Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
ECCO LA BOZZA: COSI’ I PARTITI CORRONO DA SOLI, MODELLO PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA
La bozza della nuova legge elettorale è pronta. Roberto Calderoli, su input di
Matteo Salvini ed Enrico Letta, ha lavorato gomito a gomito con Dario Parrini, il presidente dem della commissione Affari costituzionali del Senato, per portare a casa il risultato. Che poi sia quello buono è tutto da verificare.
Ma “il dialogo c’è” con la Lega sulla riforma elettorale: ammette il segretario del Pd, convinto però che i tentativi da qui a fine estate potrebbero essere più d’uno. «C’è più di un’interlocuzione in corso», precisano dal Nazareno. L’importante è intanto avere aperto una breccia.
Proporzionale con premio di maggioranza
Archiviare le attuali regole di voto, il cosiddetto Rosatellum, è l’uscita di sicurezza per tutti i partiti, ormai insofferenti alla camicia di forza di coalizioni che sono campi di battaglia più che di alleanza.
Già prima delle amministrative qualcosa si è mosso, quando la travagliata partita del Quirinale aveva mostrato le difficoltà delle coalizioni. Dopo i ballottaggi di domenica 26 giugno, il lavoro di Calderoli e Parrini è diventato un testo che prevede la possibilità per ciascun partito di correre con le proprie insegne, un proporzionale quindi, che restituisca però con un premio la stabilità per governare.
Un premio piccolo, per evitare l’incostituzionalità già in passato segnalata dalla Consulta di disproporzionalità nell’assegnazione dei seggi.
La coalizione, se c’è, è resa evidente agli elettori con la sottoscrizione di un programma comune da parte delle diverse forze politiche. Ma come si scelgono gli eletti è la questione aperta: preferenze, listini corti, quale altra soluzione?
L’accelerazione dopo le fibrillazioni M5S
Nelle file dei progressisti, la scissione dei 5Stelle e il continuo bradisismo a cui Giuseppe Conte sta sottoponendo il governo Draghi, hanno provocato una accelerazione verso una riforma elettorale.
Letta per la verità, già da mesi faceva pressing per una legge proporzionale, fosse il “Brescellum” (la proposta ferma in commissione Affari costituzionali della Camera e cara ai 5Stelle) o qualsiasi altra soluzione. Aprire un cantiere di riforma elettorale è diventata una necessità, che però ha dovuto fare i conti con il muro alzato dal centrodestra, convinto di vincere facile insieme. Così dicono anche le simulazioni in mano ai leghisti.
Però il deterioramento dei rapporti tra Salvini e Giorgia Meloni rischia di impedire persino di percorrere l’ultimo miglio dei preparativi per le Politiche, ovvero la spartizione dei collegi uninominali. Il Rosatellum infatti, la legge attuale, è un mix di maggioritario (per 1/3 con collegi uninominali in cui è eletto il candidato di coalizione che ha avuto più voti) e proporzionale (per 2/3 ripartiti proporzionalmente tra le coalizioni e le singole liste che abbiano superato le soglie di sbarramento).
Gli accordi a destra si trasformerebbero in disaccordi profondi e paralizzanti. A sinistra si procede con semplici esempi: quanti elettori dem sarebbero disposti a votare, nel collegio x, il grillino Danilo Toninelli, ad esempio? E viceversa quanti grillini si convincerebbero a dare il loro consenso a Lorenzo Guerini, simbolo e bandiera per il Pd di Letta, ma non per i 5Stelle di Conte.
I partiti corrono da soli
Al di là delle contingenze ultime, fanno sapere dal Nazareno, che ripristinare una corsa elettorale in cui ciascun partito renda visibile la propria identità, funziona. Anche in vista di un fronte largo, di cui il Pd sia il pivot.
Calderoli, nella scrittura del testo, ha raccomandato “proporzionalità e ragionevolezza” del premio di maggioranza, perché ancora gli bruciano le bocciature della Consulta sul “suo” Porcellum.
Potrebbe essere dato all’insieme di partiti che già abbiano raggiunto il 45% di consensi. Infine, i tempi.
Ci sono, se c’è la volontà politica: è il leit motiv di chi sponsorizza questa nuovo modello elettorale.
Chi vuole la riforma elettorale e chi no
Fratelli d’Italia potrebbe essere d’accordo, nonostante l’avversione per il proporzionale, convinta dal premio di maggioranza e dalla possibilità di correre da soli ma poi di ritrovarsi insieme nel centrodestra.
I 5Stelle hanno sempre voluto una legge proporzionale. Come Articolo Uno e Sinistra italiana.
Anche un futuro polo centrista ne trarrebbe vantaggio. In verità tra i dem ci sono alcune perplessità. Il responsabile riforme Andrea Giorgis frena. Però i lavori sono ormai in corso.
(da La Repubblica)
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Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
“LA RUSSIA DI OGGI E IL MEDIOEVO”
“Il concetto di assurdo non basta a descrivere la Russia di oggi: semmai serve quello di grottesco. Ma un grottesco al quadrato”. Lo scrittore “assurdista” Vladimir Sorokin ha la voce gentile e usa il linguaggio postmoderno, l’umorismo surreale e le immagini terrificanti che pervadono la sua produzione letteraria. È uno dei più grandi autori russi contemporanei, probabilmente il più popolare. “La Russia di Putin è il Medioevo e la sua guerra contro l’Ucraina è la guerra degli zombie contro il futuro”, afferma. “Se vincesse Mosca, il Medioevo potrebbe conquistare l’Europa”.
Nel suo romanzo più famoso, “La giornata di un oprichnik”, Sorokin immaginava la Russia del 2027 con a capo uno zar, strettamente alleata alla Cina e con un muro a dividerla dall’Occidente. Un Paese moderno e al contempo medievale, in mano ai pretoriani del sovrano, gli oprichniki — le famigerate guardie di Ivan il Terribile. Una distopia che, almeno in parte, sta diventando realtà. Speriamo che l’autore non sia stato preveggente anche nel suo ultimo libro, “Doktor Garin”, di prossima pubblicazione in Italia. Vi si racconta di un futuro in cui il mondo è in stato di guerra permanente, con attacchi nucleari a cadenza regolare. Mentre in un ospedale psichiatrico di lusso negli Altai vivono i pazienti Boris, Angela, Emmanuel, Silvio e…Vladimir. Che sa dire soltanto “non sono io”.
Sorokin ha 66 anni, non è mai stato un attivista politico ma nemmeno è mai andato d’accordo col Cremlino. Nel 2002 un gruppo giovanile pro-Putin gettò copie dei suoi libri in un enorme Wc di cartapesta davanti al teatro Bolshoi a Mosca. Poi lo scrittore fu formalmente accusato di pornografia per una scena erotica tra i cloni di Stalin e Khrushchev nel suo romanzo “Goluboe Salo” (Lardo blu). L’invasione dell’Ucraina è stata l’ultima goccia.
Fanpage.it ha raggiunto lo scrittore al telefono nell’appartamento che da tempo possiede a Berlino, dove è arrivato dalla Russia due giorni prima dell’inizio della guerra. “Ma non mi aspettavo l’attacco, non facevo Putin così folle”, spiega. Al momento non ha intenzione di tornare in patria.
Quanto c’è della Russia di Putin in “La giornata di un oprichnik”?
La realtà è sempre più dura della finzione letteraria. E la realtà russa, poi, esagera. Ma la natura del potere descritto nel libro è la stessa: è un potere medievale. La Russia di Putin è il nuovo Medioevo. E adesso questo Medioevo ha varcato il confine e ha iniziato un’espansione aggressiva verso l’Europa. In molti si sono stupiti della violenza delle forze militari di Mosca. Io no. Soldati, ufficiali e generali si identificano completamente con i guerrieri medievali
La sua scrittura spesso trasuda violenza. Perché?
Sono nato e cresciuto in un Paese fondato sulla violenza. La violenza è la metafisica della vita russa. Fin da piccolo mi sono chiesto perché i russi non possano farne a meno.
E si è dato una risposta?
Il nostro Stato nasce nel XVI secolo con Ivan il Terribile. Un sovrano crudele e paranoico che ha stabilito un principio tuttora vigente: il potere agisce come un invasore, un violento occupante dell’enorme territorio della Russia.
Nel libro, segreti inconfessabili uniscono gli oprichniki allo zar e tra di loro. Crede che esista qualcosa del genere, nell’entourage del presidente?
Hanno un solo segreto, Putin e i suoi: si son giurati di mantenere il loro potere. Ad ogni costo. Sono pronti a tutto, per farlo.
In un altro suo romanzo, “Telluria”, immagina l’Europa divisa in piccoli stati medievali. Crede che sia un rischio reale?
Questa guerra si sta trasformando in un conflitto contro l’intera civiltà occidentale. È una guerra tra passato e futuro. Putin, con il suo nuovo Medioevo, sta combattendo dalla parte del passato. L’ Ucraina e l’Europa combattono per il futuro. La Russia non può e non deve vincere.
In Italia e altrove in Europa, però, in molti danno ragione a Putin. L’anti-americanismo è diffuso. Si fanno appelli a uno stop degli aiuti militari all’Ucraina. I politici sovranisti ci vanno a nozze. Lo scenario di “Telluria” non sembra poi così fantasioso.
Se gli europei non aiuteranno l’Ucraina a vincere, allora le idee del nuovo Medioevo russo verranno iniettate nel corpo dell’Europa unita e come un acido inizieranno a distruggerlo. Anzi, più che di un acido si tratterebbe di veleno da cadavere. Perché la guerra di Putin è la guerra degli zombie. E per l’appunto il simbolo dell’”operazione speciale” di Putin è la lettera Z: sono gli zombie riemersi dal passato, a combattere contro gli ucraini.
Che Russia si immagina, dopo questa guerra?
La Russia è un Paese imprevedibile e il conflitto aggiunge ulteriore incertezza. Ma ho la sensazione che il regime di Putin sia entrato nella fase finale. Penso che il suo sviluppo abbia raggiunto il limite. E che questa guerra sarà la sua fine.
E potrebbe essere una fine apocalittica? Nel mondo del suo ultimo libro, “Doktor Garin”, la guerra nucleare è diventata la normalità. Putin, messo alle strette, potrebbe usare l’atomica?
In teoria sì, perché in tutti questi 20 anni ha coltivato e fatto crescere il ricatto nucleare. In pratica, non ne sono sicuro. Perché Putin ha l’etica del teppista da strada, che dice a tutti di avere un coltello in tasca e minaccia di usarlo ma difficilmente lo farà. Altrimenti lo avrebbe fatto subito e senza dire una sola parola.
Qual’è l’ideologia di Putin? A volte sembra uno zar “liquido”, che risponde alle paure createsi in Russia nei caotici anni immediatamente successivi alla dissoluzione dell’Urss, più che seguire una sua dottrina o una vera strategia politica.
Indubbiamente al Cremlino sono neo-imperialisti e vogliono la rinascita dell’impero russo. Però la politica di Putin è eclettica. Lui non segue un’ideologia. Ha molti modelli: gli zar ma anche Stalin, Brezhnev, Andropov. Da ognuno coglie una sfumatura diversa. La base su cui fa affidamento, tuttavia, resta la piramide del potere russo così come fu creata nel Medioevo: una struttura al cui vertice è il sovrano protetto dalle sue guardie armate. E in basso non ci sono cittadini ma sudditi.
E secondo lei questa “piramide” del potere è sempre rimasta la stessa? Non è una forzatura, la sua? Siamo nel Ventunesimo secolo, anche in Russia. A Mosca non mi sento certo nel Medioevo.
Nel corso dei secoli son cambiate le facciate ma non la struttura. Sotto Stalin la facciata era di cemento. Con Putin è di plastica e di materiali moderni.
Perché per Putin è così importante l’Ucraina? Sembra proprio ossessionato.
Putin odia l’Ucraina e gli ucraini in modo patologico, perché hanno scelto un percorso democratico di sviluppo. Il futuro invece del passato. E in Ucraina tutti parlano russo. È un modello in scala ridotta della Russia. Ma non autoritario. Ai russi potrebbe venir voglia di copiarlo. L’esistenza del “modello ucraino” provoca paura e odio, in Putin.
La maggior parte dei russi la pensa come il presidente, secondo i sondaggi.
Per 20 anni il reattore nucleare della propaganda ha funzionato a pieno regime irradiando la popolazione con slogan neo-imperialisti. L’80 per cento degli irradiati ha subito mutazioni: ha il cervello deformato dalla propaganda.
Il sociologo Lev Gudkov sostiene che il cosiddetto “Homo Sovieticus”, cinico e conformista perché deve sopravvivere in un ambiente totalitario, non si è mai estinto e prospera nella Russia di Putin. Ha ragione?
Lo definirei piuttosto “uomo post-sovietico”. Ma si è risvegliato. Yeltsin commise un grave errore a non seppellire il cadavere dell’Urss, al contrario di quel che fecero Germania e Italia con nazismo e fascismo. Noi ci siamo limitati ad abbandonare il passato sul terreno, pensando che il cadavere marcisse da solo. Invece si è alzato, si è trasformato in uno zombie e ora vaga non solo per la Russia ma anche oltre confine, spaventando l’Europa.
Quest’anno usciranno edizioni in lingua inglese dei suoi romanzi, “Telluria” e “Serdtsa Chetyrekh” (I loro quattro cuori), per la traduzione del giovane talento Max Lawton, secondo cui lavorare con lei — mi ha detto — “è come suonare jazz con Miles Davis”. Poi ci saranno oltre al “Doktor Garin” in italiano, altri sei titoli in inglese nei prossimi tre anni, sempre con Lawton. Lei sta andando per la maggiore. Lavora a qualcosa di nuovo?
Non ancora. Quando è in corso una guerra, la letteratura di solito tace. La guerra è più forte di tutto. I grandi romanzi sulla guerra son stati scritti dopo. Ora è solo il momento di rattristarsi. E preoccuparsi.
(da Fanpage)
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Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
FINALMENTE I TURISTI AVRANNO ASSISTENZA IN BIGLIETTERIA
L’assemblea sindacale in programma da oggi a sabato per due ore al Maschio
Angioino è stata revocata. I dipendenti hanno vinto: avranno un interprete per i turisti di lingua straniera.
Un incontro tra i dirigenti dell’assessorato alla Cultura di Napoli e la Funzione Pubblica della Cisl ha risolto la vicenda. Che era iniziata un paio di giorni fa con la convocazione dell’assemblea.
Che i lavoratori del Castel Nuovo avevano voluto per cristallizzare la situazione paradossale: all’entrata lavorano abitualmente quattro dipendenti comunali delle categorie operaie.
Si tratta di ex Lsu (lavoratori socialmente utili) che ricoprono compiti e mansioni che vanno oltre quelli del loro contratto. Devono emettere biglietti con il Pos, chiudere la cassa e fare i conteggi.
Il sabato, quando gli amministrativi dei piani superiori del Maschio Angioino non sono presenti, non c’è nessun referente. Ora, spiega oggi il Mattino, tutto cambierà: entro fine mese la biglietteria avrà un interprete.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
FORMALMENTE LA SCADENZA PER OTTENERE LA PENSIONE È FISSATA AL 23 SETTEMBRE, QUANDO LA LEGISLATURA TOCCHERÀ I QUATTRO ANNI, SEI MESI E UN GIORNO… IN REALTÀ GIÀ ORA DEPUTATI E SENATORI SONO GARANTITI
Formalmente la scadenza per ottenere la pensione è fissata al 23 settembre, quando la legislatura toccherà i quattro anni, sei mesi e un giorno necessari a far scattare gli emolumenti dopo i sessant’ anni.
In realtà già ora deputati e senatori uscenti sono garantiti, perché la legge prescrive che resteranno in carica fino alla prima seduta del prossimo Parlamento. E anche se le Camere venissero sciolte oggi, tra il periodo di campagna elettorale, il giorno del voto e l’insediamento dei nuovi rappresentanti del popolo, passerebbero almeno ottanta giorni.
Così la meta tanto ambita è stata di fatto raggiunta.
E insieme ad essa cade l’argomento che in questa fase ha tenuto banco nel Palazzo, al punto da essere elevato a fattore politico: la tesi cioè che nessuna mossa di partito avrebbe potuto portare alla caduta delle Camere fino a settembre, in nome degli interessi (personali) dei singoli parlamentari.
Che di qui in avanti saranno sicuri di intascare mille euro al mese per ogni legislatura completata. Insomma, l’alibi del vitalizio non c’è più. Ma questo non inciderà sul timing di Palazzo Chigi, perché – spiega un esponente dem – «nessun partito della maggioranza ha la forza di mandare anzitempo a casa Draghi».
A prescindere da quanto farà il M5S. Il modo in cui il capo dei grillini sta muovendo contro il premier è «la scopiazzatura della strategia con cui Renzi lo mandò a casa un anno e mezzo fa», racconta un ministro che sedeva anche nel Conte-bis: «Conte ha esordito alzando il tono dello scontro. Poi ha chiesto un segno di “discontinuità” al governo e infine ha presentato un documento a Draghi. Proprio come fece Iv prima di ritirargli la fiducia».
Ma un conto sono gli atti, un conto la capacità di gestirli politicamente, portandosi dietro tutti i grillini. E l’ex premier manifesta questi limiti: più che un leader è il «portavoce» di due diverse e contrapposte istanze nel Movimento. È chiaro che presto o tardi le tensioni nei Cinque Stelle si scaricheranno sui vertici del partito o sull’esecutivo. Ma anche nel caso in cui Conte rompesse con il governo non sarebbe scontata la fine della legislatura.
Già nel Pd si nota una differenza d’impostazione tra Letta e Franceschini: la scorsa settimana il segretario ha annunciato che «se il M5S uscisse dalla maggioranza si andrebbe alle urne», mentre il ministro ha detto che «se il M5S uscisse dalla maggioranza non si potrebbe più fare l’alleanza».
E ieri alla riunione dei deputati dem, quando la capogruppo Serracchiani ha riproposto la tesi di Letta, nella sala è stato tutto uno scambio di sguardi e di sorrisi. «Ma chi ci crede che il nostro partito darebbe il benservito all’uomo della Bce per andare alle elezioni?», ha commentato uno dei partecipanti: «Zingaretti ci provò due volte. E prima nacque il Conte-bis, poi arrivò Draghi».
Una cosa è certa: qualora il Movimento rompesse con Palazzo Chigi, la Lega non si muoverebbe e lascerebbe al Pd la prima mossa. Su questo punto almeno Salvini e Giorgetti hanno raggiunto un compromesso. Per tutta una serie di ragioni il Capitano non può e non vuole intestarsi la paternità del voto anticipato: intanto mira a difendere i consensi del suo partito, che per quanto in calo rappresentano una dote ben maggiore di quella di cui dispone Conte; eppoi non intende prestare il fianco a Meloni, che aspetta di infilzarlo con un «finalmente» per sottolineare il fallimento delle larghe intese.
Semmai il Carroccio si appresta ad alzare di più i decibel nella maggioranza per mostrarsi incisivo e determinante sui provvedimenti di governo. Ieri i capigruppo leghisti hanno puntato l’indice contro la norma sul «de minimis» legata al tetto dell’energia. E subito dopo il ministro Giorgetti ha chiesto all’Economia di «correggere urgentemente il testo». Il nodo dei vitalizi è sciolto. Quello politico resta intatto.
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
LA CLAMOROSA RIVELAZIONE NEL LIBRO DEL GENERALE CLAUDIO GRAZIANO, “MISSIONE” – IL RACCONTO DELLA PRIMA DEL NABUCCO ALL’OPERA DI ROMA, IN CUI VENNE DECISO L’INTERVENTO CONTRO GHEDDAFI
«All’interno del governo sostenuto da Movimento 5 stelle e Lega, nel 2018,
c’è chi ha pensato di poter compiere uno scarto rispetto al tradizionale atlantismo dell’Italia. Durante quei mesi, in una riunione alla quale partecipo in qualità di capo di stato maggiore della Difesa, ascolto un esponente dell’esecutivo giallo- verde teorizzare che l’Italia dovrebbe cominciare a essere equidistante tra due “poli di amicizia internazionale”. Al “polo” americano, infatti, lo Stato – in tutte le sue articolazioni, militare inclusa – dovrà affiancare il “polo” russo».
La testimonianza è straordinaria e di attendibilità fuori discussione: quella del generale Claudio Graziano, che dopo avere comandato le forze armate ha supervisionato la nascita della Difesa Europea. E in Missione , il libro che ha scritto con Marco Valerio Lo Prete pubblicato dalla Luiss University Press, traccia proprio il passaggio “dalla Guerra Fredda alla Difesa Europea”.
Un percorso in cui a un certo punto il nostro Paese ha rischiato di perdere ogni bussola strategica, come dimostra il racconto del consiglio dei ministri del primo governo Conte: «Nel momento in cui mi viene chiesto un parere in proposito, espongo perché mi sembra una scelta avventata». Nella sua riservatezza, il generale non fa il nome del ministro che aveva sostenuto «la linea dell’equidistanza » tra Mosca e Washington, addirittura teorizzata dopo l’annessione della Crimea.
Ma Graziano ha ben chiara la «costante della Storia e della geopolitica: l’obiettivo della Russia è sempre stato quello di incrinare l’unità euro-atlantica (e in subordine europea) e, in quanto superpotenza continentale, di riuscire ad affacciarsi sul Mar Mediterraneo per meglio opporsi alle potenze marine occidentali. Il divide et impera rimane la strategia di fondo di Mosca verso l’Europa».
Questo è solo uno dei tanti retroscena svelati nel volume in cui il generale ha sintetizzato una carriera eccezionale, che si è appena conclusa dopo mezzo secolo di servizio in uniforme per iniziarne un’altra alla presidenza di Fincantieri.
Nessun ufficiale italiano ha gestito così tante operazioni delicate: Mozambico, Balcani, Afghanistan, Libano. Le ricostruisce tutte con una ricchezza di episodi inediti.
Come il racconto del raid che permise a soli cento alpini paracadutisti di riconquistare la valle di Musay, in Afghanistan: un obiettivo che secondo i comandi Nato avrebbe richiesto migliaia di uomini, raggiunto invece con pochi ranger e senza sparare un solo colpo.
Ed è impressionante la cronaca della prima del Nabucco, diretta da Riccardo Muti, al Teatro dell’Opera in cui viene deciso l’intervento contro Gheddafi: «Nel primo intervallo, appena appresa la notizia della Risoluzione dell’Onu, viene organizzata una sorta di riunione di governo in una sala riservata del teatro.
In quella sede viene espresso un parere favorevole per un pieno impegno italiano al fianco degli alleati per porre fine alle violenze contro i civili perpetrate da Gheddafi. Terminato il Nabucco, ci riuniamo di nuovo in una saletta del teatro, questa volta alla presenza del presidente Napolitano. Il ministro degli Esteri Frattini si collega telefonicamente.
I ministri presenti (ndr tra cui il premier Berlusconi e quello della Difesa La Russa) contribuiscono per la loro parte di responsabilità. Quando usciamo dal Teatro dell’Opera, è stato dunque concordato che l’Italia interverrà militarmente in Libia».
Cambia il governo ed ecco un’altra rivelazione: «Nel 2015 ai nostri militari è richiesto di lavorare con maggiore incisività sul “secondo cerchio” della strategia per la Libia, ipotizzando una soluzione per rendere inutilizzabili i barconi sui quali sono trasportate decine di migliaia di migranti.
Elaboriamo un piano che prevede l’ingresso di forze speciali della Marina in alcuni porti libici sul tratto della costa della Tripolitania da cui provenivano la maggior parte dei migranti, per affondare i natanti pronti all’uso mentre sono ormeggiati. Tuttavia il rischio, non eliminabile nonostante le predisposizioni più accurate, che l’azione possa provocare vittime civili o militari lascia l’opzione nell’ambito delle pianificazioni di studio ipotetiche».
Il libro ha il grande pregio di fare comprendere quanto sia stata rivoluzionata l’identità dei nostri militari nell’ultimo ventennio, quando l’abbandono della leva fa nascere una forza di professionisti «considerati in modo unanime protagonisti nell’opera di proiezione dell’influenza e dell’immagine dell’Italia all’estero».
Per rendersene conto basta leggere il capitolo sul Libano, dove il contingente Onu comandato da Graziano ha sugellato il difficile cessate il fuoco con Israele alternando la deterrenza dei blindati alla diplomazia dei colloqui faccia a faccia. Da vero alpino, il generale è sempre diretto, non risparmia critiche e ammette gli errori.
Come nel caso della ritirata da Kabul: «Bisogna essere onesti e riconoscere che nel 2021 abbiamo assistito a una pesante sconfitta di tutto l’Occidente – più coinvolto che in Vietnam, dove gli Usa combattevano praticamente da soli – e di parte di quello in cui abbiamo creduto negli ultimi vent’ anni. Abbiamo fallito infatti nel raggiungere le condizioni politiche che ci eravamo prefissati, necessarie per costruire nel Paese un’alternativa democratica ai talebani».
E da questa disfatta che nasce la spinta per una Difesa europea autonoma, resa urgente poi dall’invasione dell’Ucraina: un percorso teorizzato da Altero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. E Graziano cita proprio l’ultimo discorso di Spinelli all’Europarlamento: «Non un invito a sognare, ma un invito a operare».
(da la Repubblica)
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Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
PER RIUSCIRCI, DEVE ACCETTARE FIN D’ORA CHE IL TONO DELLA MUSICA SIA IMPOSTO DA LETTA E NON ROMPERE CON IL GOVERNO
Come un brutto romanzo poliziesco in cui fin dalle prime pagine si capisce come va a finire, così il fatidico incontro fra Draghi e Conte si è concluso esattamente come era facile prevedere: con un nulla di fatto.
Nessun abbandono della nave governativa, quindi nessuna crisi dell’esecutivo. Solo una vaga richiesta di «discontinuità», espressione abbastanza oscura che ci riporta alla Prima Repubblica, quando i vertici dei partiti si chiudevano con il rinvio delle decisioni più scabrose a dopodomani.
Certo, Conte ha presentato una serie di richieste in nove punti (dal salario minimo al “bonus” edilizio e al reddito di cittadinanza da salvare), ma sono temi a medio termine, pensati soprattutto per la campagna elettorale. Implicano in molti casi nuove spese per i conti pubblici esausti, e più che altro forniscono a un partito quasi al collasso un paio di bandiere da sventolare. Draghi, in ogni caso, si è limitato a prendere atto.
Le questioni insidiose che avrebbero segnato una rottura, se i 5S le avessero poste seriamente sul tavolo – le armi all’Ucraina e il termovalorizzatore di Roma – , sono invece scomparse. E quindi non ci sono ostacoli al voto di fiducia sul cosiddetto “decreto aiuti”. Chi vuole vedere l’aspetto positivo nel comportamento di Conte, leggerà nella retromarcia il segno della responsabilità: l’esercizio di una leadership che tiene alla larga i massimalisti e maschera il «disagio» dietro la sostanziale conferma dell’appoggio al premier. Ma ci vuole un certo ottimismo per accreditare questa tesi.
Forse la si può integrare così: Conte è consapevole che il futuro suo e di quel che resta del partito passa dall’alleanza elettorale con il Pd, nel quadro di un centrosinistra in cui i 5S tentano d’incarnare l’anima di sinistra, insieme al piccolo gruppo di Bersani e Speranza. Per riuscirci, deve accettare fin d’ora che il tono della musica sia imposto dal Pd. E ovviamente la prima condizione è quella di non rompere con il governo, il che aprirebbe forse la strada a elezioni per cui nessuno è ancora pronto.
Se è così prepariamoci a una lunga guerriglia in Parlamento e dintorni. Tra poco si va in vacanza e quindi s’ impone la tregua del solito generale Agosto, ma in settembre Conte dovrà dimostrare ai suoi elettori sconcertati che i 5S non sono del tutto inutili e soprattutto irresoluti. Tornerà a scuotere l’albero senza essere in grado di abbatterlo. E magari a dargli una mano troverà Salvini. Nel frattempo, è logico, la ritirata di ieri ha ottenuto, sì, il moderato plauso del Pd, ma ovviamente ha regalato spazio agli oppositori interni.
Benché impegnato in Russia per i suoi “reportage” che spiegano i successi di Putin, Di Battista non ha perso l’occasione di ironizzare sulla strategia di Conte. D’altra parte la coperta è corta, da qualunque parte la si tiri. Ne deriva che la preparazione della legge di bilancio, all’inizio d’autunno, sarà un sentiero obbligato, ma anche tortuoso.
Obbligato perché non sembra che Draghi possa o voglia scendere a troppi compromessi: il colloquio di ieri sotto questo aspetto vale come anteprima del film che vedremo fra qualche mese (fermo restando che, se si concede poco o niente ai 5S, lo stesso dovrà valere per le altre forze della maggioranza). Tormentato perché il fronte del disagio, cioè Conte e sull’altro versante Salvini, saranno a tutti gli effetti in campagna elettorale. E faranno in modo che tutti lo sappiano.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
FAVORITI IL SEGRETARIO ALLA DIFESA WALLACE E LA MINISTRA MORDAUN
Boris Johnson non sarà più il leader del partito Tory e, dal prossimo autunno,
lascerà anche la carica di primo ministro inglese.
L’azienda di ricerche di mercato globali YouGov ha già stilato una prima proiezione su chi potrebbe essere il sostituto di Bo-Jo tra i 716 parlamentari conservatori.
Il primo sulla lista è Ben Wallace. Il segretario di Stato per la Difesa, ad oggi, potrebbe aggiudicarsi il gradimento del 13% dei membri del partito.
A una sola lunghezza di distanza c’è Penny Mordaunt: ministra dal 2021 per la Politica commerciale, ha il 12% di probabilità di diventare leader. Il terzo in doppia cifra è Rishi Sunak (10%), il cancelliere dello Scacchiere le cui dimissioni hanno fatto molto rumore. Questi tre vengono dati per favoriti.
Poi, a scalare, ci sono: Liz Truss (ministra degli Esteri), Michael Gove (cancelliere del Ducato di Lancaster licenziato da Johnson), Dominic Raab (vice primo ministro), Tom Tugendhat, Jeremy Hunt, Nadhi Zahawi (neo cancelliere dello Scacchiere), Sajid Javid (il dimissionario segretario per la Salute), Priti Pratel (ministra agli Affari interni) e chiude con l’1% Steven Barclay (neo segretario per la Salute).
Da tenere in considerazione il fatto che c’è una larga fetta, pari al 9%, che non riuscirebbe a esprimere ad oggi una preferenza.
(da agenzie)
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Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
LA NOSTRA CREDIBILITÀ È APPESA A DRAGHI E DI CONSEGUENZA LO SONO ANCHE I SOLDI DEL RECOVERY FUND
Nei Palazzi dell’Ue è già scattato l’allarme rosso. Solo il rischio che in Italia si possa aprire una crisi di governo e che Mario Draghi venga sfiduciato non sta provocando solo fibrillazione. Soprattutto incredulità.
Così, mentre il Parlamento europeo ieri era impegnato a votare sulla cosiddetta Tassonomia, ossia sulla definizione di quali fonti energetiche possano essere definite “green” e quali no, il “Caso Italia” faceva di nuovo irruzione.
Una sorta di ritorno al passato. Perché la credibilità del nostro Paese corre in Europa costantemente su un crinale sottilissimo. Si tratta di una situazione con cui tutti devono fare i conti. E a Bruxelles i conti li fanno anche sul Recovery Fund.
Gli spifferi di una crisi di governo che partono da Roma quando arrivano in Belgio, diventano tifoni. E si concentrano, appunto, proprio sui tanti soldi concessi all’Italia con il NextGenerationEu. Nel caso specifico tutto si sta amplificando per una coincidenza.
Che ancor di più mette in connessione la politica italiana e il Pnrr. Circa dieci giorni fa, infatti, il governo ha inviato una lettera ufficiale alla Commissione per annunciare di aver raggiunto nel semestre appena concluso tutti gli oltre 40 punti del Pnnr.
La risposta informale è stata positiva. Palazzo Berlaymont approverà nei prossimi giorni il test semestrale e stanzierà un’altra tranche di fondi: circa 24 miliardi di euro. Dietro queste consultazioni ufficiose c’è però un gigantesco «ma».
Che non autorizza nessuno a fare sonni tranquilli. Quel «ma» riguarda gli obiettivi del semestre in corso: quella da luglio a dicembre. Stavolta si tratta non di riforme o di procedimenti legislativi. Ma della messa a terra dei cantieri, opere concrete. Progetti veri e propri. La maggior parte dei quali ricadono sotto la responsabilità degli enti locali. Comuni, per lo più, e regioni.
Una situazione che non solo la Commissione ha già iniziato a monitorare con apprensione ma che desta preoccupazione anche nel governo. «E come pensate – è il discorso che si fa negli uffici dell’esecutivo europeo rivolgendosi ai diversi interlocutori italiani – di affrontare questo passaggio così delicato durante una campagna elettorale? Come pensate che si possa risolvere positivamente se fate a meno della persona che ha rappresentato la garanzia da prestare all’Ue per i soldi del Recovery?».
Per capire la complicazione delle prossime “milestones”, si deve tenere presente che anche Palazzo Chigi ha iniziato a studiare alcune possibili “facilitazioni” per aiutare i comuni più in difficoltà.
E sta valutando di trasmettere una sorta di “invito informale” a delegare – volontariamente – tutte le procedure a Invitalia, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo, di proprietà del Ministero dell’Economia. E nel caso in cui questo non avvenisse, per i casi più spinosi, il governo potrebber ricorrere alla legge che prevede un potere sostitutivo.
Il nodo, dunque, che nella Ue molti iniziano a indicare si stringe esattamente sulla capacità dell’Italia di conseguire questi risultati nei prossimi sei mesi nel bel mezzo di una eventuale campagna elettorale e con un premier di transizione incaricato solo di condurre il Paese alle urne.
Ieri, ad esempio, durante la riunione del gruppo parlamentare più numeroso, il Ppe, un eurodeputato tedesco si è rivolto a un collega italiano con gli occhi sgranati: «Davvero state litigando su Draghi? In questa situazione? Proprio ora che non sappiamo cosa accadrà con la guerra e con il gas?». E la risposta è stata un remissivo allargare delle braccia.
Non solo. Il potente capogruppo popolare, il tedesco Manfred Weber, ieri nel suo intervento in aula ha confermato la linea di credito politico nei confronti del presidente del consiglio e ha, contro la linea tedesca, ha accolto la proposta del tetto al prezzo del gas: «Dobbiamo concentrarci sul compito più importante: il controllo dell’inflazione e la sicurezza energetica.
Come primo passo io sostengo l’iniziativa di Draghi di imporre un tetto temporaneo ai prezzi che i Paesi europei sono disposti a pagare per il gas naturale russo».
Per di più circola nell’Europarlamento e nella Commissione un ulteriore cruccio. Che si basa su alcune previsioni, non rese pubbliche, secondo cui un eventuale blocco totale del flusso di gas dalla Russia, si ripercuoterebbe in modo particolare sulle economie dell’area Mediterranea.
Insomma, l’Europa teme la crisi perché considera che l’Italia, in quel caso, possa tornare ad essere un fattore di debolezza per l’Unione. «Andiamo verso periodi in cui potremmo avere acque ancora più agitate di quelle che abbiamo adesso – è il messaggio non casuale del commissario europeo, Paolo Gentiloni – Tutto suggerisce di non agitare troppo la barca. Mi auguro che anche in Italia, come in altri Paesi, prevalga questo sentimento. In questo momento la stabilità è un valore da preservare
(da la Repubblica)
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Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
È IL CORPO DELLE OPERAZIONI SPECIALI DI KIEV COMPOSTO DA ELEMENTI SCELTI, DAI 18 AI 50 ANNI, CON ESPERIENZE DIVERSE E TUTTI SUPER ADDESTRATI
Il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev ha
confermato ieri che gli obiettivi di Mosca restano gli stessi del 24 febbraio: denazificare e demilitarizzare l’Ucraina. Questo significa che, dopo aver ridotto il raggio d’azione e gli obiettivi al settore orientale, sfiancando comunque i difensori, gli invasori potrebbero tornare ad attaccare il resto dell’Ucraina.
Gli ucraini si difendono come possono, provano a rallentare l’avanzata, cercano di renderla costosa per l’Armata. Intanto arretrano su posizioni più difendibili e provano a colpire da lontano, grazie ai sistemi a lunga gittata ottenuti dalla Nato, mentre preparano controffensive in particolare a sud, nella zona di Kherson.
Queste azioni clandestine sono una specialità della resistenza, che colpisce anche oltre confine grazie a una squadra d’élite per le operazioni speciali: insieme ai bombardamenti, negli ultimi mesi sono stati numerosi i casi di sabotaggi ed esplosioni sospette – raffinerie, depositi di carburante e munizioni, infrastrutture per la comunicazione – in territorio russo, dalla stessa Belgorod a Kursk, fino a Bryansk, che gli ucraini non hanno mai rivendicato apertamente sostenendo piuttosto che si tratti del «karma»
A portarli a termine è il battaglione Shaman, la 10ma divisione per le operazioni speciali dell’esercito ucraino, che in genere è destinata alle operazioni di intelligence e raid.
È composto da uomini fra i 18 e i 50 anni provenienti da ogni strato della società, c’è persino un ex viceministro, uniti dalla stessa motivazione. Possono farne parte soltanto soldati che godono di eccellenti condizioni fisiche, che hanno ricevuto un addestramento avanzato.
Nelle prime ore dell’operazione militare «speciale» di Putin, il battaglione era entrato in azione nella battaglia dell’aeroporto di Hostomel, dove erano sbarcate le truppe russe aviotrasportate che dovevano decapitare il governo ucraino, ma che invece erano finite in una trappola della resistenza.
In seguito era stato inviato a Moshchun, a ovest di Kiev lungo il fiume Irpin, dove si era arrestata l’avanzata russa.
In questa fase del conflitto, gli uomini di Shaman hanno ricevuto il compito di danneggiare le infrastrutture russe e hanno per questo effettuato diverse incursioni in piena notte, operazioni che restano però classificate.
I soldati arrivano in territorio russo a bordo di elicotteri che volano a bassissima quota per eludere le difese antiaeree – una tattica già vista a Mariupol per rifornire i soldati di Azov – e da lì si muovono via terra, piazzando esplosivi sugli obiettivi e tentando così di instillare un senso di insicurezza nell’avversario
Il ruolo più importante lo hanno piloti degli elicotteri. «Ci aiutano a infiltrarci, e poi a esfiltrarci: pianificano ogni dettaglio», ha spiegato a The War Zone il comandante di Shaman. «Queste operazioni in territorio nemico sono le operazioni più interessanti», ha rivelato al Times di Londra «Adonis», pseudonimo usato da un soldato del battaglione che per la prima volta conferma i colpi sferrati dagli ucraini oltreconfine, ammettendo che Shaman è al momento a corto di risorse, ma non di uomini. «Il più delle volte», aggiunge, «i russi non riescono a credere che siamo riusciti a fargli visita».
(da il il “Corriere della Sera”)
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