Marzo 18th, 2022 Riccardo Fucile
“DIECI GIORNI PER VINCERE O FINIRANNO LE RISORSE“
Più caduti russi in Ucraina, che marines nei 36 giorni della feroce battaglia di Iwo Jima col Giappone. Più morti in tre settimane di invasione impantanata contro i fratelli della porta accanto, che l’intero numero delle perdite americane durante i venti anni di intervento in Afghanistan e Iraq.
Se queste stime dell’intelligence Usa sono attendibili, si capisce perché i servizi britannici dicano che l’aggressione di Putin è “in stallo quasi su tutti i fronti”, mettendo a rischio la sua sopravvivenza al potere.
Perché sui morti non si può mentire, e qualunque sia la retorica usata dal Cremlino per nascondere ai propri cittadini la verità, madri, padri, fratelli, mogli, figli di chi non tornerà mai più a casa la conoscono. E prima o poi ne chiederanno conto.
Secondo le stime dell’intelligence americana, basata sulle notizie dal terreno, le osservazioni dall’alto, le comunicazioni intercettate, i mezzi militari distrutti, i russi hanno perso oltre 7.000 soldati. Più alto è il numero fornito dagli ucraini, 13.500 morti, e più basso quello di Mosca, 498.
I feriti sarebbero tra 14.000 e 21.000. Se questi numeri riportati dal New York Times sono veri, raggiungono oltre il 10% dei circa 150.000 militari mobilitati finora dal Cremlino, soglia che secondo gli analisti inizia a compromettere la capacità delle truppe di condurre in maniera efficace le operazioni.
Superfluo sottolineare l’effetto sul morale, considerando che anche quattro generali hanno perso la vita. In alcuni luoghi, come Voznesenk, gli ucraini hanno lanciato addirittura la controffensiva.
Anche per questo, il ministero della Difesa britannico ieri ha pubblicato su Twitter un comunicato in tre punti: “L’invasione russa dell’Ucraina è ampiamente in stallo su tutti i fronti. Le forze russe hanno fatto progressi minimi sulla terra, il mare e l’aria negli ultimi giorni, e continuano a soffrire pesanti perdite. La resistenza ucraina rimane solida e ben coordinata. La stragrande maggioranza del territorio nazionale, incluse le città più grandi, resta in mani ucraine”.
Come si spiega questo fallimento? La prima ragione sta nell’origine del conflitto, una guerra scelta da Putin per motivi non condivisi dalla sua popolazione, e soprattutto dai militari di leva, che a 18 o 19 anni si sono ritrovati ad aggredire un paese senza neanche saperlo. Non erano addestrati, e le montagne di soldi spese per ammodernare le forze armate sono stati sprecati o rubati, almeno a giudicare dai risultati. L’aviazione non è stata in grado di assicurare la supremazia dei cieli, fondamentale per prevalere sul terreno.
Mezzi e armamenti, dai carri armati alle bombe intelligenti, si sono dimostrati inferiori rispetto ai Javelin, gli Stinger, i droni turchi Bayraktar TB2, gli Switchblade americani, e il resto della tecnologia bellica fornita dall’Occidente. Il sistema per le comunicazioni criptate è saltato, costringendo i reparti a parlarsi via radio o con telefoni intercettabili.
Viste le difficoltà sul terreno, Putin bombarda a distanza i civili e minacciare il disperato uso delle armi nucleari. Motivo per cui il segretario di Stato Blinken ha ribadito ieri di considerarlo un “criminale di guerra”, promettendo di aiutare la raccolta delle prove per un eventuale processo.
Girano voci di una colonna di rinforzi in arrivo dalla Siberia. La realtà sembra che i 900.000 soldati delle imponenti forze armate russe esistessero soprattutto sulla carta. Il primo aprile è prevista una nuova leva di circa 130.000 soldati fra 18 e 25 anni, ma bisogna vedere quanti di loro si presenteranno ai centri di reclutamento.
(da La Repubblica)
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Marzo 18th, 2022 Riccardo Fucile
VETERANO DELLA GUERRA IN DONBASS DOVE HA UCCISO 150 MILITARI FILORUSSI, E’ L’INCUBO DEI RUSSI
Il cecchino svedese Mikael Skillt, il peggior incubo dei russi, è tornato al fronte. Veterano
della rivoluzione ucraina del 2014, nota anche come rivoluzione di piazza Maidan, del febbraio 2014, aveva combattuto contro i filorussi nel Donbass.
Durante gli scontri contro i ribelli di Donetsk la mira infallibile di Skillt era al servizio del Battaglione Azov, formazione di estrema destra, prima paramilitare voluta dal ministro dell’Interno Arsen Avakov, e poi inquadrata nell’esercito ucraino come “Distaccamento autonomo operazioni speciali”.
I fatto che Mosca avesse messo sulla sua testa una taglia da un milione di dollari, scriveva la stampa ai tempi, rendeva bene la misura della sua pericolosità contro le forze appoggiate da Mosca.
Skillt è tornato alla sua Misanthropic Division, un’unità di occidentali aggregati al Battaglione Azov. Lì era rimasto anche dopo la guerra, come istruttore fino al 2017.
Tornato in Svezia al suo lavoro di consulente di sicurezza svedese ed ex project manager nel settore edile, oggi si sa che è ancora in prima linea a 54 anni con il Battaglione Azov a Mariupol, per fermare l’avanzata dei russi.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2022 Riccardo Fucile
ALMENO 7.000 MORTI E 18.000 FERITI SU 150.000 OPERATIVI VUOL DIRE CHE UN REPARTO NON PUO’ PIU’ ESSERE EFFICACE… C’E’ CHI PARCHEGGIA IL CARRO ARMATO E SE NE VA NEI BOSCHI PER NON COMBATTERE
“Nei trentasei giorni di combattimento per l’isola giapponese di Iwo Jima durante la seconda guerra mondiale furono uccisi quasi 7000 marine. Oggi, a 20 giorni dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin, le sue forze armate hanno già perso più soldati, secondo le stime dei servizi segreti Usa. Secondo i calcoli più cauti sono almeno settemila le morti tra i militari, più di quelle statunitensi nei 20 anni trascorsi tra Iraq e Afghanistan. È un numero sbalorditivo, dopo solo tre settimane di combattimento, dicono i funzionari americani, e ha implicazioni sull’efficacia di combattimento dei reparti russi”.
Lo fa notare il New York Times, che ha dedicato allo stato delle truppe russe impiegate in Ucraina una lunga analisi firmata da Helene Cooper, Julian E. Barnes e Eric Schmitt.
Spiega il quotidiano della Grande mela: “Secondo il Pentagono, una perdita del 10% degli effettivi, tra morti e feriti, rende un reparto non più in grado di portare a termine le missioni di combattimento. Con più di 150.000 soldati russi impiegati attualmente nel conflitto, le perdite russe, contando anche i feriti, stimati in numero tra i 14 e 21 mila, sono oltre a questa soglia.
Inoltre, le forze armate di Mosca hanno perso quattro generali. Gli analisti del pentagono ritengono che un numero alto, e crescente, di morti di guerra possa prostrare la determinazione a continuare a combattere.
Il risultato, affermano, si riscontra nei resoconti dei servizi che gli alti funzionari dell’amministrazione Biden leggono ogni giorno: uno di questi, recentemente, sottolineava il basso morale tra i soldati russi e riferiva episodi in cui i militari semplicemente parcheggiavano i loro mezzi e se ne andavano a piedi tra i boschi. L’alto numero di perdite spiega perché le tanto celebrate forze armate russe siano rimaste in gran parte bloccate alle porte di Kiev”.
“Perdite come queste influiscono sul morale e sulla coesione dei reparti, in particolare dal momento che questi soldati non capiscono perché stiano combattendo”, dice al New York Times Evelyn Farkas, che durante l’amministrazione Obama era il funzionario del Pentagono responsabile per Russia e Ucraina. Tuttavia, “si tratta solo delle forze di terra”, a fronte di questa situazione Putin ha guardato sempre più ai cieli per attaccare le città ucraine, gli edifici residenziali, ospedali e scuole. I raid aerei hanno aiutato a dissimulare lo scarso rendimento sul terreno dell’esercito russo.
Molti però non credono che le perdite possano cambiare la strategia di Putin: “Non è disposto a perdere. Anche se messo alle strette continuerà a scagliare truppe contro il problema”, prevede ancora Soldatov interpellato dal quotidiano newyorkese.
(da Rai)
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Marzo 17th, 2022 Riccardo Fucile
L’OLIGARCA RUSSO ORTODOSSO E NAZIONALISTA FINITO NELLE CARTE DELLO SCANDALO METROPOL – DA PESCE PICCOLO A SQUALO, HA ATTIRATO I RIFLETTORI DEI “CACCIA-TESTE” AMERICANI ALLA RICERCA DI YACHT, VILLE E CONTI IN BANCA DEGLI OLIGARCHI
A volte ritornano. Nella “Grande Russia” ortodossa, reazionaria, eurasiatica che Vladimir
Putin cerca di comporre invadendo l’Ucraina c’è spazio anche per Kostantin Malofeev.
Quarantasette anni, barba folta e occhi vitrei, l’oligarca e tycoon televisivo russo è un volto noto alle cronache italiane. Il suo nome era finito nelle carte dello scandalo Metropol, la rete di incontri e relazioni russe della Lega e di Matteo Salvini culminata nella visita dell’allora vicepremier a Mosca nell’ottobre del 2019 e poi finita nelle carte di un’inchiesta della procura di Milano dagli esiti ancora incerti.
Oggi Malofeev è tornato agli onori delle cronache, ma per altre ragioni. C’è anche lui nella lista “prioritaria” di ventisette oligarchi pubblicata mercoledì dal Tesoro americano in risposta all’invasione russa. Insieme a Putin saranno nel mirino della nuova task force transatlantica Repo (Russian elites, proxies and oligarchs) di cui farà parte anche l’Italia.
Un tempo relegato alle seconde file nella gerarchia del potere russo, Malofeev ritrova nella campagna nazionalista e revisionista di Putin una seconda ascesa agli altari. Ne è riprova l’attenzione che i “caccia-teste” americani ed europei alla ricerca di yacht, ville e conti in banca degli oligarchi russi gli stanno dedicando.
Sotto sanzioni già dal 2014 con l’accusa di aver finanziato i separatisti russi nel Donbas, il miliardario è di nuovo nell’occhio del ciclone. A inizio marzo la procura di Manhattan ha incriminato un ex produttore tv con un passato a Fox News, John Hanick, per aver ricevuto soldi da Malofeev violando le sanzioni.
L’accusa del Dipartimento di Giustizia, che ha appena inaugurato una sua task force per dare la caccia agli oligarchi, “Klepto capture”, è di aver violato le sanzioni lavorando con un uomo “fortemente legato all’aggressione russa in Ucraina”.
Non che il diretto interessato smentisca, anzi. Tre giorni fa, con un post sul social network russo VKontakte, Malofeev applaudiva l’invasione militare, “una nuova fase nella vita di una Russia millenaria”.
Per capire il momento d’oro dell’oligarca vicino alla Lega basta rispolverare il suo curriculum. Moscovita, classe 1974, ha fondato nel 2005 Marshall Capital Partners, società di private equity. Un affare riuscito, che nei primi anni 2000 gli ha fatto accumulare un discreto patrimonio: 2 miliardi di dollari.
Convertito all’ortodossia, ha dato alla causa religiosa un potente megafono fondando Tsagrad Tv, canale apprezzato negli ambienti ultra-conservatori che non di rado fa scolorire al confronto i più “moderati” giornali ufficiali della propaganda russa, Sputnik e RT (messi al bando da Ue e Usa dopo l’invasione in Ucraina).
L’identikit di “patriottico, ortodosso, imperialista” (copyright suo) lo ha accreditato come un punto di riferimento dei movimenti di ultradestra e dell’integralismo cattolico europeo, inciampati nello “Tsagrad Group of Companies”, il consorzio con cui Malofeev rimpingua le casse di decine di organizzazioni caritatevoli russe votate alla promozione della cristianità, tra cui la nota Saint Basil the Great. Nella rete di contatti, tra gli altri, è finito il Rassemblement National (ex Front National) di Marine Le Pen.
Con la Lega e Salvini i contatti sono stati sporadici. Ma intorno all’oligarca russo hanno ruotato personaggi chiave della stagione sovranista a via Bellerio, quando il “Capitano” lanciava il cuore oltre l’ostacolo preferendo la leadership di Putin a quella di Angela Merkel.
È il caso di Claudio d’Amico, ex parlamentare leghista e consigliere del segretario, presente alla firma del memorandum tra Lega e Russia Unita, il partito di Putin, nel marzo 2017 (rinnovato tacitamente due settimane fa, anche se considerato “nullo” dai leghisti).
L’altro trait d’union ha il nome di Alexey Komov, braccio destro di Malofeev e già presidente onorario dell’associazione “Lombardia Russia” animata da Gianluca Savoini, il mediatore dei rapporti tra Carroccio e Mosca.
Acqua sotto i ponti, forse. Quella stagione leghista è oggi rinnegata, ma intanto Malofeev ha acquisito peso e rispetto nell’inner circle del Cremlino, complici le sanzioni occidentali che da quelle parti sono medaglie al petto.
I continui attacchi all’ “ideologia gender”, gli occhiolini alla retorica omofoba e la difesa dei “valori tradizionali”, che negli anni scorsi hanno trovato ospitalità in arene ultra-conservatrici in Italia come il “Congresso delle famiglie” di Verona, vedono ora Malofeev e il suo impero mediatico in sintonia con la retorica che da anni giustifica agli occhi delle élites russe l’invasione e la guerra in Ucraina. La stessa agitata dal patriarca Kirill nella sua “benedizione” della crociata russa contro il Paese vicino.
Non è un caso se un ospite frequente delle tv di Malofeev sia Alexander Dugin, filosofo e ideologo apprezzato da Putin e dal Cremlino negli anni ’90, tra i padri del nuovo pensiero “eurasiatico” che riaffiora ancora una volta nella campagna propagandistica del governo russo intorno all’invasione ucraina. Un’altra sponda alla “nuova Russia” sognata da Putin che così nuova non è.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2022 Riccardo Fucile
GRAN TRAFFICO DI VOLI MILITARI
Codici identificativi, rotte tracciate, analisi degli aeroporti di partenza e arrivo.
Da quando i primi tank russi hanno superato i confini dell’Ucraina si è aperto un nuovo fronte dei analisi: il tracciamento dei mezzi privati.
Jet, elicotteri e yacht russi sono finiti nelle mani di analisti e con discrete competenze informatiche
e che hanno costruito profili Twitter dedicati a tracciare tutti questi movimenti. Fra questi vi abbiamo raccontato anche di Jack Sweeney, il ragazzo diventato noto per aver seguito tutti i movimenti del jet di Elon Musk che ora si è dedicato solo ai mezzi degli oligarchi russi.
Uno di questi analisti nelle ultime ore ha sollevato un dubbio su quello quello che sta accadendo all’ombra del Cremlino. Oliver Alexander ha pubblicato una serie di mappe di volo dove viene testimoniato un corposo movimento di jet privati che partano da Mosca e si muovono verso Dubai.
Il tweet in cui ha denunciato questo esodo è stato condiviso da 5 mila persone e ha ricevuto 15 mila like. Nel tracciamento identifica uno stormo formato da quattro aerei: tutti privati e tutti diretti dalla Russia alla capitale degli Emirati Arabi.
Oltre a queste immagini, ce ne sono altre che documentano il movimento di jet verso la città affacciata sul Golfo Persico.
Per gli oligarchi russi Dubai è diventata una meta verso cui muovere yacht e jet privati dopo la decisione di Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea di sanzionare buona parte dei loro beni. Il New York Times ha raccontato che nei giorni scorsi erano arrivati a Dubai sia lo yacht dell’oligarca Andrei Skoch sia il jet di Arkady Rotenberg. Solo in Italia sono state bloccate proprietà per oltre 600 milioni di euro, anche se a gonfiare questa cifra c’è lo yacht Sy A di Andrey Igorevich Melnichenko che da solo vale 530 milioni di euro
Come funziona l’Open Source Intelligence
Oliver si definisce un’analista con la passione per l’Open Source Intelligence (Osit), quella pratica che permette di creare conoscenza condividendo informazioni pubbliche.
È esattamente come succede con la mappatura dei voli russi: visto che le informazioni condivise non vengono estratte in modi esotici ma semplicemente prese da portali che monitorano il movimento degli aerei in tutto il mondo come Flightradar24.
Oliver aveva già cominciato a fare questo tipo di lavoro nei primi giorni della guerra, tracciando i movimenti delle truppe russe attraverso mappe, fotografie e video trovate in rete. Ai tempi però Twitter aveva deciso di sospendere il suo account per 24 ore.
I voli verso gli Urali
Sempre Oliver ha rilanciato nelle ultime ore le analisi di un altro account che si occupa sempre di questo tipo di analisi. L’autore in questo caso si chiama Manu Gomez e ha documentato una serie di voli che dalla zona di Mosca si stanno muovendo verso gli Urali, catena montuosa che si trova verso est e che separa la Russia europea da quella asiatica. Se per Dubai è più facile fare delle ipotesi, in questo caso è più difficile capire l’origine dei movimenti.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2022 Riccardo Fucile
LA LEGA CONTINUA A SCENDERE E ARRIVA A UN MISERO 16,6% – IL “CAPITONE” PAGA IL SUO ESSERE STATO FILO-PUTINIANO, COME IL MOVIMENTO 5 STELLE DI CONTE, CHE SPROFONDA AL 13,4% … PD PRIMO PARTITO AL 21,5%, FRATELLI D’ITALIA IN CRESCITA AL 20,7%
Per la vetta della classifica nei sondaggi e` sempre piu` corsa a due tra PD e FDI, che
anche nella Supermedia di oggi sono gli unici due partiti sopra il 20%, divisi da meno di un punto.
Continua la discesa di Lega e M5S, che oggi toccano un nuovo record negativo e valgono messi insieme esattamente il 30%, oltre 20 punti in meno rispetto alle Politiche 2018.
Ne risente anche il consenso di cui gode complessivamente la super-maggioranza che sostiene il Governo Draghi, che tocca oggi il suo punto piu` basso dal giorno della sua entrata in carica, ma rimane pur sempre sopra il 70%. Anche l`alleanza del Centrodestra nel complesso lascia sul terreno oltre l`1%
PD 21,5 (-0,1) FDI 20,7 (+0,5) Lega 16,6 (-0,7) M5S 13,4 (-0,5) Forza Italia 8,2 (-0,3) Azione/+Europa 4,8 (+0,4) Italia Viva 2,5 (-0,2) Verdi 2,4 (-0,1) Art.1-MDP 2,0 (+0,4) Sinistra Italiana 1,9 (-0,1)
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2022 Riccardo Fucile
“QUANDO MOSTREREMO AI RUSSI I BAMBINI UCCISI DALLE BOMBE, IMMAGINERANNO I PROPRI FIGLI. I NOSTRI FIGLI SONO GLI STESSI. LE NOSTRE CITTA’ HANNO LO STESSO ASPETTO. SI RICONOSCERANNO”
Pochi secondi prima dell’impatto, mentre cadono, i mortai fischiano, emettendo un suono forte e quasi lamentoso che Maxim Dondyuk non dimenticherà mai.
Non dimenticherà il dolore delle schegge, simile a quello di un coltello rovente infilato nel braccio, né i volti delle donne e dei bambini che ha fotografato durante il bombardamento vicino Kiev il 6 marzo
Spera che anche gli altri, guardando le sue foto, non siano in grado di dimenticarli. «Non resto qui a farlo perché sono un masochista», dice al telefono dal centro di Kiev, Dondyuk, che è ucraino.
«Lo faccio perché a volte una foto può cambiare le persone, cambiare le società». Con un po’ di fortuna, dice, potrebbe aiutare a fermare una guerra.
Quando alla fine di febbraio è iniziata la guerra, Dondyuk era a Kiev: le forze russe avevano circondato la città, sganciato bombe e sparato con l’artiglieria mentre i carri armati avanzavano da nord. I civili hanno cercato di fuggire o di rifugiarsi sotto alla metropolitana.
Nel principale ospedale pediatrico della città, Dondyuk ha trovato i pazienti ammassati nel seminterrato mentre i medici aspettavano l’arrivo dei feriti.
Il primo ferito era un ragazzino di non più di 7 anni, che aveva appena perso i genitori e la sorella. I soccorritori lo hanno portato in reparto e hanno detto ai medici che l’auto della famiglia era stata crivellata di proiettili vicino al cuore della capitale ucraina. Il ragazzo era l’unico sopravvissuto.
I soccorritori non conoscevano il suo nome, hanno detto, perché probabilmente i suoi documenti erano tra le macerie. I medici lo hanno registrato come “Sconosciuto n. 1” e hanno eseguito un intervento chirurgico d’urgenza.
Passeggiando per il reparto fuori dalla stanza del bambino, Dondyuk ha trovato il primario e ha chiesto il permesso di fotografare il ragazzo. «Gli ho detto che il popolo russo ha bisogno di vederlo», ricorda Dondyuk. «Quando mostreremo loro i bambini uccisi dalle bombe russe, immagineranno i propri figli. I nostri figli sono gli stessi. Le nostre città hanno lo stesso aspetto. Si riconosceranno. Lo sentiranno».
I medici hanno ceduto e quella notte Dondyuk ha scattato una foto del ragazzo, il cui nome, secondo i giornalisti in seguito, era Semyon. All’epoca era ancora in condizioni critiche. È morto poco dopo.
È stato uno dei momenti in cui Dondyuk è crollato. Negli ultimi otto anni ha fotografato molti aspetti della guerra tra Russia e Ucraina. L’ha vista e documentata da entrambi i lati del fronte. Per Dondyuk, 38 anni, questa storia è sempre stata personale, ma mai come nelle ultime settimane.
Sua madre è stata costretta a fuggire dalla nazione come rifugiata. Suo padre vive in una città sotto l’occupazione militare russa. «La mia città, dove ho vissuto per anni, è stata distrutta», dice Dondyuk parlando di Kiev. «Non arrivo qui da lontano. Questo è il mio dolore. Questo è il mio paese».
Nella seconda settimana di guerra, racconta, l’iniziale panico che si era diffuso in città è diminuito. Nei quartieri residenziali, vicino a scuole e campi da gioco, sono comparsi trincee e posti di blocco,, mentre gli ucraini si preparavano a combattere le truppe russe strada per strada.
Molte persone sono fuggite, ma molte altre sono rimaste per aiutare, trasformando la città in una metropoli in tempo di guerra, molto più vuota, più cupa, ma piena di propositi e risolutezza. Coloro che non potevano offrirsi volontari per combattere hanno passato il loro tempo ad aiutare coloro che lo facevano, cucinando pasti, riempiendo sacchi di sabbia, accendendo falò, consegnando rifornimenti.
La parte peggiore della carneficina finora è stata confinata alla periferia nord della città, dove Dondyuk è stato ferito il 6 marzo. Quella mattina è partito in auto alla periferia di Irpin, insieme ad altri due fotografi. Per fermare l’avanzata russa, le forze ucraine avevano fatto saltare in aria un ponte che porta da Irpin a Kiev, lasciando solo una piccola passerella su un fiume, appena abbastanza larga da permettere l’attraversamento di una o due persone alla volta.
Quando i fotografi sono arrivati, hanno visto un paio di furgoni vicino al ponte, in attesa di portare in salvo i civili mentre arrivavano. Molti di quelli che attraversavano erano anziani. Altri avevano bambini nei passeggini e animali domestici sotto le braccia. Nelle vicinanze c’era un gruppo di soldati ucraini.
Dondyuk si era fermato a scattare le loro fotografie quando hanno sentito arrivare il primo mortaio. È stato l’inizio di un assalto che sarebbe durato circa due ore, prendendo di mira l’unico percorso per la fuga dei civili da Irpin.
I soldati al ponte hanno indietreggiato mentre i bombardamenti continuavano. Ma Dondyuk e i suoi due colleghi sono rimasti a documentare la scena, e lui si è ritirato solo dopo che una scheggia lo ha colpito alla spalla, strappandogli un pezzo di carne. Decine di civili sono rimasti feriti o uccisi nell’attacco.
Eppure continuavano a fluire attraverso il ponte anche mentre le bombe stavano cadendo. «Potevano vedere i mortai davanti a loro. Potevano vedere i corpi», dice Dondyuk. «Ma da qualunque cosa stessero scappando, era peggio».
(da Time)
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Marzo 17th, 2022 Riccardo Fucile
PESA CIRCA 3 CHILOGRAMMI, TRASPORTABILE IN UNO ZAINO E COMPOSTO DA UN TUBO LANCIATORE DAL QUALE “ESCE” IL DRONE ESPLOSIVO CHE PUÒ RESTARE IN VOLO PER 40 MINUTI E VIENE GUIDATO FINO ALL’IMPATTO SUL BERSAGLIO, CON UN RAGGIO D’AZIONE DI 11 CHILOMETRI. HA UN COSTO DI 6 MILA DOLLARI
Il drone kamikaze. Potrebbe essere la nuova arma inviata dagli Usa agli ucraini. Anzi,
secondo alcuni forse è già arrivata. Lo Switchblade pesa circa 3 chilogrammi, trasportabile in uno zaino e composto da un tubo lanciatore dal quale «esce» il drone esplosivo. Il piccolo «proiettile» può restare in volo per 40 minuti, è guidato fino all’impatto sul bersaglio, con un raggio d’azione di 11 chilometri
Ha un costo relativamente basso – circa 6 mila dollari – rispetto ad altri sistemi. Inoltre è adatto all’impiego da parte di piccole unità, quelle che in questi giorni stanno rallentando con successo l’avanzata delle forze russe con imboscate, incursioni mordi-e-fuggi, azioni dietro le linee.
Un militare è in grado di attendere le mosse del nemico, si piazza in una posizione protetta e lontana dal fuoco di reazione, quindi «spara» il drone. Il mini-velivolo trasmette le immagini dell’area, quindi viene attivato per colpire un nucleo trincerato, un cannone, un veicolo leggero, un nido di mitragliatrici o di anti-carro.
L’arma è stata sviluppata in base ad una richiesta specifica delle unità speciali che volevano avere un apparato in grado di contrastare gli agguati di formazioni guerrigliere, come i talebani o i seguaci del Califfo. È stata la rete Nbc a rivelare la possibile fornitura. La Casa Bianca ha deciso di stanziare aiuti per altri 800 milioni di dollari in favore di Kiev.
(da agenzie)
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Marzo 17th, 2022 Riccardo Fucile
“C’È ANCHE UN’ALTRA ANOMALIA: NELLA DITTA È PRESENTE CON UNA QUOTA PERSINO LO STATO, SUBENTRATO DOPO UNA CONFISCA EFFETTUATA SECONDO LA NORMATIVA ANTIMAFIA”
Mille euro sono spiccioli per un partito. Ma ci sono spiccioli che pesano più di altri. Soprattutto se a versarli a un movimento politico, in questo caso l’articolazione siciliana della Lega di Matteo Salvini, è un’azienda tra i cui soci c’è un imprenditore condannato per reati di mafia e ha un fratello capo clan imparentato con il latitante dei latitanti: Matteo Messina Denaro, un fantasma da 29 anni, condannato anche per le stragi al tritolo del 1993 e 1994 firmate da Cosa nostra, la mafia siciliana all’epoca ancora in mano a Totò Riina.
In questa storia di finanziamenti ai partiti ambientata nel cuore della Sicilia c’è anche un’altra anomalia: nella ditta, che si chiama Flott Spa, è presente con una quota persino lo stato, subentrato dopo una confisca effettuata secondo la normativa antimafia.
Flott Spa è una realtà solida, marchio internazionale nella conservazione del pesce. La sede è a Aspra, comune di Bagheria, città natale di grandi talenti come il pittore Renato Guttuso e Giuseppe Tornatore, regista tra i tanti successi anche di Baaria, in siciliano Bagheria, appunto. Grandi talenti, ma feudo di cosche feroci prima e di successo imprenditoriale negli anni della pace post stragi ‘92-’94.
Flott Spa ha versato 1.000 euro alla Lega Salvini premier Sicilia alla fine di dicembre 2021. La donazione ha seguito i canali formali e legali, è stato dichiarato alla tesoreria del Parlamento che acquisisce le dichiarazioni congiunte di entrami le parti in causa con cui attestano la ricezione di finanziamenti.
Sul piano della forma, perciò, nulla da eccepire. Lascia certamente a desiderare la dimensione dell’opportunità politica di accettare un contributo seppure minimo da una società in cui il 20 per cento è in mano a Carlo Guttadauro, che ha finito di scontare una condanna per estorsione aggravata dal metodo mafioso e ha un fratello medico (ex primario del Civico di Palermo) arrestato di nuovo recentemente con l’accusa di aver fatto parte della famiglia mafiosa del mandamento di Brancaccio, quartiere di Palermo. Il terzo fratello Guttadauro si chiama Filippo: è lui il marito della sorella del latitante di Matteo Messina Denaro.
E dalle carte dell’inchiesta che ha portato in carcere Giuseppe Guttadauro emerge che quest’ultimo non ha niente più da spartire con il fratello Carlo e da tempo in famiglia le comunicazioni tra i congiunti si sono interrotte. Ma torniamo alla Flott e allo scomodo e indesiderato socio.
LA CATENA DEI NON SO
Il fatto curioso è che tutti i protagonisti di questa generosa donazione alla Lega dicono di non sapere, non ricordano, rimandano ad altri e altri ancora. Tutti prendono le distanza dal socio scomodo, Guttadauro, e sostengono che hanno provato a mandarlo via senza riuscirci.
Fatto sta che l’uomo della cosca è tuttora socio e lo era anche nei giorni in cui è partito il bonifico per sostenere la Lega. Di certo c’è che nella Flott convivono anime diverse: l’imprenditore, l’imprenditore cognato del condannato per estorsione mafiosa, il condannato per estorsione mafiosa e lo stato.
Partiamo dall’Agenzia dei beni confiscati, che si occupa anche delle aziende sottratte ai clan. Lo stato controlla il 5 per cento della società Flott, ma una funzionaria contattata da Domani spiega che la percentuale di azioni detenuta dopo la confisca è talmente irrisoria da non permettere all’amministratore giudiziario di quel pacchetto azionario di intervenire nella gestione della ditta.
Carlo Guttadauro ha detto, invece, a Domani che non ne sapeva nulla di questo finanziamento alla Lega, si dice vittima della giustizia, perseguitato dalla legge per alcune parole pronunciate contro un interlocutore e per questo condannato. Così ridimensiona quello che hanno accertato i giudici: un’estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Ma non ci parla solo della sentenza, ma anche della sua posizione all’interno dell’azienda. Ci racconta il conflitto nato con l’altro socio presente nella Flott, suo cognato, con il quale non ha più rapporti.
Da quel che dice il fratello del capo mafia è in corso una guerra legale per la proprietà dell’azienda, Guttadauro accusa il cognato di avergli rubato la titolarità, ma ha perso tutte le cause che ha intentato e si sente inascoltato dalla legge. Intanto però Guttadauro continua a essere dentro l’azienda. Perché nessuno riesce a cacciarlo.
Né il cognato, Tommaso Tomasello che si smarca dalla parentela scomoda e dice di non sapere nulla di quei soldi. «Chi ti ha dato il mio numero, non può chiamare e rompere le palle, che ne posso sapere, io sono solo un socio», dice Tomasello.
Così chiediamo all’amministratore unico, Giovanni Perilli, che prende le distanze dal socio scomodo: «Non mette piede in azienda da trent’anni». Dopo un primo tentennamento, verifica le carte e racconta quel versamento. «Abbiamo deciso di sostenere la Lega perché condividiamo l’impegno del ministro Giancarlo Giorgetti a favore delle piccole e medie imprese». Ci risponde non prima di aver sottolineato la solidità dell’azienda e denunciando l’atavico problema della carenza infrastrutturale in Sicilia.
«Non sono di che donazione parlate», risponde Antonino Minardo, coordinatore regionale della Lega di Salvini. La telefonata non dura molto, per un impegno del deputato. Può un segretario non conoscere i suoi finanziatori? Potrebbe essere.
Da queste parti ricordano tutti Matteo Salvini l’ultima volta che ha fatto un viaggio a Palermo indossare la mascherina con disegnato il volto di Paolo Borsellino, il giudice ucciso il 19 luglio 1992 nell’attentato terroristico-mafioso di via D’Amelio. Certamente Salvini non era a conoscenza della storia dell’azienda che ha donato il soldi al partito siciliano. Ora lo sa, come si comporterà?
Restituirà il denaro o lascerà che i suoi leghisti di Sicilia lo utilizzino per organizzare eventi politici?
(da Editoriale Domani)
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