Aprile 22nd, 2019 Riccardo Fucile
DA ANNI IMPEGNATO IN UNA BATTAGLIA CIVILE CONTRO L’USO DELLE ARMI, DENUNCIA LA POLITICA CHE SOFFIA SULLA PAURA PER SVIARE DAI PROBLEMI REALI
“Errore di comunicazione? Niente affatto. L’atto di Luca Morisi rientra in una strategia
precisa”.
Luca Di Bartolomei, figlio del calciatore Agostino (morto suicida 25 anni fa, ndr), autore del libro “Dritto al cuore. Armi e sicurezza: perchè una pistola non ci libererà mai dalle nostre paure” spiega a Repubblica perchè la foto postata dal consigliere della comunicazione di Matteo Salvini nel giorno di Pasqua con il vicepremier che imbraccia un mitra è stato un gesto calcolato.
Che effetto le ha fatto vedere quella foto, lei che ha trasformato un dolore personale in un momento di impegno civile e porta avanti la sua battaglia contro l’uso delle armi?
“Mi ha fatto l’effetto di una persona che decide di appiccare un incendio a una grande pineta per sviare l’attenzione su di sè. In questo caso l’obiettivo era deviare l’opinione pubblica dai guai giudiziari della Lega dopo il caso Siri-Arata. Quelle che ha usato ieri Morisi, per evidenziare ciò che secondo i dirigenti della Lega è un complotto ai loro danni, a mio avviso sono parole eversive. Soprattuto perchè provengono da una maggioranza di governo che ha ben chiaro il progetto di diffondere le armi tra la popolazione civile in nome di un’emergenza sicurezza che non esiste”.
Si riferisce alla legge leghista sulla legittima difesa?
“Si, ma non solo. Ad oggi sono state depositate dalla Lega altre due proposte di legge alla Camera: una relativamente al raddoppio della potenza delle armi acquistabili liberamente, che potrebbe avere conseguenze pericolose come l’apertura alla vendita dello spay urticante al peperoncino. E l’ancora più grave proposta di legge per le modifiche al testo unico in materia di porto d’armi, dove si prevede la possibilità di ottenere questa concessione anche da parte di chi ha precedenti con la giustizia, come ad esempio in caso di furto o di resistenza all’autorità “.
Pensa che quello di Morisi sia stato un errore di comunicazione?
“No, per nulla. Fa parte di una strategia cosiddetta del “chiagni e fotti”. Da un lato individuano se stessi come vittime di un complotto inesistente. Dall’altro, come tutti i bulli, deridono chi critica ‘il capitano’ e spostano l’attenzione dai temi etici e legali che coinvolgono alcuni esponenti della Lega”.
Su Twitter gira l’hashtag #licenzialucamorisi. Giudica positivo il coro di proteste che si è alzato sui social?
“Sì, ma bisogna fare attenzione, i social non sono la realtà e spesso fungono solo da camere di accelerazione di ondate di protesta, spesso artatamente utilizzate per far crescere fenomeni mediatici. Insomma vanno presi con le molle. Il nostro Paese per fortuna ha ancora degli anticorpi”.
Secondo lei non c’è un’emergenza sicurezza?
“Assolutamente no e lo ha ribadito di recente anche lo stesso capo della polizia. L’Italia è un Paese più sicuro ma più impaurito, perchè si soffia sulla paura a scopo di propaganda, come fa la Lega”.
Molti chiedono un intervento del Quirinale sul caso Morisi.
“Io sono fiducioso, il Presidente Mattarella saprà quando richiamare tutti a una più normale, civile e ordinata modalità di comunicazione politica”.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IL RICHIAMO ALLE ARMI DI LUCA MORISI E’ LA SOLITA MARCHETTA ALLA LOBBY DEI PRODUTTORI
Continua a far discutere il post Facebook condiviso dal social media manager e spin doctor di Matteo Salvini nel giorno di Pasqua.
Quella fotografia del leader della Lega — l’immagine risale al 10 ottobre del 2018, in occasione del quarantennale della nascita del Nocs (Nucleo operativo centrale di sicurezza) — che imbraccia un mitra ha scatenato le ire su Facebook e Twitter. Nel mirino delle critiche, però, non c’è solamente la foto, ma anche il ‘richiamo’ alle armi fatto da Luca Morisi. E ora sui social si chiede il suo licenziamento.
La delicatezza non è mai stata il suo forte. Lui, abile nell’acuire i mal di pancia degli italiani pubblicando sui vai profili social di Matteo Salvini notizie a senso unico che acuiscono ancora di più la rabbia degli italiani, questa volta ha esagerato e quel «Noi siamo armati, con tanto di elmetto» era evitabile e fuori luogo.
La campagna elettorale perenne, questa volta, ha superato i limiti e in molti stanno chiedendo a Matteo Salvini di intervenire licenziando Luca Morisi. E l’invito è rivolto anche al Quirinale.
L’hashtag #licenzia_LUCA_MORISI_ su Twitter ha raggiunto quasi quota 10mila adesioni.
Matteo Salvini, con ogni probabilità , non prenderà alcun provvedimento nei confronti di chi, grazie alla propria abilità , ha contribuito a fargli conquistare la vetta dei sondaggi elettorali, ma l’appello si rivolge anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
A stupire è anche la non reazione da parte di Facebook, il social su cui è stata condivisa la foto di Salvini con il mitra e il pensiero ‘bellicoso’ di Luca Morisi.
Ma quel post è ancora sulla bacheca dello spin doctor del leader della Lega perchè la policy dell’azienda di Zuckerberg vieta solamente la pubblicazione di post commerciali sulle armi.
Il resto, invece, può esser liberamente condiviso.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2019 Riccardo Fucile
DA UN LATO MOLTI SONO FINITI PER STRADA E VAGANO PER LE CAMPAGNE, ALTRI STIPATI IN UNA CASERMA INVIVIBILE
Una sala con decine e decine di letti a castello, sistemati uno accanto all’altro. Uno
spazio riempito fino all’ultimo centimetro, tanto da rendere difficile camminare o trovare un angolo per riporre le proprie cose.
Sono le condizioni di vita all’interno della ex-caserma Gasparro nel rione Bisconte di Messina, oggi adibita a centro di accoglienza per stranieri e centro di primo soccorso.
È qui che è stata sistemata una parte dei migranti sgomberati dal Cara di Mineo. Le immagini sono state girate dagli stessi richiedenti asilo, che vogliono così denunciare il sovraffollamento della struttura.
“È impossibile stare lì dentro, per questo molti se ne vanno e si ritrovano per strada” racconta Emiliano Abramo, presidente della Comunità di Sant’Egidio a Catania, che sta seguendo il trasferimento dei profughi.
Secondo Sant’Egidio, la caserma Gasparro oggi ospita circa 300 persone, con una capienza massima di circa 250 posti. “I bagni sono esterni alla struttura e sono pochi per tutte quelle persone. Lì i migranti aspettano di avere il colloquio con la commissione per la richiesta d’asilo oppure aspettano la risposta alla loro domanda di protezione. Ma tanti di loro dopo qualche settimana vanno via, perchè non riescono a vivere in quello stato”
Iniziato il 7 febbraio, lo svuotamento del centro di Mineo non è ancora terminato e sta proseguendo settimana dopo settimana.
Dall’inizio dell’anno sono più di 1000 le persone che hanno abbandonato la struttura.
Secondo il Viminale, sono state distribuite tra Palermo, Agrigento, Messina, e Trapani. Si tratta di uomini maggiorenni e soli. Per famiglie, bambini e casi ‘sensibili’ la Prefettura di Catania sta cercando infatti una soluzione alternativa.
Il 5 aprile il numero degli ospiti rimasti si è abbassato a 500 (prima dell’avvio delle operazioni gli ospiti erano 1523).
“A Mineo i bus vengono caricati con gruppi di 50 alla volta — spiega ancora Abramo — nei fatti però le cifre sono diverse, perchè tanti scendono dai pullman e poi si mettono a vagare per le campagne. Alcuni proseguono il cammino verso altri stati europei”.
Lo sgombero ha avuto come conseguenza immediata anche quella di spostare i migranti in strutture fatiscenti, inadeguate e sovraffollate, come dimostrano le immagini girate nella caserma di Messina. Tanti di loro scappano ancora prima di essere trasferiti e si ritrovano senza un posto dove stare.
“In questo modo, con persone per strada o stipate in vecchie caserme, non si fa altro che alimentare l’emergenza“
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 22nd, 2019 Riccardo Fucile
RIGUARDA IL DEBITO STORICO DEL COMUNE DI ROMA, SI VORREBBE CHIUDERE NEL 2021 LA GESTIONE COMMISSARIALE DIPENDENTE DA PALAZZO CHIGI…DEBITI A QUOTA 12 MILIARDI
La Lega lo chiama Salva Roma, il Movimento 5 Stelle Salva Italia.
Una differenza che dice molto su come i due alleati di governo intendano la norma che taglia il debito della capitale d’Italia.
Ma cosa prevede di preciso la legge? Annunciato il 4 aprile scorso dalla sindaca Virginia Raggi e dal viceministro dell’Economia Laura Castelli, il provvedimento riguarda il debito storico di Roma: nella fattispecie, si tratta dell’intenzione di chiudere nel 2021 la struttura commissariale (definita dalla sindaca Virginia Raggi “una sorta di bad company”) dipendente da Palazzo Chigi che gestisce da anni tutti i debiti accumulati dalla Capitale fino al 2008, debiti arrivati al momento a quota 12 miliardi. Secondo il M5S questa azione non comporterebbe oneri maggiori per lo Stato e per gli italiani, anzi produrrebbe dei risparmi e risorse in più a disposizione, tanto che la Raggi lo ha ribattezzato il Salva Italia.
Tuttavia la Lega dall’inizio ha mostrato forti dubbi sulla misura, arrivando a chiederne lo stralcio. Addirittura la Lega in Campidoglio ne ha chiesto lo stop e Salvini ha rilanciato con un “o tutti o nessuno”, riferendosi anche agli altri comuni a rischio dissesto.
La norma è stata inserita nel decreto crescita e sulla sua permanenza è in atto uno scontro tra gli alleati di Governo.
“Lo Stato si accolla una parte del debito finanziario e riduce i costi che dà alla gestione commissariale. È un’operazione win-win. I cittadini italiani non pagheranno l’operazione — le parole della Castelli durante l’annuncio — In caso contrario ci saremmo trovati nel 2022 con una crisi di liquidità fortissima che avrebbe soffocato la città ”.
Al momento per ripagare i debiti di Roma nella gestione commissariale già confluiscono fondi statali (pari a 300 milioni ogni anno) insieme a fondi comunali (pari a 200 milioni).
Chiudendola, la gestione di questi debiti passerebbe al Comune.
I risparmi — stimati secondo gli ideatori di questa manovra in 2 miliardi e mezzo — deriverebbero dalla rinegoziazione dei mutui con le banche da parte dello Stato e da una ricognizione del piano di rientro del debito. Tali fondi nelle intenzioni della Raggi potrebbero essere utilizzati anche per ridurre l’Irpef, attualmente tra le più alte a Roma.
La norma è stata messa a punto da tecnici del Governo con la collaborazione del Campidoglio. Obiettivo: individuare “una strategia finanziaria il cui primo scopo è la messa in sicurezza del piano di rientro fino al 2048. Si dà piena copertura ai 12 miliardi di debiti e quindi si garantiscono pagamenti certi a cittadini, imprese e istituti di credito”.
Per scongiurare la crisi di liquidità della gestione commissariale prevista a partire dal 2022, con possibili ripercussioni sul bilancio di Roma Capitale, lo Stato si farebbe carico di una parte dei debiti finanziari compensandoli “con una riduzione minima del contributo statale destinato ogni anno al ‘commissariò”. Nei prossimi tre anni, entro il 2021, verrebbe fissato in via definitiva il debito residuo.
Poi si procederebbe alla chiusura della gestione commissariale.
(da agenzie)
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Aprile 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IN DIFFICOLTA’ SU DONNE E GIOVANI, AUMENTA LA DISTANZA TRA NORD E SUD
Il 2020 ormai è alle porte, ma gli obiettivi della strategia Ue per la crescita sono
lontanissimi.
E quello sul lavoro in particolare non potrebbe essere più lontano: l’Italia ha raggiunto appena un tasso di occupazione del 63 per cento, e diventa davvero improbabile che arrivi in pochi mesi al 67 per cento fissato da Bruxelles.
Tasso che comunque, ammesso che riuscissimo a raggiungerlo, ci lascerebbe comunque distanti dagli altri Paesi: già nel 2017 la media Ue era al 72,2 per cento, e anche se l’obiettivo del 75 per cento per il 2020 non verrà raggiunto, l’Italia rimarrà comunque fanalino di coda, ultimo Paese europeo per l’occupazione, seguito solo dalla Grecia che sfiora appena il 58 per cento.
A fare il punto sul lavoro è la Fondazione OpenPolis, che seguendo il proprio motto “Numeri alla mano” ha appena pubblicato un rapporto che mette a confronto anche le profonde differenze regionali, che rendono la situazione italiana ancora più problematica.
I punti di differenza tra il tasso di occupazione della provincia di Bolzano e quello della Regione Sicilia sono 35: un abisso tra il 79 per cento di una delle aree più progredite del Nord e il 44 per cento della Regione più meridionale d’Italia.
La classifica ripercorre fedelmente la geografia della penisola: seguono Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, fino ad arrivare al Lazio e alle Regioni del Centro che mostrano tassi di occupazione medi, di poco superiori al 60 per cento, per poi arrivare al Nord che, a partire dal Piemonte, mostra tutti tassi superiori al 70 per cento.
Due Italia, anche lontanissime, quella degli uomini e quella delle donne.
Ci sono 28 punti di differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile, nonostante la situazione delle donne sia migliorata, e il tasso, rimasto a lungo sotto il 50 per cento, adesso abbia finalmente sfondato quello che sembrava un traguardo fin troppo ambizioso.
A seguire l’Italia, come sempre, la Grecia. Prima c’era Malta: è un primato negativo del Sud dell’Europa quello di negare opportunità alle donne, e ai giovani. L’Italia mantiene anche il primato negativo della disoccupazione giovanile: la percentuale dei giovani occupati raggiunge appena il 42,7 per cento, anche stavolta ci segue la Grecia ma invece Malta mostra un andamento del tutto diverso, è in cima alla classifica Ue per giovani occupati con un tasso record del 78,5 per cento, superiore persino al 76,5 dell’Olanda e del Regno Unito.
I Neet italiani, cioè i giovani che non lavorano, non studiano e non sono impegnati in percorsi di formazione, sono il 23,4 per cento della fascia di riferimento (13,4 per cento la media Ue). E per divario tra tasso di occupazione dei giovani l’Italia stavolta non è penultima, è ultima, con quasi dieci punti di differenza.
Poca occupazione, e di scarsa qualità . Neanche questo sfugge all’analisi di OpenPolis, e del resto l’aumento del precariato, dei lavoratori a rischio di povertà emerge da tempo da tutti i dati disponibili sul mercato del lavoro, da quelli dell’Istat a quelli dell’Inps a quelli del ministero del Lavoro.
Se in Europa la percentuale dei lavoratori a rischio di povertà è del 9,4 per cento, in Italia arriva al 12,3. Per occupati con contratto a termine siamo al quinto posto con un tasso del 17,6 per cento, nel Regno Unito è del 4,8, in Bulgaria del 4,7. Molti parametri negli ultimi anni hanno mostrato segni di peggioramento: quello che preoccupa di più è il divario tra Nord e Sud, che si sta ampliando.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 22nd, 2019 Riccardo Fucile
COME DI MAIO NON HA CONCLUSO UNA MAZZA PER SALVARE 250 POSTI DI LAVORO
“Fanno anche gli auguri”, “la faccia come l’uovo”, “mi spiace ma compro solo cioccolato prodotto in Italia”: hanno suscitato sui social queste — e tante altre — reazioni gli auguri di Pasqua della Pernigotti, azienda di proprietà della multinazionale turca Toksoz che lo scorso novembre ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Novi Ligure (Alessandria).
“Pernigotti augura a tutti una golosa Pasqua! Scegli il tuo gusto preferito e rendi dolcissima la tua festa”, è il messaggio postato dall’azienda sulla sua pagina Facebook.
Un augurio che non è passato inosservato, come le vicende aziendali, per le quali la fabbrica è chiusa ormai da due mesi in attesa di un compratore.
Il tavolo al Mise è stato aggiornato al 29 maggio. “Grazie per gli auguri, ma da quest’anno per le vostre famose vicende ho scelto altri prodotti — è una delle risposte social -. Voi non avete bisogno di noi e noi non abbiamo bisogno di voi. Siamo pari!”.
“Facendo un augurio di buona Pasqua a tutti, o a quasi tutti, quest’anno scelgo, non per volontà mia, il gusto amaro di vedere una fabbrica affossata dall’arroganza, dall’incompetenza e dalla presunzione di persone che pensano di essere al di sopra di tutti! — è un altro messaggio — Scendete dal piedistallo!”.
Ad andare in Cassa integrazione sono cento dipendenti, i 150 lavoratori interinali invece godranno della disoccupazione ma non avranno alcun ammortizzatore sociale.
Fallisce così, sulla pelle di 250 persone e altrettante famiglie la mediazione del Ministero con Toksoz, il gruppo turco che è proprietario della Pernigotti da sei anni.
Toskoz non ha voluto vendere e non si è mai capito se ci fosse davvero qualcuno interessato a rilevare il marchio. Eppure il 5 gennaio Di Maio continuava a raccontare che l’azienda sarebbe stata salvata, e con essa i posti di lavoro. «La Pernigotti non solo deve continuare ad esistere come marchio ma deve continuare ad esistere con i suoi lavoratori», diceva Di Maio un mese fa spiegando che il governo «stava facendo sul serio».
(da “NextQuotidiano”)
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