Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
IL MALESSERE ALL’INTERNO DEL PARTITO È DIFFUSO: SI DÀ PER SCONTATO L’ADDIO DI ALTRI DUE DEPUTATI VICINI ALLA CARFAGNA, LUIGI CASCIELLO E PAOLO RUSSO E DI DUE AL SENATO, LAURA STABILE E FRANCO DAL MAS
Forza Italia continua a perdere pezzi. E nessuno esclude chenelle prossime ore altri parlamentari possano aggiungersi alla lista dei fuoriusciti
Ieri è stato il giorno di Rossella Sessa, salernitana, classe ’73, professione commercialista, deputata azzurra dal 25 gennaio di quest’ anno, fedelissima della ministra del Sud Mara Carfagna. «È una decisione meditata – afferma – che ritengo necessaria dopo la scelta di interrompere il sostegno al governo di salvezza nazionale guidato da Mario Draghi».
Nel giorno in cui sbatte la porta e lascia gli azzurri, la parlamentare campana partecipa ai lavori d’Aula e tra una pausa e un’altra si sfoga sottolineando che «qualcosa è mutato negli equilibri fra gli alleati di centrodestra, qualcosa che ha portato a una presa di posizione contro gli interessi del mondo moderato, delle imprese e del Mezzogiorno».
Non svela le carte, Sessa, ma certamente aspetta di capire la prossima mossa della titolare del dicastero del Sud, che definisce «il mio unico riferimento, con cui dialogo e ragiono quotidianamente». Di sicuro nell’immediato si accaserà nel gruppo misto: «Solo fra qualche giorno effettuerò la mia scelta di campo».
Quest’ ultima fuoriuscita fa infuriare Antonio Tajani. «Chi ha lasciato Forza Italia – avverte il coordinatore nazionale – deve dimettersi dal Parlamento. E per prima cosa dovrebbero dimettersi dagli incarichi governativi, perché non si è ministri in quota personale, lo si è perché si è stati eletti all’interno di un partito».
In Transatlantico i falchi di FI, fedeli alla linea del Cavaliere, minimizzano: «Ma quale esodo? Stiamo parlando di deputati anonimi. Se vanno via è meglio per noi, e meglio per Berlusconi, che tirerà un sospiro di sollievo».
D’altro canto, ragiona un azzurro, «è tutto molto semplice: tra il taglio dei parlamentari e le nuove percentuali di Forza Italia la dirigenza garantirà 44 fra deputati e senatori. Eravamo in 132. Tradotto, 88 parlamentari sono alla ricerca di un seggio. Ma chi li potrà garantire? Calenda? Bene che vada saranno blindati solo Gelmini, Carfagna, Brunetta e pochi altri».
Tutto questo non sembra, però, placare l’esodo. Il malessere all’interno del partito è diffuso da giorni, non essendo stato digerito il cambio di rotta sull’esecutivo Draghi. Si dà per scontato l’addio di due deputati legati a Mara Carfagna: si tratta di Luigi Casciello e Paolo Russo. Mentre a Palazzo Madama gli indiziati, pronti a indossare un’altra casacca, potrebbero essere Laura Stabile e Franco Dal Mas.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
VUOLE ESCLUDERE CHI STAVA CON CONTE ALL’EPOCA DELLA LITE SULLA LEADDERSHIP
Grillo contro il Movimento 5 Stelle. Dietro l’ultima lite sulla regola dei due mandati tra il
leader Giuseppe Conte e il garante M5s – che ieri ha portato Beppe a minacciare l’addio – c’è anche una casualità che forse è più di questo.
Ovvero il fatto che con la deroga si aiuterebbero molti di quelli che durante la prima lite con l’ex Avvocato del Popolo si sono schierati contro di lui.
Come Vito Crimi, protagonista del tira-e-molla sul voto su Rousseau. O come Giancarlo Cancelleri e Roberta Lombardi. Che si azzardò addirittura a chiedere di votare Gualtieri e non Raggi alle amministrative di Roma. O ancora come Paola Taverna. Che all’epoca della prima scissione (paventata) si schierò decisamente con Conte.
Grillo, spiega oggi il Corriere della Sera, si è sentito «tradito» dai suoi «figli politici». Per questo adesso brama vendetta.
La ribellione del 2021
Tra chi rischia c’è anche Roberto Fico, visto che anche il presidente della Camera all’epoca si schierò con Conte. «Così però ci uccide tutti», fanno sapere alcuni che ancora oggi stanno con Beppe ma rischiano di andare a casa. Ma secondo Beppe dietro la richiesta di deroga ai due mandati e basta ci sarebbe Luigi Di Maio.
Per questo è necessario a suo parere essere granitici. Lo stesso ministro degli Esteri ieri a Controcorrente su Rete 4 ha detto la sua: «Probabilmente Grillo cederà ancora una volta. Non lo so, però di certo non è un bello spettacolo per gli italiani vedere forze politiche che si azzuffano per qualche poltrona». Mentre imposta la campagna elettorale di un partito che punta a essere «il terzo polo, il campo giusto», Conte deve quindi risolvere vari rebus interni.
La riserva, ha detto ancora l’ex premier, sarà sciolta «a breve». È il dossier più delicato che lo attende domani al rientro a Roma, dopo qualche giorno in Puglia «per ricaricare le batterie».
Chi conosce bene Grillo sostiene che stia lavorando a una soluzione, pur ricordando che il garante è comunque legalmente proprietario del simbolo nonché dei domini internet del Movimento. Un elemento non secondario. Nel senso che davvero Grillo potrebbe mollare Conte senza simbolo in caso di rottura.
Legalmente può anche ingaggiare una battaglia con il M5s per toglierglielo. Come ha sottolineato Lorenzo Borré, l’avvocato dei ricorsi contro il M5s, poiché il limite dei due mandati «è una regola etica accettata al momento dell’iscrizione al partito», per il via libera alle deroghe «sarà ineludibile la preventiva modifica del codice etico, che è parte integrante dello Statuto».
I contributi al partito
Intanto dopo le dimissioni di Crippa – che potrebbe candidarsi con il Pd – il nuovo direttivo dovrà approvare il rinnovo del contratto a Rocco Casalino.
La doppia consulenza tra Camera e Senato per un totale di 140 mila euro l’anno era stata conclusa dal capogruppo durante la polemica sull’appoggio al governo Draghi. Ora è il momento di ripristinarla. Repubblica spiega che c’è anche un altro problema sul tavolo.
Quello che sta affrontando il tesoriere Claudio Cominardi. Ovvero i mancati versamenti al partito negli ultimi mesi. Oltre 70 se ne sono andati con Di Maio. Gli altri nicchiano. Specie adesso che rischiano di tornare a casa con mesi d’anticipo. Ma adesso servono risorse per la campagna elettorale. E potrebbero partire i solleciti.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
TRA RIVALUTAZIONE E TAGLIO DEL CUNEO
Il raddoppio della decontribuzione con un nuovo taglio del cuneo fiscale. Il bonus 200 euro soltanto ai precari. E l’anticipo dell’adeguamento della pensione all’inflazione che sarebbe dovuto scattare nel 2023.
Il nuovo decreto Aiuti di agosto del governo Draghi cambia completamente faccia dopo l’incontro con i sindacati. Perde la riduzione dell’Iva sul carrello della spesa. Ma conquista un taglio dello 0,8% per i redditi fino a 35mila euro, che si va ad aggiungere allo 0,8 di riduzione del cuneo già in vigore per tutto il 2022 per la stessa platea. Si punterebbe però almeno all’1% aggiuntivo di taglio. Oltre agli aiuti su bollette e benzina. E aumenta anche il potere d’acquisto dei pensionati. Il sistema attuale prevede fasce per la rivalutazione (100% fino a 4 volte il minimo, pari a 523 euro; 90% tra 4 e 5 volte il minimo e 75% sopra questa soglia). Qui probabilmente si interverrà.
Taglio del cuneo, rivalutazione delle pensioni, bonus ai precari
Le misure avranno una durata fino a dicembre. Poi dovrà essere il nuovo governo a trovare le coperture per mantenerle nella prossima legge di bilancio. E tra le norme potrebbe arrivare anche la proroga dello smart working semplificato per i soggetti fragili. In sintesi il nuovo decreto Aiuti di agosto prevede:
il taglio del cuneo fiscale: Draghi vuole rafforzare quello in vigore dello 0,8% sui redditi da lavoro dipendente fino a 35 mila euro lordi annui. Raddoppiarlo per sei mesi costerebbe 750 milioni;
la rivalutazione delle pensioni: anticipata di sei mesi invece che a gennaio 2023; la misura dovrebbe costare 1,5 miliardi di euro per l’intero semestre;
il bonus 200 euro ai precari e 100 euro per gli autonomi: ovvero lavoratori agricoli, stagionali, precari della scuola, lavoratori in somministrazione. La platea era esclusa dal primo bonus.
Nel decreto aiuti bis, atteso la prossima settimana, saranno anche replicate le misure taglia-bollette per l’ultimo trimestre. Per evitare che dal primo ottobre aumentino le tariffe senza calmieramento mentre ancora è in corso la transizione politica. L’intero pacchetto potrebbe essere rafforzato, sia sul fronte del bonus sociale per energia elettrica e gas, sia su quello degli aiuti alle imprese. Sarà prolungato ancora anche il taglio delle accise sulla benzina, probabilmente fino a fine ottobre anche se c’è chi preme per arrivare alla fine dell’anno.
Lo sconto in busta paga raddoppia?
Secondo i primi calcoli con l’incremento della decontribuzione lo sconto potrebbe raddoppiare. Anche se oggi La Stampa scrive che l’entità del taglio potrebbe essere di appena 0,2 punti, portando così la riduzione complessiva ad un punto pieno (con l’aliquota dei contributi che passerebbe dal 9,19% all’8,19% nel settore privato e dal 8,8% al 7,8% nel pubblico). Ma non si esclude nemmeno la possibilità di raddoppiare lo sconto. Arrivando a 1,6% e mettendo così poco più di 200-250 euro nelle tasche dei lavoratori con redditi fino a 35 mila euro. L’intervento di decontribuzione, come annunciato alle parti sociali, si applicherebbe al secondo semestre dell’anno. Secondo l’agenzia Ansa i tecnici del Mef stanno ancora facendo i calcoli per definire la misura.
Che comunque si aggiungerebbe alla decontribuzione già in vigore fino alla fine dell’anno per i lavoratori dipendenti con redditi fino a 35 mila euro, che è sempre dello 0,8%. Il taglio del cuneo introdotto con l’ultima manovra valeva per l’intero 2022, con un costo di circa un miliardo e mezzo. Tramonta invece il taglio dell’imposta sul valore aggiunto dei beni del carrello della spesa. Che nei giorni scorsi era stata chiesta a gran voce dalla Lega. Per il bonus 200 euro invece si va verso l’ok soltanto a precari e stagionali. I soldi verranno dirottati sul taglio del cuneo e sulla decontribuzione delle pensioni. Altre risorse verranno destinate al settore sanitario per la lotta contro Covid-19. E ai comuni, per fronteggiare la crisi idrica e la siccità
Quanto costa la rivalutazione delle pensioni
Per quanto riguarda la rivalutazione delle pensioni, il governo prevede di far entrare in vigore gli aumenti già a settembre. Coprendo così gli ultimi 4 assegni dell’anno in corso più la tredicesima. Ma La Stampa scrive che il calcolo di 1,5 miliardi di costo complessivo della misura è ottimista. Nei mesi passati le previsioni per il 2023, a fronte di un’inflazione destinata ad arrivare a fine anno al 6,8%, parlavano di un costo nell’ordine di 10-12 miliardi di euro. L’anticipo potrebbe invece essere calcolato a partire dall’inflazione acquisita. A giugno era +6,2%. Oppure utilizzando l’inflazione programmata per il 2022 (+5,8% l’ultimo Def). Anche così però non costerebbe meno di 4-5 miliardi di euro.
C’è però un piano alternativo. Che prevede di rivedere i criteri della perequazione. In base alle regole in vigore, l’indicizzazione non si applica infatti allo stesso modo a tutti i trattamenti pensionistici. Da circa 20 anni è in vigore un meccanismo che prevede l’indicizzazione piena per le pensioni più basse. E invece la rivalutazione parziale per quelle d’importo superiore. Attualmente le pensioni vengono rivalutate:
del 100% se di importo fino a 4 volte il trattamento minimo Inps (che per il 2022 pari a 524,34 euro)
del 77% tra 4 e 5 volte il minimo;
del 52% tra 5 e 6 volte il minimo;
e infine del 47% tra 6 e 8 volte il minimo, del 45% tra 8 e 9 volte il minimo e del 40% se di importo superiore a 9 volte il minimo.
Una rivalutazione sostanziale potrebbe partire dalla revisione di questi criteri. Oppure da un taglio netto del totale della contribuzione. Che farebbe risparmiare un paio di miliardi di euro.
(da Open)
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Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
UNO STUDENTE: “SONO FELICE DI VIVERE IN ITALIA, DOVE SE PARLO MALE DEL GOVERNO DRAGHI, NON VENGO ARRESTATO O AMMAZZATO COME IN RUSSIA”
L’incontro è iniziato come una pacata lezione universitaria e si è concluso con i toni
accesi di una vecchia puntata di Uno contro tutti al Maurizio Costanzo Show: da una parte Alessandro Orsini, che ha affermato di essere l’unico in Italia a «disinquinare l’informazione propagandistica italiana sulla guerra tra Russia e Ucraina», dall’altra i giovani della sezione Impact (18-30 anni) del Giffoni Film Festival che lo hanno incalzato con le domande.
La polemica esplosa all’annuncio della sua partecipazione è stata messa a tacere subito dal direttore Claudio Gubitosi in nome della libertà di espressione e di un invito ai giovani a «non farsi sostituire dagli adulti nel fare domande e comprendere da soli la realtà».
E i ragazzi non si sono tirati indietro: Benedetta gli ha chiesto, in modo retorico, se per andare incontro alle richieste di Putin si può sacrificare il diritto all’autodeterminazione degli ucraini, mentre Giusi lo ha inchiodato alla stonatura secondo cui i bambini sarebbero più felici di vivere in un regime dittatoriale piuttosto che stare sotto le bombe in una democrazia.
Gli applausi a chi affrontava frontalmente Orsini hanno alzato la temperatura dello scontro, mettendolo sulla difensiva.
Incalzato sulla questione dei titoli necessari a parlare di geopolitica Orsini ha detto: «Quando ero direttore dell’Osservatorio internazionale della Luiss (da cui è stato allontanato ad aprile), se il ministro dell’Arabia Saudita faceva uno starnuto lo sapevo mezz’ ora prima», e ancora «voi non potete vedere il mio curriculum per questioni di sicurezza».
Non il massimo per ingraziarsi la platea.
Il risultato? «Un muro contro muro poco utile al confronto», ha detto Rosaria, «un monologo senza un vero spazio per i ragazzi», secondo Elisa, e «un evento in cui il professore ha sempre aggirato le domande dirette», parola di Elvira.
Un incontro in cui il giovane Riccardo è sbottato contro la retorica del provocatore: «Sono felice di vivere in Italia, dove se parlo male del governo Draghi, non vengo arrestato o ammazzato come in Russia». L’applauso più fragoroso è stato per lui.
(da La Stampa)
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Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
IL MEME VIRALE DELLA CANTAUTRICE SU GIORGIA MELONI
Ricordate quel tormentone, tradotto anche in spagnolo, basato su uno dei tanti comizi in piazza fatti da Giorgia Meloni.
Oggi, parafrasandolo, anche la cantante Giorgia Todrani ha voluto “citarlo” in una sua Instagram stories.
Un meme al grido di “Anche io sono Giorgia ma” che ha scatenato l’ironia sui social. Ma anche critiche, come spesso accade in questi casi.
Ieri sera, la cantautrice romana ha pubblicato tra le sue Instagram Stories quell’immagine-meme: il suo volto e quella frase: “Anche io sono Giorgia ma non rompo i coglioni a nessuno”.
Ovviamente, questa pubblicazione (non è stata creata da lei, ma si è limitata a condividere uno dei contenuti già presente in rete fin dai tempi in cui quelle esclamazioni di Giorgia Meloni furono trasformate in motivetti musicali diventati virali per molto tempo) ha provocato un subbuglio in rete. In tantissimi hanno colto e apprezzato l’ironia della cantante capitolina. Altri, invece, si sono sperticati in critiche nei confronti della cantautrice, rea di essere caduta nella “volgarità”.
(da NextQuotidiano)
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Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
L’AMICIZIA SBANDIERATA CON PUTIN SOLLEVA PERPLESSITÀ E LA VIA DELLA SETA SI È INCEPPATA, POI CI SONO I DATI DELUDENTI SULL’ECONOMIA E LA SCARSA REPUTAZIONE GLOBALE
La Cina di Xi Jinping ha alcuni seri problemi. Se non verranno risolti – ed è improbabile
che lo siano – questa seconda metà del 2022 può rivelarsi carica di tensioni.
A causa delle turbolenze mondiali e soprattutto dei lockdown dovuti alla politica di Zero-Covid, nel secondo trimestre dell’anno il Pil è aumentato di solo lo 0,4% rispetto a un anno prima.
È la crescita minore da quando è iniziata la raccolta dei dati, nel 1992 , se si escludono i primi tre mesi del 2002 , all’inizio della pandemia. I dirigenti di Pechino prevedono una ripresa robusta nei prossimi mesi ma ormai nessuno scommette sul raggiungimento dell’obiettivo di crescita del 5,5% che era stato fissato l’anno scorso: le previsioni più ottimistiche parlano di un 4,8% .
Un’economia cinese debole contribuisce alla debolezza dell’economia globale, naturalmente.
È anche un guaio per il segretario-presidente Xi, il quale in ottobre affronta il congresso del Partito che lo dovrebbe nominare per un terzo mandato di cinque anni (fatto senza precedenti, e vietato, nei tre decenni scorsi): la sua decisione di combattere drasticamente ogni focolaio di Covid, per quanto minuscolo, non è ufficialmente in discussione ma getta ombre sulla sua saggezza di giudizio.
La stessa scelta di giurare amicizia indiscutibile con Putin ha sollevato perplessità. Ci sono poi proteste popolari per casi di corruzione legati a mutui per i cittadini, anche se questo difficilmente diventerà un problema politico serio.
Ma c’è in molte città l’insoddisfazione per i lockdown stessi, a cominciare da Shangai. E la Nuova Via della Seta, progetto che è il fiore all’occhiello di Xi, avanza a fatica, spesso anzi arretra: finora, nel 2022 ha investito all’estero meno di 30 miliardi di dollari, ben poco rispetto ai 127 del 2015 , ai 106 del 2016 , ai 115 del 2017 ; i Paesi che potrebbero ricevere i denari di Pechino sono sempre meno entusiasti di diventare debitori del gigante cinese. Inoltre, c’è il crollo dell’immagine globale della Cina.
Mentre fino a pochi anni fa la reputazione globale di Pechino era buona, un sondaggio del Pew Research Center che ha misurato le opinioni pubbliche in 19 Paesi ha stabilito che il 68% degli intervistati ha un’opinione «non favorevole» della Cina. Xi Jinping sarà probabilmente osannato al congresso d’autunno ma non si può dire che ci arrivi con il vento in poppa
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
KIEV HA LANCIATO 18 RAZZI HIMARS FORNITI DAGLI STATI UNITI CHE I SISTEMI DI DIFESA ANTI-MISSILE RUSSI NON SONO RIUSCITI A INTERCETTARE
Otto minuti prima della mezzanotte italiana, le 22.52 in Ucraina, il ponte Antonivskyi a Kherson si è illuminato con quelli che, nelle trincee ucraine, sono apparsi come fuochi d’artificio: «Oggi si festeggia!». All’alba è stato chiaro che quello che fino a ieri era una delle principali vie di rifornimento dei russi nei territori occupati del Sud era ormai inutilizzabile.
L’attraversamento sul fiume Dnipro è stato colpito con una raffica di razzi Himars forniti dagli Stati Uniti – secondo i video e le testimonianze erano almeno 18 – che i sistemi di difesa anti-missile russi non sono riusciti a intercettare.
L’effetto del raid è una vittoria strategica che, anche se non cambierà drasticamente le sorti della guerra come vorrebbe Kiev, avrà comunque un grande impatto sulla controffensiva ucraina a Sud e ce l’ha già avuto sul morale dei soldati: «Non si può sfuggire alla realtà, gli occupanti dovrebbero imparare a nuotare per attraversare il fiume Dnipro. O dovrebbero lasciare Kherson finché è ancora possibile. Potrebbe non esserci un terzo avvertimento», ha scritto su Twitter il capo dell’ufficio del presidente ucraino, Mykhailo Podolyak.
Dall’altra parte del ponte, il vice-capo dell’amministrazione nominata dai russi per la regione di Kherson, Kirill Stremousov, ha confermato che l’esercito ucraino ha colpito «con i lanciarazzi multipli Himars» forniti dagli Stati Uniti. Il vice-presidente del consiglio regionale Yuriy Sobolevskyi si è spinto oltre, ha confermato che il ponte Antonivskyi è stato «notevolmente danneggiato», che il traffico è bloccato e che «gli Himers americani non vengono utilizzati dai nazionalisti ucraini ma dagli specialisti statunitensi», ovvero che sono gli americani a sparare direttamente sui russi.
Mettere fuori gioco l’Antonivskyi, già colpito dagli ucraini una settimana fa, è un punto importante per la controffensiva che Kiev porta avanti per recuperare, entro settembre, Kherson e tutti i territori occupati del Sud.
Il ponte era uno dei due valichi sul fiume Dnipro che la Russia utilizzava per il transito del personale militare e delle attrezzature dalla Crimea e che ora dovranno attraversare il fiume con traghetti e ponti di barche, molto più vulnerabili al fuoco ucraino.
È un punto importante a favore di Kiev, per preparare un’operazione su vasta scala, ma non basta. per tagliare completamente i rifornimenti all’esercito russo a Kherson è necessario distruggere non solo il ponte Antonivsky, ma anche la diga della centrale idroelettrica Kakhovskaya.
Tuttavia, le forze armate ucraine avranno bisogno anche dei ponti sul Dnipro per l’ulteriore disoccupazione dei territori, quindi resta da vedere se tutti i valichi saranno distrutti.
Mentre a Sud Kiev combatte e esulta, nel Donbass contiene l’avanzata russa, ora lentissima, tanto da far pensare che Mosca abbia perso l’iniziativa nella battaglia per la conquista completa della regione e che nemmeno l’obiettivo minimo della campagna, il controllo completo del Donetsk, possa essere raggiunto a breve.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
“DOCUMENTI SINTESI DEL LAVORO DI INTELLIGENCE: NOTI A PIU’ LIVELLI”
Le informazioni rivelate dalla Stampa e attribuite all’intelligence italiana sarebbero state
comunicate anche «ai competenti livelli istituzionali».
La direzione de La Stampa tiene il punto sulle rivelazioni relative a presunti contatti tra la Lega e la diplomazia russa e delle presunte pressioni di Mosca sui ministri leghisti perché facessero cadere il governo.
Il quotidiano torinese «conferma che i documenti visionati dal nostro giornale sono una sintesi informale del lavoro d’intelligence sulla vicenda».
La replica dal quotidiano diretto da Massimo Giannini arriva dopo il chiarimento del sottosegretario Franco Gabrielli, che ha la delega ai Servizi, secondo cui le informazioni pubblicate oggi non arriverebbero dalle fila dell’intelligence italiana.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2022 Riccardo Fucile
AGLI ATTI UN INTERESSE DI MOSCA ALLA ‘DESTABILIZZAZIONE’ DELL’ITALIA”… KOSTYUKOV È L’UOMO CHE HA COMPRATO I BIGLIETTI AEREI A SALVINI PER IL TENTATO VIAGGIO A MOSCA. NEL FRATTEMPO SI INTERESSAVA ALLE SORTI DEL GOVERNO, PUNTANDO A FARLO CADERE… MENO DI DUE MESI DOPO, LA LEGA, INSIEME A FORZA ITALIA E M5S, NON VOTA LA FIDUCIA A DRAGHI. COINCIDENZA?
In una campagna elettorale già tesa emergono elementi nuovi sul rapporto tra Matteo Salvini e la Russia, che illuminano di una luce inquietante anche la caduta di Mario Draghi, e gli eventi accaduti negli ultimi due mesi di vita del governo.
Secondo documenti d’intelligence che La Stampa ha potuto visionare, alla fine di maggio Oleg Kostyukov, importante funzionario dell’ambasciata russa, domanda a un emissario del leader leghista se i loro ministri sono «intenzionati a rassegnare le dimissioni dal governo Draghi». Lasciando quindi agli atti un interesse fattuale di Mosca alla «destabilizzazione» dell’Italia.
In quei giorni Salvini e il M5S stanno scatenando l’offensiva contro l’allora premier, rispettivamente, con la campagna d’opinione e la risoluzione parlamentare che punta a chiedere il no all’invio delle armi in Ucraina, e i russi ritengono giunto il momento di poter esplicitare il passo più grave: Kostuykov domanda al consigliere per i rapporti internazionali del leader della Lega Salvini, Antonio Capuano – un ex deputato napoletano di Forza Italia, oggi non più parlamentare, che in passato sostenne di aver aiutato l’allora ministro Frattini in alcuni dossier internazionali – se i leghisti si vogliono ritirare dal governo, in sostanza facendolo cadere.
«Il diplomatico, facendo trasparire il possibile interesse russo a destabilizzare gli equilibri del Governo italiano con questa operazione, avrebbe chiesto se i ministri della Lega fossero intenzionati a rassegnare le dimissioni dal Governo».
Kostuykov, «vicario dell’ufficio politico dell’ambasciata russa a Roma», è l’uomo che, come forse ricorderete, compra materialmente in quei giorni i biglietti aerei per la tentata, e poi abortita, “missione di pace” di Salvini a Mosca. Biglietti che il capo leghista ha spiegato poi di aver rimborsato.
Ma ovviamente il problema non è solo quello: mentre aiutavano ad acquistare i biglietti, i russi si interessavano alle sorti del governo italiano.
Tutto questo avviene in una serie di conversazioni tra il 27 e il 28 maggio 2022. Il 26, il giorno prima, Draghi ha parlato al telefono con Putin per provare a sbloccare la crisi del grano, uscirà dalla telefonata con un amaro «non ho visto spiragli di pace». Con una mano Putin parla con Draghi. Con l’altra mano, i funzionari russi si adoperano con la Lega, contro Draghi.
In tutta la primavera del 2022 l’attivismo russo in Italia è stato attentamente monitorato. A inizio di maggio del 2022 Capuano sarebbe contattato «da una esponente (non si fa il nome di questa donna, ndr) del partito di Vladimir Putin, Russia Unita, che, informata della missione programmata per il leader del Carroccio, si sarebbe offerta di supportare il Consulente di Salvini nell’organizzazione della trasferta, suggerendogli in prima battuta di prelevare il denaro necessario per effettuare tutti i pagamenti previsti nel corso della trasferta, da convertire in rubli in loco, essendo inutilizzabili carte di credito e bonifici bancari. In tale contesto, il Consulente avrebbe riferito di incontri già fissati con il Ministro Sergej Lavrov – con il quale sarebbe stato programmato un pranzo per il 6 maggio 2022 – e con il Presidente della Camera Alta dell’Assemblea Federale russa, Valentina Matvienko».
Matvienko, piccola parentesi, è una oligarca non da poco: possiede una straordinaria proprietà in Italia, sulla costa di Pesaro, 26 ettari di territorio, 650 metri di costa disponibile e totalmente privatizzata, casa di 774 metri quadrati. È una delle funzionarie più potenti del regime del Cremlino, quella che il 23 febbraio 2022 ha firmato la richiesta di truppe russe all’estero, ossia l’entrata in guerra della Russia con l’invasione dell’Ucraina.
Una donna che è naturalmente sotto sanzioni dell’Ue – addirittura fin dalla prima ondata, il 21 marzo 2014, assieme a uomini come Vladislav Surkov, allora consigliere di Putin, il “mago del Cremlino”, e Sergey Narishkin, oggi capo del Svr, i servizi esteri russi. Non è chiaro perché questa magione non sia stata sequestrata, nel momento in cui scriviamo.
Matvienko viene da una lunga storia sovietica, prima nel Komsomol, il Comitato della Gioventù Sovietica, poi nel Partito e nel Servizio diplomatico. Sostiene Kamil Galeev, fellow del Wilson Center e esperto di storia sovietica, che, parlando in linea generale, le giovani donne del Komsomol svolgevano per lo più compiti di accompagnatrici in quella Unione sovietica brutalmente sessista: «Le ragazze stereotipate del Komsomol che aspiravano alla carriera partecipavano spesso a saune con i capi, in Urss era chiamato “l’escort service”».
Lavrov, Matvienko, forse anche Putin: questa è la triade che i russi promettono di far incontrare al capo della Lega a Mosca. Il 19 maggio 2022 Salvini aveva già incontrato «riservatamente l’Ambasciatore russo, con il quale avrebbe discusso anche dell’eventuale viaggio di Papa Francesco in Russia, ravvisando uno spiraglio circa la possibilità che esso si concretizzi alla luce della disponibilità del diplomatico, che avrebbe unicamente posto una non meglio identificata condizione, ritenuta tuttavia superabile».
Il 27 maggio, in Vaticano, il cardinale di Stato Pietro Parolin vede Salvini e, appunto, il consulente Capuano, che evidentemente non è un mitomane. E qui entra in gioco la disponibilità di un terzo Paese, non del tutto amichevole con Mario Draghi: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan – che Draghi definì senza tanti giri di parole «un dittatore». Apprendiamo che «la logistica del viaggio dovrebbe prevedere uno scalo intermedio in Turchia, prima di arrivare a Mosca».
In questo contesto si inserisce la vicenda specifica – già diventata pubblica, e confermata anche dall’ambasciata russa – dei voli che il capo leghista non riesce ad acquistare. Gli viene in aiuto Oleg Kostyukov.Finora però non si era mai saputo il tenore dei colloqui tra il russo e il consulente del leader leghista.
Kostyukov, dettaglio notevole, sarebbe il figlio di Igor Kostyukov, il capo del Gru, i servizi militari di Mosca, pezzo grossissimo dell’apparato putiniano. Abbiamo chiesto all’ambasciata russa a Roma una conferma o smentita sui legami tra i due, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
La sera del 27 maggio l’ambasciata russa manda per sms a Capuano i biglietti aerei di Salvini. Il quale riceve conferma che oltre al pranzo con Lavrov, ci sarà un incontro «fissato per martedì 31 maggio 2022», con Dmitry Medvedev, l’uomo che in questi mesi si è dimostrato il più falco dei falchi del Cremlino, e che 50 giorni dopo, alla caduta di Draghi, esulterà postando su Telegram una foto del premier italiano e di Boris Johnson, e la didascalia «chi sarà il prossimo?».
«Salvini – veniamo a sapere – avrebbe precisato che il suo obiettivo sarebbe di riuscire ad ottenere qualcosa a livello mediatico, fosse anche soltanto “una pacca sulla spalla”». Già era campagna elettorale?
Nella scena di questa spericolata operazione – che i russi dunque legano non solo a questioni internazionali, ma anche ad affari interni italiani che non dovrebbero riguardarli – gli americani si accorgono dei movimenti e cercano di marcarli, e depotenziarli.
«Capuano sarebbe stato contattato da un soggetto dell’ambasciata americana a Roma, che si sarebbe detto molto interessato al viaggio del senatore Salvini a Mosca, pur non avendone ancora compreso la reale finalità.
Capuano avrebbe risposto di non poter fornire dettagli (agli americani)», e avrebbe rilanciato la palla chiedendo di vedere eventualmente dopo il viaggio in Russia l’allora incaricato d’affari dell’ambasciata Usa, sollecitandolo a organizzare un incontro del leader leghista «con esponenti di altissimo livello a Washington».
Gli americani, sappiamo da fonti qualificate, ovviamente non daranno mai seguito a questa cosa. Ma continueranno a tenere discretamente d’occhio questa vicenda.
Dopo l’ultimo contatto coi russi, che annuncia la decisione di Salvini di rinunciare all’impresa, Kostyukov compie l’opera.
Di fronte a un Capuano in agitazione per la possibile irritazione del Cremlino, lo rassicura «di non preoccuparsi per gli impatti su Mosca»: «Parallele evidenze attesterebbero che il diplomatico russo, dopo il colloquio con Capuano, avrebbe lasciato la propria residenza per recarsi all’Ambasciata russa a Roma dove si sarebbe trattenuto per circa un’ora, verosimilmente allo scopo di tenere comunicazioni riservate con Mosca».
Il viaggio leghista a Mosca è fallito, ma c’è ampio e soddisfacente materiale per l’operazione-caduta di Draghi. Tutto questo avviene due mesi prima dell’impallinamento di Draghi, quando tutti gli attori si muovono ancora nel regno delle possibilità, e commettono dunque qualche spericolatezza. Non sappiamo cosa succede nell’ultimo mese e mezzo, se gli interessi russi per le scelte dei ministri italiani si siano riappalesati.
Certo fanno impressione, a rileggerle in questa luce, le parole pronunciate dal premier italiano in quello che resta il suo ultimo discorso in Senato: «In politica estera, abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del governo verso l’Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno del presidente Putin».
Jacopo Iacoboni
(da La Stampa)
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