Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
CENTRO-SUD IN FIAMME… IL GOVERNO DISPONE LA MOBILITAZIONE NAZIONALE DELLA PROTEZIONE CIVILE… LA MANO DELLA CRIMINALITA’
In Italia è emergenza incendi legata a un’altra emergenza, quella climatica. Ora anche il nostro Paese, come la Grecia e la Turchia in Europa, la California e Bolivia nel continente americano e mezza Africa centro-meridionale, è alle prese con fiamme devastanti. In particolare il Centro-Sud.
Inoltre le alte temperature e i venti forti rendono complicato il lavoro di chi deve spegnere i roghi.
A preoccupare in particolare è la Calabria tanto che il premier Mario Draghi, come aveva già fatto per la Sicilia, ha firmato il Decreto del presidente del Consiglio che dispone la mobilitazione nazionale del sistema di protezione Civile: nelle prossime ore, coordinati dal Dipartimento, arriveranno in zona volontari e mezzi delle colonne mobili provenienti dalle altre regioni.
Il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio, in vista dell’ondata di calore che avvolgerà l’Italia nei prossimi giorni, quando si prevede la settimana più calda dell’estate, è costretto a diffondere un appello: “Abbiamo alle spalle giornate impegnative e drammatiche sul fronte della lotta agli incendi – dice – le temperature che ci attendono nei prossimi giorni ci impongono la massima attenzione” e per questo “è fondamentale evitare ogni comportamento che possa generare incendi e segnalare tempestivamente anche roghi di piccola entità”.
Il picco massimo di calore lo si avrà martedì 10 e mercoledì 11 agosto con punte, nelle località interne della Sicilia e della Sardegna, fino ai 45 gradi.
Il Dipartimento della Protezione Civile, insieme a tutto il servizio Nazionale e la flotta di Stato è al lavoro per contenere i roghi con squadre a terra e canadair, in particolare in Calabria dove nei giorni scorsi hanno perso la vita due persone.
In provincia di Reggio Calabria, in particolare, la situazione continua a essere preoccupante. Il fronte del fuoco su San Luca, nella Locride, avanza ed è molto vicino alle Foreste Vetuste nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, da poco inserite nel patrimonio Unesco.
“Servono urgentemente mezzi aerei ed i migliori operatori da terra, la situazione è veramente difficile”, scrive su Facebook Leo Autelitano, presidente del parco dell’Aspromonte (Epna), mentre si trova vicino al luogo delle fiamme. È in corso una mobilitazione massiccia di uomini e mezzi, con tantissimi volontari. È stato chiesto anche il supporto dell’esercito per salvare le Foreste vetuste. Situazione critica pure nell’area Grecanica. Oggi è tornato a bruciare anche il Vesuvio e molte famiglie hanno dovuto abbandonare le loro case.
E se il capo della Protezione civile Curcio oggi si è limitato a chiedere ai cittadini di osservare comportamenti corretti per evitare di innescare incendi, il vescovo di Cefalù, monsignor Giuseppe Marciante, parla in modo molto più diretto: “Chi si macchia di tale reato si pone fuori dalla comunione della Chiesa in quanto ha commesso un crimine contro il Creatore mettendo a rischio la vita delle persone e la distruzione del bene ambientale prezioso per la sopravvivenza di tutte le sue creature”. E poi ancora: “Purtroppo i tristi episodi dei funesti incendi, ad opera di mani criminali, di questi giorni caldi di agosto – continua – mi spingono a pensare che ci troviamo di fronte a un pianificato disegno di desertificazione della nostra terra a vantaggio di sporchi interessi economici verso destinatari che per il nostro colpevole silenzio resteranno anonimi”.
Un ruolo decisivo lo hanno proprio le Regioni e questo il capo della Protezione Civile lo ha ricordato più volte, l’ultima una settimana fa quando era la Sicilia a bruciare: “Le responsabilità nell’ambito di ciò che si fa contro gli incendi boschivi sono chiare. Le norme prevedono che la lotta attiva sia di competenza delle Regioni. E lotta attiva non è solo spegnimento, ma anche sorveglianza, avvistamento”. In particolare, per quanto riguarda la prevenzione, le amministrazioni avrebbero dovuto rafforzare le attività di ricognizione, sorveglianza, avvistamento e allarme mentre per quanto riguarda la pianificazione è fondamentale avere piani aggiornati. Ma molte di queste indicazioni sono rimaste lettera morta.
Gli incendi per autocombustione, ha detto qualche giorno fa il capo dei Vigili del Fuoco Guido Parisi, “sono molto rari: a scatenare le fiamme sono purtroppo l’incuria nella quale versano le aree boschive, i comportamenti dei cittadini che lasciano rifiuti senza curarsi delle conseguenze, la scarsità di manutenzione”. E ovviamente le mani degli incendiari, come dimostrano gli inneschi trovati sia in Sardegna sia in Sicilia.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
L’ACCOUNT FAKE E IRONICO COLPISCE ANCORA E GLI SCETTICI DEL GREEN PASS CI CASCANO COME PIRLA
Cosa non farebbe un “no green pass” pur di non doversi piegare al presunto
complotto che – nelle loro idee – limita le libertà personali e ricalca le persecuzioni degli ebrei nella Germania nazista.
Adesso sono addirittura arrivati a chiedere asilo al Comune di Bugliano, un luogo inesistente nato da una pagina satirica online che finge di rappresentare ordinanze e punti di vista di un fantomatico “sindaco” eccentrico.
L’ultimo amo al quale i complottisti sono abboccati è quello di una falsa autocertificazione che – secondo quanto si legge sul documento “ufficiale” del fittizio comune toscano – “serve per poter usufruire dei servizi degli esercizi commerciali nel solo territorio comunale di Bugliano in alternativa al Green Pass”.
Naturalmente un provvedimento del genere sarebbe illegittimo su suolo Italiano, eppure c’è chi ci casca.
“Libero di scegliere una via alternativa al siero. Lodevole iniziativa di questo comune toscano, che spero sia d’esempio per gli altri comuni italiani. Forse le proteste iniziano ad avere effetto”, è il messaggio di un “no-green pass” pronto a trasferirsi zaino in spalla in una terra inesistente.
Convinto, inoltre, che le proteste portate avanti dai suoi sodali di attivismo abbiano inciso nella vicenda. Comica, tra l’altro, la dichiarazione che il fantomatico cittadino buglianese dovrebbe compilare: “Dichiaro di avere fatto una vaccinazione (anche omeopatica) contro il virus Covid19 o di avere intenzione di farne una il prima possibile e di non avere il Covid19”.
Termini inventati o dichiarazioni d’intenti al limite del grottesco che non destano nessun sospetto però negli scettici della pandemia.
Il comune di Bugliano non è nuovo a scherzi simili: lo scorso 25 dicembre a cascarci era stato l’avvocato Edoardo Polacco, che aveva creduto alla bufala dei “controlli nelle case” nella notte di Natale per evitare gli assembramenti. Allora chiese addirittura la destituzione dell’inesistente sindaco.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
SUL SITO SCRIVEVA: “INGRESSO NEL RISPETTO DELLE NORME ANTICOVID”… A GESTIRE LA SICUREZZA UNA SOLA PERSONA
Una serata in discoteca all’insegna della “normalità”, come quelle dell’era pre Covid. Oltre mille ragazzi hanno ballato per tutta la notte in un locale di Rimini, l’Ecu, in violazione di ogni normativa contro la pandemia.
Per questo, e per altre irregolarità, la Polizia locale ha disposto la chiusura immediata. A gestire la sicurezza un solo addetto per far fronte a centinaia di giovani e giovanissimi che ballavano accalcati.
Durante i controlli sono state sequestrate anche alcune dosi di hashish, marijuana e cocaina. Alcuni dei ragazzi sono stati trovati ancora sotto effetto di stupefacenti, in particolare ecstasy e Lsd. La serata era pubblicizzata sul sito del locale. Si specificava: «Ingresso limitato e solo su prenotazione nel pieno rispetto delle normative anti Covid-19. Posti limitati a mille persone».
Chiuse altre due discoteche in Riviera
Non solo la Ecu. Altre due discoteche della Riviera sono state sottoposte a chiusura immediata. Una di queste, spiegano le autorità ad Ansa, era classificata come “recidiva”: si tratta della discoteca Musica.
Nonostante già lo scorso sabato avessero organizzato una serata contravvenendo a tutte le norme per il contenimento del contagio, all’interno del locale si stava svolgendo una nuova serata di ballo.
L’altro locale in questione è il Bikini. I militari sono intervenuti nel locale intorno alle quattro di notte: i vicini si erano lamentati per la musica ad alto volume ed era in corso un litigio tra due fidanzati. Lite che si è conclusa con ferite anche per un militare e per un turista veronese che era intervenuto in soccorso della ragazza, anch’essa poi lanciatasi contro i carabinieri. Denunciata lei per resistenza e oltraggio, arrestato lui per lesioni. Il turista veronese ha subito un trauma cranico con 21 giorni di prognosi.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
NEL SENTIRE LA MARSIGLIESE CI SI CHIEDE SE NON CI POTEVA ESSERE L’INNO DI MAMELI
La cerimonia di chiusura di Tokyo 2020 e il passaggio di testimone a Parigi, città
ospitante dei giochi olimpici nel 2024, è stata ricca di emozioni.
Ed è stata la parola fine a un’estate di sport, cominciata con gli Europei di calcio, dopo il lungo stop che il Covid aveva inflitto al 2020.
Per gli italiani si tratta di un’estate da incorniciare, con un entusiasmo che unisce quasi tutti. Dopo la vittoria un po’ inaspettata dei ragazzi di Roberto Mancini, a Tokyo gli atleti azzurri hanno infatti scritto alcune pagine di storia sportiva. Basti citare l’oro di Marcell Jacobs nei 100 metri dopo il dominio dell’uomo più veloce del mondo, Usain Bolt. E la vittoria nella staffetta 4X100. Oltre alla posizione nel medagliere di tutto rispetto.
Insomma, è stata un’estate che più azzurra non si può. Con imprese che hanno addolcito la stanchezza e la paura per la pandemia. Ma proprio davanti alla cerimonia di chiusura, con la fiaccola olimpica che a poco a poco ha perso vigore per poi spegnersi, sorge un rammarico. Il rammarico che nell’ultimo giorno dei Giochi poteva esserci per l’Italia l’ultima grande ciliegina sulla torta.
Ciliegina che invece vola dritto verso Parigi. E nel sentire la Marsigliese, nel vedere la festa davanti alla Tour Eiffel, il presidente Macron sorridere come non mai e gli aerei sorvolare la Ville Lumière spargendo nel cielo il tricolore blu bianco e rosso della Francia ci si chiede se al loro posto non ci poteva essere l’Inno di Mameli, il Colosseo, Mario Draghi e le frecce tricolori. Per dirla chiara: Roma 2024.
Un sogno che in molti hanno cullato, in primis il presidente del Coni Giovanni Malagò, ma che è stato negato ancora prima della corsa finale dal sindaco allora appena eletto nella Capitale, cinque anni fa.
Per Virginia Raggi, nel momento in cui il Movimento 5 stelle di lotta cominciava a prendersi alcuni comuni importanti, dare l’ok alla candidatura di Roma per i Giochi sarebbe stato “da irresponsabili”. “Olimpiadi del mattone”, si arrivò a dire.
Oggi invece sembra solo una grande occasione persa per un paese desideroso di tradurre le prodezze sportive in ripresa dell’intero sistema. Occasione persa per una città che di certo, alla vigilia delle elezioni, non è certo rinata ma è ancora afflitta da tanti, troppi problemi.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
OBIETTIVO CAPITALIZZARE PARIS 2024 IN VITA DELLE PRESIDENZIALI
Una volta calato il sipario sui Giochi di Tokyo, comincia il conto alla rovescia per l’accensione del braciere olimpico di Parigi, prevista nel 2024.
Nell’attesa, in Francia è già cominciata il duello tra il presidente Emmanuel Macron e la sindaca della città, la socialista Anne Hidalgo, su chi riuscirà a capitalizzare al meglio un simile evento sportivo in vista delle presidenziali.
Nessuno dei due ha ancora ufficializzato la candidatura per la corsa all’Eliseo del prossimo anno, ma ormai gli annunci ufficiali sembrano essere solo una questione di tempo.
Macron e Hidalgo vogliono sfruttare al massimo le Olimpiadi del 2024 per migliorare la loro immagine. Al via, quindi, la competizione per accaparrarsi il posto più visibile nella vetrina internazionale dei Giochi.
Il presidente si è recato in Giappone in occasione dell’apertura dell’evento, mentre la sindaca ha partecipato oggi alla cerimonia di chiusura, durante la quale ha ricevuto la bandiera olimpica, mentre a place du Trocadéro si teneva una cerimonia con gli atleti francesi che hanno partecipato a quest’ultima edizione e la pattuglia acrobatica dell’aeronautica che sfrecciava in cielo sullo sfondo della Torre Eiffel.
Un passaggio di testimone in pompa magna, che dà ufficialmente il via alla corsa verso la prossima Olimpiade. Intanto, Macron e Hidalgo continuano a sgomitare per rimanere in prima linea.
Un duello fatto di strette di mano, selfie e incontri ufficiali, ma anche di annunci, come quello di Macron sulla cerimonia di apertura del 2024, che si terrà sulle “sponde della Senna”. In questa battaglia si ritrovano in nuce gli orientamenti politici dei due rivali. Macron e Hidalgo promettono un’iniziativa destinata a lasciare una “eredità” a Parigi e a tutta la Francia, in un’ottica economica e sociale.
Il presidente conferma la sua impostazione liberale ponendo l’accento sulla creazione di nuovi posti di lavoro grazie alle infrastrutture in cantiere, soprattutto nel dipartimento della Seine-Saint-Denis, a nord di Parigi, considerato come il più povero di Francia.
Nel territorio, dove già è stata installata la sede del Comitato organizzativo, si terranno più di un quarto delle competizioni (80 su 329). Le promesse, però, vanno di pari passo con le prime difficoltà riscontrate dall’organizzazione francese.
Le future linee 16 e 17 della metropolitana, destinata a collegare alcuni siti olimpici, non saranno pronte per il 2024. Ad annunciarlo nei giorni scorsi la società del Grand Paris, che gestisce un progetto destinato a trasformare la rete dei trasporti pubblici nella regione parigina entro il 2030 nell’ambito di un ampio piano di sviluppo economico e sociale del territorio.
Le Olimpiadi erano state presentate proprio come l’occasione perfetta per dare un colpo di acceleratore al cantiere, che a questo punto non riuscirà a soddisfare tutte le aspettative.
Un ritardo “inaccettabile” per la sindaca, che dal canto suo ha promesso dei Giochi “sobri” ed “ecoreponsabili”, in perfetta linea con la sua politica verde. Ma anche su questo piano non sono mancati i problemi. Associazioni e collettivi locali della Seine-Saint-Denis hanno contestato alcuni progetti infrastrutturali, definendoli dannosi a causa del loro impatto sulla biodiversità locale.
Ma le ambizioni ambientaliste della sindaca socialista si sono dovute scontrare anche con il ritiro del gruppo petrolifero TotalEnergies dal gruppo dei partner dell’evento. Troppi i dubbi della prima cittadina, che non voleva sporcare l’immagine di un evento annunciato come “esemplare” per la difesa del clima affiancandosi ad un’azienda che ancora fa un ampio uso di energie fossili.
Così, nel 2019, il marchio del colosso petrolifero è stato cancellato dalla lista dei sostenitori delle prossime Olimpiadi dal presidente Patrick Pouyanné, stanco di dover convincere la Hidalgo della buona fede del suo gruppo.
Una decisione che ha tolto al bilancio dell’evento 120 milioni di euro, in un budget complessivo di 3,9 miliardi, e che ha mandato su tutte le furie Macron, secondo il quale tutti i finanziatori sono i “benvenuti”. Il capo dello Stato ha attaccato la sindaca senza fare il suo nome, ricordando però che “è più facile scartare dei finanziamenti privati dando lezioni di morale che trovarli”.
Visioni contrapposte che emergeranno prepotentemente durante la prossima campagna elettorale, una volta che le rispettive candidature saranno ufficializzate.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
NEL MEDAGLIERE L’ITALIA E’ DECIMA PER ORI VINTI, SETTIMA NEL TOTALE DELLE MEDAGLIE
Tokyo 2020 chiude i battenti. Nel medagliere trionfano gli Usa con 113 in totale, di
cui 39 ori, 41 argenti e 33 bronzi. Anche a Rio 2016 gli Usa furono primi, facendo però meglio, con 121 medaglie in totale e 46 ori.
Grande incremento totale della Cina, con 18 medaglie in più, mentre di una in meno è migliorato il Giappone che però ha notevolmente incrementato, con +15, il bottino degli ori.
Diciassette medaglie in più le ha conquistate anche l’Australia, con un incremento di 9 ori rispetto al 2016. 71 sono invece i podi del Comitato olimpico russo, presente senza inno e bandiera.
L’Italia registra il suo primato con 40 medaglie, piazzandosi decima se il parametro è quello degli ori vinti, mentre diventa settima se è quello del totale delle medaglie.
A Rio, l’Italia Team fu nono vincendo due ori in meno, quindi 8, e il totale fu di 28. Quindi in Giappone l’incremento è stato di 12 medaglie, ovvero del 43%.
Tutto ciò vuol dire anche che a Tokyo quella azzurra è stata la prima squadra dei confini europei per numero di medaglie vinte. A Rio era stata quarta
E a proposito dell’edizione del 2016, notevole il risultato in Giappone del Brasile, dove migliora di una posizione, 12/o anziché 13/o, rispetto all’Olimpiade di casa, raggiungendo il suo massimo storico di medaglie: 21. Segno che aver ospitato i Giochi ha giovato al suo intero movimento sportivo.
Sono state 93 le nazioni andate in medaglia, fra le quali per la prima volta San Marino (un argento e due bronzi). A Rio i paesi andati almeno una volta sul podio erano stati 87, a Londra 85 e a Pechino 86.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE FA NOTARE LE INCONGRUENZE DEL LEGHISTA
Dalle colonne di Libero, giornale di cui è diventato direttore dallo scorso 17 maggio, Alessandro Sallusti si scaglia contro il leghista Claudio Borghi.
“Così come l’orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta – scrive il giornalista – anche Claudio Borghi, onorevole leghista noto prima per voler abolire l’euro, poi i vaccini e domani chissà (un genio, non c’è che dire, nel senso che ha capito come funziona la comunicazione, cioè che più spari cavolate più probabilità hai che qualcuno si accorga della tua esistenza) ieri l’ha detta giusta”.
Il riferimento è a una frase di ieri del deputato ed economista del Carroccio: “Se a settembre ci saranno meno contagi diranno che il Green pass funziona, se saranno di più che ci vorrà più Green pass”.
Secondo Sallusti, il sottotesto di Borghi è che la misura del certificato verde sia “una truffa per convincere la gente a vaccinarsi”. L’ex direttore de Il Giornale prende atto però del fatto che il pass sia “non giusto né sbagliato, ma semplicemente inevitabile” per non soccombere al virus.
“Questa per il Borghi è una inaccettabile limitazione delle sue libertà tra le quali quella di non dover rendere conto a nessuno del suo stato di salute e delle sue generalità”.
Fa però poi notare alcune incongruenze nel ragionamento del leghista: “In quanto alle generalità, sono certo che il portafogli del Borghi sia già ora colmo di Green pass da esibire in base all’occorrenza a signori sconosciuti e senza i quali non può accedere ad alcune libertà: alla Camera lo fanno entrare solo con l’apposita card, quando (purtroppo) va in Rai, a Mediaset o a La7 deve lasciare il documento alla reception”.
E sulla privacy “il Borghi l’ha già regalata ad Amazon, Facebook e chissà quante diavolerie simili”.
I lettori di Libero sotto shock
Un attacco vissuto con stupore dai lettori di Libero: “Non vi si distingue più da Repubblica o dal Fatto quotidiano” e “Anche Sallusti prende i soldi di Big Pharma”, alcuni dei commenti più accesi.
Già nell’ottobre del 2018 Sallusti, in un editoriale sul Giornale, aveva attaccato Borghi, definendolo “un idiota o un terrorista”.
In quel periodo di tensione con l’Unione europea sulla legge di bilancio, il leghista affermava che l’Italia avrebbe dovuto “iniziare a stampare moneta”.
“Il giochino di Borghi – scrisse Sallusti – ci è costato seicento milioni di solo spread su base annua. Non è la prima volta che accade: ogni volta che il Borghi parla, i nostri soldi svaniscono perché Borghi non è un onorevole, ma un bancomat alla rovescia, lui gli euro non li distribuisce, li distrugge”.
(da agenzie)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
65 ANNI FA UN DEVASTANTE INCENDIO IN UNO DEI POZZI DELLA MINIERA TOLSE LA VITA A 262 MINATORI, DI CUI 136 ITALIANI
Dal 2001, l’8 agosto si commemora la “Giornata del sacrificio italiano nel mondo”.
Esattamente 65 anni fa, al Bois du Cazier un devastante incendio in uno dei pozzi principali di Marcinelle tolse la vita a 262 minatori, di cui 136 italiani.
Oltre agli italiani – che per tutto il Novecento hanno amaramente contribuito con il maggior numero di vittime in tante delle tragedie del fordismo in giro per il mondo (Monongah, Dawson, Izourt, Marcinelle e Mattmark) – perirono 95 belgi e persone di 12 nazionalità diverse.
Quest’ultimo dato testimonia come, a 975 o 1035 metri sottoterra, la morte non chiede la cittadinanza a nessuno, ma prende ciò che la superficialità, la non conoscenza umana e allo stesso tempo il fato mettono a disposizione.
A dire il vero, l’incidente dell’8 agosto non fu né il primo né l’ultimo di una lunga mattanza che ha caratterizzato uno dei lavori più duri e più mitizzati dell’epoca moderna (dal Germinal di Émile Zola, fino ai minatori cileni che divennero testimonial dello spot per i mondiali in Brasile del 2014).
Stando alle cifre ufficiali, pubblicate nel 1952, gli incidenti nelle miniere belghe avevano raggiunto quota 127.392, tra fondo e superficie, con un bilancio finale di 178 morti e 1457 inabilità permanenti. Nel 1952, i morti furono 43 e gli incidenti, rispetto all’anno precedente, 39.553. Dal 1841 al 1965 furono circa 170 all’anno – nel primo ventennio quasi 300 –, per un totale complessivo di oltre 21.000 in poco più di un secolo. Nel secondo dopoguerra, dal 1946 al 1965, in media, si sono registrate 3400 vittime.
Tra le cause principali, ci furono le frane e l’asfissia legata a un’eccessiva presenza di grisù. Il maggior numero di vittime e incidenti si registrò nei bacini meridionali, di antica produzione, prevalentemente dislocati nella Vallonia, come Marcinelle.
Il paradosso di questa storia che ha trasformato la tragedia del Bois du Cazier in pagina indelebile della storia d’Italia ed europea, è legata al fatto che più volte nel corso dei primi decenni del XX secolo si ragionò sulla possibile chiusura del pozzo, soprattutto perché vecchio e poco sicuro. Tuttavia, ogni volta, prima la guerra e poi soprattutto l’arrivo di manodopera a basso costo (italiana) consentì di sfruttare ancora per molti decenni il plesso.
È bene ricordarlo, la presenza italiana in Belgio, come nel resto dell’Europa continentale, ha radici profonde che risalgono all’epoca medievale, ma è solo dall’Ottocento che si registrò una presenza in termini di manodopera. Utilizzata, come in Francia e Svizzera, per le grandi opere infrastrutturali tra il XIX e il XX secolo, nel 1910 la comunità italiana contava meno di 5000 presenze nel regno belga, per poi crescere cospicuamente nel primo dopoguerra superando le 30.000 unità.
Nel periodo tra le due guerre mondiali gli italiani arrivarono in Belgio per lavorare nelle miniere, che già negli anni Venti iniziavano a registrare una crescente penuria di manodopera locale.
Alla vigilia dello scoppio del secondo conflitto mondiale, nel 1938, erano impiegati quasi 400.000 stranieri e la manodopera italiana rappresentava, con le sue oltre 39.000 unità, il 12% dell’intero contingente.
Gli stranieri e, soprattutto, gli italiani lavoravano in fondo alle miniere, settore che agli inizi del XX secolo, oltre agli storici bacini carboniferi del Sud del paese – nella Vallonia francofona, la cui produzione iniziava progressivamente a essere meno redditizia per l’arretratezza degli impianti –, vide l’inizio dello sfruttamento, nella regione fiamminga, dei nuovi bacini nord-orientali e del Limburgo.
Tornando all’8 agosto, in questo giorno appunto celebriamo il sacrificio del duro lavoro, di quel lavoro che ancora a distanza di 65 anni continua a mietere vittime in uno dei paesi più avanzati del mondo, l’Italia.
A Marcinelle morirono per l’incuria, per le mancate norme di sicurezza, insomma per le stesse ragioni per le quali ancora oggi in Italia si muore di lavoro. Tuttavia, Marcinelle e con essa l’emigrazione in Belgio ci consegnano un’altra pagina della storia repubblicana che ancora oggi si fatica ad analizzare per quella che realmente è stata.
Dieci anni prima, il 23 giugno del 1946 (75 anni fa), la neonata Repubblica di un paese ancora occupato, dove venivano utilizzate le Am-Lire, e che era alle prese con il suo futuro geopolitico – il Trattato di Pace verrà siglato solo nel 1947 –, prima di aprire i lavori dell’Assemblea Costituente, siglò il famoso accordo di scambio “minatore-carbone”.
L’Italia si impegnava ad inviare 50.000 minatori e in cambio avrebbe dovuto ricevere – in realtà il carbone non arrivò mai – 200 kg a testa di carbone, che all’epoca rappresentava ancora l’elemento chiave della modernità.
Come sappiamo, l’art. 1 della nostra Carta Costituzionale recita che la Repubblica è fondata sul lavoro. In realtà questa affermazione è un falso storico, o quanto meno, non tenne conto della verità fattuale del tempo, ovvero, che la Repubblica fu fondata sull’emigrazione.
Oggi il Bois du Cazier è patrimonio dell’Unesco, il luogo di questa immane tragedia è divenuto anche grazie alla tenacia dei sopravvissuti e dei loro familiari, uno dei più importanti plessi celebrativi del lavoro italiano nel mondo.
D’altronde, quando si diventa patrimonio dell’Unesco, si diventa patrimonio di tutte e tutti, a futura memoria. Quest’ultima assolve pienamente al suo compito nella misura in cui ci obbliga a ricordare le nostra fondamenta costitutive e, allo stesso tempo, ci pone dinnanzi all’obbligo di provvedere in maniera risoluta affinché non si ripetano ancora, e sono fino troppe, le morti bianche che stanno caratterizzando questa fase particolare della nostra vita.
(da Huffingtonpost)
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Agosto 8th, 2021 Riccardo Fucile
FUORI USO LA CABINA DI CONTROLLO E IN FERIE FORZATE I DIPENDENTI DEL CONSORZIO
Il Mose è davvero in cattive acque. La monumentale opera che dovrebbe salvare Venezia dalle maree affonda in un mare di debiti, i cantieri sono fermi, in tribunale è stata presentata la richiesta di concordato preventivo e soltanto per fare una prova di innalzamento delle barriere si è dovuto ricorrere alla buona volontà di chi aziona il sistema manualmente.
Come non bastasse, tutti i dipendenti sono stati messi in ferie coatte da domani, lunedì 9 agosto, e al ritorno comincerà la cassa integrazione.
Le ferie forzate riguardano i dipendenti del Consorzio Venezia Nuova, concessionario dell’opera, Thetis (società di ingegneria controllata) e Comar, la struttura creata per la gestione degli appalti.
La misura serve per contenere i costi. I cento dipendenti Thetis lavoreranno poi a singhiozzo, usufruendo del Fondo di integrazione salariale fino al 31 dicembre, ovvero la data in cui i lavori del Mose avrebbero dovuto essere conclusi. Ma il cronoprogramma è ormai saltato e Venezia rischia di restare indifesa per l’autunno e l’inverno. Gli stipendi di luglio dei dipendenti Comar non saranno pagati e non vi sono certezze per quelli futuri.
Due anni fa il Mose sembrava vicino a una rapida conclusione. Dopo l’Acqua Granda del 12 novembre 2019, che raggiunse i 187 centimetri sul medio mare, l’architetto Elisabetta Spitz venne nominata commissaria per velocizzare i cantieri. Nell’autunno 2020 un primo risultato sembrava ottenuto, visto che il Mose è entrato in funzione una ventina di volte, anche se in via sperimentale, e in quelle occasioni Venezia è rimasta all’asciutto.
Con la nomina del commissario liquidatore Massimo Miani e l’uscita di scena degli amministratori straordinari del Consorzio (erano stati insediati nel 2014 dopo gli arresti per lo scandalo delle tangenti), sono invece venuti al pettine i nodi economici, ovvero 200 milioni di debiti. I pagamenti sono stati bloccati e i cantieri si sono fermati.
Un esempio di come la struttura del Mose si stia svuotando giorno dopo giorno, la si è avuta con le prove di sollevamento previste per il 5 e 6 agosto alle bocche di porto di Malamocco e Chioggia.
Inutilizzabile la sala di controllo gestita da Abb, società di impiantistica e informatica, che non è stata pagata. Così le barriere sono state alzate (solo a Chioggia) con procedura d’emergenza, praticamente a mano. Hanno lavorato una quindicina di tecnici interni, senza imprese esterne. Nell’organigramma tecnico si stanno già creando buchi importanti, per le dimissioni di alcuni ingegneri che cercano un’occupazione altrove.
L’annuncio di richiesta di concordato preventivo (120 giorni per presentare il piano di gestione) e di cassa integrazione ha portato alla mobilitazione sindacale, con stato di agitazione. Il 24 agosto si terrà un’assemblea, nel frattempo sono stati chiesti tavoli di crisi in Regione e in Prefettura. I sindacati chiedono anche ai ministeri una risposta sulla costituzione dell’autorità della Laguna di Venezia, varata formalmente un anno fa, ma mai istituita.
“Al di là delle inaccettabili ricadute sui lavoratori, questo vuole dire il blocco totale del completamento dei lavori del Mose – scrivono in una nota congiunta i segretari Cgil, Cisl e Uil – nonché la mancanza dei controlli sull’inquinamento della Laguna di Venezia. Cresce il rischio che vengano meno le condizioni, all’avvicinarsi dell’autunno, per la alzata in sicurezza delle paratoie con gli immaginabili e inaccettabili pericoli per la città. Le responsabilità vanno addebitate a chi ha gestito negli anni le aziende e a chi non è intervenuto in tempo per risolvere i problemi”.
A San Marco si è vissuta intanto una notte di allerta, con una previsione di marea a 105 centimetri sul medio mare, quota inconsueta per un sabato di agosto.
Oltre gli 88 centimetri la Basilica (con o senza Mose) viene allagata, perché i sistemi interni non bastano e l’acqua entra dalla piazza. Ma i progetti per una difesa in vetro provvisoria davanti alla facciata, vecchi di tre anni, si sono arenati a causa di burocrazia e beghe di palazzo. Così ogni notte in ammollo fa invecchiare di qualche anno i preziosi mosaici bizantini dei pavimenti.
(da Il Fatto Quotidiano)
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