Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
NEL CENTRODESTRA E’ IL CAOS
“Se Maresca continua a prendere questi trasformisti di de Magistris sarà un de
Magistris trasformato, null’altro”.
Lo dichiara in una nota il coordinamento cittadino di Napoli di Forza Italia, commentando l’adesione al progetto civico del candidato sindaco Catello Maresca di Francesco Chirico, presidente della Seconda Municipalità di Napoli (Avvocata, Montecalvario, Mercato, Pendino, Porto, S. Giuseppe).
E sul caso interviene anche Edmondo Cirielli, coordinatore della Direzione Nazionale di Fratelli d’Italia: “Catello Maresca vorrebbe imitare Luigi De Magistris, riciclando anche autorevoli esponenti del suo movimento, ma temo che la mancanza di chiarezza lo porterà a risultati più simili a quelli di Ingroia”.
Chirico è membro del coordinamento nazionale di Dema, movimento politico fondato e presieduto da Luigi de Magistris, ed è stato eletto nel 2016 con il sostegno di una coalizione formata dalle liste di Dema, De Magistris sindaco, Verdi e “Napoli in Comune a Sinistra”.
Il coordinamento cittadino di Forza Italia chiede a Chirico di rassegnare le dimissioni dalla presidenza della Seconda Municipalità: “Chirico, uomo di de Magistris e della rivoluzione arancione, ha scelto di cambiare schieramento, di fare un’operazione trasformista lasciando la coalizione che lo ha eletto. Ora sia conseguente e si dimetta subito, per evitare di dare l’impressione di aver compiuto solo un’operazione personale e tipica di chi abbandona la nave che affonda”.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
PERCHE’ CONTE DOVREBBE APPROFITTARNE
Mentre tutti gli osservatori in queste ore si chiedono “come” farà Giuseppe Conte a ricucire lo strappo con Beppe Grillo, a me sembra più opportuno provare a spiegare perché l’ex premier questo strappo dovrebbe renderlo al più presto definitivo.
Conte dovrebbe davvero approfittare di questa occasione per varare una sua lista personale.
Sarebbe un bene per lui, ovviamente, ma anche per tutta la coalizione: con una nuova gamba i giallorossi aumenterebbero lo spettro della loro offerta politica, potrebbero attrarre elettori che oggi non si riconoscono in nessuno degli attuali partiti: né i due maggiori, né tantomeno le poltiglie renziane e centriste.
Conte, oggi, dentro il M5S è costretto a mille compromessi che rendono difficile l’esplicitazione piena della sua leadership. Conte, oggi, fuori dal M5S è nelle condizioni ideali per portare un valore aggiunto.
Lo show con sberleffo di Grillo contro “l’ex premier – con tanto di foto posata in mezzo ai parlamentari (con lo statuto del contendere stretto in mano e brandito, come uno scalpo) – non è stato un semplice episodio, o una boutade, ma segna un punto di non ritorno: è la fotografia di un tentativo di fissare un rapporto di forza e di sottomissione.
Il padre e padrone del M5S si è ripreso la sua creatura e si è fatto interprete di tutte le correnti impazzite che, oggi, dentro il movimento, per un motivo o per un altro, non vogliono nessuna leadership.
Un vero e proprio vaso di Pandora a cinque stelle in cui tutti sono contro tutti: c’è chi vuole cambiare la regola dei due mandati (come proponeva Conte) perché altrimenti dovrebbe lasciare, chi la vuole mantenere a tutti i costi (ma solo perché, mandando via i più anziani avrebbe più possibilità di essere eletto), chi ha aderito alla proposta scissionistica di Davide Casaleggio, chi se n’è andato nel gruppo misto perché è stato espulso da Casaleggio, chi perché è stato espulso da Luigi Di Maio, chi da Vito Crimi. Molti ci sono finiti solo perché non volevano pagare le quote. Molti sono ancora dentro il movimento, ma in ogni caso non vogliono pagare le quote (perché sanno che non verranno rieletti). Alcuni non pagano le quote per dissenso politico, altri per fare i furbetti, altri ancora per entrambi i motivi.
Qualcuno sogna un nuovo M5S cresciuto dopo l’esperienza di governo. Qualcuno vuole un nuovo M5S che azzeri l’esperienza di governo. Tutti questi differenti stati d’animo – antitetici tra loro, dal ribellismo al governismo – si sono catalizzati durante lo show di Grillo in un inconfessabile sentimento di nostalgia, nella speranza di poter tornare ai bei tempi dei mille “No” e dei tanti “Vaffa”. Ma questa nostalgia è un inganno.
Il Movimento non potrà mai tornare quello di prima, non ci si può tuffare due volte nello stesso fiume. Il punto vero di rottura tra Grillo e Conte non è dialettica, è politica. L’ex premier ha capito la cosa più importante. E cioè che, stretto nell’abbraccio di quello che non potrà più essere, con l’apparente conforto di questo sentimento di nostalgia per quello che non sarà mai più, il Movimento muore.
Non c’è più spazio per il ritorno ai bei tempi del “Vaffa”: la “scatoletta di tonno” (per stare ad una delle metafore più celebri di Grillo) è stata aperta dall’apriscatole della protesta, e adesso – dentro – ci sono i ministri e gli eletti pentastellati.
L’assalto dei Grillini “al Palazzo” non è più possibile, perché adesso nel Palazzo ci sono loro.
Quello che è più difficile da capire, poi, è che anche gli elettori sono cambiati: i barbari hanno conquistato le cittadelle del Potere, e questo – come ai tempi dell’Antica Roma – li ha mutati per sempre.
La pandemia ha cambiato le esistenze, le domande, i bisogni della protesta, anche di quella più radicale: gli elettori che gonfiarono le vele della grande contestazione, in nome dei valori, adesso hanno bisogno di una grande ricostruzione, che avvenga in nome degli stessi valori.
Non vogliono più il nome di un ministro da appendere in piazza. Vogliono un ministro che faccia cose diverse, ad esempio che difenda gli interessi collettivi e un modello di sanità diverso nel nome delle loro esigenze.
Il reddito di cittadinanza è già arrivato – bene o male – e adesso l’Italia è quella dei mille cantieri che sorgono in nome dell’ecobonus al 110%, grande intuizione del Governo Conte (di cui purtroppo nessuno dei dirigenti Pd e M5S parla).
Ecco perché quella sfuriata di Grillo non è stata frutto del caso: è la tentazione del fondatore di usare il simulacro di Conte come un catalizzatore per tornare agli spiriti ribelli delle origini. E, nella sua conseguenza subordinata, per condizionarlo e limitarlo nella sua opera di rinnovamento.
Il ché sembra addirittura puerile: un partito della rabbia in Italia c’è già: un partito di lotta e di governo ha già rubato i suoi voti al vecchio M5S, un partito che quando diceva i suoi No riusciva miracolosamente a tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Questo partito si chiama Lega. È il partito più antico della politica italiana, ed è una forza che è abituata a gestire i suoi contrari.
Anche il partito della coerenza intransigente c’è già: ha detto che stava all’opposizione e ci è rimasto. È il partito di Giorgia Meloni.
Certo, se nasce la lista Conte, il M5S resta come una bad company in mano a Grillo, ma avrebbe comunque uno spazio politico, anche se più marginale.
Potrebbe raschiare qualche mollica di consenso tra gli arrabbiati di sempre. E, se è vero che un partito riformista e progressista in mano a Conte ruberebbe voti sia ai Grillini residuali che al Pd, non c’è dubbio che questa formazione sarebbe in grado di contendere voti (anche al centro) che adesso la coalizione giallorossa non riesce ad intercettare.
Ed è questa – direbbe Bersani – la nuova “mucca nel corridoio” che i dirigenti dei due partiti cardine della coalizione oggi non riescono proprio a vedere.
Il centrodestra sta vincendo la partita del dopo-pandemia: sta vincendo nella società, nei sondaggi, e persino nel Palazzo, dove offre a Mario Draghi un gioco di sponda e una candidatura al Quirinale. Serve dunque la capacità di sparigliare, per poter cambiare l’offerta, per poter aderire alle nuove esigenze.
Serve l’opportunità che Grillo, con il suo show megalomane e distruttivo, ha inconsapevolmente offerto.
Altrimenti, anche questo compiaciuto attardarsi crepuscolare nella gestione di una piccola rendita di poltrone e di governo resterà come un ballo sul ponte del Titanic. L’ultimo inebriante giro di danze, mentre la nave affonda.
(da TPI)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
QUEI CALCIATORI CHE NON HANNO CAPITO UNA MAZZA (O FANNO FINTA DI NON AVER CAPITO)… LA PROSSIMA VOLTA RESTATE IN PIEDI ANCHE SE GLI ALTRI SI INGINOCCHIANO, NON CI INTERESSA LA VOSTRA IPOCRISIA
È un peccato che le cose si siano messe così, negli ultimi giorni, perché questa è
indubbiamente la Nazionale più popolare e vincente da diverso tempo a questa parte
Ma da quando gli si è prospettata la possibilità di compiere un gesto semplice nella forma, potente sul piano simbolico, non hanno azzeccato una mossa che sia una. E continuano ad incartarsi un passo dopo l’altro, in un vortice di equivoci, situazioni imbarazzanti e dichiarazioni grottesche che avremmo evitato volentieri.
La Nazionale è arrivata impreparata all’eventualità che una squadra avversaria potesse inginocchiarsi, in segno di supporto al movimento Black Lives Matter, e ha rimediato una una brutta figura contro il Galles.
Poi ha impiegato giorni per partorire una strategia da seguire nel caso fosse ricapitato, ha provato ad evitare domande sul tema in conferenza stampa, ha lasciato Bonucci rispondere a nome della Nazionale (con un certo imbarazzo), ha indetto riunioni di squadra nel tentativo di mettere d’accordo tutti e infine se n’è uscita con la classica pezza peggio del buco.
Perché quello che sta venendo a galla, in maniera sempre più evidente, è la mancata consapevolezza del significato del gesto, di cosa voglia dire davvero inginocchiarsi, di quello che può essere il ruolo di uno sportivo nel mondo. Oggi, anno 2021.
Il problema non è tanto restare in piedi o inginocchiarsi, ma cosa c’è dietro ogni scelta. L’Italia ha deciso di inginocchiarsi solo se lo faranno gli avversari e la motivazione addotta da Giorgio Chiellini, capitano della Nazionale, voce del gruppo e testa pensante, è un tiro che finisce lontano dalla porta: “Quando capiterà qualche richiesta dalle altre squadre ci inginocchieremo per sentimento di solidarietà e sensibilità verso l’altra squadra”.
Il Black Lives Matter ridotto a cortesie tra colleghi, un gesto di supporto ad un movimento antirazzismo che diventa contentino per non urtare la sensibilità altrui.
Al di là del successivo lapsus sul nazismo, Chiellini – da leader della Nazionale – ha dato l’impressione di non avere la minima idea di cosa stesse parlando. E lascia interdetti in un momento storico in cui tanti sportivi, nel mondo e ad ogni livello, si sono fatti carico di combattere piccoli pezzi di grandi battaglie, attraverso gesti che possono sembrare futili ed estemporanei, ma intanto sono un principio di qualcosa.
Inginocchiarsi per questioni di facciata, più che di sostanza, è peggio che restare in piedi, presa di posizione che pure avrebbe una sua piena libertà d’essere se supportata da ragioni meritevoli.
Non sembra questo il caso, però. L’Italia non si è inginocchiata ancora (compatta e senza esitazioni) ma ha già svuotato di ogni significato il momento in cui lo farà.
(da Fanpage)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
UN PAESE CHE NON SA FARE I CONTI COL PROPRIO QUOTIDIANO RAZZISMO… E’ QUESTO DI CUI DOVREMMO IMBARAZZARCI, NON DEI BALBETTII DI BONUCCI O DELLE GAFFE DI CHIELLINI
La nazionale che si inginocchia a metà, che poi non si vuole più inginocchiare, che poi si inginocchia per solidarietà se lo fa anche la squadra avversaria.
I silenzi di Mancini, l’addetto stampa della nazionale che blocca le domande sul tema perché “qui si parla solo di calcio”, i balbettii di Bonucci, la gaffe di Chiellini che confonde razzismo e nazismo.
Se cercate motivi di imbarazzo o di vergogna, o anche solo un pretesto per puntare il dito contro i calciatori ignoranti e disimpegnati della nostra nazionale – mentre altrove, dal Belgio alla Germania, dal Galles alla stessa Ungheria, si moltiplicano i gesti simbolici di un Europeo che sta diventando giorno dopo giorno l’evento sportivo più politico di sempre – ne avete da buttar via.
Però, forse, sarebbe il caso di guardare un po’ oltre il dito. E di chiedersi se i nostri azzurri, in qualche modo, non siano essi stessi lo specchio riflesso di un Paese che deve – dovrebbe – fare i conti quotidianamente con la vergogna e l’imbarazzo dei suoi piccoli e grandi razzismi quotidiani.
Ad esempio, giusto ieri, ci saremmo dovuti inginocchiare tutti per Camara Fantamadi, morto a 27 anni per un malore dopo aver lavorato per ore nei campi del brindisino, per sei euro l’ora.
Oppure, già che c’eravamo, potevamo inginocchiarci per Musa Baldé, 23 anni, guineano, morto suicida nel Cpr di Torino, dov’era entrato dopo che a Imperia, tre italianissimi patrioti l’avevano pestato a sangue con spranghe pugni e calci.
Qualche secondo in ginocchio se lo sarebbe meritato pure Adil Belkhadim, sindacalista dei lavoratori della logistica, 37 anni e due figli, investito, trascinato per una decina di metri e ucciso da un camion che ha forzato il blocco dei lavoratori che protestavano per le condizioni inumane in cui lavoravano, davanti ai cancelli di un magazzino di Biandrate, in provincia di Novara.
E già che c’eravamo, potevamo pure rimanere in ginocchio per un po’ per onorare la memoria delle oltre cinquecento anime morte per arrivare in Europa dalla Libia nei soli primi mesi del 2021, o per le oltre 30mila che già riposano da qualche anno in quelle acque, o dei milioni di profughi che teniamo imprigionati in Libia, a Lesbo o nei campi profughi della Turchia, in cambio di fiumi di denaro elargiti a dittatori e signori della guerra, perché “altrimenti in Europa vincerebbero le destre“.
Ecco: magari quando vi imbarazzate per Bonucci e Chiellini, magari pensate pure a loro, a tutto quel che c’è dietro quelle ginocchia che si piegano, a quello sguardo a terra, a chi quotidianamente subisce quel razzismo che vogliamo combattere a suon di simboli, come se una maglia azzurra che si inginocchia può emendarci da ogni responsabilità.
E poi provateci voi, proviamoci noi, a stare in piedi, senza fare i conti con il nostro imbarazzo e con la nostra vergogna.
(da Fanpage)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
PEGGIO CHE GLI INTEGRALISTI ISLAMICI, COSA CI FA IN EUROPA UN PAESE RAPPPRESENTATO DA UN DITTATORELLO OMOFOBO E RAZZISTA CHE CENSURA LA LIBERTA’ DI PENSIERO?
La denuncia dei media olandesi: ai tifosi accorsi in occasione della sfida degli ottavi
tra Olanda e Repubblica Ceca, è stato chiesto di consegnare le bandiere arcobaleno
Interviene l’Uefa per precisare che le bandiere arcobaleno dovevano essere ammesse dentro lo stadio di Budapest in occasione della sfida degli ottavi tra Olanda e Repubblica Ceca.
“La Uefa ha informato la federazione dell’Ungheria che i simboli con i colori dell’arcobaleno non sono politici e che, in linea con la campagna Equal Game della Uefa contro ogni discriminazione, incluse quelle verso la comunità Lgbtqi, bandiere di quel tipo saranno consentite dentro lo stadio”, ha spiegato la federazione in una nota.
“Al contrario di quanto riportato da media olandesi”, prosegue il comunicato, “non è stato vietato alcun simbolo coi colori arcobaleno nella fan zone di Budapest, e che la fan zone è sotto la responsabilità delle autorità locali. La Uefa al contrario accoglierebbe molto volentieri ogni simbolo di quel tipo nella fan zone”.
Ai tifosi olandesi presenti a Budapest è stato chiesto di consegnare le bandiere arcobaleno con cui intendevano manifestare alla Puskas Arena il loro dissenso verso la legge ungherese accusata di discriminare la comunità Lgbti.
Gli agenti della sicurezza, stando ai media olandesi, avevano comunicato questa disposizione ai supporter ‘oranje’ presenti nella Fan zone sequestrando tutte le bandiere arcobaleno.
L’Uefa era già stata criticata per non aver permesso che l’Arena di Monaca di Baviera si illuminasse con i colori dell’arcobaleno in occasione della partita tra Ungheria e Germania.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
AVEVANO CRITICATO LA DIVISA DELLA DISCORDIA, ORA IL LEGHISTA LA ESIBISCE NEL POST
«Dajeeeeeeeee» scrive in un tweet un festante Matteo Salvini per la vittoria della Nazionale italiana contro l’Austria agli europei di calcio.
Un’espressione romanesca detta da un leghista non dovrebbe più sorprendere nessuno, vista l’ormai nota variante del partito che ha portato il suo leader da dire «Il tricolore non mi rappresenta» a sostenere fervidamente il Made in Italy nel suo insieme.
Un cambio di registro che ha coinvolto anche il rapporto con la Nazionale: in passato Salvini si era reso protagonista di tifo anti-azzurro con Radio Padania per poi cantare Notti magiche prima della recente partita contro la Turchia.
Nel tweet dopo la vittoria contro l’Austria c’è un elemento che avrà infastidito gli alleati del centrodestra: Salvini indossava la maglia verde, proprio quella contestata da Giorgia Meloni e dai sovranisti nel 2019.
«Ma solo io non capisco il senso di far giocare la Nazionale Italiana di calcio con una maglia verde e senza tricolore sullo scudetto?» scriveva la leader di Fratelli d’Italia in un tweet del 10 ottobre 2019.
Federico Mollicone, deputato FdI e capogruppo in commissione Cultura e Sport, tuonò così contro la divisa italiana oggi indossata da Salvini: «Per giustificare un colore che nulla ha a che vedere con la nostra storia calcistica, hanno parlato di colore verde in onore dei giovani e hanno tentato di mettere dei ricami pseudo-rinascimentali per giustificare quest’obbrobrio. La trovata della casacca verde è un brutto prodotto di merchandising che insulta la nostra storia, non solo sportiva».
La maglia, realizzata dalla Puma, voleva celebrare il periodo rinascimentale del calcio italiano grazie all’ingresso di «tanti giovani talenti». Non era la prima volta per la Nazionale italiana: la maglia verde venne utilizzata nel dicembre del 1954 nella partita amichevole vinta 2-0 contro l’Argentina allo Stadio Olimpico di Roma.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
DOPO VARIE SEGNALAZIONI, ARRIVA LA CORREZIONE: L’IRONIA SUI SOCIAL
La fretta di partecipare all’esultanza nazionale ha portato la presidente del Senato
Maria Elisabetta Alberti Casellati a rendersi protagonista di un pasticcio sui social network.
Il suo staff di comunicazione voleva senza dubbio mostrare la gioia della presidente del Senato per la vittoria ai tempi supplementari dell’Italia contro l’Austria.
Per questo, nel cuore della notte, dopo la fine della partita, è stato pubblicato un tweet con una foto in cui si vede la Casellati mostrare orgogliosa una maglia azzurra.
Il testo del tweet è stato: «Grazie ragazzi, grazie Italia: andiamo avanti!», il tutto corredato da una emoticon della bandiera tricolore.
Il problema è che la Casellati ha scelto quello sbagliato, proponendo alla vasta platea dei suoi followers il vessillo dell’Irlanda (verde, bianco e arancione).
Dopo oltre 30 minuti dal tweet, diverse persone hanno fatto notare che la Casellati aveva sbagliato bandiera. Lo staff della comunicazione della presidente del Senato è corso prontamente ai ripari, modificando il tweet
Si sa, però, che i social network sono impietosi e non perdonano. Così, tra i commenti, è un vero e proprio tripudio di bandiere dell’Irlanda e di riferimenti al suo precedente tweet.
Un utente ha anche pensato bene di mostrare tutte le possibili bandiere tricolori cromaticamente simili a quella dell’Italia (probabilmente per prevenire eventuali e futuri errori): dal vessillo della Costa d’Avorio, a quello del Messico, passando per quelli di Ungheria, Tagikistan, Bulgaria, Iran e India.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
DI MAIO AL SUO POSTO? FINE GARANTITA
Se non si trova un accordo entro oggi, Giuseppe Conte terrà una conferenza stampa lunedì pomeriggio per rispondere alle accuse di Beppe Grillo e dire addio al MoVimento 5 Stelle.
L’ex premier spiegherà che non è riuscito a trovare un punto di incontro con il fondatore e, probabilmente, si metterà a studiare l’ipotesi di nuovo partito che potrebbe varare.
Ma oggi è il giorno della mediazione: Luigi Di Maio, Domenico De Masi e Roberto Fico provano a fare da pontieri tra i due nella ricerca disperata di un accordo dell’ultim’ora. E intanto i parlamentari e la base spingono Beppe verso un ok che lui non sembra molto intenzionato a cercare.
L’ex premier si aspetta un segnale, un riconoscimento da parte di Grillo della fiducia riposta nella possibilità di Conte di rilanciare il Movimento, senza mandare a gambe all’aria l’intero progetto pentastellato. E il segnale, a meno che Conte non dovesse decidere di rimettere il “mandato” nelle mani di Grillo affidandogli la scelta di riconfermarlo o meno, deve arrivare al più presto, entro le prossime 24 ore, perché lunedì il candidato leader M5s renderà pubbliche le sue intenzioni riguardo la prospettiva di portare avanti, o meno, il suo piano di rifondazione del Movimento.
Il Fatto Quotidiano scrive oggi che i mediatori non parlano direttamente con Beppe ma si affidano ai suoi legali per cercare di convincerlo a mollare sul nuovo Statuto che prevede una diminuzione dei suoi poteri.
Intanto spiegano a Conte che non è il caso di chiudere domani perché il tempo gioca a suo favore: Per questo gli suggeriscono di spiegare, sì, le ragioni del dissenso con Grillo ma lasciando aperto uno spiraglio al “ravvedimento operoso”: «Non si deve impuntare, non deve dire ‘Non ci sto’», è il succo del ragionamento. Che però trova freddino l’ex avvocato del popolo. E per un motivo ben preciso: se si comincia già a litigare oggi, cosa succederà in futuro?
Il possibile ritorno di Di Maio
Intanto Di Maio, tra un appello all’unità e l’altro, potrebbe essere in pole position per guidare il MoVimento in caso di ritiro di Conte. Il Messaggero scrive oggi che il ruolo di capo, anche dopo il passo indietro in seguito alle sconfitte elettorale, non lo ha mai abbandonato davvero. E a lui sono attualmente vicini parlamentari e ministri. Per questo in caso di addio di Conte potrebbe toccare di nuovo a lui. Intanto l’ex premier torna ad accarezzare l’idea di un partito suo. A confortarlo ci sono i sondaggi che girano nelle chat dei fedelissimi. E che vedono un consenso personale altissimo e una percentuale del 10-15% attribuita a una sua eventuale nuova creatura.
Ma i parlamentari sono “terrorizzati” dall’ipotesi di una scissione. Perché, scrive l’agenzia di stampa Ansa, se è vero che i “contiani” al Senato sono la maggioranza, la scissione rischierebbe di far scomparire il Movimento in un ramo del parlamento, lasciando i deputati in balia di se stessi: infatti «un conto è stato attaccare Casaleggio, un altro mettersi contro Grillo, il padre del Movimento. Nessuno vuole mettersi in questa condizione», spiegano.
Per riallacciare, però, serviranno garanzie da entrambe le parti sulla volontà di trovare un punto di caduta sul nuovo Statuto e sui ruoli che garante e capo politico ricopriranno. Così come una parola chiara di Conte sulle sue intenzioni circa il sostegno al governo Draghi, più volte messo in dubbio, anche se in prospettiva non immediata, dall’ex premier.
(da agenzie)
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Giugno 27th, 2021 Riccardo Fucile
MEGLIO USCIRE DI SCENA CHE SEMBRARE MEZZO RINCOGLIONITO
Grillo è un artista straordinario. Un visionario sublime. Un animale da palcoscenico
raro. Sul palco è un mostro come pochi. Ha fatto cose incredibili, che solo lui poteva prima pensare e poi addirittura realizzare.
Purtroppo, come tutti gli iper-talentuosi, vive di up & down. E il down attuale, che dura dalla colpevole resa incondizionata nella “trattativa” per entrare nel governo Draghi, è imbarazzante.
Già solo per avere scambiato Draghi e Cingolani per “grillini”, lo PsicoBeppe dovrebbe nascondersi per anni.
Invece no: parla, sbraita e gioca al tiranno che, pur di non cedere il regno, preferisce distruggere tutto.
Il suo spettacolino di giovedì davanti ai parlamentari è stato da vomito: lui che sfotte Conte, fa il ganassa e scambia uno snodo fondamentale della politica italiana per un suo monologo comico al Palafava di Vitiano. Penoso. Ridicolo. Patetico.
Grillo sta bombardando l’uomo che ha scelto lui (il solito bipolarismo sfrenato) e l’unico politico che può salvare i 5 Stelle. Genio!
Senza M5S, Conte può fare quello che vuole (il professore, l’avvocato, un partito tutto suo). Senza Conte, il M5S può andare al massimo affanculo.
Ripigliati, Grillo: meglio uscire (un po’) di scena che sembrare il mezzo rincoglionito che si evira per far dispetto alla moglie
Andrea Scansi
(da Il Fatto Quotidiano)
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