Destra di Popolo.net

LA STORIA DI EUGENIA EMERALD, IMPRENDITRICE UCRAINA DI 31 ANNI OGGI ARRUOLATA NELLE FORZE SPECIALI DELL’ESERCITO UCRAINO

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

“I NOSTRI FIGLI VENGONO UCCISI, LE DONNE VENGONO VIOLENTATE, LE NOSTRE CASE E I NOSTRI MONUMENTI VENGONO FATTI SALTARE IN ARIA. PER ME, QUESTE NON SONO AZIONI UMANE, QUINDI ORA NON MI PONGO LA DOMANDA SE FACCIO QUALCOSA DI MALE QUANDO AMMAZZIAMO UNA PERSONA“

Il mio defunto padre ha vissuto tutta la sua vita con il presentimento che la guerra sarebbe arrivata. La prima volta che ho preso un fucile in mano avevo nove anni, per andare a caccia con papà, che mi voleva insegnare. Ho preso da lui, sto sempre all’erta. Ho cominciato a fare scorte prima dell’inizio della guerra: ho speso tutti i miei soldi in generi alimentari e benzina, sei mesi di autonomia assicurata.
Avevo affittato una casa di 500 mq per eventi aziendali, adesso è un rifugio per trenta persone; avevo messo su una rete di 500 imprenditori, ora si è trasformata in un gruppo di volontari: risolviamo problemi logistici, trasportiamo persone, consegniamo aiuti umanitari, cibo e vestiti. Cinquecento imprenditori sono una risorsa enorme.
Ho studiato in un istituto militare e dieci anni fa sono diventata sottotenente, ufficiale di riserva. Poi sono andata al fronte come volontaria. Nel 2014, volevo anche andare in guerra, ma l’ufficio di reclutamento militare non mi ha accettato perché avevo una bimba piccola. Ora mia figlia ha dieci anni, è al sicuro, all’estero.
Nei primi giorni della guerra, otto donne di Kharkov sono venute alla casa rifugio
Non c’era nessun altro oltre me che potesse proteggerle, ero la sola a saper sparare, eravamo nel mirino di ladri e saccheggiatori. Poi un comandante che conoscevo mi ha chiesto di unirmi alla sua compagnia delle Forze Speciali dell’esercito ucraino.
Mezz’ ora dopo stavo già andando dal quartier generale di Kiev verso una zona di combattimento.
Non nasconderò il fatto che all’inizio è stato molto difficile per me. Una donna in guerra non è mai troppo popolare. E i militari all’inizio non mi hanno trattato bene. «Il tuo posto è in cucina, baba, vai a preparare il borsch», mi dicevano, ovvio.
Ma non ci è voluto molto per entrare nella squadra, adesso siamo come fratelli. Sono l’unica donna sia nella compagnia che nel battaglione.
Di recente il comandante del reggimento mi ha detto: «Lo sai che vogliamo mettere una donna in ogni squadra, perché una donna in guerra dà grande motivazione al gruppo?». È una cosa da uomini: se una donna va in battaglia e un uomo no, allora non è un uomo.
I nostri figli vengono uccisi, le donne vengono violentate, le nostre case e i nostri monumenti storici e culturali vengono fatti saltare in aria. Per me, queste non sono azioni umane, quindi non mi pongo la domanda se faccio qualcosa di male uccidendo una persona. L’unica cosa è che ricordo chiaramente il momento in cui ho preso le armi per la prima volta in questa guerra e ho capito che avrei sparato e avrei potuto uccidere. È un’emozione difficile da trasmettere. Le mie mani e tutto il mio corpo hanno iniziato a tremare, per 30 secondi. Poi è passato, ma la prima volta è così.
Chi dice di non aver paura sta mentendo. La paura, ovviamente, è presente, ma è necessario rimanere calmi e freddi. La mia paura principale è quella di perdere i miei ragazzi. Grazie a Dio, non abbiamo ancora subìto perdite, ma so che arriverà quel momento. Come diceva Dostoevskij, l’uomo è una creatura che si abitua a tutto. E puoi abituarti, ma la paura è sempre grande.
Abbiamo vissuto insieme per un mese, sono più di una famiglia per me. Viviamo in caserma. Il comandante mi ha offerto una stanza separata perché sono l’unica donna, ma ho volutamente rifiutato, perché qui sono un soldato.
Sono cresciuta a Troyeshchina in una famiglia normale. Ci sono stati momenti della mia vita in cui non c’erano soldi: il frigorifero era vuoto, non c’era niente da mangiare. In altri invece c’erano così tanti soldi che non sapevo come spenderli. Quindi mi adatto a qualsiasi condizione. Posso dormire sul pavimento, su una panchina, in una caserma, in un campo e nel bosco. Certo, se ho l’opportunità di lavarmi o pettinarmi i capelli, la prendo.
Quando ero a Leopoli, sono andata in un centro di bellezza, le ragazze mi hanno tagliato le unghie, messo lo smalto trasparente. È una sciocchezza quella che le donne in guerra devono essere sciatte e trascurate. Io mi trucco anche in guerra. La guerra poi è una selezione. Tutta la mia cerchia sociale era fatta da imprenditori, per lo più uomini. A oggi, il 90% di loro è scappato. Credo che uomini forti e con opportunità avrebbero dovuto essere qui, e aiutare.
Non sto dicendo che sia necessario andare in prima linea, ma ci sono tanti modi per rendersi utili. Un paio di giorni fa ho chiesto a un mio amico, che ora è in Turchia: «Senti un po’, ma non proverai vergogna quando avrai figli e non avrai nulla da dire sulla guerra? Non ti dispiace non sapere com’ è e trasmettere questi sentimenti?».
Nella nostra compagnia, al contrario, ci sono ragazzi che sono tornati in Ucraina da Londra, dalla Francia. Un mio amico, Onur, di nazionalità turca, è rimasto nel suo ristorante nel centro della città e ogni giorno dà da mangiare alla gente a sue spese. Sono orgogliosa di queste persone, che siano miei amici. Quando la guerra sarà finita, ci sarà molto lavoro. Ho deciso che non tornerò agli affari, voglio dedicarmi allo sviluppo dell’Ucraina. Ma non so come la guerra influenzerà la mia psiche.
So di essere diventata molto fredda, dura, senza tanti complimenti. Chiudo con le persone molto rapidamente, non do loro una seconda possibilità se vedo che stanno facendo la cosa sbagliata. Sono cambiata e non sarò più la stessa. Dormo tranquillamente per ora, a volte anche sogno, probabilmente perché so di essere al mio posto più che mai. Quando ero piccola e mi chiedevano chi volevo essere, rispondevo sempre: un cecchino.
Eugenia Emerald
(da “Holod”)

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URBI ET ORBAN: IL PRESIDENTE UNGHERESE È ALLA DISPERATA RICERCA DI UNA CASA A BRUXELLES, DA QUANDO LASCIÒ IL PPE UN ATTIMO PRIMA DI ESSERE CACCIATO

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

CHI È DISPOSTO A PRENDERSI IL CETRIOLONE DI BUDAPEST? DI CERTO NON GIORGIA MELONI, PRESSATA DAI POLACCHI SUPER ATLANTISTI: E’ LA FINE DI UN AMORE

Che ce famo con Orban in Europa? La vodka? Il presidente ungherese è alla disperata ricerca di una nuova casa a Bruxelles: a marzo 2021, fiutata l’aria, lasciò il Partito popolare europeo, giusto un attimo prima di essere cacciato dal capogruppo del PPE al parlamento europeo, Manfred Weber.
Da allora non ha ancora trovato un pretendente disposto a prenderselo. Certo è che adesso, con la guerra in Ucraina e il caos politico che ne consegue, la necessità sta diventando sempre più impellente.
Viktor non può rimanere isolato ancora a lungo in Europa. Ma chi si prenderà il cetriolone ungherese?
Di certo non Giorgia Meloni: la presidente del partito dei “Conservatori e riformisti”, pressata dai polacchi del Pis, non intende aprire le porte al filo-putiniano di Budapest, che continua a flirtare con “Mad Vlad” nonostante i crimini perpetrati in Ucraina.
Varsavia è la capitale più anti-russa d’Europa, e Giorgia non può perdere il prezioso sostegno del partito polacco, che può contare su 24 europarlamentari (il triplo di Fratelli d’Italia).
E allora perché la Meloni si è sentita in dovere di congratularsi con Orban? Non si tratta di un appoggio politico, ma solo una cortesia istituzionale, visti i vecchi rapporti tra i due.
La Meloni ha invitato più volte il presidente ungherese alla manifestazione di Atreju e in questi anni l’ha sempre corteggiato, ma c’è sempre stato un grande ostacolo tra i due (la stessa che la distingue da Salvini): Vladimir Putin.
(da agenzie)

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ILARIA CUCCHI: “PER GIOVANARDI PROVO SOLO PENA“

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

GIUSTIZIA E’ FATTA

“Non ho ricevuto scuse dai politici sulla morte di mio fratello”. Così, Ilaria Cucchi, ha dichiarato questa mattina in un’intervista rilasciata ai microfoni di “Non stop news”, su Rtl 102.5.
Lo sfogo della sorella di Stefano è arrivato dopo che, nonostante ieri la Cassazione abbia stabilito oltre ogni ragionevole dubbio la responsabilità dei due carabinieri nell’uccisione del giovane, condannandoli a dodici anni di reclusione, qualche irriducibile ‘negazionista’ ha continuato a diffondere bugie sulla morte di Stefano.
L’onorevole Carlo Giovanardi, ex ministro per i Rapporti col Parlamento, è senz’altro uno dei più recidivi in questo senso e ieri – sentito telefonicamente dalla nostra redazione – ha infatti affermato che esiste un’altra sentenza che incolpa della morte di Stefano “la droga e i medici” e si è rifiutato di chiedere scusa alla famiglia della vittima. A queste parole, ha voluto ribattere Ilaria Cucchi.
“Mi risulta che l’onorevole Giovanardi continui a parlare di altre cause di morte nonostante le evidenze. Io provo pena per lui. Adesso sono veramente stanca, ma non tanto per me, perché ho capito di avere le spalle larghe, quanto per i miei genitori che per tutto questo si sono ammalati. Stefano Cucchi non è morto di suo, è stato ammazzato di botte, lo ha detto al suprema corte di Cassazione e adesso non voglio più sentire niente di diverso”.
Ilaria Cucchi, ha poi concluso il suo discorso con parole amare: “La cosa che mi sento di dire è che ne usciamo tutti sconfitti. Sicuramente è un grande momento, perché hanno vinto la verità e la giustizia ma il prezzo che ho pagato io e che hanno pagato i miei genitori è stato troppo alto. E su questo invito tutti a riflettere”.
(da agenzie)

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ANONYMOUS BEFFA PUTIN: VIOLATO IL SISTEMA DI TELECAMERE A CIRCUITO CHIUSO DEL CREMLINO

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

PUBBLICATE LE IMMAGINI

Anonymous prosegue la sua guerra parallela alla Russia. Il collettivo di hacker ha rivendicato la violazione del sistema di telecamere a circuito chiuso del Cremlino.
Il palazzo della Presidenza russa, luogo pressoché inaccessibile se non agli autorizzati, ha installato al suo interno diverse telecamere sparse per le varie stanze e che immortalano anche alcuni incontri istituzionali.
E ora quel segnale è finito sui computer dei pirati informatici che stanno continuando nelle loro azioni dimostrative contro Vladimir Putin, schierandosi ogni giorni di più in sostegno dell’Ucraina.
Nel tweet rilanciato dal profilo social del collettivo di hacker è stato condiviso anche un video di circa un minuto in cui vengono mostrate (senza audio) le immagini trapelate dalla violazione delle telecamere a circuito chiuso del Cremlino.
“Gli hacker di The Black Rabbit World che operano per conto di Anonymous hanno ottenuto l’accesso al sistema CCTV del Cremlino. E hanno dichiarato: ‘Non ci fermeremo finché non riveleremo tutti i tuoi segreti. Non sarete in grado di fermarci. Ora siamo all’interno del castello, Cremlino’”.
Un gesto più che simbolico e rilanciato al mondo per mostrare come anche quella zona d’ombra che sembrava essere inaccessibile e inviolabile sia finita nelle mani del collettivo di hacker.
E questo atto si aggiunge a tutti quelli già rivendicati nel corso delle scorse settimane da Anonymous: dalle stampanti dei militari, ai sistemi informatici della Banca Centrale russa violati, passando per i siti governativi (compreso quello del governo) e le televisioni in cui sono state in onda le immagini della guerra. Di quella guerra di cui non si può parlare in Russia.
(da NetQuotidiano)

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LA LEGA ALLA FINE HA DOVUTO CACCIARE L’ASSESSORE DI CECCANO CHE INNEGGIA A PUTIN

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

E LUI FA LA VITTIMA ALLA TV RUSSA

Cacciato dal suo partito e degradato – con la revoca delle sue deleghe – direttamente dal sindaco di Ceccano.
Nei giorni scorsi abbiamo parlato della vicenda che ha visto protagonista l’ormai ex assessore alla Cultura del comune in provincia di Frosinone.
Sulle sue pagine social, infatti, Stefano Gizzi aveva pubblicato diversi contenuti a sostegno di Vladimir Putin e dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Quella “Z”, la stessa con cui il Cremlino ha fatto marchiare i carri armati russi scesi in Ucraina e quel simbolo diventato l’emblema di questa guerra. Lui non si è mai pentito di quella mossa, arrivando a negare anche diverse evidenze emerse durante questo conflitto e attribuendo – seguendo una vulgata molto diffusa – solamente all’Occidente (compre l’Italia), all’Europa e agli Stati Uniti tutte le colpe di questo conflitto. Insomma, il classico cliché di chi sostiene che Putin stia facendo bene
E ora, come da copione, Stefano Gizzi è tornato a parlare.
Dopo la decisione della Lega – su indicazione del coordinatore Regionale del Lazio Claudio Durigon e di altri rappresentanti locali e nazionali del Carroccio – di cacciarlo dal partito e dopo che il sindaco Roberto Caligiore (Fratelli d’Italia) gli ha revocato la delega da assessore, l’ex esponente leghista ha fatto trasparire tutta la sua delusione e rabbia. Dove? Alla televisione di stato russa. E ne ha esaltato il modello.
“Ho rimarcato che in Italia c’è un clima intollerante nei confronti delle opinioni favorevoli alla Russia. Soprattutto c’è uno scollamento fra il governo ormai appiattito sulle posizioni degli Usa con scandaloso servilismo. È stata una bella lezione anche per il mondo politico locale, che non ha voluto nemmeno lontanamente ascoltare le mie ragioni. I giornalisti russi, con grande attenzione e rispetto, hanno formulato varie domande alle quali ho risposto”.
Chiuse le porte dell’assessorato, dunque, per Gizzi si sono aperte quelle degli studi televisivi di Mosca. Ma rigorosamente da casa sua.
(da NetQuotidiano)

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“BAMBINI STUPRATI, TORTURATI E UCCISI” : FOSSE COMUNI, TORTURE, STUPRI, ESECUZIONI SOMMARIE, LA RITIRATA DEI RUSSI LASCIA DIETRO DI SE’ UNA SCIA DI BARBARIE E ORRORI INDICIBILI

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

A UN UOMO E’ STATA TAGLIATA UNA GUANCIA, UN ALTRO BRUCIATO CON IL LANCIAFIAMME… “BIMBI DI MENO DI 10 ANNI UCCISI CON SEGNI DI STUPRO TROVATI NELLA CITTÀ DI IRPIN”

Fosse comuni, torture, stupri, esecuzioni di civili. «Numerosi bambini stuprati e torturati a Irpin», denunciano gli ucraini. La ritirata dell’esercito di Putin dall’area attorno a Kiev sta lasciando dietro di sè una scia di dolore, atrocità e distruzione. I russi contestano, negano anche ciò che immagini e testimonianze dimostrano.
Ma una cosa è indubitabile: l’esercito di Putin dal 24 febbraio ha superato i confini dell’Ucraina, ha raggiunto le cittadine a ridosso di Kiev, le ha occupate, le ha bombardate.
Dove sono passati i soldati russi oggi ci sono cadaveri e macerie. Il padre di tutti i lapsus freudiani lo commette l’ambasciatore russo alle Nazioni unite, Vasily Nebenzya, che prende la parola e dice per negare le atrocità commesse dai suoi connazionali a Bucha: «I cadaveri che giacevano nelle strade non esistevano prima dell’arrivo delle truppe russe…». Si accorge di avere di fatto ammesso le responsabilità dell’esercito di Putin e subito si corregge: «Volevo dire prima che i soldati russi se ne andassero, scusate».
TESTIMONI
Gaffe a parte, la linea difensiva di Mosca è chiara: i cadaveri a Bucha sono stati messi dagli ucraini, è una mistificazione. Il problema – il tragico problema – è che le immagini ormai cominciano a essere troppo numerose e dettagliate, troppe le interviste raccolte dalle Tv di tutto il mondo corse nelle città degli orrori, per potere realisticamente pensare a una montatura.
E le immagini del satellite testimoniano come sulle strade i cadaveri fossero giù presenti l’11 marzo, mentre l’esercito russo ha abbandonato la città il 30. Il quotidiano britannico
The Telegraph ha raccontato una testimonianza: a Bucha a un uomo è stata tagliata una guancia, un altro è stato bruciato con il lanciafiamme, nei sotterranei di un ospedale pediatrico c’era una camera delle torture. Il video mostrato da Zelensky alle Nazioni unite mostra corpi carbonizzati sulle strade, alcuni sembrano bambini.
L’ufficio del procuratore generale dell’Ucraina fa anche sapere: a Bucha le truppe occupanti hanno cercato di bruciare i corpi di sei civili per nascondere le tracce delle torture. E si aggiunge: «Durante l’occupazione, i militari delle forze armate della Federazione Russa, in violazione del diritto umanitario internazionale, hanno ucciso civili e dato fuoco ai loro corpi per coprire il crimine».
E purtroppo i racconti di atrocità commessi dagli occupanti stanno aumentando e spiegano anche perché 4 milioni tra donne e bambini sono fuggiti dall’Ucraina da quando è cominciata l’invasione ordinata da Vladimir Putin.
Scrive su Telegram il difensore civico ucraino Lyudmila Denisova: «Numerosi casi di tortura di civili si registrano nei territori liberati dagli occupanti. Bambini di meno di 10 anni uccisi con segni di stupro e tortura sono stati trovati nella città di Irpin. Nella regione di Kiev, il campo per bambini di Prolisok ha ospitato per tre settimane la base di un’unità dell’esercito razzista.
Nel seminterrato sono stati trovati cinque cadaveri di uomini con le mani legate dietro la schiena. Sono stati torturati e poi uccisi a sangue freddo. Una delle vittime aveva il cranio schiacciato.
Altri uomini sono stati uccisi con un colpo alla parte posteriore della testa o del torace». Irpin è a Nord-ovest di Kiev, a 30 chilometri.
Nel villaggio di Viktorivka, nella regione di Chernihiv, «hanno tenuto la gente in ostaggio nei sotterranei, compresi anziani e neonati.
I residenti venivano scortati anche per raccogliere un secchio d’acqua. Non venivano fornite cure, nemmeno a quelli la cui vita dipendeva da trattamenti medici». Secondo la commissaria agli Affari Interni della Unione europea, Ylva Johansson, «l’esercito russo ha ucciso 158 bambini e feriti tanti altri.
Questi crimini non possono restare impuniti». In serata nuovo bilancio del procuratore ucraino: i minori uccisi sono 165. Proprio ieri, dall’altra parte del mondo, è giunta la notizia dal Mali che mercenari russi della brigata Wagner in Africa hanno partecipato a un’operazione che ha causato 300 morti tra i civili.
A Bucha sono stati trovati almeno 350 corpi. Ci sono le fosse comuni, ma anche le immagini, che probabilmente saranno ricordate a lungo anche in futuro quando si parlerà dell’invasione russa in Ucraina nei libri di storia, dei cadaveri con le mani legate sul ciglio della strada, a volte giustiziati con un colpo alla testa.
Ma è in tutta l’area attorno a Kiev, quella a lungo occupata dall’esercito russo, che sono segnalati di atrocità.
Secondo Zelensky a Borodjanka, a 25 chilometri da Bucha, il bilancio delle vittime potrebbe essere anche peggiore. I bombardamenti degli aerei russi hanno distrutto quasi tutti i palazzi, tra le macerie ci sono decine di corpi. Su un cadavere, trovato con le mani legate, i segni di torture.
Racconta all’Ansa il sindaco della cittadina, Georgiy Erko: «Ci sono i corpi di circa 200 civili sotto le macerie dei palazzi colpiti a Borodjanka dalle bombe dei russi. Il 24 febbraio siamo stati la prima città ad essere bombardata. Stiamo cominciando adesso a portare via i cadaveri perché i russi non ce lo hanno permesso fino a quando c’è stata l’occupazione. Ci hanno detto che potevamo evacuare, ma sparavano a chiunque uscisse in strada, affiggendo cartelli affinché restassimo in casa e disegnando il simbolo dell’occupazione ovunque».
Il procuratore generale Iryna Venediktova: «Siamo convinti che il numero delle vittime a Borodjanka sarà più alto di quello di Bucha». A Motyzhyn, quarantacinque chilometri a Ovest della Capitale, le autorità ucraine parlano del ritrovamento di cinque cadaveri, con le mani legate.
Tra di loro la sindaca Olga Suchenko, il marito e il figlio. «Hanno torturato e ucciso l’intera famiglia». Più a Èst, a 280 chilometri da Kiev, c’è una città di 90mila abitanti, Konotop. Siamo nella regione di Sumy il cui governatore, Dmytro Zhyvytsky, ha raccontato: sono stati trovati i corpi di tre civili uccisi e torturati.
Tutte le verifiche indipendenti, che hanno passato al setaccio i video, hanno dimostrato che sono credibili, mentre le immagini satellitari dimostrano che nel caso più importante di Bucha i cadaveri per strada c’erano anche prima della ritirata dell’esercito di Putin.
Secondo gli ucraini ora Mosca sta preparando una massiccia operazione di mistificazione, una campagna di disinformazione «per nascondere la loro colpa per le uccisioni di massa di civili a Mariupol». Secondo Zelensky «cercheranno di nascondere le tracce dei loro crimini
(da agenzie)

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LE SPIE VENUTE DAL FREDDO, CHI SONO I 30 DIPLOMATICI RUSSI ESPULSI DALL’ITALIA: ALMENO 25 SONO CONSIDERATI AGGREGATI AI SERVIZI SEGRETI RUSSI

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

LA REGOLA ‘TECNICA’ VUOLE CHE UNA VOLTA IDENTIFICATO UN DIPLOMATICO CHE SVOLGE IL RUOLO DI SPIA NON LO SI COMUNICHI AL GOVERNO STRANIERO MA SI LASCI AL SUO POSTO. IN QUESTO CASO PERÒ È PREVALSA LA SCELTA POLITICA

Una decisione «legata alla nostra sicurezza nazionale», ha spiegato il ministro degli Esteri Lugi Di Maio, ma all’origine della maxi-espulsione c’è una scelta politica fatta con altri Paesi europei: un taglio di 30 titolari di passaporto diplomatico (all’incirca il 20 per cento dell’intera rappresentanza moscovita in Italia), che corrispondono ai 40 mandati via dalla Germania, 35 dalla Francia, 25 dalla Spagna, 15 dalla Danimarca e così via.
Ma al momento di identificare le «persone non gradite» da rimpatriare entro 72 ore è entrato in campo il controspionaggio affidato all’Aisi, l’Agenzia di informazioni e sicurezza interna che ha stilato un elenco di persone già individuate con certezza (o quasi certezza) come agenti segreti in cerca di informazioni o potenziali reclutatori di spie.
Sono tutte persone accreditate presso l’ambasciata di Mosca a Roma, con incarichi e compiti diversi: primi e secondi segretari, consiglieri, rappresentanti commerciali, addetti militari delle varie Armi, semplici impiegati dediti al disbrigo di pratiche ordinarie.
Distribuiti nei tre settori in cui si dividono le attività: difesa, commerciale e amministrativo. Dei 30 nomi, almeno 25 sono considerati aggregati a una delle tre sigle in cui si dividono servizi segreti russi: Svr, Fsb e Gru, che si occupano rispettivamente di spionaggio all’estero, di sicurezza interna e di intelligence militare
Per loro gli incarichi dichiarati al momento della richesta di accredito presso il ministero degli Esteri italiano sarebbero stati niente più che una copertura; per l’Aisi erano 007 incaricati di muoversi in ambiti istituzionali italiani o di altre rappresentanze diplomatiche (ad esempio le cerimonie uficiali indette per le feste nazionali dei vari Paesi), con l’obiettivo di carpire informazioni o agganciare persone che potessero fornire notizie utili alla causa della Madrepatria.
Oppure responsabili o delegati ad attività commerciali che si muovevano nel campo delle imprese, o di settori particolari. Tutte persone individuate da tempo, seguite e monitorate dal controspionaggio che le aveva già catalogate come agenti segreti (nella maggior parte dei casi) e ne stava seguendo le mosse.
Il provvedimento di espulsione, adottato come una sorta di ulteriore sanzione nei confronti del regime di Putin, ha svelato l’attività di controllo, che altrimenti sarebbe continuata sottotraccia.
La regola «tecnica» vuole che una volta identificato un diplomatico che svolge il ruolo di spia non lo si comunichi al governo straniero ma si lasci al suo posto: meglio tenersi in casa chi ormai è conosciuto e dal quale si sa che cosa aspettarsi piuttosto che mandarlo via e aprire la strada a una sostituzione porterebbe sul suolo nazionale un’altra persona sulla quale bisognerebbe ricominciare daccapo l’azione di monitoraggio. In questo caso però è prevalsa la scelta politica.
Così come un anno fa, a seguito dell’arresto dell’ufficiale della Marina italiana Walter Biot accusato di aver ceduto ai russi notizie coperte dal segreto militare, furono espulsi i suoi due reclutatori: l’addetto navale e aeronautico dell’ambasciata a Roma, Alexey Nemudrov, e l’impegato di quel’ufficio Dmitri Ostroukhov, sorpreso a ricevere da Biot le fotografie di documenti riservati in cambio di poche migliaio di euro nascoste in una confezione di medicinali.
Il processo a Biot è cominciato ed è stato subito rinviato, in attesa che si decida sul conflitto di giurisdizione fra tribunale ordinario e tribunale militare sollevato dalla difesa, ma la presidenza del Consiglio e il ministero della Difesa si sono già costituti pare civile contro l’imputato. Questi sono i casi in cui il lavoro di spionaggio e controspionaggio viene alla luce, ma il più delle volte tutto resta sottotraccia. Anche perché a un’azione diplomatica così forte da un lato corrisponde sempre una reazione dall’altro.
Dopo l’espulsione dei due russi legati al caso Biot, Mosca ha rimpatriato l’addetto militare dell’ambasciata italiana, ed è pressoché certo che a seguito del provvedimento comunicato ieri la Russia faccia altrettanto con una nutrita schiera di rappresentanti italiani e degli altri Paesi europei che hanno decretato gli allontanamenti. Atri tempi rispetto a quando, nemmeno due anni fa, il ministro della Giustizia italiano Alfonso Bonafede rimandò a casa Alexander Korshunov, il manager arrestato a Napoli nel 2019 perché accusato dagli Stati Uniti di spionaggio industriale, negando l’estradizione nello Stato dell’Ohio.
(da agenzie)

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BERLUSCONI, GRILLO E SALVINI, NIENTE DA DIRE SU PUTIN?

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

IL CAV HA CONDANNATO “L’AGGRESSIONE INACCETTABILE DELL’UCRAINA” SENZA CITARE ‘MAD VLAD’… ASSORDANTE SILENZIO DA PARTE DI GRILLO, NESSUNA DICHIARAZIONE DI SALVINI SULLO ZAR, MA LANCIA SPEZZATA CONTRO L’ESPULSIONE DEI DIPLOMATICI RUSSI

Cinque lettere, tre consonanti, due vocali. Nessuna difficoltà nella pronuncia. Eppure le parole circumnavigano. E le frasi, ellittiche del soggetto, zoppicano, traballano, incespicano, ruzzolano. Come è difficile dire: Putin.
Una strana forma di afasia, limitata all’impossibilità di sillabare un solo nome. Colpisce maestri dell’eloquio, principi della retorica, oratori infaticabili, capaci di parlare per ore ed ore senza il soccorso di un goccio d’acqua. Quattro per tutti, come i moschettieri: Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Beppe Grillo, Giuseppe Conte.
A voler usare un altro parolone, o a voler esser buoni, si tratta di paraprassìa, che secondo il dizionario Treccani, in psicologia e in psichiatria, configura un movimento, un’azione o espressione verbale inadeguati, errati o involontariamente omessi, e come tali interpretabili secondo il concetto psicanalitico di “atto mancato”.
A voler pensar male, prepara invece il terreno del domani, quando una pace ancora lontana magari arriverà e potranno sbiadire, almeno nella mente di chi è capace di rimuovere ferite indelebili, le bombe, le stragi, la paura, gli stupri, i bambini strappati all’infanzia. E si potrà finalmente tornare a parlare con l’amico ritrovato, quello di mille lodi e centomila affari: Vladimir Putin.
La lunga attesa «Abbiamo un duplice dovere: quello di lavorare per la pace e quello di fare la nostra parte con l’Alleanza Atlantica, con l’Occidente, con l’Europa, per porre fine a un’aggressione militare inaccettabile». La frase di Silvio Berlusconi, seppure pronunciata solo dopo trentotto giorni di guerra, è oggettivamente ineccepibile.
Oddìo, a voler essere impietosi, un dubbio si potrebbe sollevare: perché un duplice dovere? Fare la nostra parte con l’Europa non è già lavorare per la pace? Ma, anche a voler tacere quella che in tempo di invasioni potrebbe essere considerata lana caprina, come dimenticare Putin? Non è lui l’uomo che ha costretto un suo importante collaboratore a vergognarsi per sempre per aver balbettato senza opporsi all’annessione del Donbass?
Certo era lui quello con cui Berlusconi sorrideva colbacco contro colbacco o che definiva «il numero uno tra i leader mondiali», nella convinzione che blandire un dittatore potesse trasformarlo in un governante illuminato.
Per quanto riguarda il Commodoro dei Cinque Stelle, Beppe Grillo, fa scuola quello che ha scritto Alessandro Trocino sul Corriere . Settimane di assordante silenzio. O meglio, giorni e giorni di passeggiate nell’iperuranio.
Non una parola su Putin, ma sproloqui (o eloqui) sull’energia solare, sulla blue economy, e poi sulle particelle di plastica, sulla realtà aumentata, sul reddito universale, sul metaverso, sui robot archeologici.
Eppure era Grillo quello che sentenziava: «Putin è l’uomo che dice le cose più sensate in politica estera». Si passi pure come ingenua speranza la frase secondo la quale «Se Trump ha voglia di convergere con Putin, di rimettere le cose sulla giusta strada, non può che avere il nostro appoggio. Due giganti come loro che dialogano: è il sogno di tutto il mondo!».
Ma allora perché non parlare ora perlomeno di speranza tradita? Perché impantanarsi sul metaverso?
La sindrome Bisogna riconoscere a Matteo Salvini di averci provato e riprovato: ha votato a favore delle sanzioni e per il sostegno militare all’Ucraina invasa. Ma alla fine la sindrome di Stranamore ha spinto per emergere. L’occasione l’ha data l’ennesima vittoria elettorale di Orbán in Ungheria. «Bravo Viktor! Da solo contro tutti, attaccato dai sinistri fanatici del pensiero unico, denigrato da chi vorrebbe sradicare i valori legati a famiglia, sicurezza, merito, sviluppo, solidarietà, sovranità e libertà, hai vinto anche stavolta».
E poco importa se Orbán ha rivendicato di aver vinto anche contro Zelensky, frantumando per altro il fronte di Visegràd.
Silenzio su Putin, che resta pur sempre quello per cui avrebbe dato via due Mattarella, pur di averne una metà, ma lancia spezzata contro l’espulsione dei diplomatici russi. Non si dica che Giuseppe Conte non ha mai nominato Putin.
«Ho parlato con lui per un’ora e mezza sugli accordi di Minsk. Putin, molto puntualmente, contestava la mancata attuazione e io cercavo di controbattere sulle violazioni russe. È una personalità molto pragmatica e ovviamente impregnata di un forte sistema ideologico. Ma non ho mai percepito il rischio di un’invasione dell’Ucraina».
Un po’ pochino? Ma va capito, c’è un fronte elettorale prossimo venturo, e un fronte interno. Bisognerà pure diversificarsi un po’ da Luigi Di Maio, che almeno ora ha rotto i vecchi ponti con la Russia.
Dimentica Putin anche il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, che chiede una commissione d’inchiesta neutrale sul massacro di Bucha: «Con quasi ogni certezza sono stati i russi. Ma ci deve essere un processo prima di una condanna».
È di ieri la notizia che la comunità ebraica non parteciperà neanche quest’ anno al corteo organizzato dall’Anpi a Roma per il 25 aprile.
(da agenzie)

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“I SOLDATI RUSSI LADRONI IN FILA PER SPEDIRE A CASA I BENI RUBATI AI MORTI IN UCRAINA“

Aprile 6th, 2022 Riccardo Fucile

TV, VESTITI, TAVOLI

Hajun Project, un gruppo di volontari bielorussi anonimi, ha pubblicato sul suo sito un video che mostra una fila di soldati russi negli uffici del servizio di consegna CDEK a Minsk.
I militari sono lì perché vogliono spedire cose ai loro familiari in Russia. E secondo il collettivo tra questi ci sono anche i beni che i soldati russi hanno razziato a Bucha.
La ripresa è stata effettuata da una telecamera di servizio.
Secondo il racconto di Hajun Project il 2 aprile i soldati delle Forze armate russe hanno consegnato per la spedizione all’ufficio del servizio di consegna espresso russo CDEK in via Kuibysheva, 32 a Mazyr (Bielorussia) più di 2 tonnellate di beni, di cui una parte significativa appare rubata.
Il collettivo ha pubblicato i nomi, i numeri di telefono e il contenuto dei pacchi di quei soldati che hanno inviato pacchi di 50-450 chilogrammi in Russia.
Repubblica spiega oggi in un articolo a firma di Daniele Ranieri che in questo modo i razziatori di case ucraine compilano da soli davanti alla telecamera un registro delle loro ruberie.
“Kovalenko Yevgeny Yevgenievich manda 450 chilogrammi di attrezzi, casse audio, un tavolo, una tenda e altro” a casa sua a Rubtsovsk.
“Serdtsev Andrei Nikolayevich manda 150 chilogrammi di attrezzi, vestiti e un televisore” anche lui a casa sua, di nuovo a Rubtsovsk.
Nella lista ci sono sedici nomi di soldati russi, ma è lecito supporre che la stessa scena si sia ripetuta altrove.
(da agenzie)

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