara volontà popolare”.
Al di là delle rassicurazioni a parole fornite a Bruxelles e al Quirinale — soprattutto dai 5 Stelle — la bozza del Contratto mette in discussione l’irreversibilità dell’euro e si propone di individuare una via d’uscita. D’altro canto anche di recente Beppe Grillo ha nuovamente parlato di referendum popolare sulla moneta unica, corretto non senza imbarazzo da Luigi Di Maio.
L’Europa deve cambiare radicalmente
Nella bozza di contratto si definisce “necessaria una ridiscussione dei Trattati dell’Ue”. Il Patto di Stabilità e di Crescita va “modificato radicalmente”, a partire dai vincoli “stringenti, infondati e insostenibili dal punto di vista economico e sociale”. Inoltre, a livello di budget, si prevede di “ridiscutere il contributo italiano all’Ue in vista della programmazione 2020”.
Via le sanzioni alla Russia
L’equilibrismo in politica estera è una specialità italiana e anche un governo giallo-verde confermerebbe le linee guida degli ultimi anni. Si afferma subito la fedeltà alla Nato, con gli Stati Uniti “alleato privilegiato”, ma si sancisce altresì la “apertura alla Russia, da percepirsi non come una minaccia, ma quale partner economico e commerciale”. A tal fine, la Lega ottiene che nel testo venga definito “opportuno il ritiro immediato delle sanzioni imposte alla Russia” e la riabilitazione di Mosca come “interlocutore strategico” in aree di crisi come Siria, Libia e Yemen.
Revisione delle missioni all’estero
Va “rivalutata” la presenza dei contingenti italiani nelle missioni internazionali che sono “geograficamente, e non solo, distanti dall’interesse nazionale italiano”. Nessun dettaglio però sui numeri e sulle aree interessate. Per quanto concerne la Difesa, viene posto l’accento su un più efficace impiego delle forze armate “al fine della protezione del territorio e della sovranità nazionale” e su “nuove assunzioni nelle forze dell’ordine” con più risorse. Viene definita “imprescindibile” la tutela dell’industria italiana, con riferimento soprattutto alle attività di Fincantieri (“progettazione e costruzione navi”) e Leonardo Finmeccanica (“Aeromobili e sistemistica high tech”).
Caro Draghi, cancellaci 250 miliardi di debito!
Sulla finanza pubblica le vere proposte-bomba si trovano a pagina 38, verso la fine del documento. Qui Salvini e Di Maio si pongono l’annoso problema di come ridurre il pesante stock di debito pubblico, che a oggi (dati marzo 2018) si attesta alla cifra record di 2.302 miliardi di euro, qualcosa come il 132% del Pil.
La prima misura per ridurre questa imponente massa di debito farà certamente drizzare i capelli alla Cancelliera Merkel e ai rigoristi europei. Lega e M5s chiederanno alla Bce guidata da Draghi di cancellare ben 250 miliardi di titoli di stato che l’istituto di Francoforte avrà in pancia alla fine del quantitative easing. “La loro cancellazione vale circa 10 punti percentuali”, quantifica il documento.
Uno stralcio che sicuramente farà discutere, a Francoforte, Bruxelles e nelle altri capitali europee.
Vendesi patrimonio immobiliare agli italiani
Altra misura shock è la vendita del patrimonio immobiliare pubblico alle famiglie italiane, e in subordine agli investitori. In poche parole, i due partiti di governo “impacchetteranno” 200 miliardi di patrimonio pubblico (caserme, palazzi, monumenti e via dicendo) e lo trasformeranno in un titolo finanziario da vendere al risparmio domestico.
Si tratta del classico meccanismo di cartolarizzazione, tanto criticato negli ultimi anni. “Di fatto questo equivale a trasferire il risparmio degli italiani dal debito pubblico al patrimonio immobiliare”, si legge. Quanti punti di debito verranno abbattuti? Dieci, secondo il contratto.
Cdp superstar
Infine la Cassa Depositi e Prestiti. Nelle intenzioni dei contraenti l’istituto che gestisce il risparmio postale dovrà acquistare dal Tesoro tutte le principali partecipazioni (Enel, Enav, Poste, ecc.), diventando così il vero braccio economico del governo. La Cdp si finanzierà per 70 miliardi di euro emettendo obbligazioni sul mercato, sottoscrivibili in cash o mediante titoli di stato italiani. “Il risultato sarà quello di aver mantenuto in mano semi-pubblica le principali partecipazioni statali”, fanno notare gli estensori del documento. E in seconda battuta di aver abbattuto altri 5 punti di debito.
Flat tax non più flat (e senza cifre)
Sulla parte fiscale il documento prevede solo un breve passaggio sul cavallo di battaglia della Lega. Tre righe, senza alcun numero, per scoprire che la tassa piatta, piatta non lo sarà affatto. Sono previste infatti più di una aliquota e rimarranno in piedi le deduzioni. Ecco lo striminzito passaggio: “La parola chiave è flat tax, caratterizzata dall’introduzione di aliquote fisse, con un sistema di deduzioni per garantire la progressività dell’imposta in armonia con i principi costituzionali”.
Condoni “saldo e stralcio” ma anche carcere per gli evasori
Leghisti e pentastellati hanno un approccio abbastanza diverso sul concetto di evasione fiscale, si sa. Tanto che nel contratto ci sono due misure abbastanza divergenti fra loro.
Da una parte la ricerca della “pace fiscale” tanto cara a Salvini, con un condono “saldo e stralcio” delle cartelle Equitalia, anche se solo in casi particolari come “perdita di lavoro, malattie, crisi familiari, ecc.”; dall’altra il classico proclama “manette agli evasori”, cifra dei 5 stelle, tradotto con un perentorio “inasprimento dell’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale, per assicurare il carcere vero per i grandi evasori”.
Tornano i voucher e si supera (non si abolisce) la legge Fornero
Salvini e Di Maio sembra che si siano accorti che “la cancellazione dei voucher ha creato non pochi disagi ai tanti settori per i quali questo mezzo di pagamento rappresenta uno strumento indispensabile”. E quindi ne promettono una reintroduzione anche se con un nome diverso: “Bisogna introdurre un apposito strumento, agile ma chiaro e semplice, che non si presti ad abusi per la gestione dei rapporti di lavoro accessorio”.
Per quanto riguarda la legge Fornero, invece, molto sorprendente la formulazione usata: non si parla di abolizione ma semplicemente di “superamento”, stanziando 5 miliardi “per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse”. In particolare, la ricetta utilizzata è quella presente nel programma elettorale pentastellato. “Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti”.
Reddito da cittadinanza finanziato anche da Bruxelles
Sul reddito di cittadinanza l’impronta è chiaramente a 5 stelle. Qui si addensano quei pochi numeri presenti nel contratto. Si parla di 780 euro mensili, per i quali è previsto uno stanziamento di 17 miliardi annui. La cosa interessante è che altre risorse dovrebbero arrivare da Bruxelles: “Andrà avviato un dialogo nelle sedi comunitarie al fine di applicare il provvedimento A80292/2017 del parlamento europeo, che garantirebbe l’utilizzo del 20 per cento della dotazione complessiva del Fondo Sociale Europeo per istituire un reddito di cittadinanza anche in Italia”.
Per l’Ilva non si dice come si spengono i forni senza perdere posti di lavoro
Su quella che sarà una delle prime grane sul tavolo del Governo gialloverde, il contratto resta nel vago. Viene garantita la tutela della salute degli abitanti di Taranto attraverso la chiusura delle fonti inquinanti dell’Ilva ma, al tempo stesso, “salvaguardando i livelli occupazionali” attraverso un “programma di riconversione economica” e bonifiche del sito e ricorso alle energie rinnovabili. Ma su come conciliare lo spegnimento dei forni con la salvaguardia dei livelli occupazionali non si entra nel merito.
Sulla cultura tanti principi e poche misure
Nel capitolo riguardante i Beni culturali, viene elencata una lunga serie di principi tanto condivisibili quanto vaghi. Unica misura annunciata è la riforma del Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) per modificare le modalità dei finanziamenti “che rimetta al centro la qualità dei progetti artistici”.
Nella sanità stop ai dirigenti amici dei politici e recupero delle risorse tagliate per i Lea
Poco più di due pagine vengono dedicate alla voce centrale della spesa statale. In primis, stop al “rapporto dannoso tra politica e sanità ” con la riforma dei criteri di selezione dei direttori generali, sanitari e amministrativi. Quindi revisione della Governance farmaceutica e una forte spinta alla digitalizzazione del SSN. Ancora: “recupero integrale” di tutte le risorse tagliate negli anni precedenti per garantire i Livelli essenziali di assistenza. Infine, assunzioni di medici e personale sanitario.
Sulla scuola l’imperativo è smantellare quella “Buona” di Renzi
Il contratto si pone l’obiettivo di rispettare il legame dei docenti con il loro territorio e limitare i trasferimenti, uno dei problemi emersi con la riforma di Renzi. Ma non l’unico: si deve cancellare la “chiamata diretta dei docenti” da parte dei dirigenti, “strumento inutile quanto dannoso”. Altro elemento da superare della Buona Scuola è l’alternanza scuola-lavoro così come attualmente in vigore, anch’essa “dannosa”.
“Commissariare” il Coni
Nel capitolo sport si parte dall’aumento delle ore scolastiche dedicate alle attività motorie, ma il punto centrale è il “commissariamento” del Coni. “Il Governo – si legge nel contratto – deve assumere con maggiore attenzione il ruolo di controllore delle modalità di assegnazione e di spesa delle risorse destinate al Coni”. Bisogna quindi “rivederne le competenze” e i “rapporti con altri ministeri”. “Fatta salva l’autonomia”, infatti, si prevede che il Governo “sia compartecipe delle modalità con cui vengono spesi e destinati i contributi pubblici assegnati al Coni e trasmessi alle Federazioni”. Nei fatti, un commissariamento.
Rivedere i corsi di laurea a numero chiuso
Nel capitolo dedicato alla Università si prevede la “revisione del sistema di accesso ai corsi a numero programmato”, attraverso la “verifica preventiva” delle effettive attitudini degli studenti. Quanto alla Ricerca, l’obiettivo che si pone il Governo è, molto vagamente, di “superare la precarietà “.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
LA PREVISIONE DI UNO DEI PIU’ IMPORTANTI ENTI AL MONDO DI PREVISIONI ECONOMICHE CHE LAVORA ANCHE PER I GOVERNI
Le misure che la Lega e il Movimento 5 Stelle stanno concordando per formare il governo,
sempre che riescano ad arrivare a un accordo sul nome del premier, farebbero schizzare il deficit dei conti pubblici al 5,5 per cento del Pil nel 2019.
E’ quanto scrive in un report Oxford Economics, uno dei più importanti enti al mondo di previsioni economiche che lavora anche per i governi, aggiungendo però che le proposte saranno «annacquate per rimanere al di sotto del limite di disavanzo del 3 per cento fissato dall’Ue».
La ragione di questa riduzione starebbe – secondo il report firmato dall’economista Nicola Nobile – nelle clausole di salvaguardia dell’Iva, nell’opposizione del presidente Mattarella e nella possibile reazione dei mercati.
I tre punti principali concordati tra i due partiti (reddito di cittadinanza, taglio delle tasse e superamento della Fornero) costerebbero 100 miliardi l’anno
In base alle proposte dei due partiti, il deficit sarebbe insomma ben al di sopra del limite previsto dall’Unione europea e anche se si volesse rimanere sotto al 3 per cento, si tratterebbe di una percentuale non in linea con i vincoli europei: lo scenario di base prevede infatti un deficit all’1,3 per cento.
Proprio oggi su questo punto è arrivato un doppio avvertimento da Bruxelles, con i due vicepresidenti della Commissione, Valdis Dombrovskis e Jyrki Katainen, che invitano l’Italia a rispettare i parametri stabiliti «senza eccezioni».
Nel report di Oxford Economics si legge inoltre che i tre punti principali concordati tra i due partiti – il reddito di cittadinanza, il taglio delle tasse e il superamento della Fornero – costerebbero 100 miliardi l’anno: una situazione che condurrebbe «a un drastico deterioramento del disavanzo di bilancio con il deficit, stimato dal nostro modello economico globale, al 5,5% nel 2019».
Secondo le stime dell’ente, il reddito di cittadinanza costerebbe 30 miliardi, la flat tax circa 60 e la rivisitazione della legge sulle pensioni altri 15 miliardi.
In più servirebbero 31 miliardi nel biennio 2019-2020 per fermare l’aumento automatico dell’Iva fino al 25 per cento.
Questa spesa porterebbe a una crescita boom del Pil del 3 per cento nel 2019 e del 2 per cento nel 2020, contro l’1,4 per cento atteso per il prossimo anno: ma non si tratterebbe, secondo Oxford Economics, di una crescita duratura, in quanto andrebbe affrontato in primo luogo il problema del debito pubblico, il secondo più alto dell’eurozona.
L’aumento vertiginoso della spesa porterebbe infatti l’Italia a «far fronte a tassi d’interesse significativamente più elevati in quanto i mercati avranno dubbi sulla sostenibilità della posizione fiscale del Paese».
L’ente descrive comunque la «poca voglia di fare riforme» ed è convinto che «non miglioreranno nè il debito pubblico, nè la bassa crescita della produttività ».
(da “La Stampa”)
argomento: denuncia | Commenta »
Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
A MARZO E’ AUMENTATO DI 15,9 MILIARDI
Il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, non fa in tempo a lanciare il suo monito dalle colonne di Politico sulla necessità italiana di ridurre il debito, che Bankialia dà una cifra al problema: 2.302,3 miliardi.
A tanto, a marzo, è arrivato il debito pubblico delle amministrazioni tricolori.
Nel mese si è registrato un incremento di 15,9 miliardi, di nuovo sopra la soglia di 2.300 che era già stata superata nel luglio del 2017, quando si arrivò per la precisione a 2.308 miliardi.
L’incremento, spiega il consueto Bollettino di via Nazionale, è dovuto al fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (20,1 miliardi), in parte compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro: il conto corrente centrale si è alleggerito di 3,5 miliardi, a quota 44,8: erano 54,6 miliardi a marzo 2017.
Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, segnala ancora Palazzo Koch, il debito delle amministrazioni centrali è aumentato di 16,0 miliardi e quello delle amministrazioni locali è diminuito di 0,1 miliardi.
Il debito degli enti di previdenza è rimasto pressochè invariato.
Dal Bollettino si legge anche l’aggiornamento sull’andamento delle entrate: a marzo quelle tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 28,5 miliardi, pressochè invariate al livello dello stesso mese del 2017.
Nel primo trimestre 2018, rendono ancora noto da Palazzo Koch, le entrate tributarie sono state pari a 91,7 miliardi, risultando sostanzialmente stabili rispetto allo stesso periodo dello scorso anno; al netto di alcune disomogeneità contabili, si può stimare che le entrate tributarie siano aumentate.
(da agenzie)
argomento: economia | Commenta »
Maggio 15th, 2018 Riccardo Fucile
LA CORAGGIOSA TESTIMONIANZA DI RICCARDO CASAMASSIMA IN CORTE D’ASSISE RISCATTA L’ONORE DELL’ARMA
«È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. Me lo disse una
mattina dell’ottobre del 2009, senza fare il nome degli autori, un preoccupatissimo maresciallo Roberto Mandolini (da poco alla guida della stazione Appia, ndr), portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione di Tor Vergata».
È cominciato così davanti alla prima corte d’assise di Roma il racconto di Riccardo Casamassima, il carabiniere che con le sue dichiarazioni ha consentito alla Procura di approfondire l’indagine bis sulla morte di Stefano Cucchi (il geometra romano deceduto al Pertini il 22 ottobre del 2009 sei giorni dopo essere stato arrestato per droga) e di portare poi sul banco degli imputati cinque militari dell’Arma, per reati che vanno dall’omicidio preteritenzionale al falso, alla calunnia.
In servizio, all’epoca dei fatti, alla stazione di Tor Vergata e attualmente all’ottavo reggimento, Casamassima ha ribadito quanto già dichiarato al pm Giovanni Musarò e al Procuratore Giuseppe Pignatone nell’estate del 2015.
«Al colloquio era presente Maria Rosati, anche lei all’Arma, poi diventata la mia compagna: mi rivelò che Mandolini e Mastronardi stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei stava lì – ha precisato oggi Casamassima – perchè fungeva da autista del comandante. Lei capì il nome Cucchi ma poichè la vicenda non era ancora nota, deduco che quando ci fu questo colloquio il ragazzo fosse ancora vivo».
*Che il giorno dell’arresto del geometra qualcosa non fosse andato per il verso giusto, Casamassima lo apprese successivamente dal maresciallo Sabatino Mastronardi, figlio del comandante: «Venne in caserma ed ebbi con lui uno scambio confidenziale: si portò la mano sulla testa e, parlando della morte di Cucchi, disse che non aveva mai visto una persona così messa male. Lo aveva visto la notte dell’arresto quando Cucchi venne portato a Tor Sapienza».
Chiamato a chiarire le ragioni della sua collaborazione con la giustizia a distanza di quasi cinque anni dai fatti, Casamassima si è così giustificato: «All’inizio la vicenda Cucchi non mi aveva visto coinvolto in prima persona, ma troppe cose fatte dai miei superiori non mi erano piaciute, come l’abitudine di falsificare i verbali e di coprire gli autori di illeciti. E vergognandomi di ciò che sentivo e vedevo, ho deciso di rendere testimonianza, pur temendo ritorsioni e pressioni che poi si sono puntualmente verificate. Non appena il mio nome è uscito sui giornali, ho dovuto fare i conti con una serie di procedimenti disciplinari, tutti pretestuosi. Continuano a farmi lavorare nello stesso reparto dove presta servizio un collega che sui social ha insultato pubblicamente me e la mia compagna».
Casamassina ha quindi ricordato di aver incrociato Mandolini una mattina dell’ottobre del 2016: «Ci siamo guardati male, io gli dissi solo di andare a parlare con il pm e a dire quello che sapeva. Gli dissi anche che la Procura stava andando avanti e che aveva in mano una serie di elementi importanti per fare luce su quanto accaduto. Lui mi rispose dicendomi che il pm ce l’aveva a morte con lui».
(da agenzie)
argomento: Giustizia | Commenta »