Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
E NON C’ENTRA (SOLO) LA PANDEMIA: DAL 2012 L’OCCUPAZIONE È CRESCIUTA SEMPRE MOLTO PIÙ LENTAMENTE RISPETTO ALLA MEDIA. L’AUMENTO È STATO DI 2,1 PUNTI, CONTRO LA MEDIA UE DI 6,1
Nel 2021 il tasso di occupazione medio in Ue ha recuperato sul 2019 arrivando al 68,4% (rispetto al 68,1%) ma lo stesso andamento non si registra in Italia che rispetto al periodo pre pandemia resta indietro di 0,8 punti (dal 59% al 58,2%). Lo rileva Eurostat. Il recupero nel 2021 in Italia è stato di 0,7 punti sul 2020 (dal 57,5% al 58,2%) a fronte di 1,4 punti nella media Ue. (dal 67% al 68,4%).
L’Italia ha il tasso di occupazione più basso in Europa dopo la Grecia che però nel 2021 ha recuperato 1,1 punti sul 2019. Le difficoltà occupazionali nel nostro Paese non sono legate solo alla pandemia. L’occupazione dal 2012 in Italia è cresciuta ma molto più lentamente rispetto alla media europea. Se in Italia si è passati da un tasso di occupazione del 56,1% nel 2012 al 58,2% nel 2021 con un aumento di 2,1 punti nello stesso periodo nella media Ue il tasso di occupazione è cresciuto di 6,2 punti.
In Francia si è passati da un tasso del 64,4% a uno del 67,2% con una crescita di 2,8 punti ma in Germania la crescita è stata di 3,8 punti (dal 72% al 75,8%) e in Grecia, unico Paese nel 2021 con un tasso di occupazione inferiore a quello italiano si è registrata una crescita di 6,8 punti dal 2012 (dal 50,4% al 57,2%).
In Spagna il tasso di occupazione è passato dal 55,8% del 2012 al 62,7% con una crescita di 6,9 punti. E’ aumentato sostanzialmente in linea con l’Europa il tasso di occupazione tra i 55 e i 64 anni. grazie soprattutto alla riforma delle pensioni e all’aumento dell’occupazione femminile.
Tra il 2012 e il 2021 il tasso di occupazione della fascia di lavoratori più anziana è passato dal 39,9% al 53,4% con un aumento di 13,5 punti. Nello stesso periodo nella media Ue il tasso è passato dal 46,6% al 60,5% con un aumento di 13,9 punti. La crescita per le donne è stata dal 30,6% al 44% (+13,4 punti) a fronte del passaggio dal 39,7% al 54.3% per la media Ue (+14,6 punti).
Peggiora il divario con la media dell’Unione europea per l’occupazione delle donne in Italia: nel 2021 – rileva l’Eurostat – erano occupate il 49,4% delle donne tra i 15 e i 64 anni a fronte del 63,4% della media Ue con un divario di 14 punti. Nel 2019 il divario era di 12,7 punti (62,9 la media europea. 50,2 quella italiana) mentre nel 2020 era di 13,6 punti (62% in Ue, 48,4% in Italia). Il tasso di occupazione in Italia nel 2021 era il peggiore in Ue dopo la Grecia (48,2% in recupero sia sul 2019 che sul 2020). In Germania nel 2021 erano occupate il 72,2% delle donne tra i 15 e i 64 anni.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
IL METODO PER L’ANNESSIONE È SEMPRE LO STESSO (COME ACCADUTO CON LA CRIMEA NEL 2014): CONQUISTA MILITARE, SOSTITUZIONE DELLE AUTORITÀ UCRAINE CON UN’AMMINISTRAZIONE RUSSA IMPOSTA DALL’ALTO, POI UN REFERENDUM FARSA
Da Mariupol a Vladivostok, sola andata, inganno compreso nel
biglietto. Dalla città martire sul mar d’Azov al remotissimo porto russo affacciato sul mar del Giappone, sette fusi orari più a Est.
Se n’è già parlato sul Giornale in questi giorni di questa incredibile deportazione di oltre 300 civili ucraini, ma è arrivato il momento di superare l’aspetto emotivo e l’incredulità: perché qui non si sta parlando di «strani» episodi in cui le persone vengono trasferite in Russia contro la loro volontà, ma di una strategia precisa di Vladimir Putin per trasformare intere province dell’Ucraina conquistata in parti integranti dell’impero russo.
Una strategia che somiglia maledettamente a quella adottata negli anni Novanta in Jugoslavia dall’allora leader serbo Slobodan Milosevic, e che aveva il nome di pulizia etnica. Quella definizione asettica nascondeva un livello di violenza estremo, che fu applicato in molte località della Bosnia-Erzegovina e che raggiunse il suo tragico apice nella strage di Srebrenica del luglio 1995 in cui morirono oltre ottomila civili inermi che avevano il torto di appartenere all’etnia sbagliata. Il disegno finale di Milosevic era quello di sradicare – sterminandoli o trasferendoli a forza i cosiddetti bosgnacchi (musulmani per lo più di origini turche) dalle regioni in cui vivevano per far diventare quelle aree etnicamente omogenee, ovvero solo serbe.
Era in fondo la stessa visione razzista di Adolf Hitler in versione balcanica: eliminare le «razze inferiori» e ripopolare i territori in cui vivevano con lo Herrenvolk, il popolo padrone. Questa visione piace molto anche a Putin, che ha già stabilito – lo ha messo per iscritto in un suo inquietante saggio storico dell’estate scorsa – che gli ucraini non hanno nemmeno il diritto di considerarsi un popolo: a suo indiscutibile avviso, essi sono soltanto dei «piccoli russi», sorta di cugini minori del grande popolo russo, e il loro Paese nient’ altro che una creazione arbitraria dei nemici di questo grande popolo, che ha tutto il diritto di riprendersi con la forza ciò che è suo.
Gli ucraini non sono affatto d’accordo, com’ è noto, tanto che presto, simbolicamente, a Kiev verrà smantellato un monumento di epoca sovietica che celebra «la cosiddetta amicizia russo-ucraina», come ha detto il sindaco Vitali Klitschko. Non è tempo di compromessi, nemmeno la strategia di Putin la prevede. Il suo obiettivo è semmai la conquista della più ampia porzione possibile di territorio ucraino (meglio se tutto, ma al momento pare impossibile) per annetterlo alla Grande Russia: come già fatto, del resto, nel 2014 con la Crimea.
Il meccanismo è molto simile: conquista militare, sostituzione delle autorità ucraine regolarmente elette con un’amministrazione russa imposta dall’alto, successivo referendum farsa in cui la popolazione non può decidere tra Russia e Ucraina, ma solo tra diverse modalità di assorbimento nella Federazione russa. È il destino che attende i territori già conquistati dopo lo scorso 24 febbraio: parte delle province di Donetsk e Lugansk (Mariupol inclusa), costa del mar d’Azov, province di Melitopol e Kherson. Un destino che nella visione di Putin è definitivo e irreversibile.
E alla popolazione locale cosa succederà? Tutto previsto.
Dopo i referendum, diventano di fatto cittadini russi. A quel punto, cominciano le pressioni perché si dimostrino patrioti, preferibilmente arruolandosi da «volontari» nelle milizie che combattono contro i «nazisti», cioè l’esercito regolare ucraino. Chi non gradisce, e magari chiede di andarsene, può finire giustiziato o spedito in remote province della Russia per la necessaria rieducazione. Questi irriducibili nazionalisti di un popolo che non deve esistere verranno in seguito rimpiazzati da russi veri, fatti venire per trasformare quelle terre nella Nuova Russia di zarista memoria.
Pulizia etnica. Lo hanno fatto Milosevic in Bosnia, Tito in Istria e Dalmazia, Hitler nel Lebensraum tedesco dell’Europa orientale. Lo farà anche Putin in Ucraina. Lo sta già facendo, mentre noi pensiamo ai condizionatori
(da Il Giornale)
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Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
IN GERMANIA IL SUMMIT DEI MINISTRI DELLA DIFESA DI 40 STATI
Si è aperto nella mattina di oggi, 26 aprile, il vertice straordinario per l’Ucraina nella base statunitense di Ramstein, in Germania.
Su invito degli Stati Uniti si incontrano i ministri della Difesa di 40 Paesi, tra cui l’ucraino Oleksiy Reznikov. «L’urgenza della situazione è nota a tutti. E noi possiamo fare di più», ha detto in apertura di summit il segretario della Difesa statunitense Lloyd Austin. §«Oggi siamo qui riuniti per aiutare l’Ucraina a vincere la battaglia contro la Russia. La battaglia di Kiev entrerà nei libri di storia. Ma ora la situazione sul campo è cambiata, con l’offensiva nel sud e nel Donbass, e dobbiamo capire di cosa ha bisogno l’Ucraina per combattere».
Sul tavolo del vertice odierno anche la decisione della Germania di inviare carri armati Gepard per la difesa anti-aerea. Si tratta di una svolta nella politica tedesca finora all’insegna della prudenza.
Nel corso del vertice di Ramstein la ministra della Difesa, Christine Lambrecht, ha detto: «Lavoriamo insieme ai nostri amici americani nell’addestramento di truppe ucraine ai sistemi di artiglieria su suolo tedesco. Sappiamo tutti che in questo conflitto l’artiglieria è un fattore essenziale».
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
DA DIVERSE SETTIMANE NON SI SVOLGONO PIÙ RIUNIONI DEL GRUPPO DI VISEGRAD, CHE RIUNISCE POLONIA, UNGHERIA, REPUBBLICA CECA E SLOVACCHIA, A CAUSA DELLE PROFONDE DIFFERENZE SULLA QUESTIONE DELLE CONSEGNE DI ARMI A KIEV
L’ungherese Viktor Orban – leggiamo su Le Monde – sperava che
una vittoria di Marine Le Pen gli avrebbe permesso di rifondare una destra europea sovranista.
Andando a inaugurare la Fiera della formazione professionale ungherese a Budapest lunedì 25 aprile, Viktor Orban non ha avuto tempo di commentare i risultati delle elezioni francesi, dove la sua alleata Marine Le Pen ha subito una sconfitta alle urne il giorno prima. “Le forze nazionali hanno vinto le elezioni parlamentari tre settimane fa con un sostegno senza precedenti”, si è vantato il primo ministro nazionalista, ma questo riguardava la sua rielezione schiacciante del 3 aprile. Eppure quasi tutti i capi di stato e di governo europei, compresi i suoi alleati polacchi, si sono congratulati con Macron domenica sera.
Questo silenzio non è una sorpresa. Macron ha usato il sovranista ungherese come uno spaventapasseri durante tutta la campagna e non si è ancora congratulato con Orban per la sua rielezione. Ma, soprattutto, la sconfitta di Marine Le Pen vanifica tutti i piani di rimodellamento della destra e le speranze di sconvolgere l’Unione Europea che il capo del governo ungherese condivideva con i suoi alleati ultraconservatori al potere a Varsavia.
“Il campo sovranista è diventato una forza con cui fare i conti nella politica europea, e anche noi vogliamo vedere un’Europa di stati nazionali”, ha auspicato Orban durante la visita di Le Pen a Budapest in ottobre. Una banca ungherese in parte di proprietà del suo amico d’infanzia, MKB, ha successivamente finanziato la campagna del candidato di estrema destra.
Senza Marine Le Pen all’Eliseo, queste speranze sembrano ora piuttosto vane. Questo fallimento arriva in un contesto diplomatico complicato per il signor Orban, che è sempre più isolato all’interno dell’Europa centrale, dove sogna di essere il leader principale.
Domenica, il suo alleato sloveno, il primo ministro ultraconservatore Janez Jansa, ha anche subito una grave sconfitta nelle elezioni legislative tenutesi in questo piccolo paese balcanico, nonostante abbia fatto una campagna con l’aperto sostegno finanziario dell’Ungheria. “Sia Le Pen che Jansa non erano chiaramente un buon investimento politico”, ha deriso lunedì mattina la testata conservatrice Valasz Online.
In ottobre, il primo ministro populista ceco Andrej Babis ha subito lo stesso destino dopo aver mostrato la sua vicinanza a Orban. E le relazioni con la Polonia sono al minimo dopo il conflitto in Ucraina, sul quale l’Ungheria ha mantenuto una posizione ambigua e distante rispetto a Kiev. Da diverse settimane non si svolgono più riunioni del gruppo di Visegrad, che riunisce Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, a causa delle profonde differenze sulla questione delle consegne di armi a Kiev, rifiutate categoricamente dall’Ungheria. Di conseguenza, dalla sua rielezione, Orban ha fatto finora uno e un solo viaggio all’estero. È stato in Vaticano, dove ha incontrato il Papa, e poi il leader dell’estrema destra italiana Matteo Salvini, lui stesso in piena crisi politica.
Da parte polacca, le congratulazioni formali rivolte a Emmanuel Macron hanno avuto difficoltà a nascondere un certo imbarazzo di fronte a un presidente rieletto che ha regolarmente preso di mira il paese durante il suo mandato quinquennale, e che è molto distante in termini di valori. “Ogni elezione è una celebrazione della democrazia. Anche dopo la più calda delle campagne arriva il tempo del lavoro noioso”, ha commentato il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. Questo era un riferimento poco velato al suo violento scontro con il capo di stato francese nella settimana prima del primo turno.
Attaccato sui suoi tentativi di dialogo con Vladimir Putin, il signor Macron aveva accusato il capo del governo polacco di sostenere la signora Le Pen, dopo che era stata ricevuta con gli onori a Varsavia nel dicembre 2021, nell’ambito del vertice dei partiti europei sovranisti e di estrema destra. “La Polonia e la Francia hanno molte sfide e interessi comuni. Il lavoro è davanti a noi. Il futuro dell’Europa è nelle nostre mani. Congratulazioni per [questa] vittoria”, ha concluso freddamente Morawiecki.
“Grazie alla vostra vittoria, ci sarà più Europa in Europa”, ha entusiasmato il leader del principale partito liberale di opposizione, l’ex primo ministro e presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. “E presto arriverà il giorno in cui avremo Parigi a Varsavia”. Un riferimento al vecchio slogan del suo nemico Jaroslaw Kaczynski, l’uomo forte del partito ultraconservatore PiS, che ha sempre sostenuto di voler fare “Budapest a Varsavia”.
( da Le Monde)
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Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
TRA I CIMELI DI GIORGIO ALMIRANTE
«Ma perché signor Fini ha fatto viaggio a Israele? Perché?». Le prime vittime della storica visita a Gerusalemme dell’allora capo della destra italiana (quella del fascismo male assoluto, frase in realtà mai pronunciata) erano Lal e Tusita, i filippini di casa Almirante.
Il loro compito era filtrare i militanti indignati che chiedevano lumi e aiuto a lei, la vedova di Giorgio. «Donna Assunta, qui sotto casa c’è un altro che vuole restituire la tessera di An». «Mettetela con le altre. Poi le portiamo in cantina». «Donna Assunta , ancora telefono». «Vi ho detto che ci sono soltanto per Alessandra». «Donna Assunta, è Alessandra Mussolini». «Alessa’!». «Donna Assu’!».
Seguì telefonata quasi altrettanto storica: la nipote del Duce e la moglie di Almirante si dissero che An era finita, e bisognava rifondare la destra italiana, magari già con una lista alle Europee. Donna Assunta, che la candidatura l’aveva sempre rifiutata, quella volta ci stava pensando: «Ma secondo lei, un italiano di destra per chi dovrebbe votare? Per Mussolini, o per Gustavo Selva? Per Almirante, o per Publio Fiori?». Non si trattava di fondare un nuovo partito. Bastava riprendersi il vecchio.
«Guardi – spiegava donna Assunta – tutti parlano della svolta di Fiuggi . Ma che è successo a Fiuggi? La Destra Nazionale di mio marito è diventata Alleanza Nazionale. Sai la novità. Stessi dirigenti. Stessa sede. Stesso simbolo. Fini vuole andare oltre? Fare il partito unico del centrodestra? Benissimo! Vada! Però ceda la fiamma. A noi».
Lei ne parlava come di un figlio perduto. «Io non so cosa gli sia successo, in Israele. L’ha visto? Sembrava drogato. Narcotizzato. Un bambino agli esami. Uno studente punito. Tutto tirato, in quel cappottino. Pareva un attore. Io a Gerusalemme ci sono stata, al Muro del Pianto mi sono commossa, però insomma anche ad Assisi, che ci sono pure Giotto e la cripta di San Francesco. Lui invece. Qualunque cosa gli avessero chiesto, purché portassero la kippah in testa, gli avrebbe detto di sì. Avrebbe rinnegato non solo i morti di Salò, non solo Mussolini, avrebbe rinnegato persino…persino…».
Giorgio Almirante era raffigurato nella sua vecchia casa ai Parioli 34 volte tra foto, busti, ritratti. Quasi un sacrario. Lettera di Brasillach dal carcere. Diploma di primo della classe, Torino, anno scolastico 1923. Il telefono intanto suonava senza tregua. Foto in doppiopetto al ricevimento di Juan Carlos. Servizio di piatti dono dello Scià di Persia. Citofono. «Chi chiama? Chiama l’Italia! Ma l’ha visto La Russa l’altra sera da Vespa? Quando ha spezzato la biro? Quanto soffriva, povero Ignazio. Suo padre non ha mai preso la tessera di An, è rimasto missino, e lui pure. Ma quale liberaldemocratico! Creda a me che lo conosco da quand’era ragazzo: Ignazio La Russa è un fervente mis-si-no! Di liberali in giro ce n’è fin troppi. Il nostro dev’essere il partito dei valori di Almirante: nazione e patto sociale».
Duplice bracciale d’oro, triplice anello a ogni anulare, anello nobiliare al mignolo sinistro («sono stata sposata a un De Medici»), ottuplo giro di perle, Donna Assunta fremeva di indignazione ma non perdeva lucidità. «Ammettiamo pure che Salò sia una vergogna. Perché allora Fini è entrato nel Msi? L’avrà obbligato il dottore? Perché ha taciuto finora? Ha scoperto qualcosa che non sapeva?
Era il capo del Fronte della Gioventù, il leader dei giovani, che erano piuttosto accesi, e mio marito si occupava semmai di moderarli. I missini non sono antisemiti, già nel ‘67, guerra del Kippur, Almirante schierò il partito con Israele; avevamo amici ebrei, da Camponeschi due anni fa ho incontrato privatamente Shimon Peres, Barillari ci ha pure fotografati. Mi ha colpito però che Fini non abbia incontrato un solo palestinese. Ma come, quando Arafat veniva a Roma lo baciavano tutti, pure il Papa, e adesso neanche un saluto? Dicono che è malato. Che c’ha, la lebbra?».
Tusita portò il telefono: era di nuovo la Mussolini. «Alessandra! Oggi pomeriggio dovevo andare alla sezione della Balduina a distribuire le tessere, e non ci vado. Anzi, sai che c’è? Ci vado, non dò le nuove tessere, e dico agli iscritti: restituite le vecchie! Anzi, dev’essere Fini a restituirci la fiamma. Si vergogna? Benissimo. Vuole uscire dalla casa del padre? La lasci a noi. Alessa’ : la destra siamo noi».
Dopo essersi sfogata, Donna Assunta abbassò la voce. «Sono sempre rimasta vicina ai Mussolini, in questi anni. Edda, una donna intelligentissima. Sempre silenziosi, sempre dignitosi. Adesso però sono indignati, e hanno ragione. Al povero Duce ne hanno fatte di tutte, l’hanno appeso a testa in giù, gli hanno sputato; che cosa c’era ancora bisogno di fare?
Sa perché Almirante tra cinque o sei candidati ha scelto Fini come erede? Perché era l’unico nato dopo la caduta del fascismo. Me lo ricordo Fini a Fiuggi. Piangevano tutti, lui fece il gesto di togliersi gli occhiali, ma forse fingeva, forse piangeva con la glicerina come gli attori. E’ un bravo ragazzo, voleva e vuole bene a mio marito, è capace, fa bella figura in tv. Ma non fa come faccio io, non va più in giro a stringere mani, firmare autografi, cenare con i militanti.
E’ stimato, ma non credo sia davvero amato. Il nostro popolo amava Giorgio». Dicono che anche suo marito fosse un po’ un attore. “Veniva da una famiglia di artisti, ma soprattutto aveva il polso della folla. Arrivavano da tutta Italia ad ascoltarlo in piazza del Popolo, e lui li faceva ridere e piangere, sapeva provocarli e confortarli. Un giorno, lui lo sapeva, la destra sarebbe andata al governo”.
Altre foto. Viaggio in Spagna, dalla vedova e dalla figlia di Franco. Il matrimonio dei figli, Giuliana e Leopoldo, lo stesso giorno, 12 settembre 1987, Amalfi. «Vennero da tutti i paesi della costiera e pure da Napoli. Parevano le nozze della regina Elisabetta. Portavano limoni, ciambelle, ricotta fresca. Davano a Giorgio i bambini da baciare, si sporgevano per sfiorarlo: “Tuoccalo!”. Povera Giuliana, le hanno strappato il vestito. Lui stava già male. Sei mesi dopo è morto. Al terzo giorno di camera ardente pareva come levitato. Era disteso su un letto di tessere.
Ho riempito tre sacchi con le tessere che i militanti gli avevano restituito in segno di omaggio, come a dire: con te muore il Msi». A chiederle di Berlusconi, rispondeva: «E’ un grosso impresario, ma mi pare troppo sicuro di sé”. Aveva molta simpatia per Francesco Storace. Ma il politico che stimava di più era Bettino Craxi. “Fu il primo a ricevere mio marito. Giorgio gli disse: “Guardi che io sono fuori dall’arco costituzionale…”. Lui rispose: “L’arco costituzionale è roba da De Mita”. Leader come Giorgio e Bettino non ne nascono più”.
(da il Corriere della Sera)
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Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
LE STOCCATE A FINI, AI COLONNELLI DI AN E ALLA MELONI… IL SI’ AL DIVORZIO, BERLUSCONI (“E’ UN GROSSO IMPRESARIO, MA E’ TROPPO SICURO DI SÉ”), CRAXI IL POLITICO CHE STIMAVA DI PIU’
Assunta Almirante è morta martedì 26 aprile. La vedova di Giorgio
Almirante, leader storico del Movimento sociale, aveva compiuto 100 anni il 14 luglio scorso. Raffaela Stramandinoli (questo il nome da nubile), catanzarese di nascita, romana d’adozione, vedova dello storico segretario del Movimento Sociale italiano, è stata per la regina madre della destra italiana.
«Quando non ci sarò più, si dimenticheranno di me. E si dimenticheranno anche di voi». Ascoltandole dalla voce sofferente dell’amato Giorgio Almirante, queste parole, Donna Assunta si era commossa. Era l’inverno del 1988, il marito aveva lasciato la guida del Movimento Sociale Italiano al «delfino» Gianfranco Fini, la destra italiana era attesa a cambiamenti fin lì neanche immaginabili e lei, Donna Assunta, osservava da vicino un mondo, il suo mondo, che non sarebbe mai stato più quello che aveva conosciuto.
Raccontano che dopo la morte del consorte, arrivata il 22 maggio dello stesso anno, in piena primavera, a chiunque le ricordasse l’amara profezia sulla sorte da «dimenticato» del cognome Almirante – che valeva per la memoria del marito Giorgio e anche per lei, che era rimasta viva – Donna Assunta avrebbe risposto sfoderando quel ghigno beffardo che negli anni a venire avrebbe trasformato in una specie di marchio di fabbrica, unito al gesto delle corna e all’immancabile urletto con cui teneva alla larga le iatture: «Tie’!».
Si è spenta oggi dopo aver superato il secolo di vita e raggiunto quello che, in fondo, era diventato lo scopo della sua esistenza. Impedire che la polvere del nuovo – la nuova destra, i nuovi leader, il nuovo tutto – si depositasse su quello che era stato, cancellandolo per sempre; ma anche smentire la diceria antica secondo cui campa cent’anni solo chi si fa i fatti suoi.
Nata Raffaella Stramandinoli nel 1921 a Catanzaro, e diventata «Assunta» perché da bambina la chiamavano «Assuntina», Donna Assunta cent’anni li ha vissuti senza mai farseli, i fatti suoi. Sposata giovanissima al Marchese Federico de’ Medici, nel 1952 se ne separa per stare con Giorgio Almirante, il grande amore che nella vita – forse – bussa una sola volta. Le nozze arriveranno nel 1969, alla morte del marchese Federico, undici anni dopo la nascita della loro figlia Giuliana, che aveva preso il cognome de’ Medici.
Nel 1974, quando si avvicina il referendum sul divorzio, la condizione familiare degli Almirante diventa uno strumento di delegittimazione interna del segretario dell’Msi. A Donna Assunta importa poco o nulla. «Io voto a favore del divorzio», ripete in ogni occasione. Al marito toccherà il peso di difendere la ragione del partito e di fare la campagna «contro» insieme alla Dc, rinviando i conti con la propria coscienza al segreto dell’urna. «Almirante», avrebbe ricostruito lei anni dopo, «era favorevole al divorzio. Ma siccome l’esecutivo del partito lo aveva messo in minoranza, ha dovuto accettarne le decisioni. Anche io ero favorevole. Perché, girando il mondo, ci eravamo accorti che molti, soprattutto i meridionali, si erano rifatti una famiglia».
Morto Almirante, non c’è ragione di partito che separa il pensare di Donna Assunta dal dire e quindi dal fare.
Pur non essendo mai stata fascista – «Perché vengo da una famiglia antifascista» – diventa una specie di Cassazione della storia su quello che va fatto oppure no per difendere l’eredità politica del marito. Custode unica dell’ortodossia almirantiana, Donna Assunta sarà contraria alla svolta di Fiuggi impressa da Gianfranco Fini, suo antico «pupillo», e decisamente scettica sul berlusconismo.
Alle Europee del ’99, quando Fini vara il progetto dell’Elefantino insieme a Mariotto Segni, arriva a minacciare un voto per la sinistra; poi però alla fine non ce la fa, si fa accompagnare al seggio, ritira la scheda e la annulla con una scritta a caratteri cubitali: «Viva Almirante!».
Da lì in poi, tolto Francesco Storace, avrebbe messo in riga chiunque: da Fini, ai colonnelli di Alleanza Nazionale, a Giorgia Meloni. Gli amici, a destra, si fanno sempre meno. Il telefono smette presto di squillare e, quando squilla, dall’altra parte ci sono più quelli «dell’altra parte», dai coniugi Bertinotti agli eredi di Bettino Craxi passando per la vedova dell’ex ministro socialista Italo Vignanesi, che per il compleanno dei cent’anni – nel luglio scorso – gli ha fatto recapitare cento rose rosse.
Nel 2018, dopo le ultime elezioni politiche, sceglie insieme alla figlia Giuliana che è ora di lasciare le scene. Mai più interventi, mai più interviste, mai più parole pubbliche di quelle che un tempo erano capaci di provocare dei piccoli terremoti all’interno della destra. «Un ritiro alla Greta Garbo», si dicono mamma e figlia. Così sarà, da lì in poi, solo silenzio. Un silenzio però colorato, come il rosso acceso del suo rossetto, ostentato nella terrazza della sua casa ai Parioli anche nel giorno del suo ultimo compleanno, senza politici attorno.
(da il Corriere della Sera)
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Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
L’ESITO DELLE ELEZIONI FRANCESI È UN OSTACOLO AL GRUPPO UNICO DEI SOVRANISTI AL PARLAMENTO EUROPEO, A CUI SI OPPONGONO GLI INFLUENTI POLACCHI DEL PIS, NON RESTA CHE SPERARE NEI POPOLARI
Ha indossato la maglietta di Putin e poi la mascherina di Trump, ha sostenuto fino all’ultimo Marine Le Pen e con lei si è congratulato per l’onorevole sconfitta: «Avanti insieme».
Le incursioni oltre frontiera di Matteo Salvini non sono state finora particolarmente fortunate. Ma il capo del Carroccio resta nel recinto di una destra sovranista e populista che i suoi alleati italiani hanno abbandonato.
Giorgia Meloni, capocantiere di un nuovo partito conservatore che mira ad affrancarsi dagli estremismi, ha detto per tempo che Le Pen non la rappresenta. Silvio Berlusconi non ha mai fatto mistero che tifava per Macron e infatti i suoi fedelissimi hanno subito manifestato entusiasmo per il bis del presidente francese.
L’esito della corsa all’Eliseo, se conferma le divisioni del centrodestra italiano, pone il leader della Lega in una condizione di isolamento. E davanti a un bivio.
Con Salvini ci sono Viktor Orban e appunto Le Pen: figure che, dopo la crisi della Destra europea provocata dalla guerra in Ucraina, nell’immaginario collettivo sono rimaste fra gli amici di Putin, in forza di consolidate e mai rinnegate simpatie per la causa russa.
Basti pensare che il premier ungherese, solo un mese fa, si è opposto al transito di armi della Nato verso Kiev. Facendo irritare gli altri partner del patto di Visegrad, punto di riferimento salviniano che ora barcolla anche per il rovescio, nelle elezioni slovene, del premier conservatore Janez Jansa.
In più, la Lega capeggia un gruppo, al Parlamento europeo, di cui continuano a far parte – oltre che il Rassemblement national di Le Pen – anche i tedeschi ultranazionalisti di Alternative fur Deutschland.
Un gruppo che, per inciso, nel corso della legislatura ha subito perdite rilevanti: sono andati via cinque eletti nella Lega e quattro del partito di Le Pen.
Salvini, anche di recente, ha tentato invano di rilanciare il progetto di un raggruppamento unico della Destra nel parlamento europeo: obiettivo ormai reso impossibile dalle divisioni provocate dalla crisi ucraina.
Gli influenti polacchi del Pis, che sono alleati con Fratelli d’Italia nel gruppo dei Conservatori e che stanno senza indugi dalla parte di Zelensky, non hanno alcuna intenzione di legarsi a Orban e Le Pen.
L’ennesima sconfitta, pur non clamorosa, della portabandiera del Rassemblement national è un ulteriore ostacolo a questo progetto. A Salvini, a questo punto, non rimane che ripiegare su un’opzione moderata, costituita da un’alleanza con il Ppe che il responsabile del dipartimento Esteri della Lega, Lorenzo Fontana, ora auspica apertamente.
Ribaltando il tavolo e parlando di «crisi gravissima del Ppe, che è in difficoltà anche in Germania e in Italia». Per il vicesegretario della Lega bisognerebbe dialogare con i popolari europei «magari isolando gli estremisti veri. Credo – dice Fontana al Corriere – che questa riflessione nel Ppe sia in corso. Anche perché stanno perdendo tutte le elezioni, ovunque». Una proposta che viaggia di pari passo, in Italia, con quella di una federazione (se non di un partito unico) con Forza Italia, il partito italiano che è guida del Ppe.
Ma Antonio Tajani, che del Ppe è vicepresidente, gela gli alleati leghisti: «Se vogliono avvicinarsi a noi, ne siamo lieti. Ma certo non si può sostenere Marine Le Pen, sposare linee antieuropeiste, e pensare di fare accordi con noi. La federazione con la Lega? Negli incontri che hanno avuto ad Arcore, Berlusconi e Salvini non ne hanno mai parlato».
(da a Repubblica)
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Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
“MARINE LE PEN È UN’AMICA DI PUTIN, HA PRESO SOLDI DALLA RUSSIA. PUTIN SE L’È COMPRATA”… “MACRON NON VIENE DA DESTRA, I SUOI RIFERIMENTI SONO DI SINISTRA”
Dal dodicesimo piano della sua casa di Montparnasse, e più ancora
dall’alto dei suoi 97 anni ad agosto, si può spaziare per tutta Parigi – le chiese, la storia – e avere la sensazione che il mondo possa ancora essere studiato, pensato, forse capito.
Professor Alain Touraine, la vittoria di Macron è stata netta? O di risulta?
«Vittoria netta. Quasi venti punti: di cosa stiamo parlando? Un europeista che vince due volte in Francia al tempo di Brexit, Trump e della rivolta contro la globalizzazione è una pagina di storia politica».
Però l’estrema destra è al massimo storico.
«Certo. In Francia esiste un forte sentimento antieuropeo. Come esiste la xenofobia. Marine Le Pen ha fatto una campagna sociale di sinistra, su lavoro e salari. Ma i francesi non sono idioti: sanno che il fondo del suo pensiero resta xenofobo. E anche antisemita. Di estrema destra, appunto».
I partiti tradizionali sono stati travolti.
«All’apparenza, è impressionante: la candidata socialista Anne Hidalgo, sindaca di Parigi, non arriva all’1,8%… In realtà, è del tutto normale».
Perché?
«Perché quando cambia il tipo di società, cambiano gli attori politici. Nel 1848 fecero irruzione nella storia gli operai: i moti di Parigi deposero l’ultimo re, Luigi Filippo. Cominciava la lotta di classe con i padroni, la storia del socialismo e della destra borghese. Ora quel mondo è finito».
Ma resta la frattura tra chi sta sopra e chi sotto, chi vive in città e chi in provincia, chi vota Macron e chi Le Pen.
«Vede, la Francia fu uno Stato prima di essere una società; e questo è un problema che non abbiamo ancora risolto. La Francia nasce dall’alleanza tra il re e la borghesia contro gli aristocratici: Il Re Sole e il gran borghese Colbert contro la Fronda. Ma ancora oggi l’alta amministrazione – il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti, le grandi scuole della capitale, insomma il mondo da cui viene Macron – è considerato dai francesi come la corte del re; quindi nemica del popolo».
Emmanuel Carrère ha detto al «Corriere» che, a differenza dei socialisti, la destra repubblicana esiste ancora; perché la destra repubblicana è Macron.
«La vera domanda dovrebbe essere: chi è Macron?».
Appunto: chi è? Lei ha scritto un libro su di lui. Ce lo dica.
«Macron non viene da destra. Il suo maestro è stato Paul Ricoeur, il più importante filosofo della propria generazione, cresciuto in contatto con i grandi che avevano pochi anni più di lui: Jean-Paul Sartre, Maurice Merleau-Ponty, Simone de Beauvoir. Anche gli uomini che hanno inventato Macron sono di sinistra».
In che senso inventato?
«Macron ha fatto studi umanisti, letterari. Poi gli è stato spiegato che per fare politica occorreva denaro; per questo è entrato nella banca Rotschild. Prima ha distrutto il partito socialista, con un colpo di Stato non tanto contro il presidente Hollande quanto contro la sinistra interna. Poi dall’Eliseo ha distrutto il partito neogollista. Macron è un grande tattico. Ma quale sia il suo progetto politico, oltre a distruggere, non è chiaro».
L’Europa, no?
«Certo: gli Stati Uniti d’Europa, o almeno un nocciolo duro che comprenda Germania, Italia, Spagna. E l’Olanda, grande potenza finanziaria. Il momento è propizio perché la Germania non è troppo forte: la Merkel è uscita di scena, il suo bilancio è in discussione; e quando la parola tocca alle armi, come in Ucraina, la Germania è ancora debole».
La guerra ha influito sulle elezioni?
«Avrebbe potuto: Marine Le Pen è un’amica di Putin, ha preso soldi dalla Russia. Putin se l’è comprata».
Come mai allora i francesi le hanno dato oltre 13 milioni di voti?
«Perché rivendicano di poter scegliere il proprio presidente. Pensi del resto a quanti politici europei si sono comprati gli americani L’elezione non è stata decisa dalla guerra, ma dalla pandemia».
Perché?
«Nel 2021 stavo scrivendo un capitolo di un libro molto critico verso Macron, e mi sono fermato: pensavo ci fosse davvero il pericolo di una vittoria dell’estrema destra. Poi però il presidente ha fatto la mossa giusta. Ha rifiutato un secondo lockdown. Non ha dato retta alla comunità medico-scientifica, che chiedeva nuove restrizioni. Ha liberato i francesi. È stato allora che ha vinto le elezioni. Il resto l’ha fatto Marine Le Pen, che si è mostrata non all’altezza, non abbastanza colta».
La cultura è così importante?
«Non siamo mai stati una grande potenza industriale. Il nostro impero faceva ridere rispetto a quello inglese. Il nostro esercito da tempo non è più così potente. Il potere culturale, la lingua, la letteratura è l’unico motivo per cui la Francia resta un Paese importante nel mondo».
Però gli studenti della Sorbona scrivevano «né con Macron né con Le Pen».
«La Sorbona è da sempre una pessima università. Era buona nel XIII secolo, forse nel XIV. L’ultimo studente che ha imparato qualcosa alla Sorbona è stato Dante. Eppure è proprio nelle università che Macron può lasciare un segno di sé nella storia di Francia».
Perché?
«Ogni secolo ha la sua istituzione necessaria. L’Ottocento ha avuto le grandi banche commerciali: in Italia sono nate a Milano, che per questo è tuttora la capitale economica. Il Novecento ha avuto la grande industria. Questo è il secolo delle “research university”. Macron dovrebbe dare alla Francia grandi università di ricerca. Per realizzare il progetto del mio compagno all’École Normale, Michel Foucault».
Andava all’università con Foucault?
«Entrò un anno dopo di me. Diceva che l’università deve essere il luogo in cui si trasforma un giovane in un soggetto umano; vale a dire un dio».
Il mondo della scuola non ama Macron.
«Lo detesta. In particolare gli studenti della materie umanistiche. E i professori delle materie scientifiche: pagati troppo poco rispetto ai compagni di corso assunti dalle imprese private. Tutti costoro hanno votato Mélenchon. Come dice il giovane Piketty».
Piketty ha 52 anni.
«Appunto: giovanissimo. Piketty fa notare che la forza motrice della sinistra un tempo erano i militanti, gli operai; oggi è la gente dell’università».
La Francia è sull’orlo di una nuova rivolta sociale?
«Il pericolo c’è, e Macron farebbe bene a negoziare la sua riforma delle pensioni, anziché imporla. Ma il motivo per cui da vent’ anni esplodono le rivolte e si combattono le guerre non sono le pensioni, né l’economia».
Qual è allora?
«La religione. E religione, in uno Stato laico come la Francia, vuol dire Islam. Ricordo che con mia sorella più grande, Jeanne».
Quanti anni ha sua sorella?
«Cento. Andammo a vedere i leader mondiali venuti a sostenere la Francia dopo il Bataclan. Abbiamo avuto stragi terribili, da Charlie Hebdo al 14 luglio a Nizza. Eppure il Paese ha tenuto».
Nel dibattito con Marine Le Pen, Macron ha parlato di rischio di guerra civile.
«La guerra con l’Islam dura dai tempi delle crociate. Perché non possono intendersi i fedeli di una religione come il cristianesimo – per cui l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, e Dio si è fatto uomo – e l’Islam, per cui Dio è tutto e l’uomo è nulla».
Grazie professore, io e i lettori del «Corriere» la ascolteremmo ancora; ma il pomeriggio è finito, la pagina pure.
«Grazie a voi per avermi ascoltato parlare sulla società francese. Che, come spero abbiate capito, non esiste».
(da il Corriere della Sera)
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Aprile 26th, 2022 Riccardo Fucile
COME PREMIER VORREBBE UNA DONNA, POSSIBILMENTE UN SINDACO. IL NOME CHE CIRCOLA È QUELLO DI CAROLINE CAYEUX, PRIMA CITTADINA DI BEAUVAIS
Il più è fatto: Emmanuel Macron si è assicurato altri 5 anni all’Eliseo. Ma quello che è emerso dalle urne è un Paese politicamente in macerie, dove i partiti tradizionali sono scomparsi: fagocitati dai tre grandi blocchi emersi da queste elezioni.
I centristi di Lrem, appunto, che hanno preso il voto delle città e della popolazione adulta e media. La destra sovranista di Marine Le Pen forte in provincia e fra i ceti bassi. E la sinistra populista di Jean-Luc Mélenchon capace di pescare fra i giovani e nelle periferie.
Con le elezioni politiche alle porte, il voto di giugno per rinnovare la maggioranza all’Assemblea Nazionale, si pone però il problema di come trovare una maggioranza per governare fino al 2027
Ebbene, il presidente appena rieletto potrebbe aver svelato il suo piano ai francesi già due settimane fa: quando nel corso del discorso pronunciato al Parc des Expositions subito dopo i risultati del primo turno, ha annunciato l’intenzione di creare «un grande movimento politico di unità e di azione che lavori per il bene del Paese».
Ma, nota il quotidiano Libération, quella frase in buona parte sfuggita al grande pubblico ha subito messo in subbuglio gli ambienti politici francesi. Con parte dei macronisti che già la interpreta come volontà di trasformare il movimento in un partito, magari con caratteristiche simili a quello democratico americano: capace di coagulare le aspirazioni della sinistra liberale, accogliendo sia pulsioni conservatrici che socialdemocratiche.
Peccato, svela il settimanale L’Express, che l’idea di partito convince poco proprio chi dovrebbe aderire: Bayrou e pure Édouard Philippe, l’ex premier oggi a capo di Horizons. Perplesso sarebbe pure il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, convinto che la nascita di un partito unico finirebbe per rafforzare la retorica dei populisti avvantaggiandoli alle prossime elezioni. Meglio una federazione: unita da un contratto di governo, garantito da un premier scelto a maggioranza.
Macron è al lavoro, e il lavoro non è poco: comporre un nuovo governo possibilmente entro il primo maggio, condurre la battaglia per le elezioni legislative del 12-19 giugno che dovranno dargli una (non facile né scontata) maggioranza parlamentare per governare, e soprattutto dare prova di quella inventiva di quella necessità di reinventarsi, trovare quel segno di discontinuità che ha promesso già prima del ballottaggio di domenica, quando era chiaro che a portarlo all’Eliseo sarebbero stati molti francesi ostili a lui e al suo programma, ma pronti a compiere il loro dovere repubblicano di sbarrare il passo all’estrema destra di Le Pen.
Il primo compito è ora trovare un nome per sostituire Jean Castex alla guida del governo. Occorre un esecutivo che dia subito un segno di andare nella giusta direzione (cambiamento e presa in considerazione anche delle aspirazioni più sociali ed ecologiste di parte dell’elettorato che lo ha votato), ma anche un (o una) premier locomotiva in grado di condurre la battaglia per le legislative.
Circolano tanti nomi (dalla ministra del Lavoro Elisabeth Borne al ministro dell’Agricoltura e suo fedelissimo Julien Denormandie) ma come ha insegnato finora, Macron ha una certa allergia ai nomi che circolano e difficilmente sono quelli che poi tirerà fuori dal cappello.
Più possibile che il presidente volga lo sguardo verso qualche sindaco o, meglio ancora, sindaca. I politici sul campo, preferibilmente non parigini (come Castex d’altra parte), abituati a risolvere i problemi e al contatto con i cittadini, sono quelli che potrebbero avere i migliori requisiti.
Il profilo di Caroline Cayeux, sindaca di Beauvais, potrebbe corrispondere. Lei non smentisce del tutto, si limita a un frequente: «Io lavoro per Beauvais». Il nuovo governo potrebbe debuttare già il primo maggio. Solo 4 o cinque ministri sono più o meno sicuri di restare (tra questi Darmanin, ora agli Interni, o Le Maire all’Economia). Tra le prime mosse del Macron bis, ci sarà una visita a soldati francesi feriti e «una visita a Berlino per incontrare il cancelliere tedesco», per dimostrare «l’importanza della relazione franco-tedesca», soprattutto in questo semestre di presidenza francese della Ue.
Una sorpresa potrebbe essere la scelta di un personaggio del mondo antico, come il centrista François Bayrou, leader del Modem e partner della prima ora dell’avventura macroniana.
In un’intervista al Figaro, lo stesso Bayrou ha dichiarato che «la preoccupazione profonda espressa dalla società francese esige una sensibilità, una visione, un entusiasmo, una capacità di allenamento politico».
(da agenzie)
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