Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
IL GETTITO E’ PASSATO DA 4,9 A 10,2 MILIARDI DI EURO: “ACQUISTARE UN IMMOBILE E’ DIVENTATO UN INCUBO”
In sei anni 156 miliardi di euro. E’ il conto di quanto versato a partire dal 2012 da famiglie e
imprese per Imu e Tasi.
Il calcolo lo ha fatto la Cgia che parla di patrimoniale a tutti gli effetti che, da un lato, ha alleggerito pesantemente i portafogli dei proprietari di immobili e, dall’altro, ha deprezzato pesantemente il valore economico di abitazioni, negozi e capannoni. Rispetto al 2008, anno in cui è scoppiata la bolla, in molti casi gli immobili hanno perso fino al 40 per cento del proprio valore.
La Cgia che ha messo in linea il gettito di Imu e Tasi registrato nel 2012, anno in cui l’allora governo Monti reintrodusse l’imposta sulla prima casa, e quello degli anni successivi, fino ad arrivare al 2018 (ultimo disponibile).
«Fino a qualche anno fa — segnala il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo — l’acquisto di un’abitazione o di un immobile strumentale costituiva un investimento. Ora, in particolar modo chi possiede una seconda casa o un capannone, sta vivendo un incubo. Tra Imu, Tasi e Tari, ad esempio, questi edifici sono sottoposti ad un carico fiscale da far tremare i polsi».
Se con l’abolizione della Tasi sulla prima casa i proprietari hanno risparmiato 3,5 miliardi di euro all’anno, sugli immobili strumentali, invece, il passaggio dall’Ici all’Imu ha visto raddoppiare il prelievo fiscale.
Tra il 2011, ultimo anno in cui è stata applicata l’Ici 2, e il 2018 il gettito è passato da 4,9 a 10,2 miliardi di euro. Va comunque sottolineato che da qualche anno il prelievo sulle attività produttive è diminuito grazie all’eliminazione dell’Imu sugli imbullonati e, solo da quest’anno, a seguito della deducibilità dell’imposta che è salita dal 20 al 40 per cento.
«Il 2019 sarà un anno difficile e di sfida, ma l’Italia può farcela se applicherà la ricetta per la crescita, ovvero meno spesa pubblica e meno tasse», commenta il segretario della Cgia, Renato Mason. «Per ammortizzare la frenata del Pil – prosegue – bisogna assolutamente evitare l’aumento dell’Iva. Cittadini e imprese non possono più pagare il conto dell’incapacità della politica di affrontare con decisione una volta per tutte il tema della razionalizzazione delle uscite totali».
Con una pressione fiscale che, nonostante le promesse, per l’anno in corso è destinata addirittura ad aumentare, fare impresa è sempre più difficile, anche perchè le tasse sugli immobili hanno raggiunto una soglia inaccettabile. «Sebbene sia stata presa qualche misura a favore delle imprese, il quadro generale rimane sconfortante. Mi preme sottolineare — conclude Zabeo — che il capannone non viene ostentato dal titolare dell’azienda come un elemento di ricchezza, ma come un bene
Imposta comunale sugli immobili
A livello territoriale il maggiore prelievo Imu-Tasi si verifica in Valle d’Aosta: nel 2018 il gettito pro-capite è stato pari a 712 euro, contro una media nazionale di 348 euro. Particolarmente sostenuto anche il gettito pro capite presente in Liguria (583 euro), in Trentino Alto Adige (499 euro) e in Emilia Romagna (436 euro).
Rispetto al 2011, ultimo anno in cui è stata applicata l’Ici, la variazione di gettito prelevato su tutti gli immobili presenti nel Paese è aumentata, in termini assoluti, del 114 per cento. Se 8 anni fa i Comuni hanno incassato 9,8 miliardi di euro, tra Imu e Tasi l’anno scorso hanno riscosso 21 miliardi. In termini percentuali, le regioni con l’incremento del valore assoluto più importante registrato tra il 2011 e il 2018 sono state il Trentino Alto Adige (+185 per cento), il Molise (+161 per cento) e la Valle d’Aosta (+155 per cento) (vedi Tab. 4). In termini pro-capite, invece, sempre il Trentino Alto Adige (+175 per cento), il Molise (+165 per cento) e la Valle d’Aosta (+156 per cento).
(da “La Stampa”)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
A ROMA SI E’ TENUTO IL CONGRESSO DEL MOVIMENTO PANEUROPEO
In fondo al viale alberato si vede imponente la Basilica dei Santi Pietro e Paolo. Il sole è quello tiepido di fine marzo, ma è abbastanza forte da rendere le bandiere viola ancora più brillanti. È il viola di Volt, il movimento paneuropeo che da due anni tesse la tela fitta del rinnovamento dell’Europa.
Volt nasce per dare una “scossa” all’Europa, una scarica elettrica che risvegli. “È una parola internazionale che non va tradotta in nessuna lingua”, dice a TPI Andrea Venzon, presidente di Volt Europa. E questa intuizione racchiude il cuore pulsante del progetto: lo sguardo internazionale, che supera l’idea di confine e che riconosce la ricchezza nell’unità .
Gli attivisti si sono ritrovati a Roma il 23 marzo per il Congresso europeo per presentare i candidati alle Europee del primo partito paneuropeo della storia. Palcoscenico del meeting è l’Auditorium del Massimo, nel cuore verde dell’Eur. All’entrata, un gruppuscolo di attivisti accoglie entusiasta chi arriva. Al benvenuto iniziale si accompagna un’ondata di viola accecante. Fa caldo fuori, ma in tanti indossano le felpe dello stesso colore su cui campeggia il nome del movimento.
In platea giovani e meno giovani, italiani e stranieri, attivisti e curiosi. Le luci si abbassano, restano solo quelle bianche che puntano sul palco, che si fondono coi faretti. Viola, ovviamente, tanto che perfino il blu delle bandiere dell’Unione europea con cui è tappezzato il teatro si trasforma in violaceo. All’improvviso la musica sparata dalle casse annuncia l’ingresso del leader, il primo dei tre.
È Andrea Venzon, 27 anni, milanese. Dopo di lui, sul palco del Teatro Massimo saliranno gli altri due, Damian Boeselagr e Colombe Cahen-Salvador. Volt in due anni è cresciuta e ora, alla vigilia delle Europee, rivendica la propria identità , presenta un programma programma preciso, un progetto che supera le nazioni e unisce, sotto il segno del sociale e del nuovo.
Andrea Venzon, sceso dal palco, si prende gli applausi e gli abbracci dei compagni di viaggio. Sotto il sole caldo di mezzogiorno che gli ravviva la barba incolta rossa, il 27enne parla della sua creatura a TPI.
Se dovessi convincere qualcuno a sostenere Volt in tre parole, quali sarebbero?
Democrazia, opportunità e diritti. L’Europa al momento non è democratica e questo problema va risolto. Opportunità perchè in Italia quello che manca non è Quota 100 o Reddito di Cittadinanza, ma lavoro. 300mila italiani lasciano il paese perchè non hanno opportunità . Siamo convinti che con l’utilizzo dei fondi europei — 60miliardi che scadranno l’anno prossimo, 10 volte il reddito di cittadinanza — potremmo far ripartire molte regioni rimaste indietro, creare incentivi per le imprese e fare in modo che i giovani abbiano opportunità sul territorio. Il terzo punto è quello dei diritti: diritti delle donne, ma anche sostenibilità , fondamentali per il nostro paese.
Vi chiamano il movimento dei millenials: essere giovani è un punto di forza?
Il bello di Volt è che è un partito iniziato dai giovani che pensa anche ai giovani. Non è un partito che guarda solo all’elettorato più ampio, he è quello più in là con l’età , come fanno gli altri. Ci chiamano il partito dei giovani, ma la verità è che la platea è molto mista. In Italia siamo partiti con un’età media di 30 anni e ora siamo a 40.
Come si convincono i giovani?
Avendo dei giovani all’interno scatta un po’ l’effetto palla di neve e le persone iniziano a pensare che la politica tocchi anche loro. In più noi puntiamo molto su progetti concreti: raddoppiare i fondi per l’Erasmus, fare in modo che ci sia un diritto alla mobilità . Andare a lavorare direttamente sulle cose che interessano ai giovani.
Brexit. Siete nati all’indomani del referendum, su spinta di quel risultato. Oggi c’è uno stallo assordante.
Sono contento di dire che un centinaio di persone di Volt che sarebbe dovuto essere qua ha cancellato la partecipazione per aderire alla marcia contro la Brexit a Londra. È fondamentale che Volt Uk, se il Regno Unito rimane in Europa o meno, resti parte della nostra famiglia europea. Quello che offriamo alle persone della Gran Bretagna è la possibilità di rimanere connessi anche se uscirà . La Brexit è un fallimento dell’Unione europea, lontana migliaia di chilometri dalle persone.
Che cosa non funziona in Europa?
Innanzitutto l’Europa ha grossi problemi di democrazia. Il Parlamento, eletto da 500 milioni di persone, non ha iniziativa legislativa e questo crea un vacuum tra le istituzioni e le persone. Un altro problema è il Consiglio europeo che prende decisioni all’unanimità : nel momento in cui si presenta una crisi, l’Europa non conta. E l’abbiamo visto nella crisi dei migranti e in quella finanziaria. È sempre negoziazione tra interessi nazionali, mentre noi vorremmo che si creasse un interesse europeo. Almeno su certe tematiche: confini, sicurezza e immigrazione.
A proposito dell’immigrazione, qual è la posizione di Volt?
Il tema dell’immigrazione non finirà oggi. La crisi va gestita e deve farlo l’Europa, non l’Italia. Serve una soluzione europea: Volt è l’unico attore in questo momento che se acquisisse un peso politico europeo potrebbe portarla avanti. Riformare il trattato di Dublino prevede l’accordo di tutti i paesi. Nemmeno il più europeista dei partiti nazionali può farcela da solo. Un altro tema è quello di lavorare con l’Africa. Mi fa ridere lo slogan “aiutiamoli a casa loro”. Aiutiamoli a migliorare casa loro. Fa bene anche a noi se l’Africa cresce economicamente, visto che siamo la forza economica più prossima. Soprattutto bisogna investire di più in integrazione. Quello che succede è frutto di culture diverse, sì, ma qui le persone che arrivano non trovano una rete sociale pronta a supportarli. E questa è colpa del governo.
Qualcuno vi ha accostato al M5s per non avere un riferimento ideologico.
Io dico sempre che non siamo nè di destra nè di sinistra perchè siamo un partito europeo: le sinistre e le destre in Europa sono cose diverse. Abbiamo evitato questa etichetta e ci siamo definiti progressisti: con dei valori chiari che sono i diritti umani, la crescita sostenibile e inclusiva che ci guida. La differenza evidente con il M5s sta nei valori che portiamo avanti: è vero che siamo nati dal basso, dalle piazze, dalla rete, ma non abbiamo un padre padrone come loro e portiamo avanti politiche antitetiche: dai vaccini alle infrastrutture.
Quali sono i vostri interlocutori?
Ci hanno contattato tutti — tranne le forze di governo — in vista delle Europee per collaborare a livello nazionale e locale. Noi abbiamo deciso di portare avanti la raccolta firme perchè quello che vogliamo non è una poltrona, ma radicarci nel territorio e fare il grosso sforzo di confrontarci coi cittadini. Abbiamo iniziato un mese fa e abbiamo raccolto più di 25mila firme. Non è perchè odiamo tutti gli altri, nè perchè pensiamo che solo il viola sia il colore giusto — come ha fatto il M5s — ma perchè pensiamo che in questo momento storico sia importante definire un’identità , senza fare giochi politici per arrivare al Parlamento europeo.
C’è qualcuno a cui vi sentite più vicini? Carlo Calenda, Emma Bonino, ad esempio.
L’aspetto politico moderato ed europeista è quello che ha idee più vicine alle nostre. Calenda e +Europa hanno delle politiche in comune con noi quindi è facile collaborare. Con le forze di governo noi non condividiamo nulla, quindi non potremmo mai dialogare.
Romano Prodi qualche giorno fa diceva che l’Italia non è mai stata leader in Europa, ma la sua voce veniva ascoltata, mentre oggi non è così. Come si torna a essere ascoltati in Europa?
Prima di tutto dobbiamo tornare ai tavoli europei. Sembra un’affermazione banale, ma i nostri rappresentanti non vanno a negoziare con l’Europa. Il ministro degli Affari europei Savona non è mai andato a Bruxelles dall’inizio del suo mandato. E poi è una questione di serietà : l’Italia è stato un partner finchè era vista come un paese affidabile. Oggi non lo è. Ad oggi se ogni volta che c’è un migrante Salvini incolpa i tedeschi e chiude i porti, i partner europei si distaccano. È anche una questione di atteggiamento. È vero pure che nella crisi migratoria l’Italia è stata lasciata sola, quello dimostra come l’Europa sia ancora da farsi. Finchè non ci sarà un interesse davvero europeo, le crisi saranno sempre gestite male.
Che cos’ha Volt più degli altri?
Due cose: prima di tutto siamo un movimento europeo. Questo è il futuro della politica: o l’Europa si disfa o diventa una politica comune, in cui si pensa a soluzioni comuni.
La seconda cosa è che abbiamo tanti giovani. Può sembrare un tema di marketing, ma il fatto di avere un partito che ascolti la voce di una fascia che non è ascoltata aggiunge tantissimo. Nel nostro programma abbiamo molto su innovazione e tecnologia, ad esempio. Sì, Di Maio ogni tanto cita questi temi, ma la verità è che nessuno ci sta lavorando.
(da TPI)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
TANTE SIGLE IN PIAZZA, DAGLI AMBIENTALISTI AI NO TAV: “CONTRO LE DEVASTAZIONI AMBIENTALI”… C’E’ ANCHE LA GIGANTOGRAFIA DI LORENZO ORSETTI
“Siamo 150mila persone”: gli organizzatori della marcia “per il clima e contro le grandi opere
inutili”, che oggi ha attraversato le strade di Roma snocciolano numeri da grandi raduni per la manifestazione che ha raccolto da tutta Italia decine di migliaia di persone sotto sigle anche diversissime: ambientalisti e movimenti come i No tav, i No Triv, i No Tap e i cittadini di Taranto che chiedono la chiusura dell’Ilva.
Presenti anche gli studenti della Rete della Conoscenza: “La nostra generazione – ha dichiarato Giacomo Cossu, coordinatore nazionale della Rete – ha iniziato una rivolta per salvare il nostro futuro, denunciando tutte le attività inquinanti che concorrono al disastro ambientale: vogliamo cambiare il sistema, non il clima. Dalle scuole e dalle università continueremo ad organizzare mobilitazioni per rivendicare un sistema economico sostenibile e un’immediata politica di abbattimento dei danni all’ambiente in ogni attività produttiva. I partiti hanno dimostrato di non voler andare oltre la retorica, perciò continueremo ad occupare le piazze finchè non vedremo un cambio di passo reale”.
“Oggi siamo qui per unire le battaglie di coloro che stanno lottando per migliorare il mondo in cui vivono. Non siamo qui per manifestare a favore del nostro cortile, perchè il nostro cortile è il mondo intero”, ha aggiunto Tommaso Cacciari, nipote del filosofo, che fa parte del comitato No grandi navi di Venezia.
Ad aprire il corteo, lo striscione con la scritta “Marcia per il clima contro le grandi opere inutili e contro le devastazioni ambientali”.
“Oggi siamo qui per lottare per i diritti, per la giustizia sociale, per l’acqua pubblica, per la terra, contro le grandi opere inutili. Di legge – ha detto il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, anche lui in corteo – ce ne vuole una in Italia e non solo in Italia, quella per la messa in sicurezza delle nostre terre. Bisogna dare potere a chi potere non ha ed unire le lotte. Napoli è presente, noi ci siamo e di questo siamo orgogliosi”.
Una gigantografia di Lorenzo Orsetti, il giovane italiano morto in Siria mentre combatteva a fianco dei curdi per sconfiggere lo Stato Islamico, ha campeggiato al centro della marcia.
Sul manifesto, tenuto in mano dagli studenti nella parte romana del corteo, c’era la scritta “Lorenzo Tekoser Orsetti, Sehid Namirin” (i martiri non muoiono mai ndr) sotto la foto del giovane. “Ricordiamo Orso Tekoser – dicono gli organizzatori – morto mentre combatteva per tutti noi”.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
RESTANO MOLTI INTERROGATIVI DOPO LA FIRMA DEL MEMORANDUM E DEGLI ACCORDI COMMERCIALI
A poche ore dal termine della tappa principale della visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Roma, il dibattito vivace che l’ha preceduta e accompagnata è destinato a continuare più acceso di prima.
La decisione italiana di firmare un controverso Memorandum of Understanding (MoU) bilaterale con la Cina, che ha visto l’Italia al centro di un’ondata di reazioni critiche provenienti soprattutto dalla Commissione europea e dagli Stati Uniti, è stata una mossa largamente percepita come divisiva, sia all’interno dell’Unione europea che nei confronti degli alleati della Nato.
Sebbene il governo italiano abbia ripetutamente dichiarato che questo documento di larga intesa non sigla alcuna alleanza strategica tra Roma e Pechino, e il Presidente Mattarella lo abbia voluto inserire nero su bianco nel testo e ulteriormente ribadire nella sua dichiarazione ufficiale in presenza del Presidente Xi, è indubbio che l’MoU sia un documento politico che sancisce la volontà di cooperazione dell’Italia al progetto cinese delle cd nuove vie della Seta, il cui nome ufficiale è Belt and Road Initiative (BRI).
Cosa significhi la firma dell’Italia e quali implicazioni potrebbe avere sul corso effettivo delle relazioni con la Cina, con gli altri Stati Membri fondatori dell’Unione europea, nell’ambito delle Istituzioni europee e con gli alleati a Washington resta tutto da vedere e in gran parte ancora da giocare.
Non è di certo un punto di arrivo nelle relazioni con la Cina, ma semmai un punto di partenza, allo scoperto e in piena corrente.
Nelle relazioni economiche e commerciali con la Cina, l’Italia ha dato la giustificata impressione di voler navigare in solitaria, illudendosi di poter recuperare da sola la distanza che la separa dagli Stati Uniti, dalla Germania e dalla Francia.
È vero che ciascuno dei tre ha sempre gestito molto bene i propri interessi economici con la Cina, senza troppo curarsi di quelli altrui e senza aspettare che un’eventuale e finora improbabile posizione comune emergesse in Europa.
Senza mai esporsi politicamente, Washington, Berlino e Parigi hanno sempre lavorato per avere accesso al mercato cinese, esportare molto in Cina a fronte di altrettante importazioni, investire in imprese in Cina e accogliere imprese cinesi in casa. Non hanno mai avallato posizioni comuni perchè non ne percepivano la necessità .
Oggi una volontà comune ancora non si vede, ma qualcosa è cambiato.
Innanzitutto, un documento che introduce lo screening degli investimenti diretti in entrata dall’estero nell’UE è stato emesso dalla Commissione, anche se solo quando, nell’autunno del 2017, la Germania lo ha ritenuto necessario, dopo che le era stata soffiata dai cinesi Kuka, il suo gioiello della robotica.
A quel documento l’Italia, con il lavoro di Carlo Calenda, aveva contribuito, chiedendo da tempo un fronte comune. Inoltre, il 12 marzo scorso, sempre la Commissione ha emanato un decalogo di azioni suggerite agli Stati Membri nelle loro relazioni con la Cina, sotto il nome significativo di China strategy.
Questo decalogo include tra l’altro un riferimento esplicito alla necessità di salvaguardare i settori maggiormente strategici degli SM, come quello delle telecomunicazioni, da eccessive ingerenze cinesi. Non è difficile immaginare che tale decalogo sia stato ispirato dall’imminente firma dell’Italia, e questo può essere un primo effetto positivo della mossa italiana in prospettiva della definizione di una posizione comune europea, che ha sempre stentato a emergere.
Infatti, mentre i principali paesi europei preferivano curare individualmente i loro interessi in e con la Cina, quest’ultima tesseva con costanza e pazienza la sua tela nel resto dell’Europa, costruendo intese economiche e commerciali bilaterali con ormai 16 paesi in Europa centro-orientale, alcuni dei quali Stati Membri dell’UE, e allargando a macchia d’olio la sua influenza economica, ma anche al contempo politica.
Influenza che ora sta abbracciando il sud dell’Europa: prima dell’Italia, la Grecia e il Portogallo hanno firmato un MoU, e Cipro potrebbe seguire.
L’abile mossa di Macron di invitare Angela Merkel e il presidente Junker a Parigi per incontrare Xi nei prossimi giorni segnala la volontà di innalzare il livello dal bilaterale al comunitario, atteggiamento che potrebbe ispirare anche il governo italiano.
Se davvero il MoU firmato oggi, come dichiarato da alcuni esponenti del governo, ha lo scopo di elevare il livello delle relazioni con la Cina, allora sarà opportuno dialogare maggiormente con Bruxelles in vista del prossimo EU-China summit dei primi di aprile.
Per quanto riguarda la nostra appartenenza all’alleanza nord-atlantica, non è tanto la firma in sè a sancire prese di posizione, come gli Stati Uniti hanno voluto sottolineare, ingigantendo volutamente la portata dell’MoU, per giustificati motivi strategici di interesse comune agli Stati Uniti e all’Italia.
È indubbio che un’intesa con la Cina da parte di un paese che ospita molte basi NATO e dal quale dipende tuttora la sicurezza dei traffici nel Mediterraneo, crea dubbi non tanto sulla fedeltà degli alleati, quanto sulla loro ingenuità nell’esporsi a potenziali posizioni difficili.
Per questo i settori delle telecomunicazioni e dei porti sono stati oggetto delle maggiori preoccupazioni da parte degli Stati Uniti.
Ma al di là delle conseguenze della firma sulle relazioni con l’Europa e con gli Stati Uniti, quali effetti potrà avere l’MoU sulle relazioni Italia-Cina?
Al momento di risultati concreti non se ne vedono, dal momento che non si sa molto della trentina di accordi siglati nel Business Forum Italia Cina che si è svolto parallelamente al vertice.
Tra gli esempi noti, la collaborazione per la trasmissione delle partite di calcio italiano in Cina, per l’aumento del turismo cinese a Roma attraverso una semplificazione della procedura dei visti, e la collaborazione tra le agenzie ufficiali di stampa italiana e cinese non sono rappresentativi dei grandi vantaggi economici che l’Italia potrebbe trarre.
A dir il vero, servono più gli interessi cinesi di quelli italiani.
Inoltre, pur concedendo alle imprese e al mondo produttivo coinvolto direttamente nella serie di accordi d’affari siglati a latere dell’MoU di non volersi occupare nè interessare degli aspetti geopolitici associati all’MoU (come ha efficacemente dichiarato il presidente del porto di Trieste Zeno D’Agostino: “io non mi occupo di geopolitica, io mi occupo di business”), non si capisce quale sia la visione del ruolo italiano nella BRI.
Per esempio, aumentare semplicemente i traffici nel porto di Trieste può essere un vantaggio limitato e di poco valore, se il porto diventerà semplicemente lo scalo dei traffici gestiti dai cinesi tra il Marocco, Suez, il Pireo a sud e la Slovenia e l’Ungheria a nord, dove le aziende cinesi hanno da tempo grandi
investimenti produttivi nel settore automobilistico.
Da sempre, nei paesi che funzionano bene, la politica è funzionale alla crescita economica e allo sviluppo, e questo fanno da sempre gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e la Cina.
Con questo MoU, si è sostenuto che l’Italia voglia dare una cornice giuridica (IlSole24Ore) agli accordi operativi e concreti tra Italia e Cina.
È presto per dire quali saranno davvero i risultati concreti per il paese, al di là della collaborazione culturale. Servono risultati concreti e misurabili in termini di maggiori esportazioni, a fronte di importazioni che non aumentano (e non invece semplicemente di maggiore interscambio, senza menzione degli squilibri commerciali).
Se diventare hub logistico senza effetti sui settori produttivi corrisponde alla visione del ruolo dell’Italia nella BRI, allora l’MoU avrà portato certamente risultati concreti, ma soprattutto per la Cina.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
IL MESSAGGIO CHE EMERGE E’ UNA GRANDE VITTORIA POLITICA CHE LA CINA POTRA’ GIOCARSI NEL RESTO DEL MONDO
Xi Jinping che scende dall’aereo, mano nella mano con la moglie. Xi Jinping che cammina al
fianco di Sergio Mattarella al Quirinale. E poi tutte le strette di mano, con il presidente della Repubblica e con quelli di Camera e Senato.
Anche oggi le prime pagine dei quotidiani cinesi (oltre che le prime notizie dei telegiornali) sono tutte per la visita di Stato in Italia del presidentissimo cinese.
Copertura a tutto campo sul Renmin Ribao, il Quotidiano del Popolo, con cinque pagine dedicate che spaziano dagli appuntamenti ufficiali agli scambi culturali tra i due Paesi.
Mentre come sempre il quotidiano nazionalista Global Times è più tagliente, inserendo il viaggio di Xi e il suo passaggio in Italia nell’ottica dei rapporti con l’Unione: “Cina ed Europa lavorano insieme per cercare un terreno comune”, titola la versione in mandarino sotto la fotona con Mattarella, mentre quella in inglese scrive che la firma del memorandum sulla Via della seta da parte dell’Italia è “un buon esempio per l’Unione europea”.
È uno dei messaggi più chiari che si hanno leggendo in questi giorni i quotidiani di Stato cinesi, elemento organico della macchina di propaganda: l’adesione di Roma al grande progetto infrastrutturale disegnato da Xi è una grande vittoria politica per la Cina, che potrà essere giocata nel resto del mondo.
Per la Cina siamo una avanguardia d’Europa. Il Global Times in particolare insiste sul fatto che “l’Italia ha insistito nell’unirsi a Belt and Road nella speranza di risollevare la sua economia stagnante”, per poi fare un passo in avanti, all’incontro che Xi avrà martedì a Parigi con Emmanuel Macron, a cui si sono aggiunti anche Angela Merkel e Jean-Claude Juncker.
L’Europa sta mettendo a punto una posizione comune più dura nei confronti di Pechino, chiedendo maggiori reciprocità e aperture, ma la stampa cinese traduce il summit francese nel lessico della globalizzazione di Xi, definendolo un “forum sulla governance globale”.
L’agenzia Xinhua intervista il sottosegretario agli Affari esteri Manlio Di Stefano, 5Stelle, rompendo il monopolio del collega leghista Michele Geraci, grande tessitore dell’accordo, sui media cinesi. Il messaggio però è del tutto in linea: “Vogliamo essere una parte attiva della Belt and Road”, dice Di Stefano. E sulle obiezioni americane all’accordo, non risparmia una frecciatina a Washington: “Un buon alleato dovrebbe capire”.
Il Quotidiano del Popolo si tiene lontano anni luce dalle polemiche, non è il suo compito.
Il titolo di prima pagina è come sempre molto asciutto: “Colloqui tra Xi Jinping e Mattarella”, gli altri articoli elogiano la “nuova era” nelle relazioni tra i due Paesi. All’interno torna la storia che più sembra aver appassionato i media cinesi in questi giorni, lo scambio epistolare tra gli studenti di mandarino del Convitto di Roma e il presidente cinese.
La foto dei ragazzi compare in una pagina interamente dedicata agli scambi culturali, il settore dove evidentemente la Cina sente maggiore affinità con l’Italia, in un incontro tra culture millenarie. Il Global Times per esempio fa un viaggio tra le duemila aziende cinesi che hanno registrato il marchio “Marco Polo”. Si va dalla ceramica alle salsicce.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
OLTRE 4 MILIONI LE FIRME RACCOLTE ON LINE
Record formalizzato, oltre le 4,2 milioni di firme, per la petizione popolare lanciata sul web per chiedere al Parlamento britannico la revoca dell’articolo 50, e quindi lo stop della Brexit, a dispetto del voto referendario di 3 anni fa.
Lo riportano i media sulla base dei numeri dal sito di Westminster che segnalano il sorpasso rispetto a un’analoga iniziativa condotta nel 2016 dallo stesso fronte pro Remain per invocare (allora invano) un referendum bis.
La notizia arriva nella giornata del grande corteo anti-Brexit in corso a Londra.
Sono più di un milione le persone scese in piazza a Londra nel grande corteo anti Brexit di oggi per invocare un secondo referendum. Lo affermano i promotori della piattaforma ‘People’s Vote’, parlando di una partecipazione “straordinaria”.
La coda del corteo all’arco di Wellington, il corpo che costeggia Hyde Park per invadere Trafalgar Square e giù fino a Parliament Square, di fronte a Westminster.
Il centro della capitale è paralizzato e Transport for London, l’ente responsabile per i mezzi pubblici nella capitale britannica, ha diramato un annuncio in cui avverte che una serie di stazioni della metropolitana londinese saranno “estremamente trafficate” durante la manifestazione e invita ad evitarne in particolare 13, ovvero l’intera zona centrale di Londra.
Lungo il corteo sventolano bandiere dell’Unione europea, britanniche e scozzesi, fra cartelli e slogan come: “Revochiamo l’articolo 50”, “Vogliamo un altro Voto del Popolo”, “Amiamo l’Ue”, ma anche “Amo il socialismo, odio la Brexit”. La manifestazione arriva due giorni dopo la decisione dei leader europei di accordare al Regno Unito due opzioni per un rinvio della Brexit oltre la data prevista del 29 marzo, fissandola al 12 aprile, e in contemporanea al record di adesioni raggiunto dalla petizione sul sito del Parlamento, dove in oltre 4 milioni hanno chiesto di ‘disattivare’ l’articolo 50
La premier scozzese Nicola Sturgeon, che partecipa al corteo e ha esortato tutti coloro che rifiutano la Brexit a “cogliere al massimo l’opportunità ” offerta da Bruxelles. “Dobbiamo evitare sia la catastrofe di un ‘no deal’ sia il danno causato dal pessimo accordo della premier Theresa May”, ha dichiarato.
L’opzione di un secondo referendum è stata respinta dalla Camera dei Comuni il 14 marzo, e incontra anche l’opposizione di May, ma i suoi sostenitori sperano che nel caos in cui è piombato il Regno Unito resti un’opzione inevitabile. In piazza, tra centinaia di migliaia di cittadini, ci sono anche numerosi personaggi dello spettacolo, tra i quali l’attrice Keira Knightley.
L’approdo del corteo è in Parliament Squadre dove è stato montato un palco per permettere ad alcuni dei molti politici presenti di rivolgersi alla folla. Fra gli oratori il sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan, il vice leader del Labour, Tom Watson (ma non il leader Jeremy Corbyn, assente), il conservatore pro Remain Dominic Grieve, il LibDem Vince Cable e la pasionaria ex Tory Anna Soubry.
(da agenzie)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
COME RIVELA “IL FATTO”, NON SOLO FONTI INVESTIGATIVE CONFERMANO CHE IL SOCCORSO FU “CORRETTO E MERITORIO”, MA POTREBBE MINARE LE FONDAMENTA SOVRANISTE E CERTIFICARE CHE LA LIBIA NON E’ UN “PORTO SICURO” E QUINDI VIETARE ALL’ITALIA DI DELEGARE I SOCCORSI E I RESPINGIMENTI AI CRIMINALI LIBICI… LA TESTIMONIANZA DI LUCA CASARINI E’ IL PRIMO TASSELLO
Il capomissione della Ong Mediterraneo Luca Casarini è stato iscritto nel registro degli
indagati dai pm di Agrigento che ieri lo hanno interrogato.
Casarini è indagato per concorso in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e mancato rispetto dell’ordine di arrestare l’imbarcazione da parte di una nave da guerra. L’inchiesta è condotta da Salvatore Vella e dal pubblico ministero Cecilia Baravelli.
Ma c’è un risvolto dell’inchiesta penale che potrebbe influenzare tutta la strategia di Matteo Salvini sulle ONG e sui porti chiusi
Spiega infatti oggi Antonio Massari sul Fatto che al di là del soccorso — che fonti investigative hanno definito non soltanto “corretto” ma anche “meritorio ”— Mediterranea sta raggiungendo un secondo scopo che, sotto il profilo giuridico, potrebbe risultare ulteriormente incisivo: minare dalle fondamenta l’obbligo di “restituire”ai libici i naufraghi salvati nelle loro acque.
Per capirlo bisogna partire proprio dall’iscrizione di Casarini nel registro degli indagati.
La frase chiave per comprendere l’addebito del reato, in estrema sintesi, è questa: “Ho condiviso in modo operativo tutti gli ordini del comandante”. Nel momento in cui Casarini si è addebitato il concorso nella condotta incriminata, l’iscrizione è scattata automaticamente.
In qualità di capo missione, però, Casarini è in condizioni di motivare le sue scelte sotto il profilo ideologico.
I titolari del fascicolo hanno chiesto se la motovedetta libica, che ha raggiunto la Mare Jonio quando aveva già tratto in salvo i 50 migranti, abbia dato all’equipaggio italiano l’indicazione di un porto sicuro. Risposta negativa.
Quindi ha chiesto a Casarini se la Mare Jonio abbia chiesto ai libici di indicare un porto sicuro. “Non l’abbiamo chiesto — risponde Casarini — e se anche l’avessero indicato non avrei mai acconsentito allo sbarco dei migranti in Libia. Per me —ha aggiunto —il reato sarebbe stato quello di consegnarli a loro. La Libia non ha alcun porto sicuro per quanto ci riguarda”.
La Procura di Agrigento vuol far luce innanzitutto su questo punto: la Libia ha un porto sicuro?
L’argomento è solo in apparenza capzioso: se la Procura guidata da Luigi Patronaggio dovesse stabilire che la Libia non ha un porto sicuro, questa tesi creerebbe un precedente giuridico del quale si dovrà tener conto in futuro, con buona pace delle direttive e messe dal Viminale e anche dell’esistenza di una Guardia Costiera libica.
Per concorso negli stessi reati era infatti stato iscritto nel registro degli indagati Pietro Marrone, che ha risposto alle domande dei magistrati ricostruendo le fasi del soccorso, mentre Casarini è stato ascoltato per oltre sette ore, ma solo in qualità di testimone, presso la brigata della Guardia di finanza di Lampedusa.
Durante la deposizione-fiume — davanti al procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella, e al pubblico ministero Cecilia Baravelli — Casarini ha però reso dichiarazioni indizianti per se stesso e, come prevede il codice, l’esame è stato interrotto.
Il capo missione di Mediterranea è stato già convocato per la prossima settimana in procura, a Agrigento, dove verrà ascoltato in qualità di indagato, alla presenza dei suoi avvocati.
E sempre come prevede il codice avrà possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere. “Io non ho violato alcuna legge e ho rispettato tutte le convenzioni internazionali. C’è qualcuno che invece sta violando le leggi sulla base di un mandato a tempo”, dice Casarini. “Vediamo se è più criminale chi salva vite e le porta in un porto sicuro o chi le respinge e le costringe ad andare nei campi di concentramento in Libia o a morire in mare”.
Questa indagine, dice ancora il capo missione della Mare Jonio, “è una grande occasione per poter finalmente affrontare in una sede giudiziaria, senza ideologie e senza propaganda, il grande tema del salvataggio delle vite in mare che è superiore di fronte a qualsiasi decreto. Produrremo qualsiasi elemento utile a far chiarezza, perchè la Libia non ha una zona Sar e perchè la Libia non è un porto sicuro. E’ un paese — conclude Casarini — dove migliaia di persone sono detenute nei campi di concentramento e sottoposte a torture”.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
ALLE POLITICHE UN ANNO FA: M5S 44,3%, CENTRODESTRA 25,4%, CENTROSINISTRA 19,6%
Un generale della guardia di Finanza in pensione, Vito Bardi, per il centrodestra. Un farmacista, Carlo Trerotola, per il centrosinistra. E un imprenditore che organizza feste per bambini, Antonio Mattia, per i grillini. Dopo anni difficili tra inchieste giudiziarie e promesse non realizzate, la Basilicata sceglierà il proprio futuro nella società civile.
I tre principali candidati alla presidenza della Regione non hanno infatti un passato politico e amministrativo: si propongono come facce nuove, garantendo così un maquillage ai partiti che li sostengono. In corsa anche un outsider per la sinistra: Valerio Tramutoli.
Il centrosinistra si lecca le ferite della presidenza Pittella: Marcello, il governatore uscente, fratello dell’europarlamentare Gianni, non si ripresenta dopo lo scandalo giudiziario che ha travolto lui e la sua giunta. Pittella è stato arrestato. Ma a sorprendere è stato, principalmente, lo spaccato clientelare che emergeva dalle centinaia di pagine di intercettazioni telefoniche con nomine nella sanità , nella pubblica amministrazione decise non per merito ma a tavolino dai politici.
Per questo il segretario Nicola Zingaretti è arrivato personalmente per benedire la candidatura di Carlo Trerotola, farmacista comunque vicino alla famiglia Pittella, che è alla prima esperienza partitica ma viene da una storia familiare politica diversa.
Suo padre è stato uno dei fondatori del Movimento Sociale della Basilicata, primo sindaco dell’Msi in provincia di Potenza. Lui, ha raccontato nel corso di un convegno, non ha “mai fatto politica. In vita mia non sono mai andato ai comizi se non a quelli di Giorgio Almirante. Ogni tanto lo ascolto anche adesso”.
Negli ultimi giorni è spuntata anche una tessera dell’Msi intestata a lui. “È vero – dice Trerotola – da ragazzino andavo ai comizi di Almirante perchè mio padre era dell’Msi. Io sono orgoglioso di mio padre, dell’educazione che mi hanno dato lui e mia madre che era presidente dell’Azione cattolica. È stata un’educazione basata sulla tolleranza, leggevamo le lettere di Moro. Non sono di destra e non lo sono mai stato. Penso però che la lezione che ci arriva dai leader politici del passato è che ci si possa battere per i propri ideali, da avversari, ma sempre con grande stile e rispetto. Questa la politica che voglio praticare. Su temi centrali so da che parte stare: serve lavoro vero, non sussidi. Ed è necessario praticare l’accoglienza”.
Parole che marcano la distanza con il centrodestra. Berlusconi, convalescente dopo un guaio con un’ernia, nelle ultime ore non si è visto. Ha battuto la Basilicata in lungo e largo, invece, Matteo Salvini che punta a prendersi la prima regione del Sud con il candidato Vito Bardi e sancire il “7 a 0” contro il Pd. Il ministro degli Interni usa i suoi soliti temi. Per dire, qualche giorno fa da un palco di Muro Lucano gridava: “Mi piace il nome di questo paese. Altro che ponti: ogni tanto insomma, decidere chi entra o non entra in casa tua, non è male”.
Bardi invece sta girando la Basilicata per farsi conoscere dalla gente, mentre il suo nome era ben noto all’establishment italiano da anni, a destra e a sinistra. Generale in pensione della Guardia di Finanza, fu tra i primissimi, quando ancora l’inchiesta era coperta dal massimo riserbo, a conoscere dai suoi sottoposti tutti i segreti dell’inchiesta sulle escort che Gianpaolo Tarantini portava alla corte di Silvio Berlusconi. Una storia, quella, che ebbe lunghissimi strascichi giudiziari senza però, come tutte le altre inchieste in cui il nome di Bardi era stato tirato in ballo, avere alcun seguito.
Bardi ha costruito la sua carriera altrove ma qui in Basilicata ha lasciato i pezzi principali della sua vita: Filiano, il paese tra Matera e Melfi, dove la sua famiglia è nata, cresciuta e dove ancora oggi rappresenta un’istituzione.
L’unico a mettere in dubbio la forza dei Bardi era stato John Woodcock che aveva inquisito prima il cugino, Piervito, avvocato assai influente. E poi, a Napoli, aveva sfiorato nelle sue indagini anche il Generale. In entrambi i casi, tutto è stato archiviato. Il Generale in campagna elettorale ha parlato di “lavoro e innovazione”, “tradizione e futuro” mentre tutti i maggiorenti del partito si preparano a organizzare, dopo anni di governo di centrosinistra, il potere.
Un’ipotesi, quella della vittoria del centrodestra, quasi impensabile alcuni mesi fa.
Alle politiche il Movimento 5 Stelle aveva raccolto il 44.4 per cento dei voti. I favoriti erano loro che hanno scelto di candidare un imprenditore, Antonio Mattia, con passate frequentazioni al centro (destra), che ha avuto la meglio nelle consultazioni on line su due esponenti di lunga data del Movimento.
Qualcosa però nelle ultime settimane sembra cambiato: stando agli umori della gente, prima ancora che ai sondaggi, il Movimento pare aver esaurito la spinta di novità e freschezza. “Ce la faremo” continuano però a ripetere i vertici regionali grillini, che però lamentano sottovoce una scarsa attenzione da parte dei big nazionali nonostante le possibilità di passerelle ci fossero, vedi Matera capitale della Cultura.
In realtà , anche in politica, in Basilicata tutto ruota attorno al petrolio: nel corso degli anni il Movimento era stato in primissima linea nella battaglia contro le compagnie petrolifere e le estrazioni, accanto ai movimenti No Triv ambientalisti in Val d’Agri e nel resto della Regione.
Luigi di Maio e Alessandro di Battista avevano arringato le folle contro “gli speculatori dell’oro nero” dopo gli arresti della procura di Potenza nell’inchiesta che portò alle dimissioni, anche se mai indagata, dell’allora ministro delle Attività produttive, Federica Guidi.
Una volta al governo, però, i 5 Stelle hanno dovuto stracciare una norma che prevedeva nuove esplorazioni petrolifere e non sono riusciti a bloccare le vecchie autorizzazioni, pur avendo alzato in maniera importante le royalties a carico delle società di estrazione. Risultato: la base, o per lo meno quella ambientalista, li ha abbandonati.
Proverà a riempire quello spazio il quarto incomodo: Valerio Tramutoli, professore di Fisica alla guida della lista civica “La Basilicata Possibile”, che mette al primo punto del suo programma la volontà di trasformare la Basilicata come la prima regione in Italia “carbon free”. In attesa di sapere che fine farà il carbone, comunque vada, tra qualche giorno la Basilicata ritroverà la politica.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 23rd, 2019 Riccardo Fucile
TRA LORO IL SOTTOSEGRETARIO FERRARESI, FLORA FRATE, NICOLA ACUNZO, ROBERTO ROSSINI
Pasquale Napoletano sul Giornale racconta oggi che ci sono eletti del MoVimento 5 Stelle che
non sono in regola con le restituzioni.
Nell’articolo si parla anche di alcuni membri del governo Conte, che nel frattempo avrebbero regolato la loro posizione:
Tra i furbetti spunterebbe anche il nome di Vittorio Ferraresi, deputato alla seconda legislatura, promosso sottosegretario alla Giustizia nel governo Conte.
L’ingresso nell’esecutivo è stato un premio meritato, conquistato grazie alla fedeltà al capo politico Luigi di Maio. Ferraresi sarebbe ora finito nell’elenco dei deputati non in regola con le restituzioni: una furbata che ha scatenato malumori e mugugni nel gruppo dei Cinque stelle.
Tant’è che, ieri pomeriggio, il sottosegretario avrebbe cominciato a caricare i bonifici (sul sito Tirendiconto) della quota di stipendio restituita.
Però non sarebbe ancora del tutto in regola: è fermo, con le restituzioni, al mese di ottobre. Evidentemente i malumori dei colleghi parlamentari sono arrivati fino a via Arenula: spingendo il sottosegretario alla corsa in banca per regolarizzare la sua posizione. Evitando così di alzare un nuovo polverone. Che non fosse in regola, fino a ieri pomeriggio, lo dimostra una foto in possesso de il Giornale.
Ma il caso, spiega il quotidiano, non è unico:
Il record della morosità spetta alla parlamentare Frate Flora: dal 4 marzo ad oggi non ha sborsato un euro dell’indennità . Intascandola interamente.
Tra i furbetti c’è anche Nicola Acunzo, parlamentare salernitano con un passato da attore: l’ultima restituzione risale al mese di agosto. Non mancano parlamentari puntuali come un orologio svizzero: Francesco D’Uva, uno dei volti televisivi del Movimento, non ha saltato un mese.
Ma la grana delle restituzioni rischia di prendere la piega di una rivolta contro il capo Di Maio: Roberto Rossini ha confessato ai colleghi di essere già pronto a disobbedire alla regola dei Cinquestelle.
(da “NextQuotidiano”)
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