Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
IN QUATTRO ANNI DIMEZZATI CHI LI RITIENE UN PERICOLO, PIU’ FAVOREVOLI A POLITICHE DI ACCOGLIENZA… L’ARRIVO DEL COVID HA FATTO CAPIRE CHE I PROBLEMI SONO BEN ALTRI
L’immigrazione non fa più così paura: solo qualche anno fa gli italiani che ritenevano gli immigrati un pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica erano quasi il doppio di adesso.
È quanto emerge dal sondaggio realizzato da Demos secondo cui i cittadini sarebbero anche più favorevoli all’accoglienza.
Anche i possibili arrivi di profughi afghani, a causa della situazione in cui versa il paese islamico, non sarebbero fonte di preoccupazione per gli italiani.
Alla base, potrebbero esserci più fattori tra cui, certamente, il timore per il Covid e per le conseguenze economiche della pandemia che hanno la meglio su ogni altra paura nella popolazione.
Un dato che, sempre Demos, aveva già anticipato a giugno nel suo report sulla sicurezza in Italia e in Europa e che sembra essere comune ad altri paesi europei.
Perché gli italiani hanno meno paura degli immigrati
Nel 2021 il 27% degli italiani ritiene che gli immigrati siano un pericolo mentre, andando indietro al 2017, la percentuale era del 46%.
Numeri quasi dimezzati a distanza di quattro anni, così come il tema dell’immigrazione ha perso centralità nell’opinione pubblica parallelamente all’arrivo del Covid.
I dati raccolti da Demos, infatti, dimostrano come dal 2019 (quando il virus ha iniziato a circolare) sia diminuito il consenso verso le politiche di respingimento.
Al contrario, invece, nel 2021 il 52% degli italiani si dice favorevole all’inclusione. Gli immigrati, quindi, oggi rappresentano più una risorsa che un pericolo secondo gli italiani tra cui permangono, comunque, differenze di veduta a seconda della collocazione politica.
Secondo quanto Demos ha anticipato a Repubblica, infatti, un certo grado di diffidenza resta soprattutto tra gli elettori di Lega e Fratelli d’Italia. Proprio per la Lega, il tema è stato centrale negli anni di ascesa del partito mentre adesso fa difficoltà ad imporsi nel dibattito, nonostante i nuovi arrivi siano in crescita rispetto al 2020.
Il Covid e l’economia preoccupano più dell’immigrazione
Tra le cause che hanno contribuito a portare in secondo piano il tema dell’immigrazione nell’opinione pubblica c’è l’arrivo del Covid che, senza dubbio, ha riordinato le priorità dei cittadini.
A giugno, la tendenza era già stata registrata da un report di Demos attraverso un confronto tra cinque paesi europei: Italia, Francia, Regno Unito, Germania e Paesi Bassi. I dati raccolti testimoniavano che il Covid fosse la principale fonte di preoccupazione per circa il 30% degli europei e che, in particolar modo, l’attenzione degli italiani fosse rivolta in primis ai temi economici.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
IL CONTRAPPASSO E’ ARRIVATO E ADESSO MORISI E SALVINI SONO RIPAGATI CON LA STESSA MONETA
Salvini chi? Quello che parlando della condanna dei carabinieri per la morte di Stefano Cucchi diceva che la droga fa male? Quello che andava in giro a citofonare alle persone chiedendo se fossero spacciatori?
Salvini chi? Quello che chiede la riforma della giustizia (a favore di politici, faccendieri e ricchi) ma sul tribunale social emette condanne inappellabili al primo stormir di foglie se la cosa gli fa comodo?
E Morisi chi? Quello che ha inventato la Bestia, luogo nel quale le pulsioni più bieche hanno trovato espressionne?
La Bestia che dipingeva gli stranieri come spacciatori, stupratori e terroristi?
La Bestia che metteva alla gogna le persone aizzando l’odio social e senza preoccuparsi di cancellare dai profili insulti, minacce e quanto di peggio verso l’avversario di turno di Salvini? Specialmente se donne.
Beh, il contrappasso è arrivato. E adesso Morisi e Salvini sono ripagati con la stessa moneta.
Il Web a questo punto si scatena.
“Mi sa che stavolta la Bestia ha sputato controvento”
“Pippati 49 ml ecco perché non li trovano sembrano essere stati aspirati”
“Mi scusi Morisi spaccia? Mi hanno detto che Morisi spaccia, è vero?”
“Con 49mln ti compro tutta quella rimasta”.
“Doveroso un corno, stiamo parlando di Morisi. Inutile sottolineare quanto marcio abbia alimentato negli ultimi anni”
“Oggi niente “ Mettetelo in prigione e gettate via le chiavi” ?!”
“Stefano Cucchi era un “venditore di morte”, Morisi un amico che sbaglia a cui tendere la mano”
“Salvini a Morisi: “ti aiuterò a rialzarti”. Stessa comunità di recupero? “
(da Globalist)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
DA “MARCIRE IN GALERA” A “BUTTARE LA CHIAVE” PER GLI ALTRI ALLA DOPPIA MORALE DELLA MANO TESA QUANDO LA DROGA PASSA TRA I TUOI COLLABORATORI
Salvini il garantista, quello che promuove i referendum sulla giustizia con i
radicali e che nello stesso tempo vorrebbe un sistema carcerario degno di un paese autoritario o dittatoriale. Con l’espressione “deve marcire” in galera ha bollato tutta una serie di episodi criminali (soprattutto se criminali). Poi deve marcire in galera Cesare Battisti e dovevano marcire in galera tanti altri.
Poi c’era la saga del “buttare la chiave”. Anche qui riferito in preferenza agli autori di crimini comuni, specialmente se immigrati, neri o rom.
Poi le prese di posizione sulla droga e la condanna senza se e senza ma di chi finiva insediato in vicende che riguardassero lo spaccio, fino alle parole grevi contro Stefano Cucchi, ucciso in seguito alle botte ricevute dai carabinieri, contro il quale Capitan Nutella non ha mai mostrato pietà.
E infine dichiarazioni forcaiole o quasi di fronte a episodi di cronaca commessi da immigrati o neri, vicende giudiziarie di qualche avversario politico
Bastava un soffio e i suoi avversari erano già colpevoli e si invocava l’apocalisse.
Poi? Poi si scopre che se si tratta di Savoini (quello che andava a chiedere i soldi ai russi spendendo il nome di Salvini che non lo ha mai querelato) dei commercialisti della Lega (quelli condannati in primo grado ma che Salvini ha sempre politicamente coperto) e Morisi, il Capitan Nutella dei bei tempi della Bestia che lo celebrava anche per le sue predilezioni gastronomiche è diventato improvvisamente garantista e soprattutto cristiano. Pronto a dare una mano.
Magari potrebbe dare anche una mano ai detenuti pestati da quegli agenti infedeli a cui ha dato la solidarietà, alle studentesse americane stuprate dai carabinieri mentre lui si affannava a dire di non credere alla vicenda e a tanti altri.
Sia cristiano e garantista con tutti coloro che hanno sbagliato. E sia cristiano e compassionevole con le vittime dei reati. Senza riservare (metaforicamente) la forca per gli avversari e invocare l’impunità per gli amici.
In ultima analisi: no alla doppia morale.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
NEL MONDO DI ODIO CHE MORISI HA CREATO, LA FRAGILITA’ CUI OGGI SI APPELLA ERA UNA COLPA OGGETTO DI DILEGGIO E ACCANIMENTO
Caro Morisi, chi l’avrebbe mai detto.
Che una delle reazioni più diffuse, alla notizia di un’indagine per droga che riguarda te, che sei stato responsabile di una delle più spregiudicate, anzi spietate macchine di propaganda politica (tanto da meritarsi un inequivocabile soprannome: la “Bestia”), fosse: attenti, non facciamo come avrebbe fatto lui. Non imbestiamoci.
Anzi, mostriamogli quella caratteristica che – sublime paradosso – era persino usata dalla tua Bestia come ennesimo motivo di attacco e dileggio: noi ci crediamo superiori, perché non scenderemmo mai al livello di citofonare in mondovisione a casa Morisi per chiedere “Scusi, lei spaccia?”; noi non tratteremmo mai Luca Morisi come la Bestia trattò Stefano Cucchi (e in questo un po’ informe “noi” metto tutti quelli che, negli anni, al di là dello schieramento politico, si sono sentiti variamente schifati, umiliati, mortificati dai modi e dai sistemi della tua Bestia).
Oggi, infatti, quello che c’è da temere – e non sorprende se tu stesso lo temi – non è la Bestia in sé, ma la Bestia in me, in noi.
Quanto quello scientifico inquinamento della falda, quell’avvelenamento dei pozzi in cui sei stato, obiettivamente, eccellente, ti sia riuscito, e abbia contribuito a rendere lo spazio del web un luogo più violento e spietato, più cattivo, più difficile per ogni specie di “fragile”.
Oggi tu invochi la tua umana fragilità, e il tuo ex datore di lavoro (vedi, se fossi la Bestia avrei scritto “mandante”: è sempre una questione di scelte, e le prime scelte sono le parole, l’arma contro cui non c’è rimedio, la cicatrice che non sparisce mai) chiama in causa “amicizia e lealtà, che per me sono la Vita”.
Cose bellissime di cui la Bestia avrebbe fatto, ha fatto strame, colpendo ogni “fragile”, accanendosi spesso contro gli ultimi, i fragili per definizione, ma che corrispondevano perfettamente all’identikit del Nemico, il bersaglio perfetto che compatta consenso. La tua Bestia era insuperabile nell’identificarlo e colpirlo, chiunque fosse.
Oggi tanti invocano la tua fragilità, e invitano a non imbestiarsi, non imbestiarci, anzi a fare attenta opera di selezione e bonifica delle parole, delle scelte, quasi fino al silenzio, anzi meglio il silenzio.
E invece no, il silenzio sarebbe un irridente paradosso: che la Rete, col suo potenziale ironico e dissacrante (che è ben altra cosa del magma violento a cui attingeva e che alimentava la tua Bestia), parli di te, ti prenda in giro se crede, o semplicemente ricordi tutte quelle volte in cui la “fragilità” degli altri era l’ottimo motivo per schiacciarli, che ricordi la morisizzazione e l’imbestiamento.
Anche con gli strumenti del cazzeggio e della satira: la risata non è, non sarà mai il ghigno del Torquemada, la smorfia distorta e feroce della Bestia.
Ci dispiace per te, Luca Morisi, e per il mondo creato da quelli come te, dove la fragilità è una colpa.
Per fortuna, per tanti di noi le colpe sono altre, e tu lo sai.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
DALL’ENDOREMENT A CALENDA AL TOUR TORINESE “PRO DOMO SUA”: I FEDELISSIMI DI SALVINI SU TUTTE LE FURIE
“Giorgetti è venuto a Torino un giorno per metterci il cappello, per avvalorare la
narrazione giornalistica che il Nord sta con lui e i governatori e non con Salvini…”. Dal Piemonte alla Lombardia fino alla Liguria e persino al Friuli, fatto salvo forse il Veneto di Zaia, l’ala salviniana della Lega ribolle di rabbia.
Si sente maggioranza, e non può dirlo, stretta tra la marziale consegna del silenzio che il Capitano ha imposto al partito e l’intervista che il numero due ha concesso alla “Stampa”.
Deflagrante sulle comunali: a Roma lodi per Calenda che al ballottaggio con Gualtieri potrebbe vincere, Michetti considerato perdente praticamente con tutti (solo la Raggi non è menzionata), era meglio Bertolaso; su Milano Sala potrebbe farcela al primo turno.
Dichiarazioni che provocano una scia di sgomento. “Ha rivelato il segreto di Pulcinella – si mastica amaro negli ambienti salviniani – Ma stasera c’è il comizio a Milano, la chiusura della campagna elettorale con tutti… Dirlo oggi, in questo modo, non è opportuno. Non è un grande segno di lealtà”.
Trapela la forte, fortissima “irritazione” del segretario, preso alla sprovvista. Frena l’orgoglio dei suoi ma è costretto a un comunicato di presa di distanza: “La voglia di cambiamento a Roma e a Milano è tantissima e i due candidati scelti dal centrodestra unito Michetti e Bernardo vinceranno”.
Moltiplica gli sforzi e la passione, promette “dieci incontri tra oggi e venerdì” nelle due città. E sebbene Meloni scelga un freddo silenzio, pare che anche lei abbia incassato con notevole disappunto.
“Un endorsement ai candidati sbagliati” è il gelido commento dei FdI impegnati per la campagna elettorale. Basiti anche gli alleati di Forza Italia:
“In pratica Giorgetti dice che Michetti ha già perso, che Calenda è bravo il che significa via libera a Gualtieri – commenta sconfortato un parlamentare – Se aggiungiamo il caso Morisi la frittata è fatta. A questo punto, il Pd ha dinnanzi a sé un’autostrada…”.
Nel centrodestra si alternano stupore, spaesamento e sospetti.
Le letture del pesantissimo giudizio giorgettiano sulle imminenti comunali si mescolano con l’esito del voto tedesco – che ha premiato la Spd e penalizzato la Cdu – e con le ricadute politiche (ancora in embrione) della vicenda che vede Luca Morisi, ex guru social di Salvini appena dimessosi, indagato per cessione di stupefacenti.
E’ la prima volta che, dopo mesi di “illazioni” e “presunte storytelling” puntualmente smentite, tra il leader e il capo-delegazione si arriva allo scontro frontale.
Ma le comunali, oltre che un evidente punto di ricaduta politica, sono un tema delicato. Perché, come ritorce un senatore: “Lo ha detto anche Giancarlo, lui fa il ministro e si occupa d’altro, allora perché è entrato a gamba tesa nella partita, e pure al novantesimo minuto?”.
A far saltare i nervi, da via Bellerio in giù, raccontano che sia stata proprio l’immagine dell’imprenditore “civico” Paolo Damilano come candidato “in quota” Giorgetti. Perché è l’unico (insieme al sindaco uscente Dipiazza a Trieste) che – stando ai sondaggi – potrebbe farcela nelle grandi città. Così come a Varese, feudo giorgettiano, dovrebbe vincere Matteo Bianchi. L’implicito è facile da mettere nero su bianco: è il Nord sulla linea “governista” quello che che vince.
Insomma, una miscela che, a una settimana dal voto, ha fatto fare molti salti sulle sedie. Al sindaco uscente di Novara Alessandro Canelli, salviniano doc, che si prepara al bis.
Al segretario lombardo Fabrizio Cecchetti, entrato in carica da meno di un anno (succeduto a Grimoldi) che per Bernardo è in trincea h24. Ma anche a quei deputati e senatori (ed eurodeputati, oggi in particolare fibrillazione) che temono il logoramento del Capitano. “Adesso Matteo è in ballo e non gli resta che ballare. Ma dal 18 ottobre, in un modo o nell’altro, tutto si chiarirà”. Dopo le comunali, il diluvio. E forse era proprio quello il messaggio che Giorgetti ha inteso mandare nell’intervista: aprite gli ombrelli.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
“CONDOTTE LESIVE DEL PRESTIGIO DELLE FORZE ARMATE E DEL GIURAMENTO PRESTATO”
Non potrà più farsi chiamare generale perché l’Arma dei Carabinieri ha deciso di togliere i gradi ad Antonio Pappalardo che, in congedo dal 2006, negli ultimi anni si è ritagliato un ruolo da protagonista nella galassia complottista, fino a fondare il movimento politico dei gilet arancioni che si sono contraddistinti nei mesi di pandemia per la loro avversione alle disposizioni governative e alle restrizioni anti-Covid.
Secondo quanto si apprende, all’ormai ex generale è stato notificato un provvedimento del ministero della Difesa di perdita del grado per rimozione, per motivi disciplinari.
Le sue condotte sono state ritenute lesive del prestigio delle forze armate e del giuramento prestato. E per questo la sua attività politica è stata ritenuta non più compatibile con i gradi da carabiniere.
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
LA BAMBINA DI OTTO ANNI ERA CADUTA NEI CANALI DI VENEZIA
Simone Bonzio è il nome del papà 41enne che si è gettato nei canali di Venezia
per portare in salvo una bimba di otto anni caduta in acqua mentre giocava con le amichette. “Mai voltarsi dall’altra parte quando qualcuno ha bisogno”, ha detto l’uomo dopo il gesto eroico.
Ha racontato che il lancio è avvenuto per senso civico, o forse banalmente perché appassionato dell’arma dei carabinieri. Tutto da capire.
Bonzio era con il figlio di 11 anni, lo stava accompagnando a scuola per poi raggiungere l’ex consigliere comunale Giampaolo Gasperini, quello che ha definito essere come un padre. “Spesso mi ascolta, mi indirizza e mi appoggia”, ha detto il 41enne riferendosi all’aiuto che ha ricevuto in questo periodo in cui ha perso il lavoro.
L’uomo, racconta, si è accorto subito di quello che stava accadendo. Prima un tonfo, e poi un cerchietto per capelli in acqua. A pochi metri dal cerchietto, si legge sulle colonne de Il Corriere della Sera, una testa che faceva fatica a rimanere a galla.
“Ieri c’era bassa marea e questo crea ancora più difficoltà — spiega — perché dai canali emerge la melma sottostante che intrappola le scarpe, forse la bambina non riusciva a muoversi”.
E’ bastato questo a convincere Bonzio a lanciarsi per salvare la bimba. “Ti ammiro, hai avuto coraggio e non hai esitato un momento a farti avanti per soccorrere la piccola – ha commentato l’amico Giampaolo Gasperini -. Anche se stai passando un momento difficile per via del lavoro, hai conservato intatte generosità e spirito di servizio per il prossimo”.
Bonzio è da tempo disoccupato e in questo momento storico trovare una nuova occupazione rappresenta una grande priorità, nulla però che posso impedirgli di compiere gesti eroici. Nelle prossime ore sarà ospite dell’assessore al Commercio Sebastiano Costalonga, che lo incontrerà a Ca’ Farsetti. “Ho un sogno nel cassetto — svela Simone Bonzio — che ho abbandonato per le tante difficoltà che comporta: vorrei aprire una piccola pescheria”
(da agenzie)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
I DEPUTATI SONO 735, LA MAGGIORANZA NECESSARIA E’ A QUOTA 368
Il complesso sistema elettorale tedesco consegna alla Germania un Bundestag sempre più grande: saranno 735 i deputati a sedere in Parlamento, contro i 709 della scorsa legislatura. La riforma varata un anno fa dalla Grosse Koalition proprio per evitare un allargamento continuo della Camera bassa – che in Germania ha una composizione flessibile, appunto per via del meccanismo di distribuzione dei seggi – non ha avuto gli effetti sperati, anche se alcuni analisti avevano previsto un boom di oltre 800 parlamentari.
Guardando ai seggi, dopo le elezioni di domenica il nuovo Bundestag si colora di rosso: la Spd, primo partito, conquista 206 seggi, 53 in più. I dati del Bundeswahlleiter assegnano invece alla Cdu 151 deputati, 49 in meno rispetto alla scorsa legislatura. Nonostante la debacle alle urne, la Linke tedesca riesce a entrare in Parlamento nonostante non abbia raggiunto la soglia di sbarramento, fissata al 5%: è riuscita infatti a vincere tre collegi elettorali.
La composizione del Bundestag è la guida per capire quali partiti potranno reggere un futuro governo.
La maggioranza assoluta è fissata a quota 368 seggi.
I socialdemocratici partono appunto da 206, mentre i Verdi ne hanno conquistati 118 (anche loro con un +51 rispetto al Parlamento uscente) e si confermano la nuova terza forza tedesca. I liberali salgono a 92 seggi (+12) e saranno appunto insieme al partito ambientalista l’ago della bilancia per la composizione della prossima coalizione. Se sarà una coalizione semaforo (Spd, Verdi e liberali), come ha subito rivendicato il candidato socialdemocratico Olaf Scholz, conterà su 416 seggi e avrà un ampio margine per governare.
Ma, nonostante i conservatori abbiano perso 50 seggi rispetto alle precedente elezioni, c’è spazio pure per un esecutivo guidato ancora una volta dal partito di Angela Merkel. La Cdu ai suoi 151 seggi può aggiungere i 45 della gemella bavarese Csu, che ne ha perso soltanto uno: per l’Unione sono in totale 196 deputati.
Aggiungendo i 118 verdi e i 92 liberali si arriva a 406 seggi: anche in questo caso una maggioranza solida. La prima certezza riguarda invece il ruolo dell’estrema destra di Alternative für Deutschland: non sarà più il primo partito di opposizione, perché rispetto alla precedente legislatura ha perso 11 deputati e può contare su 83 seggi.
Poi c’è il caso Die Linke: con il 4,9% ottenuto nel voto proporzionale dovrebbe rimanere fuori dal Parlamento. Una norma però salva i suoi candidati: la legge elettorale infatti prevede che con la vittoria in tre collegi uninominali si possa comunque essere rappresentati nel Bundestag.
Così, 39 deputati dell’estrema sinistra hanno ancora un seggio, ma sono comunque 30 in meno. La Linke ha evitato di sparire, ma con questa quota di eletti resta comunque esclusa da qualsiasi ipotesi di coalizione.
L’ultima novità riguarda invece l’Associazione degli elettori del Sud Schleswig (Ssw), che ha conquistato il suo primo seggio nel Parlamento tedesco dal 1949. Il partito è infatti esente dalla regola della soglia di sbarramento al 5% perché rappresenta un gruppo di minoranza nazionale, i danesi nel nord della Germania
Così si compone il Bundestag da 735 deputati, che diventa ogni legislatura man mano sempre più grande. Un problema che il nuovo governo dovrà affrontare, mettendo nuovamente mano al sistema elettorale.
Per scegliere i deputati del Bundestag, ogni elettore esprime due voti: con il primo vota un candidato e con il secondo un partito. In pratica, sulla prima scheda sceglie direttamente un candidato della sua circoscrizione e in questo modo si scelgono 299 seggi (a maggioranza semplice), tanti quante sono le circoscrizioni elettorali (più o meno un parlamentare ogni 250mila abitanti).
La seconda scheda, invece, riguarda sistema proporzionale: si vota la lista di un partito del Land, contribuendo così sia all’assegnazione di almeno altri 299 seggi, sia a decidere il peso reale di ogni forza politica nel nuovo Bundestag.
È infatti questo secondo voto a stabilire l’effettiva distribuzione dei seggi in Parlamento. Uno dei correttivi è il seguente: se un partito ottiene grazie alla prima scheda più seggi eletti direttamente rispetto a quelli che gli spetterebbero in base ai risultati delle sue liste (cioè in virtù della seconda scheda), allora si amplia il numero dei deputati del Bundestag in modo da mantenere la proporzione fra i partiti, assegnando appunto altri seggi. Sono questi i cosiddetti ‘overhang seats’ e ‘balance seats’, in virtù dei quali il Bundestag continua a gonfiarsi a dismisura.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 27th, 2021 Riccardo Fucile
ORA IL COMPITO PIU’ ARDUO: DIVENTARE CANCELLIERE
L’istituto demoscopico infratest dimap ha rilevato che il 48% degli elettori della
Spd ha votato il partito socialdemocratico solo perché il suo candidato è stato Olaf Scholz. Sarebbe addirittura il cancelliere prediletto per il 66% degli intervistati, mentre la sua Spd è indicata il partito migliore per risolvere i problemi solo dal 28% e l’hanno votata il 25,7% degli elettori.
L’avvocato 63enne parco di parole ha risollevato un partito che aveva perso il proprio significato per strada e all’inizio della campagna elettorale era sceso attorno al 13%, ancora più sotto del già basso 20,5% registrato alla fine delle elezioni 2017, facendole guadagnare il 5,2% dei voti e portandola ad essere la prima forza politica con una decina di seggi in più rispetto all’Unione Cdu/Csu, 206 a 196.
Un partito che solo due anni fa, nel 2019, non lo aveva voluto come segretario e come successore di Andrea Nahles.
Era dalla fine del secondo governo Schröder, nel 2005, che la Spd non poteva ambire a guidare il Paese. Olaf Scholz ha saputo far riemergere l’anima socialdemocratica schiacciata dall’alleanza con l’Unione proponendo di nuovo temi sociali.
All’insegna dello slogan “rispetto” ha messo al centro i lavoratori poco pagati nella pandemia chiedendo l’aumento del salario minimo per tutti a 12 euro, la sicurezza delle pensioni, affitti pagabili, una transizione più veloce alle energie rinnovabili.
Al contempo ha preso posizioni centriste quali l’uscita dal carbone graduale, solo nel 2038, condivisa dalla Cdu/Csu, ma non dai Verdi.
O ancora, si è schierato per un freno agli affitti, non però per un tetto rigido. Un’indicazione, tuttavia, praticamente obbligata dopo che la Corte costituzionale di Berlino aveva bocciato il Mietdeckel co-firmato dalla Spd nella capitale. Il tema degli alloggi d’altronde resta caldo per Scholz: si è detto contrario alle espropriazioni, ma alla consultazione referendaria svoltasi domenica a Berlino parallelamente alle elezioni, il 56,4% ha votato in favore della spogliazione delle grosse società immobiliari con oltre 3mila appartamenti. Il voto non è tuttavia vincolante per il nuovo senato, che sarà prevedibilmente guidato dall’ex ministro Franziska Giffey della stessa Spd.
Al successo di Olaf Scholz ha portato in parte anche il fatto che è stato sottovalutato dalla Cdu/Csu, che inizialmente vedeva come avversari solo i Verdi. Così, con il suo atteggiamento pacato, distaccato e manageriale, Scholz ha portato avanti la sua campagna senza subire subito affondi e ha effettuato il sorpasso.
Un processo incominciato da quando Laschet è scivolato in un’imbarazzante risata alle spalle del presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier che esprimeva il cordoglio per le vittime dell’alluvione.
Da allora Scholz è restato in vantaggio. Anche se alla fine Laschet lo ha quasi agguantato, l’Unione ha registrato il suo risultato peggiore, meno 8,9%. Un terremoto, che si farà sentire soprattutto se Laschet non saprà formare una maggioranza di governo alternativa alla Spd.
Il partito socialdemocratico poi, a differenza di Cdu/Csu, fin dall’inizio è stata compatta dietro al suo candidato e ha confezionato con cura il programma. Ma è merito di Olaf Scholz di non aver fatto errori, profilandosi sui propri contenuti. Giocando da solo, senza presentare una squadra, ha ribadito il suo programma per i primi 100 giorni di governo.
Il suo stile è risultato sempre sobrio e sicuro, quand’anche al contempo quasi mai trascinante. Persino dichiarando la vittoria, domenica sera, ha parlato solo tre minuti: “Sono felice di questo esito elettorale”, con un giubilo contenuto.
Felicità anseatica, ha scherzato la Süddeutsche Zeitung. Solo nel penultimo comizio, quello ufficialmente di chiusura della campagna elettorale, Scholz è apparso sciolto, in maniche di camicia, e financo spiritoso con una battuta sul suo compagno di partito Klaus Lauterbach, che nella pandemia è diventato un po’ il “Burioni tedesco” e ha vinto il mandato diretto a Colonia-Leverkusen.
(da Il Fatto Quotidiano)
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