Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile
CAPPATO: “PUNTIAMO ALLE 750.000 ENTRO FINE SETTEMBRE”
“Siamo felici di poter comunicare che ad oggi sono più di 500.000 le persone che
hanno firmato il referendum per la legalizzazione dell’eutanasia, stando alle cifre comunicate al Comitato promotore da parte dei gruppi di raccolta firme ai tavoli (430.000 firme), alle quali si aggiungono oltre 70.000 firme raccolte online e un numero ancora imprecisato di firme raccolte nei Comuni”. È quanto hanno annunciato in una nota Filomena Gallo e Marco Cappato, a nome del Comitato promotore referendum “Eutanasia legale” e dell’Associazione Luca Coscioni.
“Nell’esprimere profonda gratitudine per le migliaia di volontarie e volontari che stanno dedicando parte delle proprie vacanze a fornire il servizio pubblico dell’esercizio del diritto al referendum – scrivono i due – vogliamo sottolineare che la raccolta firme naturalmente prosegue con ancora maggiore forza, con l’obiettivo di raccogliere almeno 750.000 firme entro il 30 settembre in modo da mettere in sicurezza il risultato da ogni possibilità di errori nella raccolta, ritardi della Pubblica amministrazione e difficolta’ nelle operazioni di rientro dei moduli. Ad oggi, le firme fisicamente già rientrate al Comitato sono 99.000 delle quali 48.000 già certificate e pronte per la consegna”.
“Di fronte agli annunci di iniziative parlamentari e al proseguirsi della violazione dei diritti dei malati – scrivono ancora dall’Associazione Luca Coscioni-, già sanciti dalla sentenza della Consulta sul caso Cappato-Antoniani, vogliamo precisare che il referendum è uno strumento legislativo per realizzare riforme con effetto vincolante, non è – né dal punto di vista legale né da quello politico – uno “stimolo” al Parlamento affinché legiferi, né tantomeno un alibi per il Governo e le Regioni per continuare a violare impunemente la legge. Continueremo infatti ad agire al fianco di persone malate che, come nel caso di “Mario”, si vedono conculcata con la violenza la propria libertà di decidere sul fine vita”.
“A 37 anni dal deposito della prima proposta di legge sull’eutanasia – aggiungono -, a prima firma Loris Fortuna, il referendum è lo strumento per abrogare la criminalizzazione del cosiddetto “omicidio del consenziente” (articolo 579 del codice penale) e rimuovere cosi’ gli ostacoli alla legalizzazione dell’eutanasia anche con intervento attivo da parte del medico su richiesta del paziente, sul modello di Olanda, Belgio, Lussemburgo e Spagna, seguendo i principi già stabiliti anche dalla Corte costituzionale tedesca”.
“Se nel frattempo il Parlamento avrà la forza di approvare una legge (come quella ora ferma in Commissione alla Camera) che depenalizzi il cosiddetto “aiuto al suicidio” (articolo 580 el codice penale), ricalcando la sentenza della Consulta, certamente si tratterà di un passo avanti positivo per impedire ostruzionismi come quello in atto contro ‘Mario’, ma non si supererà l’utilità del referendum sull’art. 579. Parallelamente alla strada referendaria, che continua con la raccolta delle prossime centinaia di migliaia di firme, come Associazione Luca Coscioni proseguiamo anche con l’aiuto diretto alle persone che si rivolgono a noi attraverso il ‘numero bianco sul fine vita’ (06 9931 3409, numero gratuito attivo dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17)”.
“Nei casi in cui sarà necessario, con Mina Welby e Gustavo Fraticelli siamo pronti a ricorrere alla disobbedienza civile per affermare il diritto fondamentale all’autodeterminazione dei malati in condizione di sofferenza insopportabile e malattia irreversibile”, concludono Gallo e Cappato.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile
E ORA LI LASCIAMO LI’ FUGGENDO A GAMBE LEVATE
Guardatele bene, le immagini dei cittadini afghani che si accalcano uno sull’altro per salire sull’aereo che porta in Occidente. Guardatele bene, perché alcuni di loro sono morti sotto le raffiche delle forze di sicurezza che presidiavano l’aeroporto, e chissà quanti sono rimasti feriti, schiacciati, umiliati mentre provavano la fuga appesi ad una scaletta o ad un palo.
Guardatele bene, dunque, queste immagini, perché quello è (anche) il simbolo della nostra vergogna, la vergogna dell’Occidente. Venti anni di guerra combattuti in nome dei supremi valori della libertà, ma poi, quando gli eserciti scappano, nessuno dei paesi alleati della missione “Enduring Freedom” (un nome che oggi appare ridicolo), nessuno di quelli che ha pensato e predisposto diligenti ed elaborati piani di evacuazione per le proprie truppe, si è preoccupato dell’enorme flusso di civili che chiedono di non finire la loro vita da schiavi, sotto i kalashnikov e le lame dei talebani.
Era prevedibile, era ovvio: in quella folla ci sono donne che non vogliono indossare il burka, ci sono giovani che vogliono studiare la storia senza dogmi, ci sono ragazzi che rifiutano i matrimoni combinati, ci sono intellettuali che non accettano di piegare il sapere del mondo ai dogmi delle scritture, ci sono archeologi perseguitati perché anche affermare la verità sul passato, con il nuovo regime, sarà un rischio mortale.
In quella folla di improvvisati acrobati per la libertà, ci sono tutte le minoranze che oggi rischiano di essere calpestate e perseguitate dal nuovo regime. Se spendi 2mila miliardi di dollari in una guerra che insanguina un intero paese per venti anni, non hai questo diritto. Non puoi dire: scusate, ho sbagliato, me ne vado, ciao.
Abbiamo ricordato solo due giorni fa la profezia con cui Gino Strada – grande conoscitore dell’Afghanistan – aveva pronostica il ritorno al potere dei talebani. Ed è un esercizio interessante, oggi, confrontare la sue parole con le certezze dell’uomo più potente del mondo, Joe Biden, che solo dieci giorni fa ci spiegava tranquillo: “C’è un esercito governativo perfettamente equipaggiato, di 300mila uomini, che avrà facilmente ragione di 75mila talebani”. È accaduto il contrario.
Quando l’Italia partecipò a questa fallimentare missione, in spregio dell’articolo 11 della Costituzione italiana, sul 70% dei nostri balconi sventolava la bandiera arcobaleno della pace. Fu, quella parata di colori, la più grande silenziosa e civile protesta che la storia repubblicana ricordi. Quella protesta fu ignorata.
Proprio per questo quelli che vollero la guerra, e la imposero, oggi non hanno il diritto di fuggire e di abbandonare. E nemmeno quello di sparare addosso a chi vuole salvarsi. Fate un ponte aereo ininterrotto con l’Occidente, usate almeno una parte dei soldi investiti in armamenti per salvare delle vite. Non lo dovete a loro. Non lo dovete a noi. Lo dovete a voi stessi, se non volete aggiungere, al dramma della sconfitta, la vergogna del ridicolo.
(da TPI)
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Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile
CI VORRA’ TEMPO PER VALUTARE LA PORTATA DEL FALLIMENTO DELL’OCCIDENTE
Non è una Caporetto. Allora i nostri nonni ritrovarono metodo e coraggio fino al riscatto. Oggi il disastro afghano è definitivo. E tristissimo. Ci vorrà tempo per valutare compiutamente la portata del fallimento dell’America e dell’Occidente nella più lunga operazione militare dell’ultimo secolo.
Al momento, mentre gli stranieri lasciano precipitosamente Kabul e molti afghani disperati cercano una via di fuga, il nuovo corso talebano comincia a segnare il territorio. Le donne sono scomparse dalle strade, le immagini ritenute sacrileghe imbiancate da zelanti promotori della morale, i palazzi del potere occupati da miliziani con sandali e kalashnikov che non hanno avuto bisogno di combattere. Chi li doveva contrastare o almeno arginare è scomparso, come i Vopos quando si aprì un varco nel muro di Berlino. Con la differenza che il crollo del muro significava libertà, la vittoria dei talebani il contrario.
Molti avevano messo in conto una caduta di Kabul, nessuno ne aveva previsto i tempi rapidissimi. L’esercito regolare afghano, formato dalla Nato, si è liquefatto come neve al sole di fronte all’avanzata dei talebani. Eppure sulla carta l’esercito contava sul triplo delle forze degli insorti, a riprova del fatto che per vincere le armi sono importanti, ma la motivazione lo è ancora di più. La lista degli errori è lunga e andrà analizzata senza veli, fino all’accordo di Doha voluto da Trump e assecondato da Biden, che ha demoralizzato le forze governative afghane e ne ha affievolito la lealtà.
Ora comunque è difficile negare la disfatta e i suoi effetti perversi si sentiranno a lungo. La scelta di Washington, pur se favorita dall’opinione pubblica americana stanca di un impegno militare sanguinoso e costoso, tocca la credibilità internazionale degli Stati Uniti, la capacità di sostenere gli alleati e di condividere fino in fondo con loro – compresi gli europei – strategie e tattiche.
Si rafforza il ruolo di Turchia e Russia, non a caso rimaste a Kabul con una presenza militare e diplomatica. Si affaccia più visibilmente la Cina, certo soddisfatta per il ritiro occidentale e interessata a una sinergia con Afghanistan/Pakistan in funzione anti-indiana, sempre che i vecchi/nuovi padroni del vapore a Kabul escludano ogni ipotesi di collegamento con gli uiguri in Xinjiang. Pechino ragiona in termini di potere, la questione dei diritti e della legalità non è pervenuta.
Ne esce malconcia la Nato, società incapace di interloquire con l’azionista di maggioranza, nonostante il contributo dei soci europei.
Meglio tacere poi sull’Europa, inesistente più che assente, prigioniera delle sue divisioni e dell’illusione che aiuti e auspici possano sostituire una vera politica estera e di sicurezza comune.
Nell’anno dedicato alla conferenza sul suo futuro, l’Ue dovrebbe riflettere con severità su questa amara lezione. Tutto il quadro, ammettiamolo, è molto doloroso, così come angoscia il pensiero delle bambine afghane cacciate dalle scuole e delle donne ridotte a oggetti invisibili da possedere, oltre che delle brutalità e delle sopraffazioni talebane negli anni e, si ha ragione di temere, sempre attuali. Il tristissimo Ferragosto di Kabul è uno spartiacque nella storia dell’Afghanistan, dovrebbe esserlo anche per l’Occidente, per quello che vogliamo e possiamo fare in un mondo con usi diversi da quelli della buona creanza.
In ogni caso, per i bilanci occorre essere lucidi. Oggi qualcuno, forse non ricordando bene che cosa era l’Afghanistan da cui venti anni fa partì l’attacco contro le Torri gemelle, quando fummo tutti americani, denuncia la “guerra d’occupazione” degli occidentali. Ma davvero l’impegno di chi ha lavorato, forse male, forse poco, ma sicuramente con l’idea di stabilizzare, non di colonizzare, può considerarsi un atto di “occupazione”? Chi ha aperto scuole, ospedali, strade, chi in questi anni ha liberato energie vitali e contribuito a dare dignità almeno a una parte del Paese può veramente essere bollato come “occupante”? Chiediamolo agli afghani che stanno scappando in massa, anche cercando di aggrapparsi agli aerei, e con cui dobbiamo essere solidali.
Infine, per cercare di vedere le cose obiettivamente, meglio evitare di dare improvvide patenti di “onestà” ai nuovi responsabili afghani. La voglia di correre coraggiosamente in soccorso del vincitore è sempre diffusa, specie da noi, ma in questo caso fermiamoci in tempo. Dietro la presunta “onestà” purtroppo il rischio molto, molto concreto è di assistere ancora a violenze e soprusi del tutto inaccettabili.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile
OTTO MESI DI VIAGGIO E SOFFERENZE PER ATTRAVERSARE L’AFRICA: DALLA SIERRA LEONE A LAMPEDUSA, ORA IL RISCATTO SOCIALE
Yayah Kallon ha segnato un goal di quelli che non ci si dimentica, il primo da
professionista con il Genoa e poi lo ha dedicato a Gino Strada, scomparso in quelle ore a soli 73 anni.
A volerlo studiare non sarebbe venuta così bene quella prima volta. Il suo racconto parte da lontanissimo, dalla Sierra Leone e dal viaggio di un 14enne che attraversa tutto il continente per conquistare una nuova vita.
La vittoria di Perugia per l’esterno del grifone è forse il successo più bello della sua nuova vita, quella conquistata dopo tanti anni di sofferenza in povertà e disagio. Ecco allora che subentrano le motivazioni della dedica, non da immaginare ma solo da ascoltare “Dedico il mio gol a Gino Strada – ci ha tenuto a dire a fine partita ricordando la morte del fondatore di Emergency – ha fatto moltissimo per il mio Paese”.
Lui la Sierra Leone l’ha lasciata da bambino. In Italia ci ha messo otto mesi ad arrivare, dopo aver attraversato il continente africano passando per la Libia e per i viaggi della speranza con destinazione Lampedusa. Eppure a sentire Kallon, la sua sofferenza ha rappresentato comunque il male minore. “L’alternativa era diventare un bambino soldato”, ha detto nel post partita della Coppa Italia.
Del suo viaggio e del suo passato aveva parlato anche negli scorsi mesi sui canali ufficiali del Genoa “Il viaggio è stato lungo e difficile, all’inizio ero da solo poi lungo il percorso ho incontrato ragazzi di tanti paesi, dalla Costa d’Avorio al Senegal al Mali ed anche se non parlavamo la stessa lingua abbiamo fatto gruppo – aveva raccontato su Genoa Channel -. Il momento peggiore è stato sicuramente il periodo in Libia. Lì non c’erano regole e incontravi ragazzini che giravano armati. Per pagarmi la traversata via mare ho lavorato, dalla pulizia nelle case al muratore e quando sono riuscito a raccogliere i mille dinari che servivano mi hanno rapinato così ho dovuto ricominciare da capo”.
Le parole su Gino Strada poi, restituiscono tutta l’umiltà del calciatore. “Sono consapevole che non potrà essere certo abbastanza per ringraziare un medico che ha fatto moltissimo per il mio Paese, dove ha costruito ospedali importanti, curando centinaia di migliaia di persone, e pure per tutta l’Africa, aiutandoci pure quando è scoppiata l’ultima epidemia di Ebola nel 2012. Sono molto triste per tutto questo.
Qui mi vogliono tutti bene, il mister e i compagni mi hanno accolto alla grande”.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile
I TALEBANI PROMETTONO SERENITA’: “E’ L’ORA DELLA PROVA”… ORA L’EUROPA ACCOLGA I PROFUGHI CHE CHIEDERANNO ASILO SENZA SE E SENZA MA
All’indomani della presa di Kabul, continua la corsa disperata dei civili verso l’aeroporto della capitale. Mentre gli occidentali vengono rimpatriati via via – i nostri connazionali arriveranno, insieme ad alcuni collaboratori afghani, tra poche ore – gli afghani hanno paura di quel che sarà.
Sono migliaia i cittadini che hanno preso d’assalto lo scalo, nel tentativo di varcare i confini ed essere al sicuro. I voli commerciali dall’aeroporto di Kabul sono stati annullati proprio per il caos che in questi momenti si sta registrando sulle piste.
I soldati americani hanno sparato in aria. Lo ha riferito un testimone alla Afp. “Ho molta paura. Sparano colpi in aria. Ho visto una ragazza che veniva schiacciata e uccisa”, ha detto.
Le persone che si sentono maggiormente in pericolo sono quelle che, in questi 20 anni di guerra, hanno collaborato con gli occidentali. Per alcuni di loro gli stati si stanno attivando per l’accoglienza, ma tanti sono quelli che restano lì. E che sanno di essere i primi a rischiare la vita.
L’Europa resta a guardare, nella consapevolezza che a breve potrebbe esserci una nuova ondata migratoria di persone che scapperanno dal nuovo regime. Ed avranno il diritto di chiedere asilo.
Al momento, una linea d’azione univoca non c’è.
L’Austria opta per i rimpatri, ad esempio, l’Albania – che non fa parte dell’Ue – invece accoglie. L’Italia ha già fatto arrivare entro i suoi confini 228 collaboratori afghani, una ventina arriverà con il volo di oggi e altri – ha assicurato la ministra Luciana Lamorgese – arriveranno nei prossimi giorni. La Spagna ha fatto un’operazione simile. Da 60 Paesi, intanto, arriva un appello: “Tutti i cittadini afghani e internazionali attualmente in Afghanistan devono essere aiutati a lasciare il Paese in sicurezza e gli aeroporti devono rimanere aperti”, si legge. Tra i firmatari sottoscritto Usa, Australia, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Corea, Qatar, Gran Bretagna.
In un comunicato congiunto i governi richiamano alla responsabilità “tutti coloro che sono in posizione di potere e autorità affinché vengano protette le vite umane e le proprietà e per il ripristino immediate della sicurezza e dell’ordine civile”.
Nel comunicato si aggiunge che “gli afghani hanno il diritto di vivere in sicurezza e dignità e la comunità interazionale deve essere pronta ad assisterli”.
I talebani, dal canto loro,, hanno lanciato un nuovo video in cui il vicecapo promette “serenità” alla nazione e di occuparsi dei bisogni della gente. “Questa è l’ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra nazione, daremo serenità alla nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone”, dice nel video, citato dalla Bbc, il mullah Baradar Akhund seduto nel palazzo presidenziale circondato da miliziani armati. “Il modo in cui siamo arrivati era inatteso e abbiamo raggiunto questa posizione che non ci aspettavamo”, dice ancora Akhund.
I fondamentalisti dichiarano che la guerra è finita che sarà chiaro “presto” che tipo di governo ci sarà. E assicurano che il gruppo è pronto a dialogare con “personalità afgane”, a cui verrà garantita la necessaria protezione. Il portavoce ha ribadito che la sicurezza sarà garantita ai cittadini e alle missioni diplomatiche. Rassicurazioni che, chiaramente, non bastano a tranquillizzare gli animi degli afghani.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2021 Riccardo Fucile
AL CENTRO UN BAMBINO AFGHANO CON DELLE BENDE SULLA TESTA CHE SI RIVOLGE AL FONDATORE DI EMERGENCY: “GINO, HO PAURA”
Un bambino afghano con delle bende sulla testa e sull’occhio destro che si rivolge
a Gino Strada e dice di avere paura.
Il bambino piange, le sue lacrime hanno il colore della bandiera afghana e rappresentano la sofferenza del suo popolo.
La paura di un futuro pieno di ulteriori violenze e sofferenze. È questa la nuova opera della street artist laika dal titolo “Le lacrime di Kabul (Omaggio a Gino Strada) comparsa nella notte del 15 Agosto, a Roma, in via Andrea Provana, all’angolo di via Biancamano.
L’artista ha inserito nell’opera diversi riferimenti al fondatore di Emergency recentemente scomparso. Laika ha voluto comunicare le sue preoccupazioni riguardo la presa dell’Afghanistan da parte dei talebani.
Le stesse preoccupazioni che Gino Strada ha raccontato nel suo ultimo articolo, pubblicato proprio il giorno della sua morte. ”[…]Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe. La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali” scriveva Gino Strada nell’articolo pubblicato lo scorso 13 agosto.
“Nessuno più di Gino Strada può avere avuto idea di ciò che è stata la vita in Afghanistan negli ultimi vent’anni” commenta Laika. “Un paese nel quale ha vissuto in totale sette anni della sua vita e che oggi torna ad essere al centro dell’attenzione internazionale come totale fallimento degli Stati Uniti e dei paesi NATO, compresa l’Italia.
Non posso immaginare – prosegue l’artista – cosa stia vivendo quel popolo in questo momento, però so che in Afghanistan non potranno più contare su un uomo che per quel paese ha dato tanto e che ha regalato al mondo un’organizzazione come Emergency che, nella sua storia, ha curato gratuitamente più di 11 milioni di persone. Gino Strada è un uomo dalla parte giusta della Storia e tutti noi non possiamo che dirgli grazie”.
(da agenzie)
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