Giugno 10th, 2021 Riccardo Fucile
“NELLE GIOVANI DONNE E’ MEGLIO EVITARE DI SOMMINISTRARLO”
“Oggi come oggi a mio figlio maschio lo farei fare, a mia figlia no. Ora il quadro è cambiato, si corrono meno rischi di malattia grave o di morte e quindi è più logico usare AstraZeneca sopra i 40 anni”.
A parlare è Guido Rasi, ex dg di Ema e ora consulente del commissario Figliuolo.
In un’intervista a La Stampa il professore ribadisce alcune perplessità sull’uso del vaccino a Rna messaggero nelle giovani donne. Molto più sicuro effettuarlo oltre i 40 anni d’età.
“L’Ema ha definito tre scenari diversi di diffusione del virus, rapportando i casi di malattia grave e i decessi conseguenti alle infezioni con il numero potenziale di eventi avversi ugualmente gravi correlabili al vaccino. Ebbene, le tabelle indicano che quando si hanno meno di 50 casi di Covid settimanali ogni 100 mila abitanti com’è oggi in Italia, il rapporto beneficio rischio è favorevole al vaccino AstraZeneca solo oltre i 40 anni di età”.
Rasi sottolinea come il rischio di trombosi dopo il vaccino nelle giovani donne sia comunque un “evento rarissimo”. Ma ora, che si ha una maggiore disponibilità di vaccini e meno casi gravi di covid, si può “non correre nemmeno quei rischi infinitesimali”.
″[…]Questo tipo di trombosi, che colpiscono soprattutto le giovani donne, erano più che rarissime ieri così come lo sono oggi. Solo che ora si è ridotto anche il rischio di contagio e la disponibilità dei vaccini è aumentata, per cui è possibile non correre nemmeno quei rischi infinitesimali. Anche perché è bene dire che quel caso su 100 mila nel 95% si risolve positivamente, soprattutto quando si fa una diagnosi tempestiva”.
Il professore spiega come, a suo parere, sia stato troppo affrettato organizzare gli eventi Open Day con il vaccino Atrazeneca.
“Diciamo che avrei aspettato un attimo. Oggi come oggi a mio figlio maschio lo farei fare, a mia figlia no, fermo restando che anche immunizzandosi con AstraZeneca correrebbe meno rischi di quelli comunque rari che si assumono prendendo la pillola” sottolinea Rasi.
L’ex dg dell’Ema ribadisce però come, chi ha fatto la prima dose di Astrazeneca e non ha avuto reazioni avverse, possa tranquillamente essere sottoposto anche alla seconda dose del vaccino. Si legge su La Stampa
“Si può tranquillamente fare il richiamo con lo stesso vaccino poiché esistono sufficienti evidenze scientifiche per dire che chi non ha avuto reazioni avverse con la prima dose rischia ancor meno di averne con la seconda. Comunque ci sono tre mesi di tempo da qui ai richiami per decidere. E nel frattempo potremmo avere dati più consolidati che mostrano quanto già sembra evidente, ossia che somministrare la seconda dose con un vaccino diverso dal primo sia un’opzione più che valida”.
Rasi ha speso poi anche alcune parole sul vaccino Johnson & Johnson, per cui le indicazioni, per il momento, sono diverse da Astrazeneca, perché “usa un vettore diverso e non ha fatto registrare quel tipo di eventi trombotici”.
“Ma tra giugno e luglio avremo alternative a sufficienza, anche grazie all’approvazione prevista per il prossimo mese del vaccino a Rna messaggero di Curevac” osserva il professore.
Dunque l’ex dg di Ema esprime alcune perplessità sull’utilizzo del vaccino Astrazeneca, ma solo nelle giovani donne. Nessun rischio, sottolinea il professore, per le altre fasce d’età, che invece sprona a vaccinarsi con Az.
″[…]Questi rarissimi eventi trombotici interessano solo la fascia giovane. E poi […] è un vaccino estremamente efficiente nello stimolare una risposta immunitaria tra gli anziani, nei quali di solito è più debole. Non voglio sbilanciarmi perché non abbiamo ancora solide evidenze, ma in futuro potremmo scoprire che tra chi è più in là negli anni i vaccini a vettore virale sono anche più efficaci di quelli a Rna messaggero”.
(da Huffingtonpost)
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Giugno 10th, 2021 Riccardo Fucile
SEMBRA LA FILOSOFIA DELLO SMALTIMENTO DEI FONDI DI MAGAZZINO CHE NESSUNO VUOLE
Il foglio illustrativo sul vaccino AstraZeneca reso disponibile da AIFA il 2 giugno
contiene un’avvertenza chiara anche per i non addetti ai lavori: “Coaguli di sangue molto rari, spesso in siti insoliti (ad es. cervello, intestino, fegato, milza), in associazione a bassi livelli di piastrine nel sangue, in alcuni casi accompagnati da sanguinamento, sono stati osservati dopo la vaccinazione con Vaxzevria […] La maggior parte di questi casi si è verificata nelle prime tre settimane successive alla vaccinazione e si è verificata principalmente in donne sotto i 60 anni di età. In alcuni casi questa condizione ha provocato morte”.
Una scoperta di queste ultime settimane? Assolutamente no. Già dal 25 marzo (quasi con le stesse parole) si poteva leggere il riferimento a questa “osservazione” nel foglio illustrativo.
Per questo mi sembrava perfino troppo timida la scelta di “consigliare” l’uso di AstraZeneca/Vaxzevria solo al di sopra di una certa soglia di età (nella circolare del Ministero della Salute del 7 aprile era “raccomandato un suo uso preferenziale nelle persone di età superiore ai 60 anni”).
E per questo, nel momento in cui alcune regioni, a partire dalla mia, cominciavano a lanciare open day e open week per la somministrazione proprio di questo vaccino ai più giovani, avevo criticato l’iniziativa: la possibilità di vaccinarsi prima, a condizione che si accettasse AstraZeneca/Vaxzevria, mi sembrava e mi sembra un incentivo discutibile.
Quel che era già stato osservato si è ripetuto. In rarissimi casi, per fortuna. Ma si è ripetuto. In Toscana e in Liguria ci sono giovani donne che lottano per la vita.
Ci sono due cose che mi sorprendono.
La prima è il moltiplicarsi di pareri di esperti che, adesso, invitano a procedere con cautela e a sospendere la somministrazione di questo vaccino ai giovani. Come ho ricordato, è almeno dal mese di marzo che la comunità scientifica sa di questi rarissimi casi.
Non è accaduto niente di diverso da ciò che, purtroppo, era lecito attendersi. E allora questi esperti ci dovrebbero spiegare non ciò che già sapevamo, ma perché non abbiano fatto sentire la loro voce – forte, chiara e magari univoca in modo da poter risultare più efficace – prima di open day e open week. Non per rallentare la campagna di vaccinazione. Ma per massimizzare per tutti il rapporto rischi/benefici.
E vengo così al secondo punto che credo non si possa tacere.
Si è deciso di incentivare i giovani ad accettare AstraZeneca/Vaxzevria (il vaccino che io ho fatto e che, a scanso di equivoci, considero un buon vaccino, anche se avrei preferito Pfizer o Moderna) anche perché non si è riusciti (e non si riesce) a vaccinare alcuni milioni di persone per i quali questa era la soluzione raccomandata e appropriata dal punto di vista della salute pubblica, in una situazione nella quale era necessario vaccinare il maggior numero possibile di persone nel più breve tempo possibile e non si voleva rinunciare, come hanno fatto altri paesi, al vaccino che implica questo rischio, che è insieme piccolissimo (i casi, come dice AIFA, sono “molto rari”) e grave (per le possibili conseguenze).
Perché? La spiegazione è semplice: è stata data priorità al principio in base al quale, soprattutto in questo ambito e con limitatissime eccezioni, nessuno deve essere costretto a fare ciò che non vuole. E infatti non ci si stanca di ripetere che i giovani in fila per AstraZeneca/Vaxzevria si sono presentati liberamente. Consapevoli di quel piccolissimo rischio.
Quanto è accaduto non è una imprevedibile fatalità. La Repubblica chiede il rispetto dei doveri di solidarietà (e il vaccino lo è durante una pandemia), ma non lo impone.
E così, mentre si cerca sempre solo di convincere gli ultrasessantenni, si propone ai giovani di correre (liberamente) il rischio di diventare uno di quei casi rarissimi dei quali da tempo si conosce l’esistenza.
Sarebbe più corretto, se si ritiene che la minaccia della pandemia non sia tanto grande da costringere a mettere in questione il principio della non obbligatorietà (e io ho qualche dubbio), rinunciare comunque all’uso di questo vaccino nella fascia di età per la quale non è “raccomandato”. E questo è quello che probabilmente accadrà.
Ma allora sarebbe stato giusto farlo dal primo momento. Impegnandosi a incentivare i più anziani e non i più giovani a fare ciò che è giusto per il bene di tutti oltre che di se stessi. Anche quando non ci convince fino in fondo o può comportare un piccolo rischio.
Ha ragione il presidente Mattarella: la pandemia ci ricorda che ognuno di noi ha bisogno degli altri. Forse è anche questo un modo per dimostrare che abbiamo capito la lezione.
(da agenzie)
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