Aprile 18th, 2022 Riccardo Fucile
KIEV È RIUSCITA A COLPIRE NEL PUNTO GIUSTO: SONO VISIBILI SEGNALI DI FUMO ALL’ESTERNO DEGLI OBLÒ DI POPPA, LA PROVA DI UN ROGO ESTESO
A quattro giorni dall’esplosione a bordo del Moskva, colpito probabilmente da due (qualcuno dice tre) missili ucraini Neptune il 14 aprile e affondato il giorno successivo, sono state pubblicate le prime immagini dell’incrociatore, l’ammiraglia della fotta russa nel Mar Nero.
La fonte è ancora incerta, ma le foto sono state scattate dal rimorchiatore SB740 o SB742: entrambi fanno parte del team di soccorso della flotta del Mar Nero e sono stati mobilitati subito dopo le prime informazioni sull’emergenza a bordo.
«Non possiamo verificare l’autenticità — commenta l’account OSINTtechical, che analizza le informazioni di intelligence aperte — ma questo è un incrociatore di classe Slava e non penso che nessun’altra sia stata distrutta in questo modo».
I danni
Quelli più evidenti sono nel settore poco dietro i tubi di lancio dei missili anti-nave P-1000 e poco davanti al sistema anti-aereo S-300F: sono compatibili — spiega l’esperto Giuliano Ranieri — con quelli causati dall’impatto di un missile anti-nave.
La zona motori, aggiunge HI Sutton, è vicina. In questa parte dello scafo ci sono poi dei cannoncini per la difesa ravvicinata: è possibile che l’incendio abbia provocato la deflagrazione delle munizioni o viceversa.
Se la Moskva è stata centrata dal Neptune ucraino, il missile ha colpito nel punto giusto. Sono inoltre visibili segnali di fumo all’esterno degli oblò di poppa, la prova ulteriore di un rogo esteso.
Il meteo
Le condizioni meteo non paiono proibitive. La versione ufficiale ha sempre sostenuto che l’incrociatore è affondato mentre veniva rimorchiato verso Sebastopoli, a causa di una tempesta. Una tesi contestata da alcuni che avevano rilevato come il tempo non sembrasse avverso
L’equipaggio
Sempre gli esperti — sia Sutton che Giuliano Ranieri — sottolineano che la gru della nave è sollevata: vuol dire che sono riusciti a mettere a mare le motobarche. Sono state lanciate anche alcune delle zattere di salvataggio della zona poppiera.
Nell’attacco sarebbero morti 40 marinai russi, e molti altri sarebbero rimasti feriti, in gran parte con gli arti mutilati: a raccontarlo alla Novaya Gazeta Europe — versione internazionale dello storico giornale indipendente russo chiuso da Putin per cui lavorava Anna Politkovskaja — è la madre di un membro dell’equipaggio sopravvissuto. La Difesa di Mosca non ha tuttavia fornito nuovi dettagli sull’incidente né sulle vittime.
Il recupero
Nella zona dove sarebbe affondata l’unità sono state avvistate due piattaforme di recupero: possono essere usate per qualche operazione legata al relitto. La loro presenza è stata segnalata sul sito Marine Traffic. Vedremo nei prossimi giorni se vi saranno conferme su un eventuale intervento. Di certo a bordo ci sono componenti «interessanti» legate alla guerra elettronica.
La narrazione
Non tutti a Mosca si bevono la ricostruzione ufficiale. Vladimir Solovyev, un commentatore televisivo piuttosto noto e di solito super allineato, ha espresso tutto il proprio oltraggio per quanto è avvenuto.
Se è stato un incendio — si è chiesto — perché il sistema di bordo non lo ha soffocato? Se, invece, è stato un missile come mai non sono riusciti a intercettarlo prima? Ora, andando oltre gli interrogativi, è chiaro che sono tanti i dubbi e bisogna capire se il Cremlino alla fine dirà qualcosa e punirà qualcuno lasciando perdere il cattivo tempo e la malasorte.
(da Il Corrriere della Sera)
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Aprile 18th, 2022 Riccardo Fucile
PARLA L’INFERMIERA ELENA KARAS
L’infermiera Elena Karas è la donna ritratta nella foto che
documenta gli attimi successivi all’attacco dei militari russi all’ospedale di Mariupol del 9 marzo scorso.
Lo scatto ha fatto il giro del mondo mentre lei nel frattempo è arrivata in Italia. Si trova ospite di una famiglia di Verona con i nipoti Nikita e Makar.
E in un’intervista rilasciata oggi al Giornale racconta come è andato l’attacco dei russi all’ospedale dei bambini di Mariupol. «In Italia ero già stata due volte, facevo la badante. Non sento mio figlio Mihail, che ha 30 anni e fa il soldato, da due settimane. Non so dove si trovi, c’è il segreto militare. Prima che partissi mi diceva che la situazione era molto difficile ed era meglio andarsene. Anche mia madre è rimasta là. Mia figlia Katerina sta combattendo, è soldato a contratto dall’anno scorso», esordisce lei.
Poi parla del bombardamento del 9 marzo scorso: «Eravamo in 3 infermiere, non potevamo lasciare i bambini: 13 neonati in tutto, di cui 2 abbandonati. Era pomeriggio, poco le 15 siamo stati colpiti. Noi del personale eravamo in quel momento nella sala di terapia intensiva. Ero vicina alla finestra. Nonostante avessimo messo degli armadi a coprirla, sono caduti e siamo stati investiti come da una tempesta. Tutto si è ricoperto di polvere, e una scheggia di vetro mi ha ferito alla testa. Nell’ospedale c’erano anche mamme e nonni. I medici ci hanno detto di correre nel seminterrato, le madri sono andate a prendere i loro bambini. Per fortuna non c’è nessun morto, anche se un’ altra infermiera ha avuto una commozione cerebrale. Dopo una decina di minuti sono accorsi i nostri soldati per il trasferimento nell’ospedale militare, ma non c’era posto per tutti e io non sono salita, anche perché poi non sarei potuto tornare a casa».
Per Elena la guerra può finire soltanto con una vittoria dell’Ucraina: «La speranza è che il popolo russo faccia qualcosa contro Putin, che si sta comportando come Hitler nel 1941. E guardi che io Putin lo rispettavo».
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2022 Riccardo Fucile
PUZZER “NON HA PAGATO PER SUA COERENZA”, MA PERCHE’ DA SEI MESI NON ANDAVA AL LAVORO
È stato uno dei primi volti televisivi a dargli ampio spazio e a portare all’attenzione mediatica le sue proteste contro il Green Pass. Lo ha ospitato più volte (in studio o in collegamento) durante la sua “Fuori dal Coro”, in onda su Rete4.
Insomma, non stupisce il fatto che Mario Giordano abbia deciso di difendere pubblicamente (attraverso i social, in attesa di ulteriori commenti quando il suo programma tornerà in onda nella serata di martedì) Stefano Puzzer dopo il licenziamento.
Ma il conduttore e giornalista non c’entra il punto: l’ormai ex portuale di Trieste non ha perso il lavoro per via delle sue proteste, ma perché la sua azienda lo ha giudicato “assenteista”. Non c’entra nulla, dunque, la certificazione verde.
“Alla fine Puzzer ha pagato la sua coerenza in prima persona. È stato licenziato. Un abbraccio grande Stefano”, ha scritto Mario Giordano chiudendo quel tweet con l’hashtag che ricorda il “motto” cantato dai portuali di Trieste durante le proteste: “La gente come noi non molla mai”.
Per il giornalista e conduttore, dunque, Stefano Puzzer ha ricevuto il ben servito dall’azienda per cui lavorava a causa della sua coerenza. Ma la vicenda non è andata proprio così.
La conferma della fine del rapporto lavorativo tra l’ex portuale e la Alpt (Agenzia portuale per il lavoro di Trieste) – con cui lavorava “a chiamata” – è arrivata nella giornata di sabato 16 aprile.
E ad annunciarla era stato lo stesso Puzzer sui social accusando il “sistema”, la “politica” e tutta una serie di teorie del complotto che lo indicano come un obiettivo da colpire da parte dello Stato italiano. Ma la realtà sembra essere differente, come spiegato dalla stessa Alpt dopo le prime polemiche emerse sui social: “Ci ha inviato una pec nella quale chiedeva di essere riammesso al lavoro. Ha fatto la visita medica ottenendo l’idoneità al lavoro. Poi evidentemente ci ha ripensato”.
Questo è il motivo del licenziamento: assenteismo nonostante il via libera per lavorare. Non c’entra nulla, dunque, la coerenza.
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2022 Riccardo Fucile
PRELEVATI DAGLI OSPEDALI E TOLTI AI LORO GENITORI… NON SOLO CRIMINALI ASSASSINI, PURE TRAFFICANTI DI BAMBINI E PEDOFILI
Li hanno portati via con la forza, togliendoli dalle braccia dei loro
genitori. Non si tratta di orfani, ma di bambini rapiti a Mariupol da parte dei militari russi che da quasi due mesi hanno invaso anche quella città nella zona a Sud-Est dell’Ucraina.
La denuncia arriva da una Ong che si occupa di diritti umani in Crimea. Il numero di minori sottratti alle loro famiglie si attesterebbe attorno a quota 150. Di loro si sono perse le tracce: alcuni si trovavano in ospedale, altri sequestrati direttamente nelle case e dagli alloggi di emergenza per tentare di mettersi al riparo dalle bombe.
La ong Crimean Human Rights Group ha reso nota questo dato preoccupante che si va a sommare alla distruzione di questa guerra, ai morti e ai dispersi a Mariupol, la città simbolo del conflitto.
“L’esercito russo ha portato via con la forza circa 150 bambini da Mariupol e li ha trasferiti nella direzione di Donetsk occupata e del Taganrog russo”.
Parole che fanno riferimento alla denuncia fatta nelle scorse ore da Petro Andryushchenko, consigliere del primo cittadino di Mariupol Vadym Boichenko. “Si può parlare di un numero stimato di 130-150 bambini, e qui la cosa principale è da dove vengono questi bambini e dove vengono deportati. La stragrande maggioranza di questi bambini, circa un centinaio, sono bambini che sono stati evacuati con la forza dalle forze di occupazione russe dai nostri ospedali in cui si trovavano. Questi sono bambini feriti, bambini malati. E secondo i nostri dati, sono stati trasportati nella città di Donetsk. In precedenza erano stati detenuti nell’ex ospedale regionale di Vyshnevsky. Dove sono adesso? Li stiamo cercando, stiamo cercando di stabilire un luogo per la cooperazione con il nostro difensore civico e il ritorno dei bambini a casa”.
Al dramma dei minori che rischiano di morire di fame e di stenti per via dell’impossibilità di procacciarsi acqua e cibo in quella zona che da ormai due mesi vive sotto il peso delle bombe continue, si aggiunge quello dei bambini rapiti a Mariupol.
Una denuncia che arriva anche dalla Rete ucraina per la difesa dell’infanzia che ha sottolineato come molti di questi giovanissimi (il più giovane degli scomparsi ha 4 anni) non fossero orfani. Un’azione contraria anche alla Convenzione di Ginevra.
E ora, di quei piccoli, non si sa più nulla. Alcuni, ma si tratta di informazioni parziali e preliminari, sarebbero stati portati in una delle regioni al centro degli scontri, in quella auto-proclamata Repubblica di Donetsk nel cuore del Donbass.
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2022 Riccardo Fucile
I RUSSI HANNO LASCIATO CARICHE ESPLOSIVE NEI LUOGHI PIU’ NASCOSTI PER FARE ALTRE VITTIME TRA I CIVILI
Dalle città che non sono più in mano all’esercito russo, arrivano conferme – anche attraverso le immagini – di quello che i militari inviati dal Cremlino hanno lasciato in giro per le strade. Non solo corpi senza vita come accaduto a Bucha, ma anche cariche esplosive in gradi di esplodere al contatto con cose e persone.
Il caso del video della mina nella busta della spesa è solamente una delle tante testimonianza che arrivano dall’Ucraina. Una storia che si unisce a tante altre simili, anche se con “espedienti” diversi.
Il filmato mostra le operazioni per disinnescare quella mina nella busta della spesa lasciata in strada. Una carica esplosiva in grado di colpire e uccidere una persona che la tocca, la sfiora. O anche solamente una persona che passa di lì nel momento in cui – per qualsiasi causa – il detonatore “a tocco” si attiva.
Quel sacchetto pieno, dunque, diventa una trappola come molte altre. Perché alle porte della capitale ucraina e nella città di Chernihiv altre mine sono state ritrovate nei posti più impensabili, pronte a esplodere e uccidere
Strategie post belliche in un Paese travolto dalla guerra. Perché queste cariche esplosive sono state lasciate dai soldati russi che, dopo aver tentato di conquistare borghi, sobborghi, città e cittadini, hanno lasciato in strada questi “regali” per continuare a colpire – anche a distanza – i civili ucraini e i militari intervenuti dopo la cacciata delle milizie inviate dal Cremlino.
Perché le mine antiuomo si possono nascondere ovunque: dai sacchetti della spesa ad altri oggetti di uso comune. Pronte a esplodere sotto le mani di chi non può accorgersi del contenuto. Una strategia del terrore che continua a esser viva anche in quelle zone liberate dopo settimane di guerra.
(da NextQuotidiano)
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Aprile 17th, 2022 Riccardo Fucile
IL PUGNO DURO DELLA 43ENNE IRINA VENEDIKTOVA, LA PROCURATRICE DI FERRO ED EX DOCENTE: “I CRIMINI DELL’INVASIONE VERRANNO DOCUMENTATI SENZA OMBRA DI DUBBIO, NULLA DEVE ESSERE LASCIATO AL CASO. NON HO ARMI, MA DALLA MIA HO LA LEGGE”
Il pomeriggio del 14 aprile Irina Venediktova è stata felice di poter
annunciare agli ucraini e al mondo uno dei primi importanti successi del suo infaticabile lavoro: il Tribunale internazionale dell’Aia avvia un’inchiesta per processare la Russia per «crimini di guerra» e persino «contro l’umanità». Lo ha espresso col suo stile asciutto e determinato, ben felice per una volta di fare un passo indietro e lasciare la parola al giudice Karim Khan, l’inviato del Tribunale che sta raccogliendo prove e documenti che garantiscano gli estremi per istruire il processo. Lui era l’ospite gradito.
Eppure, sin da subito nella sala conferenze della procura generale dello Stato a Kiev, è stato evidente chi fosse il vero motore dell’intera operazione: lei, la 43enne procuratrice di ferro, ex docente di legge, che il presidente Volodymyr Zelensky due anni fa volle nominare a uno dei più delicati incarichi del governo per ripulire un’amministrazione pubblica tristemente nota per la corruzione interna, l’inefficienza e per il fatto d’essere spesso prona a soddisfare i piccoli oligarchi locali, che comunque restano una piaga del Paese. «Lavoreremo prima di tutto per trovare prove, testimonianze ed evidenze, nulla resterà intentato. I crimini dell’invasione verranno documentati senza ombra di dubbio, nulla deve essere lasciato al caso», ci spiega di persona.
C’è da crederle. I media locali la seguono con grande attenzione, pubblicano spesso le sue foto in tailleur grigio fumo di rappresentanza, ma anche e soprattutto vestita da battaglia, con stivali e giacconi militari, mentre si reca sulle fosse comuni di Bucha, Borodyanka, Irpin, Hostomel, Kharkiv, Chernihiv e degli altri centri devastati dalle bombe, inzaccherata sotto la pioggia tra le rovine delle abitazioni. «Io vorrei proteggere le nostre città, i nostri bambini, la nostra gente. Non ho armi per farlo. Ma cerco ogni mezzo legale. Vorrei salvare Mariupol e tutti i nostri centri urbani sotto assedio dalla battaglia. Ci penso di continuo, il mio strumento è la Legge, non ne possiedo altri», spiega. Un linguaggio che in genere si usa solo dopo la fine dei conflitti, quando i fucili non sparano più. Ma lei non esita a recarsi vicino alle prime linee: «Andiamo a proteggere civili innocenti e intanto cerchiamo già di compensarli contro la violenza del dittatore Putin», aggiunge.
In questo è molto diversa da altri esponenti del governo, per esempio la deputata Ludmilla Denisova, la presidente della Commissione parlamentare per la Difesa dei diritti umani (a sua volta incaricata di aiutare ad istruire il processo per i crimini di guerra) che si è già attirata critiche per la poca accuratezza e i toni barricadieri con cui accusa l’esercito russo di «sistematiche violenze sessuali contro le donne ucraine» nelle zone occupate. «Prima di avanzare imputazioni precise dobbiamo raccogliere prove serie e inconfutabili», specifica Venediktova.
Con i suoi collaboratori ha già dato avvio a oltre 8.000 inchieste criminali e identificato circa 500 sospetti, inclusi ministri russi, ufficiali e soldati dell’esercito invasore. Nelle prime fasi della guerra si è concentrata sul fiume di profughi che dalle zone occupate transitava per il centro ferroviario di Leopoli. Qui aveva messo assieme una cinquantina d’investigatori. Non era difficile far parlare gli sfollati, anche se molti non ne capivano il motivo. Lei però cercava verifiche, confronti incrociati: spesso non è sufficiente una testimonianza per costituire una prova di fronte ai giudici. Così la procuratrice non ha esitato a cercare altri testimoni già profughi in Polonia, o Moldavia. Lentamente ha trovato sostegno e finanziamenti grazie al circuito della Corte Internazionale in Polonia, Germania, Francia, Lituania.
Un giorno, per esempio, nel villaggio di Krakivets, sul confine polacco, incontra Liudmila Verstiouk, una 58enne fuggita l’8 marzo dal suo appartamento incendiato dalle bombe russe a Mariupol. La donna le dice che ha dovuto abbandonare il padre 86enne malato di Alzheimer nell’appartamento in fiamme. Quindi si è rifugiata nel teatro municipale, che ha lasciato il giorno prima che venisse bombardato. I collaboratori della procuratrice la intervistano per cinque ore: le sue parole sono ora conservate nei dossier.
(da Il “Corriere della Sera”)
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Aprile 17th, 2022 Riccardo Fucile
OTTANTA ANNI DOPO LE PARTI SONO ROVESCIATE. SONO I SOLDATI RUSSI GLI INVASORI CHE DEVONO STRAPPARE I RUDERI DELLA PIÙ GRANDE FONDERIA D’EUROPA AL BATTAGLIONE AZOV
Tutti i bambini russi, da generazioni, crescono sillabando questi nomi: la fonderia “Ottobre rosso”, la fabbrica di cannoni “Barricata rossa”, lo stabilimento chimico “Lazul”. A ripeterle quelle parole si gonfiano di epopea, di storia, di gloria.
Anche se oggi il luogo dove sorgevano ha cambiato nome, Volgograd, per loro per sempre sarà Stalingrado, la città del mito russo, della grande guerra patriottica.
Tra dieci, venti anni tutti i bambini in Ucraina impareranno a memoria un altro nome: la fonderia Azovstal, lo scriveranno nei compiti a scuola, la ripeteranno riempiendola di gloria, di eroismo, di sacrificio patriottico.
Forse su Mariupol dove sorge lo stabilimento sventolerà un’altra bandiera, quella russa, ma per loro sarà sempre la città della gloria dove un pugno di soldati ucraini preferirono morire tra le rovine che arrendersi. Così nascono le leggende. E le guerre senza fine. Ottobre rosso, Azovstal restano nella memoria tutta la vita, si radicano, si infiltrano, incominciano a crescere e germogliare, fino a trasformarsi in qualcosa di grande, raccolgono tutta l’essenza di ciò che è avvenuto.
La storia riserva strane combinazioni, capovolge i destini, li fa specchiare l’uno nell’altro come per prendersi gioco degli uomini e della loro illusione di esserne i padroni, di tenerli saldamente in pugno. Nell’agosto del 1942 i soldati russi, e ucraini, con alle spalle il Volga, barricati in una fonderia trasformata in fortezza, cambiarono il corso della Seconda guerra mondiale fermando la sesta armata nazista. Ottanta anni dopo le parti sono rovesciate. Sono i soldati russi gli invasori che devono, metro dopo metro, strappare i ruderi della più grande fonderia d’Europa ai fanti di marina e ai miliziani del battaglione Azov che rifiutano la resa. Per i russi gli ultra nazionalisti dell’Azov sono «i nazisti».
Aggrediti e invasori, vittime e aggressori: lo scambio delle parti nell’atroce gioco delle guerre.
Stalingrado era una bella città nel 1942, come Mariupol 50 giorni fa. Con una università, grandi spazi aperti, ombre fresche e lunghe, parchi e blocchi di appartamenti bianchi con certe figure di donna sulle facciate a sorreggere niente, palazzi dall’aspetto immacolato che riflettevano il grande fiume e la abbagliante luce estiva. Portava il nome del Padrone, era simbolo e vetrina del mondo nuovo.
Quando i tedeschi attaccarono il 23 agosto, seicento aerei, a turno, volando basso, la schiantarono pezzo a pezzo. Da settimane i civili fuggivano verso il Volga portandosi dietro fagotti, carrette, spronando il bestiame.
Come a Mariupol avevano dato loro pale, carriole e ciocchi di legno per costruire all’ultimo momento trappole per carri armati e trincee. Ma avevano capito che sarebbero servite a poco. Sapevano che la armata del generale Ciukov, un tipo ambizioso, ostinato, sopravvissuto nei tempi di ferro di Stalin, aveva l’ordine di morire nella stretta lingua di terra che correva lungo il fiume, come se dall’altra sponda del Volga non ci fosse terra.
Molti non ebbero il tempo di fuggire, nel primo giorno e nella prima notte di bombardamenti morirono in quarantamila.
Anche a Mariupol i russi sono arrivati troppo presto, il 13 marzo. E pare che, dice Mosca, ormai le aree urbane sono state “ripulite” dalle forze ucraine.
Accade sempre così, si spera, si ritarda, forse il fronte si sposterà. Non lo sanno ma gli Stati maggiori hanno già tirato un segno rosso sulla carta geografica: qui vietata la resa, obbligatorio morire.
Oltre diecimila civili sono già morti. I soldati rimasti si battono nella immensa acciaieria. Davanti a loro ad ogni lato ci sono i russi che si aprono la strada con l’apocalisse dei “Solntsepeck”, che 80 anni fa si chiamavano “gli organi di Stalin”, alle loro spalle il mare da cui non verrà alcun aiuto.
Guardiamo Stalingrado dopo pochi giorni di battaglia: le case e le strade erano morte, sugli alberi non c’era più un ramo verde, tutto era stato distrutto dal fuoco, i palazzi erano una enorme discarica di frontoni in pezzi, nei pochi edifici ancora in piedi la gente si affollava cercando di portar via quello che non era stato distrutto
Uomini si davano la caccia per uccidersi, con mitra, bombe a mano, baionette. Il Volga fumava per il calore delle granate tedesche.
E ora guardate le fotografie di Mariupol con i suoi campanili amputati e le file interminabili di edifici distrutti i cui fregi neoclassici riposano le loro volute sui marciapiedi, il teatro, cupo, annerito e solitario si innalza tra un cumulo di macerie con una ferita di mattoni che sembra sanguinare al crepuscolo.
Se volete vedere un paesaggio di rovine più desolato di un deserto, più selvaggio di una montagna e fantastico come un incubo angoscioso, allora avete due città a cui pensare ora, Stalingrado e Mariupol.
Sono le città senza più luci come se cercassero di negare la propria esistenza, solo chilometri di edifici che sembrano aver spento gli occhi. I russi nella città sul Volga avevano ammassato mezzo milione di soldati, ne morirono più di trecentomila. A Mariupol i difensori ucraini sono ridotti a qualche migliaio, gli altri che difendevano la città, e molti di coloro che cercano di conquistarla da un mese, sono morti.
Anche ottanta anni fa il cuore dell’epopea e della tragedia furono, nella parte Nord della città, gli indefinibili resti della fonderia Ottobre rosso: resti ancora alti, scolpiti arditamente dalle bombe come monumenti alla guerra, oppure piccoli come pietre tombali, travi contorte spuntavano dalle macerie come ruote di prua di navi affondate da tempo, e poi le sei ciminiere rimaste in piedi che un destino dotato di senso artistico aveva reciso dai capannoni distrutti si alzavano su mucchi grigi di calcinacci che sembravano eterne pietre messe lì dall’origine del mondo e apparecchiature fuse dal calore.
La leggenda racconta che quando già i tedeschi erano nel sobborgo di Spartakovka e gli Stuka scendevano in picchiata gli ultimi carri armati uscirono senza verniciatura, appena montati, dalle catene di montaggio per gettarsi nella battaglia.
Nei sotterranei di Azovstal e allora in quelli di Ottobre rosso immaginate solo bombardamenti, rumore incessante, polvere, fuoco, freddo e buio. Il fetore di carne putrefatta si mischia con quello del metallo rovente e del sudore. In luoghi simili dieci giorni è il massimo che chiunque può sopportare, si diventa un po’ meno che umani, si impara che esiste qualcosa peggiore della morte, restare mutilati o cadere in mano al nemico.
Si comincia a provare una sorta di estasi durante l’azione che arriva al suicidio. E questo spinge anche a rifiutare la resa.
Accadono cose eroiche e altre che sono la spietatezza e pura crudeltà. Bisogna diventare esseri di ferro.
Agli uomini di Ottobre rosso fu detto che dovevano resistere perché dietro il Volga non c’era più niente. Non era vero: tre armate preparavano la trappola gigantesca per i tedeschi.
Dietro Azovstal non c’è davvero più niente
(da La Stampa)
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Aprile 17th, 2022 Riccardo Fucile
LEGA E FORZA ITALIA SIGLANO L’ACCORDO PER IL CANDIDATO SINDACO, LASCIANDO FUORI LA MELONI CHE SI INCAZZA… GLI ALLEATI VOGLIONO AZZOPPARE LA RICANDIDATURA DI NELLO MUSUMECI
Il centrodestra va in frantumi in Sicilia, Lega e Forza Italia siglano
l’accordo per il candidato sindaco a Palermo lasciando fuori Fratelli d’Italia e il partito di Giorgia Meloni reagisce duramente chiedendo l’intervento di Silvio Berlusconi.
Una mossa che per FdI ha una sola spiegazione: gli alleati vogliono frenare la crescita del partito di Giorgia Meloni. E, nella fattispecie, l’operazione viene vista come la prova generale del no alla ricandidatura di Nello Musumeci alla guida della regione, nome sul quale invece la Meloni non intende transigere.
La reazione di FdI è immediata e aspra: «Non possiamo non notare come questi comportamenti, e molti altri segnali, testimoniano più la volontà di danneggiare Fratelli d’Italia piuttosto che quella di combattere le sinistre».
Un sospetto che la Meloni ha ormai da un po’ di tempo: già due settimane fa, durante la presentazione del suo libro, aveva avvertito: «Va fatta una domanda ai nostri alleati: è più importante far vincere il centrodestra o frenare la crescita di FdI?».
L’intesa su Palermo la chiudono a livello locale Gianfranco Micciché per Fi e Nino Minardo, segretario regionale leghista. Il nome scelto è quello di Francesco Cascio, del partito di Silvio Berlusconi.
L’accordo prevedeva come candidato vice-sindaco Francesco Scoma, parlamentare della Lega, che però non ha gradito il ruolo da numero due e si è tirato indietro, formalmente per «proseguire il mio impegno come parlamentare». Ma Micciché e Minardo non hanno dubbi, Cascio «vincerà a Palermo risollevando la città dal disastro finanziario e sociale in cui è precipitata negli ultimi 5 anni.
Una scelta condivisa dalla Lega Prima l’Italia e da Forza Italia che sancisce la fine di settimane di sterili polemiche e che consente di avviare in tempo una campagna elettorale convincente e di alto livello».
Le polemiche, però, non si fermano affatto, anzi.
FdI parla di «enorme confusione» che «emerge dall’annuncio di un solitario accordo tra la Lega e Fi». Contro gli alleati viene lanciata l’accusa più pesante, quella di lavorare per proseguire la grande coalizione con la sinistra: «Quello che preoccupa è che il comportamento di Lega e Fi sembra essere finalizzato soprattutto a dividere e indebolire il centrodestra, strada che può avere come unico obiettivo quello di proseguire l’alleanza arcobaleno con la sinistra anche dopo le prossime elezioni politiche».
Ignazio La Russa è drastico: «Se si vuole trovare un’intesa per vincere non ci si comporta così. Se il punto invece è frenare FdI, allora capisco». Soprattutto, il dirigente di FdI dice chiaramente qual è il nodo: «Per noi Cascio a Palermo va benissimo, anche se abbiamo una candidata altrettanto valida come Carolina Varchi. Abbiamo posto una sola condizione: si discuta insieme di Palermo, di Messina e della regione Sicilia, dove si vota il prossimo anno. Ci dicano se hanno dubbi sulla conferma di Musumeci, che è onesto e ha fatto bene».
Per questo nella nota di FdI si chiede l’intervento del Cavaliere: «Non ci resta che auspicare un intervento diretto di Silvio Berlusconi che – complice la Pasqua – non siamo certi sia stato reso partecipe delle ultime scelte del partito siciliano».
(da La Stampa)
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Aprile 17th, 2022 Riccardo Fucile
L’UCRAINA È STATA TRASFORMATA NEL TERZO REICH CON “GRAN PARTE DELLA POPOLAZIONE SPROFONDATA NELLA FOLLIA NAZISTA”: TEORIE FOLLI CHE SPINGONO I SOLDATI RUSSI ALLE FEROCIE SUI CIVILI
«Lo stesso nome di ucraini è una vergogna, un insulto per un popolo che è russo». Il talk show di Vladimir Solovyov apre un nuovo capitolo nella propaganda russa, e stabilisce, per bocca di un ospite particolarmente infervorato, che l’accusa di genocidio del popolo ucraino lanciata a Vladimir Putin da Joe Biden è «un’idea geniale, perché se si tratta di cancellare l’idea stessa di poter essere ucraini, sono d’accordo, l’idea dell’ucrainità va cancellata, dall’inizio alla fine, sono cento anni che avvelena la vita dei popoli slavi».
Gli altri ospiti ascoltano e annuiscono, qualcuno chiede se con ciò l’Ucraina deve essere definitivamente disconosciuta come Stato sovrano, ma è chiaramente poco aggiornato rispetto alle ultime direttive.
In studio infatti è presente la capa della propaganda del Cremlino Margarita Simonyan, secondo la quale la guerra in Ucraina non è un genocidio, anzi, non è nemmeno una guerra, perché il giorno che lo diventa «per prima cosa si fa a pezzi Kiev, in polvere, a pezzettini». Dello stesso avviso è il regista Vladimir Bortko, che con voce stridula invita a vendicare l’incrociatore Moskva affondato da un missile ucraino, invocando nel talk «60 minuti» «una guerra, quella vera, senza stupidaggini, al 100%».
I talk-show delle tv di Stato russo vanno presi con cautela: sono un circo mediatico che punta a spaventare ed eccitare il nocciolo duro dell’elettorato putiniano. Ma proprio in quanto arma strategica, vengono monitorati e diretti con attenzione, e il cambiamento del loro tono difficilmente può essere casuale. P
ronunciare la parola «genocidio» in un contesto positivo di «cancellazione dell’idea ucraina» è un traguardo di ferocia finora mai sfiorato, ma già qualche giorno fa l’idea che «l’ucrainità radicata è un unico grande fake, non è mai esistita» è stata teorizzata molto più in alto, dall’ex presidente e premier Dmitry Medvedev, che ha completato la sua trasformazione da colomba del regime in uno dei suoi sostenitori più sfacciati.
L’obiettivo della «operazione militare speciale» russa, secondo lui, è «cambiare la mentalità sanguinaria e piena di miti falsi di una parte degli ucraini», e aggiunge che «l’Ucraina farà la stessa fine del Terzo Reich nel quale è stata trasformata». E prima era stata la stessa Simonyan – che di solito ha il compito di annunciare al pubblico le svolte del pensiero dei falchi del Cremlino – a lamentarsi in un’intervista che il problema non erano solo i vertici di Kiev, ma anche «una parte considerevole degli ucraini è sprofondata nella follia nazista».
Un delirio propagandistico – il «nazismo» associato al «liberalismo occidentale» che si propone di «sterminare i russi» – che però mostra una svolta pericolosa: da una guerra per «salvare i fratelli ucraini» dalle grinfie degli Usa e dell’Ue si passa alla teoria della profonda corruzione degli ucraini medesimi, non più «piccoli russi» da riabbracciare, ma un popolo inesistente da «cancellare».
Il politologo liberale Konstantin Skorkin sostiene che una certa cultura russa ritiene «estremismo nazionalista» l’idea stessa che gli ucraini possano essere un popolo distinto, meno che mai una nazione indipendente. Ma il cambiamento del paradigma, da «guerra di liberazione dei fratelli» a «guerra per sterminare i nazionalisti», teorizzata ora dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov, è un’indicazione che le truppe sul terreno hanno già fatta propria, come si vede dai massacri di civili.
«Ovviamente, dopo essersi scontrati con la coraggiosa resistenza degli ucraini, non rimaneva che accusarli del fallimento, e sostenere che fossero profondamente infetti dal nazismo», scrive il sociologo russo Greg Yudin. Una teoria che non si limita agli schermi televisivi, ma diventa progetto politico, non solo a Bucha e Mariupol. Da Kherson, unico capoluogo regionale ucraino in mano ai russi, arrivano notizie dei preparativi per un «referendum» per creare una «repubblica popolare» da annettere alla Russia, senza nemmeno la parvenza dell’indipendenza.
Si dovrebbe tenere dal 1 al 9 maggio, la data fatidica dell’anniversario della vittoria su Hitler, entro la quale Putin vuole regalare ai suoi sudditi una conquista, seppure ridimensionata rispetto ai piani iniziali di espansione del «mondo russo», il Lebensraum putiniano. «Un’idea vuota, senza alcuna prospettiva di sviluppo culturale», commenta Yudin, che osserva come la Russia «abbia abbandonato un concetto molto semplice, che un popolo non si conquista con i cannoni».
(da La Stampa)
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