Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
DEVE GESTIRE LA CRISI DEL SALVINISMO, DOSANDO GLI INTERVENTI PER NON SPACCARE LA LEGA
La curiosità è legittima: “Quale è l’umore di Mario Draghi, l’uomo chiamato a salvare l’Italia dopo il crack dei partiti, vaccinarla, dotarla di un piano per far arrivare parecchi denari dall’Europa, abituato a una visione razionale dei problemi e altrettanto razionale delle soluzioni, e ora, dopo aver spiegato come la pensa sui vaccini con decisionismo (più o meno come Biden), costretto alla politica del step by step per contenere le intemperanze di Salvini, prima contrario alla mascherina che poi ha indossato, riottoso sul vaccino che poi si è inoculato, contrario al Green Pass che poi ha accettato, contrario all’estensione che sarà costretto a digerire sia pur a fatica?”.
Dopo un giro di telefonate a fonti informate, il cronista registra un certo disappunto a palazzo Chigi verso il leader leghista non dissimile da quello registrato verso Conte ai tempi dell’altrettanto faticosa trattativa sulla giustizia e sulla prescrizione: anche in quel caso ci fu una minaccia di voto contrario, una mediazione d’antan, poi l’epilogo possibile nelle condizioni date.
E il disappunto si comprende, perché la pandemia è la pandemia, ha i suoi tempi che non coincidono con quelli della politica, i sondaggi, le amministrative, per cui è chiaro che Salvini gioca ad allungare i tempi, scontando una seria emorragia di voti a destra. Ecco, i tempi: in discussione non c’è il “se”, perché lì si arriverà, all’estensione ai lavoratori, ma il quando.
Incassata la scuola, la road map di palazzo Chigi prevede che “la prossima, o al massimo quella successiva, sarà approvato su statali e altre categorie di lavoratori”.
Il punto riguarda la gestione della crisi politica della Lega, che ha costretto Draghi a misurarsi su un terreno del tutto nuovo, quello della politica con i suoi rapporti di forza e le sue fasi di metabolizzazione.
E a pagare questo realismo con un percorso, che non è indolore, di parcellizzazione dei provvedimenti – prima questo, poi quell’altro – che alimenta conflitti e, con essi, il rischio di ingenerare confusione.
Insomma, quel che sta accadendo dentro la Lega è vissuto come un problema da gestire. Salvini, che ogni tanto si diletta a rendere pubbliche le telefonate col premier per esigenze comunicative, sa benissimo quale sarà il punto di caduta, perché i contatti con palazzo Chigi sono frequenti. Sa bene che lì si arriverà.
E sa bene che il premier può concedere un po’ di tempo, ma non può, e non vuole, mettere in discussione la ratio di un provvedimento che rappresenta l’asse portante della politica di contrasto alla pandemia del governo.
Altre volte è successo che i congressi dei partiti si sono scaricati sulla quotidianità dei governi. Stavolta sono le contraddizioni della Lega a riversarsi sull’esecutivo.
Detta in modo un po’ brutale, il titolo di questa storia non è “la trattativa Draghi-Salvini”, ma “Draghi e la crisi della Lega”, di cui le intemperanze salviniane sono l’epifenomeno.
Era prevedibile che un governo che rappresenta la negazione di alcuni cardini identitari del salvinismo – l’europeismo, lo scientismo nel contrasto alla pandemia – ne facesse esplodere le contraddizioni, ed è quel che sta accadendo.
Gli industriali del Nord sono favorevoli all’obbligo vaccinale, i governatori leghisti mostrano il Green pass a favore di telecamere, i gruppi parlamentari sono divisi. Raccontano fonti leghiste che proprio questi equilibri interni hanno costretto Salvini a votare oggi sì al Green Pass pur essendo tentato fino all’ultimo dall’idea dell’astensione.
È una situazione di tensione permanente: il partito è diviso, la Meloni ha superato la Lega in termini di voti, Salvini trasmette il nervosismo di chi non ha il controllo della situazione: gira come una trottola, è in costante diretta facebook, dà l’idea di un affannoso inseguimento degli eventi.
È uno, per dirla con le fonti interpellate, che “ha sbagliato posizione” dicendo no al Green Pass e ora “fa fatica a ricollocarsi”, anche per una certa testardaggine personale e perché culturalmente incline più al sovranismo che al pragmatismo operoso della Lega del Nord.
E quindi? E quindi è chiaro che non si può andare col machete nella cristalleria leghista, perché avrebbe l’effetto di aumentare l’instabilità, non di ridurla.
Ma poi si tira una riga perché “è inverosimile che voti contro”, nella misura in cui votare contro il Green Pass significherebbe uscire dal governo e sfasciare la Lega.
Ed è il primo a non poterselo permettere, perché non lo reggerebbe.
Dicevamo, la politica e i rapporti di forza: Draghi ha bisogno di Salvini, per tutta una serie di ragioni, ma forse il bisogno che Salvini ha di Draghi è maggiore.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
IL TENTATIVO DI MOSTRARSI MODERATA DI FATTO FAVORISCE ERIC ZEMMOUR, IL GIORNALISTA CONDANNATO PER RAZZISMO, CHE I SONDAGGI DANNO AL 7%, TUTTI VOTI SOTTRATTI AL RN
Quando fu composta, nel 1792, la Marsigliese era un canto rivoluzionario,
scritto in un periodo di profondo mutamento per la Francia e l’Europa intera. E forse è proprio per il suo carattere sovversivo, più che per il suo significato patriottico, che Marine Le Pen ha deciso di prenderne un verso e utilizzarlo come slogan per la terza corsa presidenziale della sua carriera.
“Libertà, libertà care” è la frase che campeggia sul manifesto ufficiale svelato in anteprima da Le Figaro. Un motto che accompagnerà la leader dell’estrema destra nella sua ennesima rivoluzione, come dimostra anche l’immagine scelta.
Le Pen appare sorridente, su uno sfondo verde, con lo slogan bene in vista.
Via la fiamma, via le tinte blu utilizzate fino ad oggi e, soprattutto, via il nome del Rassemblement National (Rn).
Il partito scompare, resta la leader, da sola con lo slogan. In quella che molto probabilmente sarà la sua ultima competizione presidenziale, Marine Le Pen continua la mutazione iniziata all’indomani della sua investitura a presidente del partito, nel 2011, quando prese dalle mani del padre Jean-Marie le redini dell’allora Front National. Un’eredità pesante da gestire.
Le posizioni violente, negazioniste e antisemite del “vecchio leone” erano insostenibili nel progetto di conquista dell’Eliseo.
Marine negli anni ha lavorato sui toni, sull’immagine e sul programma, fino a cambiare nome alla creatura fondata dal padre. Una “dédiabolisation” passata per diversi momenti, come quello della lotta all’Unione europea, spauracchio abbandonato dopo la batosta alle ultime presidenziali. Ma il ripulisti non è finito.
“Le Pen ha capito da tempo che il Rn faceva paura”, spiega all’HuffPost Jean-Yves Camus, politologo esperto di populismi ed estrema destra, co-direttore dell’Osservatorio della fondazione Jean-Jaurès di Parigi. “Lei stessa è una personalità, e lo si vede in tutti i sondaggi, giudicata divisiva dai francesi”, afferma l’esperto.
“Da qualche tempo insiste molto sulla sua volontà di riunire per attirare più gente possibile, non solo di destra, verso il suo partito”, sostiene Camus. Quale frase migliore, quindi, se non quella dell’inno nazionale? Se poi si sceglie un passaggio in cui si parla di libertà, ancora meglio.
Nell’ultimo step del suo progetto, Le Pen mischia le carte, si mostra aperta e flessibile.
In un’intervista rilasciata a Le Figaro propone di nazionalizzare le autostrade (idea già avanzata dal candidato di sinistra Arnaud Montebourg) e privatizzare la televisione pubblica. “Questo vuol dire che non determino la qualità di una misura in base al suo colore politico. Ecco due proposte che lo dimostrano”, dice lei.
Ma il tentativo di superare la contrapposizione destra-sinistra è stato già tentato da molti negli ultimi anni. Tra questi anche il suo avversario numero uno: il presidente Emmanuel Macron. Sebbene ultimamente abbia applicato alla sua politica una brusca sterzata a destra, Macron nel 2017 è arrivato all’Eliseo con la promessa di superare uno schema politico giudicato ormai ammuffito. Marine Le Pen starebbe quindi copiando il suo rivale?
“Il presidente – secondo Camus – è un prodotto dell’alta amministrazione francese. Per lui le buone soluzioni sono quelle efficaci, indipendentemente dal loro colore politico. Le Pen è differente. Vuole una voce capace di andare oltre la destra e la sinistra. Un progetto che in realtà rappresenta una vecchia ossessione dell’estrema destra francese”.
Ma sulla sua strada Le Pen rischia di essere travolta proprio da un suo ex sostenitore. Il giornalista e opinionista ultraconservatore Eric Zemmour sembra essere sempre più vicino ad annunciare la sua discesa in campo per le elezioni del prossimo anno, sebbene i sondaggi lo diano a circa il 7%.
Un’ipotesi giudicata ormai talmente probabile che il Consiglio superiore dell’audiovisivo (Csa), organo responsabile del pluralismo dell’informazione, ha chiesto ai media nazionali di “dedurre” il tempo degli interventi di Zemmour “quando si esprime sul dibattito politico nazionale” visto che ormai ne è diventato un “attore”. Una “censura”, secondo il diretto interessato, che su questo punto viene sostenuto dal Rn, sebbene sia sempre più preoccupato da una sua candidatura, come ha confessato questa mattina a BfmTv Louis Aliot: Preferirei che tra i due “ci fosse un accordo”.
Secondo Camus, “l’arrivo di Zemmour nella corsa all’Eliseo potrebbe spingere Le Pen ad accelerare la normalizzazione del suo partito”.
Conosciuto per le sue posizioni anti-Islam e anti-immigrazione, che nel corso degli anni gli sono valse diverse condanne, Zemmour si andrebbe a posizione alla destra della Le Pen. Le differenze tra i due ci sono, almeno sulla carta.
“La presidente del Rassemblement National vuole bloccare l’immigrazione e ha posizioni forti sull’Islam, ma a differenza dell’opinionista non lo ritiene incompatibile con l’essere un cittadino francese”, afferma Camus.
Le divergenze riguardano anche i toni. “Zemmour dà un’immagine estremamente negativa della Francia, è un pessimista, continua a parlare solo del declino francese. Le Pen sviluppa invece un discorso molto più costruttivo e ha una visione molto meno tragica della situazione del paese”.
Domenica Le Pen consegnerà il partito al suo delfino, Jordan Bardella, per dedicarsi interamente alla campagna elettorale. L’ultimo passo prima dello sprinti finale verso l’Eliseo. L’ultimo tentativo con poche speranze.
(da Huffingtonpost)
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Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
DEVE SCONTARE UN ANNO PER REATI SOCIETARI… IMBARAZZO DEL PARTITO CHE LO AVEVA PRESENTATO BEN SAPENDO LA SUA SITUAZIONE GIUDIZIARIA… E’ IL QUARTO CASO A LATINA DI CONDANNE PER ESPONENTI DI FDI
Travolto da una condanna per reati societari, si ritira dalla competizione elettorale, Andrea Marchiella candidato con Zaccheo nella lista di Fratelli D’Italia, capogruppo uscente dello stesso partito.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso che aveva presentato contro la condanna per una vicenda del 2011 che lo aveva visto giudicato colpevole in primo grado già nel 2018. L’esponente politico ha ora chiesto l’affidamento ai servizi sociali per scontare la pena ad un anno.
Un fatto che imbarazza Fratelli d’Italia che si presenta come la lista che, secondo sondaggi e pronostici, è candidata ad essere la più forte a Latina in termini di consensi nelle urne elettorali.
E non che non sia un partito che, a Latina, abbia dovuto scontare la presenza di personaggi ingombranti sotto il profilo di indagini e inchieste: su tutti, l’ex sindaco Giovanni Di Giorgi e l’ex deputato e assessore Pasquale Maietta.
Di recente, peraltro, anche la vicenda di un altro esponente di punta del partito locale di Giorgia Meloni: l’avvocato Luigi Pescuma coinvolto in episodio di un certificato medico falso a favore di un suo cliente.
Oggi, tra i candidati al Consiglio Comunale anche colui che ha ricoperto e ricopre tuttora il ruolo di Capogruppo per Fratelli d’Italia a Piazza del Popolo tra i banchi dell’opposizione: per l’appunto Andrea Marchiella.
Per il consigliere comunale di Borgo Montello, la condanna in primo grado risale al 2018 quando il Tribunale di Latina lo condannò a un anno e sei mesi per un reato di natura tributaria. Come commissario liquidatore di una società basata a Fondi, Marchiella, secondo la sentenza di condanna, ha nascosto e distrutto le scritture contabili.
Due anni dopo, a novembre 2020, la Corte d’Appello di Roma ha confermato la condanna riducendola di sei mesi, ridotta dalla prescrizione: un anno. Al che Marchiella ha presentato ricorso in Cassazione i cui giudici hanno ritenuto inammissibile confermando a loro volta la condanna a un anno.
Marchiella, molto noto a Borgo Montello e impegnato nel mondo del calcio e dell’associazionismo, è ed è stato amministratore di diverse società.
Considerato un fedelissimo del Senatore Nicola Calandrini, il consigliere comunale, in corsa con Fratelli d’Italia per il bis a Piazza del Popolo, con qualche velleità per la futuribile Giunta Zaccheo, ha dichiarato dalle colonne de Il Messaggero edizione Latina di aver commesso, in merito a tale condanna, “un errore di gioventù“.
Dal canto loro i giudici di Cassazione hanno scritto in sentenza che “la Corte di Roma (ndr: Corte d’Appello) ha evidenziato che l’occultamento e la distruzione di scritture contabili di cui è obbligatoria la conservazione non è condotta che si è esaurita durante la fase di ordinaria attività della compagine societaria della quale è stato commissario liquidatore, ma è proseguita anche in relazione alla fase di liquidazione, per la quale deve, evidentemente, rispondere il Marchiella data la qualifica dal medesimo rivestita“.
Inoltre, la Cassazione ha negato la sospensione condizionale della pena per cui, con probabilità, il consigliere comunale dovrà scontarla ai servizi sociali.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
“LA PROCURA CAMBI L’IPOTESI DI REATO, NON E’ STATO ECCESSO COLPOSO DI LEGITTIMA DIFESA”
“Non poteva non sapere che sparando con quei proiettili avrebbe potuto
uccidere”: a dirlo a Fanpage.it sono gli avvocati difensori dei famigliari di Youns, il 39enne ucciso a Voghera (Pavia) dall’ex assessore alla Sicurezza Massimo Adriatici.
L’uomo si trova agli arresti domiciliari con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa, ma la sua posizione adesso potrebbe aggravarsi.
Una perizia, condotta da un perito consultato proprio dagli avvocati difensori della vittima, ha dimostrato che i proiettili utilizzati da Adriatici sarebbero persino vietati in guerra.
“Non poteva non sapere che quei proiettili erano pericolosi”: a dirlo a Fanpage.it è Debora Piazza, legale insieme a Marco Romagnoli della famiglia di Youns El Boussettanoui che lo scorso 21 luglio è stato ucciso dall’ex assessore alla Sicurezza di Voghera (Pavia) Massimo Adriatici dopo una colluttazione in piazza Meardi.
I due avvocati, in una memoria presentata al giudice per le indagini preliminari Maria Cristina Lapi, hanno infatti depositato una perizia, condotta dall’esperto Luca Soldati, che dimostra come i proiettili – sia quello estratto nel corpo della vittima che quelli rimasti nel caricatore – fossero di tipo espansivo, conosciuti come hollow point o dum dum.
Cosa sono i proiettili hollow point
Dotati di un foro sulla punta che provoca maggiori ferite al momento dell’impatto con un corpo, sono proibiti dal 1992 in Italia, dal 2008 equiparati a proiettili di guerra dalla Corte di Cassazione e vietati persino in campo militare proprio perché il loro uso aumenta la probabilità di uccidere rispetto a quelli normali: “La Procura – spiega quindi Piazza a Fanpage.it – dovrebbe cambiare posizione. Dopo questa perizia infatti non si può più parlare di eccesso colposo di legittima difesa”.
Al momento l’assessore, dopo l’udienza di convalida, si trova agli arresti domiciliari. La sua posizione adesso potrebbe aggravarsi. Per la difesa infatti l’uso di quei proiettili dimostra una volontà a uccidere: “Quest’uomo ha seguito il mio assistito con munizioni vietate e un colpo in canna – continua l’avvocato -. Quei proiettili servono esclusivamente per uccidere. Sono vietati. E lui non poteva non sapere”.
Adriatici pedinava Youns con un’altra persona
Adriatici è un avvocato penalista, ex poliziotto ed ex assessore alla Sicurezza: è per questo motivo non poteva non sapere cosa ci fosse all’interno della sua Beretta. “Lui sapeva che se avesse sparato un colpo avrebbe ucciso. Soprattutto a una distanza così ravvicinata”. Per la difesa questo è un ulteriore elemento che conferma l’ipotesi che Adriatici stesse seguendo da tempo Youns: “Pare che lo stesse pedinando con un’altra persona. Insomma, lo teneva d’occhio. È stato Youns a difendersi: Adriatici gli ha fatto vedere la pistola con i proiettili in canna e gli ha tirato un pugno per difendersi”.
Gli avvocati dell’ex assessore ritirano la richiesta di revoca dei domiciliari
Intanto l’avvocato Piazza conferma che i difensori di Adriatici hanno ritirato la richiesta di revoca degli arresti domiciliari: “Alle 17.47 di sabato ci arriva questa istanza. Noi abbiamo inviato una risposta molto corposa dove era contenuta anche la perizia balistica. Subito dopo c’è arrivata una notifica di ritiro della richiesta. In quindici anni di professione, non mi è mai successo”.
Lunedì ci sarà un sopralluogo dove è avvenuto il delitto con i Ris di Parma, di cui si attende l’esito degli esami sulla pistola: questo servirà a capire ulteriormente la dinamica dell’uccisione.
(da Fanpage)
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Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
“E’ UNA OPPORTUNITA’ CHE SERVE PER FARE COSE CHE FINORA ERANO IMPEDITE”
La loro propaganda politica, sostenuta in primis dal bolsonaro italiano Salvini, non comprendeva l’uso del Green pass, considerato uno strumento di controllo, proponendo invece i tamponi gratuiti a spese nostre.
Ma adesso quasi tutti i governatori stanno abbandonando questa scellerata idea proposta dal loro capo, per dare spazio alla responsabilità.
A dichiararlo è il presidente della Lombardia Attilio Fontana. Il governatore leghista considera il certificato verde un’“opportunità”, perché serve “per fare le cose che finora erano impedite”. Insomma, “un modo per avere più libertà”.
Ecco perché Fontana, insieme ai colleghi governatori della Lega Zaia e Fedriga, viene ascritto tra i ‘governisti’ del suo partito. Va premesso che Fontana crede che la “libertà di scelta sia la base di tutto” e dunque chi non vuole vaccinarsi, non si vaccini.
Però l’unico modo per uscire dalla crisi ed evitare una quarta ondata, “al di là del rispetto di regole e protocolli, credo sia la vaccinazione”.
Il presidente di Regione torna a sottolineare l’importanza delle autonomie.
“In questi mesi si è dimostrato che il livello decisionale regionale è quello che ha retto più di tutti”, dichiara. E dunque si è di fronte, per Fontana, all’“ennesima dimostrazione che l’autonomia debba essere ripresa con la massima determinazione”
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
SE IL CENTRODESTRA NON VOLEVA VINCERE A ROMA, E’ IL TRIBUNO RADIOFONICO L’UOMO CHE CERCAVA
Enrico Michetti l’ha fatto di nuovo. Ha ascoltato diligentemente i suoi tre
competitor al Campidoglio, poi, quando toccava a lui, anzi qualche minuto prima, ha preso e se n’è andato.
Questa volta aveva un appuntamento pregresso – pare all’Atac e si sa che da quelle parti hanno la mania della puntualità – l’altra se ne andò sdegnato per i toni troppo concitati: “No, la rissa no”.
Ma la fuga all’inglese dell’avvocato-cavaliere-professore-speaker radiofonico è solo l’ultima delle sue mirabolanti imprese. Solo ieri pare abbia fatto imbufalire la sua king maker, Giorgia Meloni, per un ritardo alla presentazione delle liste nel quartiere Eur.
Che poi, una volta superato l’annoso problema del traffico, alle domande sulla sua candidata No vax e antisemita (fino a ieri, oggi avrebbe smentito) nella lista civica che in attesa di Bertolaso vede Pippo Franco, il buon Michetti non avrebbe saputo rispondere peggio: “Non riusciamo a rintracciarla”.
Insomma, assunto che le priorità sue e della città siano altre, sembra però evidente che dalla ormai celebre “Roma dei Cesari” il tribuno, ormai sotto “tutela politica”, fatichi un po’ a tornare.
Un bel guaio per una coalizione, il centrodestra, che nella capitale avrebbe vinto a mani basse, e sopra di parecchi di punti nei sondaggi, sta facendo proprio di tutto per schiantarsi, se arriva – come dovrebbe – al ballottaggio.
Sempre che l’obiettivo, e non serve essere raffinati dietrologi no vax per intuirlo, non fosse proprio andare a sbattere.
Perché d’accordo, Roma che una volta era trampolino per i leader, da un po’ invece è peggio di Kabul, è la tomba degli imperi politici.
E governare tra cinghiali, rifiuti, buche e pesci morti, può logorare – Raggi/5 stelle docet – chi aspira a obiettivi nazionali.
Se non si voleva vincere, Michetti sembra proprio l’uomo giusto. Però se perdere non è una tragedia, straperdere rischia di tramutarsi in farsa.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
NON GLI CREDE PIU’ NESSUNO, COMPRESI I VERTICI DELLA LEGA CHE NON VEDONO L’ORA DI TOGLIERSELO DAI COGLIONI
Finge di avere una strategia ma non gli crede più nessuno. Non ci credono i suoi detrattori (ovvio, sono lì per quello) ma non ci credono nemmeno i suoi “amici” interni che a dire la verità da un po’ di mesi non vedono l’ora che il leader si sbricioli per poterlo mettere da parte: Matteo Salvini si è incartato sul primo decreto Green Pass (che prevede il certificato nei ristoranti al chiuso, negli spettacoli al chiuso e all’aperto, nelle palestre e nelle piscine) annunciando prima il ritiro degli emendamenti della Lega per dimostrarsi collaborativo (mai affidarsi alle promesse di collaborazione di un turbo-individualista) e per chiedere al governo di togliere la fiducia poi in aula la Lega ha votato quegli stessi emendamenti però proposti da Giorgia Meloni.
Ricapitolando, per semplificare: la Lega aveva vergato emendamenti per affossare una decisione che lei stessa aveva avvallato in Consiglio dei ministri, poi ci ha ripensato e poi ci ha ripensato ancora votandoli a firma di Fratelli d’Italia: una contraddizione al cubo che, nella sostanza, è semplicemente il vuoto cosmico politico.
Emendamenti bocciati, figura piuttosto molle (e intanto Giorgia Meloni continua ad apparire sempre più dura e convincente) e il capolavoro politico di scontentare tutti, sia da una parte che dall’altra.
Partono ovviamente gli attacchi. Matteo Salvini tenta di salvare il salvabile e oggi si fa intervistare dal Corriere della Sera dicendo di avere “garantito un equilibrio tra il diritto alla salute e quello al lavoro.” (Non si capisce bene come non avendo ottenuto nulla in aula, al di là della figura barbina) e poi buttandola in caciara parlando di “tamponi gratuiti” (che nulla avevano a che vedere con la discussione).
Poi balbetta di avere avvisato Draghi (come se notificare a qualcuno che si sta facendo una cazzata renda meno scemi)
Insomma, il disturbatore interno non disturba più nessuno e l’oppositore non riesce a fare opposizione: avanti così, Matteo
(da TPI)
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Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
SONO QUELLI CHE PER I SOVRANISTI ANDREBBERO LASCIATI AFFOGARE
Se ne parla poco ormai ma i migranti continuano a partire da Libia e Tunisia
e ad attraversare il Mediterraneo centrale.
E a Lampedusa molti ci arrivano, in qualche modo. Hanno rischiato grosso i 125 che poco prima dell’alba di oggi la Guardia costiera ha individuato su un piccolo lembo di terra dell’isola dei Conigli, dove avevano trovato riparo tra mare grosso e vento forte. Prima erano su due barconi, uno dei quali trovato poco dopo semi affondato
Come siano riusciti a raggiungere quella piccola spiaggia non è chiaro, ma sono vivi. E la Guardia costiera, che ha inviato due motovedette, è riuscita a portarli a bordo delle sue imbarcazioni che hanno poi fatto rotta verso il porto di Lampedusa e il molo Favaloro.
«Il soccorso è stato particolarmente complesso a causa del mare mosso e dalla presenza di scogliere affioranti – ha fatto sapere la Guardia costiera in un raro comunicato stampa che ha accompagnato con un drammatico video -. Il salvataggio è avvenuto con l’impiego dei soccorritori marittimi (Rescue swimmer) che hanno raggiunto via mare la costa e hanno proceduto al recupero di tutti i migranti, che sono stati portati in sicurezza nel porto di Lampedusa, in buone condizioni generali di salute».
Tra loro ci sono 49 donne e 20 minori. Tutti «in evidente stato di choc».
Ora sono tutti nell’hotspot di contrada Imbriacola, dove ci sono oltre 600 persone, per i test anti-Covid e le operazioni di identificazione.
Molti dei migranti arrivati a Lampedusa in queste ore sono già stati trasferiti sulla prima delle due navi-quarantena arrivate in rada: la Aurelia che appena completerà gli imbarchi cederà il punto d’attracco alla Azzurra.
Se questi sono migranti che sono riusciti ad arrivare, ce ne sono però molte altre migliaia che non ci sono riusciti. Gli ultimi dati dell’Oim, l’organizzazione per le migrazioni delle Nazioni unite, dicono che almeno 23.500 altri migranti sono stati riportati indietro dalla Guardia costiera libica.
Altre centinaia, oltre 1100, risultano invece morte o disperse nel tentativo di attraversare quel mare di lutti e disperazione che è ormai diventato il Mediterraneo centrale.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2021 Riccardo Fucile
UN BELL’ESEMPIO PER CHI DOVREBBE ESSERE AL SERVIZIO DEI CITTADINI… ECCO I DATI TRA POLIZIOTTI, CARABINIERI, ESERCITO
Tra i No vax non ci sono solo sanitari e prof ma anche poliziotti, soldati, marinai, avieri e carabinieri. Si tratta di circa 70mila persone.
Nello specifico, come riporta il Sole24Ore, la polizia di Stato, con circa 95mila agenti, ha il 20 per cento di poliziotti che non si è voluto sottoporre al vaccino anti Covid. Nei carabinieri, oltre 107mila unità, invece, si sono vaccinati oltre l’85 per cento con tutte o due o comunque almeno con la prima dose.
Marina e Aeronautica, poco meno di 40mila militari ciascuno, sono all’80 per cento (considerando, anche in questo caso, sia il ciclo vaccinale completo che la prima dose).
Il peggiore? L’Esercito che, con 90mila militari effettivi, ha avuto un’adesione al 75 per cento. Non proprio un successone.
Nelle Forze armate si registrano gli stessi numeri della polizia di Stato: il 20 per cento non risulta essere ancora vaccinato.
Al momento, però, non c’è alcun obbligo vaccinale per le forze dell’ordine – così come, invece, è stato previsto fin da subito per i sanitari – anche se, per alcune attività ad alta intensità operativa, si è resa necessaria la vaccinazione, pena esclusione da quei compiti.
(da agenzie)
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