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LA SOLITUDINE DI CONTE: “E ADESSO COME NE ESCO?”. COMUNQUE VADA SARA’ UNA SCONFITTA

Luglio 20th, 2022 Riccardo Fucile

20 “GOVERNISTI” SICURI DI LASCIARE IL M5S …MA SE CONTE VOTA LA FIDUCIA 30 VOTANO NO

Triste, solitario y final. Nel giorno in cui Mario Draghi è atteso in Senato alle 9,30 per la fiducia o le dimissioni Giuseppe Conte sa che comunque vada sarà un insuccesso.
Una ventina di eletti è convinta di votare la fiducia al governo Draghi a prescindere dall’indicazione del Movimento 5 Stelle.
E una trentina invece è convinta che sia giusto negargliela anche se all’ultimo l’ex Avvocato del Popolo dicesse sì. In mezzo (al guado) c’è lui. Che sa di giocarsi molto, se non tutto il suo futuro politico tra oggi e il giorno delle elezioni.
«Decideremo in Aula, c’è ancora una notte per pensarci», aveva detto proprio Conte ai parlamentari M5s chiudendo l’ultima assemblea-fiume. Ma con i suoi interlocutori non sembra così sicuro: «Ma io che devo fare? Come ne esco da questa vicenda?».
Un retroscena de La Stampa a firma di Federico Capurso rivela che in questi giorni Conte si è sentito con Draghi al telefono. «Ci siamo parlati tante volte», è il virgolettato. Ma un accordo non lo hanno trovato. E adesso se la prende anche con lui: «Draghi è un tecnico, non un politico. E in questa partita non doveva scendere in campo e fare politica. Doveva mantenere il suo ruolo di premier tecnico, super partes». Resta il sospetto di un gioco di sponda con Luigi Di Maio. Rafforzato dai tentativi di effettuare nuovi acquisti per Insieme per il Futuro e dalla posizione del capogruppo alla Camera Davide Crippa, che ha anche licenziato il suo ex portavoce Rocco Casalino per far capire l’aria che tira.
C’è chi cerca di fargli capire che la storia non ha per forza un finale scontato. «Se voti la fiducia lasci il cerino acceso in mano al centrodestra. Scaricherai tutti i problemi su Salvini e Berlusconi. E anche su Draghi che avrà così un altro fronte aperto», gli hanno fatto notare ieri da Liberi e Uguali. Conte ascolta ma poi ai fedelissimi risponde «ma come faccio?». La sua indecisione è pari solo alla solitudine nel momento della scelta più difficile. Uscita dalla maggioranza, appoggio esterno, fiducia piena. Tre opzioni e ognuna con conseguenze sanguinose. La notte in ospedale dopo il ricovero per un’intossicazione alimentare non ha portato consiglio.
I governisti alla finestra
Il Corriere della Sera fa sapere che i governisti nel M5s sono una quarantina alla Camera e una decina al Senato. I numeri di chi è pronto alla rottura sono però meno ampi: 15-20 deputati e 3 o 4 senatori. Tra questi Rosalba Cimino e Maria Soave Alemanno, che hanno già annunciato il loro sì a prescindere dalle indicazioni del gruppo. Secondo Il Fatto Quotidiano gli eletti si riuniranno anche stamattina, a pochi minuti dall’arrivo di Draghi a Palazzo Madama. Nel M5s anche i non-contiani sono convinti che non ci sarà un esodo come quello di Di Maio. Anche se c’è una buona probabilità di vedere domani il capogruppo Crippa alla Camera parlare in dissenso dal resto del suo gruppo. Sarebbe una beffa forse inedita nella storia del Parlamento italiano. Il problema è che non è l’unica in arrivo.
(da Open)

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IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI DRAGHI AL SENATO

Luglio 20th, 2022 Riccardo Fucile

“SONO QUI PERCHE’ GLI ITALIANI LO HANNO CHIESTO. SIETE PRONTI A RICOSTRUIRE IL PATTO DI FIDUCIA?”… DISCORSO DURO CONTRO LEGA E M5S

Signor Presidente,
Onorevoli Senatrici e Senatori,
Giovedì scorso ho rassegnato le mie dimissioni nelle mani del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Questa decisione è seguita al venir meno della maggioranza di unità nazionale che ha appoggiato questo Governo sin dalla sua nascita.
Il Presidente della Repubblica ha respinto le mie dimissioni e mi ha chiesto di informare il Parlamento di quanto accaduto – una decisione che ho condiviso.Le Comunicazioni di oggi mi permettono di spiegare a voi e a tutti gli italiani le ragioni di una scelta tanto sofferta, quanto dovuta.
Lo scorso febbraio, il Presidente della Repubblica mi affidò l’incarico di formare un governo per affrontare le tre emergenze che l’Italia aveva davanti: pandemica, economica, sociale.
“Un governo” – furono queste le sue parole – “di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica”.
“Un Governo che faccia fronte con tempestività alle gravi emergenze non rinviabili”.
Tutti i principali partiti – con una sola eccezione – decisero di rispondere positivamente a quell’appello.
Nel discorso di insediamento che tenni in quest’aula, feci esplicitamente riferimento allo “spirito repubblicano” del Governo, che si sarebbe poggiato sul presupposto dell’unità nazionale.
In questi mesi, l’unità nazionale è stata la miglior garanzia della legittimità democratica di questo esecutivo e della sua efficacia.
Ritengo che un Presidente del Consiglio che non si è mai presentato davanti agli elettori debba avere in Parlamento il sostegno più ampio possibile.
Questo presupposto è ancora più importante in un contesto di emergenza, in cui il Governo deve prendere decisioni che incidono profondamente sulla vita degli italiani.
L’amplissimo consenso di cui il Governo ha goduto in Parlamento ha permesso di avere quella “tempestività” nelle decisioni che il Presidente della Repubblica aveva richiesto.
A lungo le forze della maggioranza hanno saputo mettere da parte le divisioni e convergere con senso dello Stato e generosità verso interventi rapidi ed efficaci, per il bene di tutti i cittadini.
Grazie alle misure di contenimento sanitario, alla campagna di vaccinazione, ai provvedimenti di sostegno economico a famiglie e imprese, siamo riusciti a superare la fase più acuta della pandemia, a dare slancio alla ripresa economica.
La spinta agli investimenti e la protezione dei redditi delle famiglie ci ha consentito di uscire più rapidamente di altri Paesi dalla recessione provocata dalla pandemia.
Lo scorso anno l’economia è cresciuta del 6,6% e il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo è sceso di 4,5 punti percentuali.
La stesura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, approvato a larghissima maggioranza da questo Parlamento, ha avviato un percorso di riforme e investimenti che non ha precedenti nella storia recente.
Le riforme della giustizia, della concorrenza, del fisco, degli appalti – oltre alla corposa agenda di semplificazioni – sono un passo in avanti essenziale per modernizzare l’Italia.
A oggi, tutti gli obbiettivi dei primi due semestri del PNRR sono stati raggiunti.
Abbiamo già ricevuto dalla Commissione Europea 45,9 miliardi di euro, a cui si aggiungeranno nelle prossime settimane ulteriori 21 miliardi – per un totale di quasi 67 miliardi.
Con il forte appoggio parlamentare della maggioranza e dell’opposizione, abbiamo reagito con assoluta fermezza all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
La condanna delle atrocità russe e il pieno sostegno all’Ucraina hanno mostrato come l’Italia possa e debba avere un ruolo guida all’interno dell’Unione Europea e del G7.
Allo stesso tempo, non abbiamo mai cessato la nostra ricerca della pace – una pace che deve essere accettabile per l’Ucraina, sostenibile, duratura.
Siamo stati tra i primi a impegnarci perché Russia e Ucraina potessero lavorare insieme per evitare una catastrofe alimentare, e allo stesso tempo aprire uno spiraglio negoziale.
I progressi che si sono registrati la settimana scorsa in Turchia sono incoraggianti, e auspichiamo possano essere consolidati.
Ci siamo mossi con grande celerità per superare l’inaccettabile dipendenza energetica dalla Russia – conseguenza di decenni di scelte miopi e pericolose.
In pochi mesi, abbiamo ridotto le nostre importazioni di gas russo dal 40% a meno del 25% del totale e intendiamo azzerarle entro un anno e mezzo.
È un risultato che sembrava impensabile, che dà tranquillità per il futuro all’industria e alle famiglie, rafforza la nostra sicurezza nazionale, la nostra credibilità nel mondo.
Abbiamo accelerato, con semplificazioni profonde e massicci investimenti, sul fronte delle energie rinnovabili, per difendere l’ambiente, aumentare la nostra indipendenza energetica.
E siamo intervenuti con determinazione per proteggere cittadini e imprese dalle conseguenze della crisi energetica, con particolare attenzione ai più deboli.
Abbiamo stanziato 33 miliardi in poco più di un anno, quasi due punti percentuali di PIL, nonostante i nostri margini di finanza pubblica fossero ristretti.
Lo abbiamo potuto fare grazie a una ritrovata credibilità collettiva, che ha contenuto l’aumento del costo del debito anche in una fase di rialzo dei tassi d’interesse.
Il merito di questi risultati è stato vostro – della vostra disponibilità a mettere da parte le differenze e lavorare per il bene del Paese, con pari dignità, nel rispetto reciproco.
La vostra è stata la migliore risposta all’appello dello scorso febbraio del Presidente della Repubblica e alla richiesta di serietà, al bisogno di protezione, alle preoccupazioni per il futuro che arrivano dai cittadini.
Gli italiani hanno sostenuto a loro volta questo miracolo civile, e sono diventati i veri protagonisti delle politiche che di volta in volta mettevamo in campo.
Penso al rispetto paziente delle restrizioni per frenare la pandemia, alla straordinaria partecipazione alla campagna di vaccinazione.
Penso all’accoglienza spontanea offerta ai profughi ucraini, accolti nelle case e nelle scuole con affetto e solidarietà.
Penso al coinvolgimento delle comunità locali al PNRR, che lo ha reso il più grande progetto di trasformazione dal basso della storia recente.
Mai come in questi momenti sono stato orgoglioso di essere italiano.
L’Italia è forte quando sa essere unita.
Purtroppo, con il passare dei mesi, a questa domanda di coesione che arrivava dai cittadini le forze politiche hanno opposto un crescente desiderio di distinguo e divisione.
Le riforme del Consiglio Superiore della Magistratura, del catasto, delle concessioni balneari hanno mostrato un progressivo sfarinamento della maggioranza sull’agenda di modernizzazione del Paese.
In politica estera, abbiamo assistito a tentativi di indebolire il sostegno del Governo verso l’Ucraina, di fiaccare la nostra opposizione al disegno del Presidente Putin.
Le richieste di ulteriore indebitamento si sono fatte più forti proprio quando maggiore era il bisogno di attenzione alla sostenibilità del debito.
Il desiderio di andare avanti insieme si è progressivamente esaurito e con esso la capacità di agire con efficacia, con “tempestività”, nell’interesse del Paese.
Come ho detto in Consiglio dei Ministri, il voto di giovedì scorso ha certificato la fine del patto di fiducia che ha tenuto insieme questa maggioranza.
Non votare la fiducia a un governo di cui si fa parte è un gesto politico chiaro, che ha un significato evidente.
Non è possibile ignorarlo, perché equivarrebbe a ignorare il Parlamento.
Non è possibile contenerlo, perché vorrebbe dire che chiunque può ripeterlo.
Non è possibile minimizzarlo, perché viene dopo mesi di strappi ed ultimatum.
L’unica strada, se vogliamo ancora restare insieme, è ricostruire da capo questo patto, con coraggio, altruismo, credibilità.
A chiederlo sono soprattutto gli italiani.
La mobilitazione di questi giorni da parte di cittadini, associazioni, territori a favore della prosecuzione del Governo è senza precedenti e impossibile da ignorare.
Ha coinvolto il terzo settore, la scuola e l’università, il mondo dell’economia, delle professioni e dell’imprenditoria, lo sport.
Si tratta di un sostegno immeritato, ma per il quale sono enormemente grato.
Il secondo è quello del personale sanitario, gli eroi della pandemia, verso cui la nostra gratitudine collettiva è immensa.
Questa domanda di stabilità impone a noi tutti di decidere se sia possibile ricreare le condizioni con cui il Governo può davvero governare.
È questo il cuore della nostra discussione di oggi.
È questo il senso dell’impegno su cui dobbiamo confrontarci davanti ai cittadini.
L’Italia ha bisogno di un governo capace di muoversi con efficacia e tempestività su almeno quattro fronti.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è un’occasione unica per migliorare la nostra crescita di lungo periodo, creare opportunità per i giovani e le donne, sanare le diseguaglianze a partire da quelle tra Nord e Sud.
Entro la fine di quest’anno, dobbiamo raggiungere 55 obiettivi, che ci permetteranno di ricevere una nuova rata da 19 miliardi di euro.
Gli obiettivi riguardano temi fondamentali come le infrastrutture digitali, il sostegno al turismo, la creazione di alloggi universitari e borse di ricerca, la lotta al lavoro sommerso.
Completare il PNRR è una questione di serietà verso i nostri cittadini e verso i partner europei.
Se non mostriamo di saper spendere questi soldi con efficienza e onestà, sarà impossibile chiedere nuovi strumenti comuni di gestione delle crisi.
L’avanzamento del PNRR richiede la realizzazione dei tanti investimenti che lo compongono.
Dalle ferrovie alla banda larga, dagli asili nido alle case di comunità, dobbiamo impegnarci per realizzare tutti i progetti che abbiamo disegnato con il contributo decisivo delle comunità locali.
Dobbiamo essere uniti contro la burocrazia inutile, quella che troppo spesso ritarda lo sviluppo del Paese.
E dobbiamo assicurarci che gli enti territoriali – a partire dai Comuni – abbiano tutti gli strumenti necessari per superare eventuali problemi di attuazione.
Allo stesso tempo, dobbiamo procedere spediti con le riforme che, insieme agli investimenti, sono il cuore del PNRR.
La riforma del codice degli appalti pubblici intende assicurare la realizzazione in tempi rapidi delle opere pubbliche e il rafforzamento degli strumenti di lotta alla corruzione.
Dobbiamo tenere le mafie lontane dal PNRR.
È il modo migliore per onorare la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e degli uomini e donne delle loro scorte, a trent’anni dalla loro barbara uccisione.
La riforma del codice degli appalti è stata approvata, ed è in corso il lavoro di predisposizione degli schemi di decreti delegati.
Questi devono essere licenziati entro marzo del prossimo anno.
La riforma della concorrenza serve a promuovere la crescita, ridurre le rendite, favorire investimenti e occupazione.
Con questo spirito abbiamo approvato norme per rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati, alla tutela dei consumatori.
La riforma tocca i servizi pubblici locali, inclusi i taxi, e le concessioni di beni e servizi, comprese le concessioni balneari.
Il disegno di legge deve essere approvato prima della pausa estiva, per consentire entro la fine dell’anno l’ulteriore approvazione dei decreti delegati, come previsto dal PNRR.
Ora c’è bisogno di un sostegno convinto all’azione dell’esecutivo – non di un sostegno a proteste non autorizzate, e talvolta violente, contro la maggioranza di governo.
Per quanto riguarda la giustizia, abbiamo approvato la riforma del processo penale, del processo civile e delle procedure fallimentari e portato in Parlamento la riforma della giustizia tributaria.
Queste riforme sono essenziali per avere processi giusti e rapidi, come ci chiedono gli italiani.
È una questione di libertà, democrazia, prosperità.
Le scadenze segnate dal PNRR sono molto precise.
Dobbiamo ultimare entro fine anno la procedura prevista per i decreti di attuazione della legge delega civile e penale.
La legge di riforma della giustizia tributaria è in discussione al Senato, e deve essere approvata entro fine anno.
Infine, l’autunno scorso il Governo ha dato il via al disegno di legge delega per la revisione del fisco.
Siamo consapevoli che in Italia il fisco è complesso e spesso iniquo.
Per questo non abbiamo mai aumentato le tasse sui cittadini.
Tuttavia per questo occorre procedere con uno sforzo di trasparenza.
Intendiamo ridurre le aliquote Irpef a partire dai redditi medio-bassi; superare l’Irap; razionalizzare l’Iva.
I primi passi sono stati compiuti con l’ultima legge di bilancio, che ha avviato la revisione dell’Irpef e la riforma del sistema della riscossione.
In Italia l’Agenzia delle Entrate-Riscossione conta 1.100 miliardi di euro di crediti residui, pari a oltre il 60% del prodotto interno lordo nazionale – una cifra impressionante.
Dobbiamo quindi approvare al più presto la riforma fiscale, che include il completamento della riforma della riscossione, e varare subito dopo i decreti attuativi.
Accanto al PNRR, c’è bisogno di una vera agenda sociale, che parta dai più deboli, come i disabili e gli anziani non autosufficienti.
L’aumento dei costi dell’energia e il ritorno dell’inflazione hanno causato nuove diseguaglianze, che aggravano quelle prodotte dalla pandemia.
Fin dall’avvio del governo abbiamo condiviso con i sindacati e le associazioni delle imprese un metodo di lavoro che prevede incontri regolari e tavoli di lavoro.
Questo metodo è già servito per gestire alcune emergenze del Paese: dalla ripresa delle attività produttive nella fase pandemica fino alla sicurezza del lavoro, su cui molto è stato fatto e molto resta ancora da fare.
Oggi è essenziale proseguire in questo confronto e definire in una prospettiva condivisa gli interventi da realizzare nella prossima legge di bilancio.
Quest’anno, l’andamento della finanza pubblica è migliore delle attese e ci permette di intervenire, come abbiamo fatto finora, senza nuovi scostamenti di bilancio.
Bisogna adottare entro i primi giorni di agosto un provvedimento corposo per attenuare l’impatto su cittadini e imprese dell’aumento dei costi dell’energia, e poi per rafforzare il potere d’acquisto, soprattutto delle fasce più deboli della popolazione.
Ridurre il carico fiscale sui lavoratori, a partire dai salari più bassi, è un obiettivo di medio termine.
Questo è un punto su cui concordano sindacati e imprenditori.
Con la scorsa legge di bilancio abbiamo adottato un primo e temporaneo intervento.
Dobbiamo aggiungerne un altro in tempi brevi, nei limiti consentiti dalle nostre disponibilità finanziarie.
Occorre anche spingere il rinnovo dei contratti collettivi.
Molti, tra cui quelli del commercio e dei servizi, sono scaduti da troppi anni.
La contrattazione collettiva è uno dei punti di forza del nostro modello industriale, per l’estensione e la qualità delle tutele, ma non raggiunge ancora tutti i lavoratori.
A livello europeo è in via di approvazione definitiva una direttiva sul salario minimo, ed è in questa direzione che dobbiamo muoverci, insieme alle parti sociali, assicurando livelli salariali dignitosi alle fasce di lavoratori più in sofferenza.
Il reddito di cittadinanza è una misura importante per ridurre la povertà, ma può essere migliorato per favorire chi ha più bisogno e ridurre gli effetti negativi sul mercato del lavoro.
C’è bisogno di una riforma delle pensioni che garantisca meccanismi di flessibilità in uscita in un impianto sostenibile, ancorato al sistema contributivo.
L’Italia deve continuare a ridisegnare la sua politica energetica, come fatto in questi mesi.
Il Vertice di questa settimana ad Algeri conferma la nostra assoluta determinazione a diversificare i fornitori, spingere in modo convinto sull’energia rinnovabile.
Per farlo, c’è bisogno delle necessarie infrastrutture.
Dobbiamo accelerare l’istallazione dei rigassificatori – a Piombino e a Ravenna. Non è possibile affermare di volere la sicurezza energetica degli italiani e poi, allo stesso tempo, protestare contro queste infrastrutture.
Si tratta di impianti sicuri, essenziali per il nostro fabbisogno energetico, per la tenuta del nostro tessuto produttivo.
In particolare, dobbiamo ultimare l’istallazione del rigassificatore di Piombino entro la prossima primavera.
È una questione di sicurezza nazionale.
Allo stesso tempo, dobbiamo portare avanti con la massima urgenza la transizione energetica verso fonti pulite.
Entro il 2030 dobbiamo installare circa 70 GW di impianti di energia rinnovabile.
La siccità e le ondate di calore anomalo che hanno investito l’Europa nelle ultime settimane ci ricordano l’urgenza di affrontare con serietà la crisi climatica nel suo complesso.
Penso anche agli interventi per migliorare la gestione delle risorse idriche, la cui manutenzione è stata spesso gravemente deficitaria.
Il PNRR stanzia più di 4 miliardi per questi investimenti, a cui va affiancato un “piano acqua” più urgente.
Per quanto riguarda le misure per l’efficientamento energetico e più in generale i bonus per l’edilizia, intendiamo affrontare le criticità nella cessione dei crediti fiscali, ma al contempo ridurre la generosità dei contributi.
Come promesso nel mio discorso di insediamento, e da voi sostenuto in quest’aula, questo governo si identifica pienamente nell’Unione Europea, nel legame transatlantico.
L’Italia deve continuare ad essere protagonista in politica estera.
La nostra posizione è chiara e forte: nel cuore dell’Unione Europea, nel legame transatlantico. La nostra posizione è chiara e forte nel cuore dell’Ue, del G7, della NATO.
Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina in ogni modo, come questo Parlamento ha impegnato il Governo a fare con una risoluzione parlamentare.
Come mi ha ripetuto ieri al telefono il Presidente Zelensky, armare l’Ucraina è il solo modo per permettere agli ucraini di difendersi.
Allo stesso tempo, occorre continuare a impegnarci per cercare soluzioni negoziali, a partire dalla crisi del grano.
E dobbiamo aumentare gli sforzi per combattere le interferenze da parte della Russia e delle altre autocrazie nella nostra politica, nella nostra società.
L’Italia è un Paese libero e democratico.
Davanti a chi vuole provare a sedurci con il suo modello autoritario, dobbiamo rispondere con la forza dei valori europei.
L’Unione Europea è la nostra casa e al suo interno dobbiamo portare avanti sfide ambiziose.
Dobbiamo continuare a batterci per ottenere un tetto al prezzo del gas russo, che beneficerebbe tutti, e per la riforma del mercato elettrico, che può cominciare da quello domestico anche prima di accordi europei.
Queste misure sono essenziali per difendere il potere d’acquisto delle famiglie, per tutelare i livelli di produzione delle imprese.
In Europa si discuterà presto anche della riforma delle regole di bilancio e di difesa comune, del superamento del principio dell’unanimità.
In tutti questi campi, l’Italia ha molto da dire – con credibilità, spirito costruttivo, e senza alcuna subalternità.
Ci sono altri impegni che l’esecutivo vuole assumere che riguardano, ad esempio, la riforma del sistema dei medici di base e la discussione per il riconoscimento di forme di autonomia differenziata.
Tutto questo richiede un Governo che sia davvero forte e coeso e un Parlamento che lo accompagni con convinzione, nel reciproco rispetto dei ruoli.
All’Italia non serve una fiducia di facciata, che svanisca davanti ai provvedimenti scomodi.
Serve un nuovo patto di fiducia, sincero e concreto, come quello che ci ha permesso finora di cambiare in meglio il Paese.
I partiti e voi parlamentari – siete pronti a ricostruire questo patto?
Siete pronti a confermare quello sforzo che avete compiuto nei primi mesi, e che poi si è affievolito?
Siamo qui, in quest’aula, oggi, a questo punto della discussione, perché e solo perché gli italiani lo hanno chiesto.
Questa risposta a queste domande non la dovete dare a me, ma la dovete dare a tutti gli italiani.
Grazie.
(da agenzie)

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SONDAGGIO SWG RIVELA LA SCHIZOFRENIA DEGLI ELETTORI DI LEGA E FDI CHE NON SONO D’ACCORDO CON SALVINI E MELONI

Luglio 19th, 2022 Riccardo Fucile

IL 46% DEGLI ELETTORI DELLA LEGA E IL 39% DI QUELLI DI FDI VOGLIONO CHE L’ATTUALE GOVERNO DRAGHI RESTI IN CARICA… VOGLIONO IL VOTO SUBITO SOLO IL 44% DEI VOTANTI FDI E IL 42% DEI LEGHISTI

Swg ha interpellato il suo campione di cittadini su due domande sulla crisi di governo.
Alla prima “Rispetto all’attuale situazione sarebbe preferibile che…” il 50% degli intervistati ha risposto che “il governo Draghi rimanga in carica“.
Rispondono così l’86% sono elettori Pd, il 48% del M5s, il 46% della Lega, il 44% dei Forza Italia e il 39% di Fratelli d’Italia.
Solo il 26% risponde che “si vada il prima possibile alle elezioni“. Sono il 44% degli elettori di Fratelli d’Italia, il 42% di quelli della Lega, il 39% di Forza Italia, il 35% degli elettori del Movimento 5 stelle e solo il 5% di quelli del Pd.
Infine l’8% del campione intervista sarebbe favorevole alla “formazione di un nuovo governo” mentre il 16% risponde “non saprei”.
(da agenzie)

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QUANDO MELONI DICEVA DELLA SINDACA DI TERRACINA ARRESTATA: “BRAVA PERSONA, ONESTA, CAPACE E CONCRETA”

Luglio 19th, 2022 Riccardo Fucile

LA MELONI A TERRACINA DICEVA: “VI PROMETTO CHE PRENDEREMO QUESTO ESEMPIO E LO PORTEREMO AL GOVERNO DELLA NAZIONE”… ECCO, ORA SAPPIAMO COSA CI ASPETTA

La sindaca di Terracina, Roberta Tintari, è stata arrestata oggi e posta ai domiciliari con le accuse di falso, turbata libertà negli appalti per la gestione di spiagge e servizi connessi alla balneazione, frodi, indebite percezioni di erogazioni pubbliche e rivelazioni del segreto d’ufficio. Con lei altre cinque persone, oltre ad altre sette raggiunte da interdittiva e divieto di dimora, nell’ambito dell’inchiesta scaturita dai controlli del 2019 su aree demaniali e, in seguito, sull’Arena del Molo di Terracina.
Nel lanciare la sua candidatura nel settembre 2020 Giorgia Meloni aveva detto di lei: “Con una classe dirigente all’altezza del popolo che rappresenta e all’altezza della storia che rivendica non dobbiamo temere niente. Ci serve solo una politica che sia alla nostra altezza. All’altezza dei cittadini italiani, della nostra storia e della nostra identità. Qui a Terracina voi l’avete, non ce l’hanno tutti, voi ce l’avete e avete visto la differenza. Basta che vi guardiate indietro, e pensate a Terracina com’era anni fa. Date la possibilità a queste brave persone, oneste, capaci, concrete, di continuare ad amare questa terra come hanno saputo fare. Noi vi promettiamo che prenderemo questo esempio, che voi ci avete consentito di fare qui con il vostro consenso e libertà, e lo porteremo anche al governo della nazione, perché vi prometto una cosa, la democrazia tornerà anche in Italia. E quando tornerà dimostreremo che si può fare politica anche in un altro modo, e dimostreremo che l’Italia chiede democrazia libertà e orgoglio. Esattamente l’Italia fiera, coraggiosa e libera che costruiremo anche grazie a voi”.
Le amministrazioni precedenti alle quali fa riferimento Meloni sono di Nicola Procaccini, attualmente eurodeputato, portavoce di Giorgia Meloni ai tempi del ministero della Gioventù, accusato dei reati di induzione indebita a dare o promettere utilità e turbata libertà degli incanti.
(da NextQuotidiano)

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PUTIN PUNTA AL TESORO DEL DONBASS: I RUSSI STANNO BOMBARDANDO LE FABBRICHE PER METTERE IN GINOCCHIO L’ECONOMIA DELLE REGIONE MA NON TOCCANO I PREZIOSISSIMI GIACIMENTI MINERARI

Luglio 19th, 2022 Riccardo Fucile

DALLA REGIONE PROVIENE IL 90% DEL GAS NEON, BASE DEI CHIP ELETTRONICI. MA ANCHE LITIO, CARBONE E LIGNITE

«Non c’è una logica: i russi vogliono conquistare il Donbass ma stanno distruggendo tutte le industrie». L’ultima volta che Andriy è stato in fabbrica era una settimana fa. Poi il suo stabilimento è stato bombardato. E da quando i raid su Sloviansk si sono intensificati, Andriy vive chiuso nel rifugio della sua casa con la moglie Viktoria e i due figli. «Per ora mi pagano lo stipendio, ma non so ancora per quanto».
Poco più in là, appena fuori Sloviansk, allo stabilimento della Zeus Ceramica, un tricolore logoro e una bandiera ucraina sventolano insieme alle stelle su sfondo blu dell’Unione europea. «C’è una parte di Italia qui», dice Anton, l’uomo della sicurezza, mentre apre il cancello e mostra le macerie.
Fu davanti a questa fabbrica che il 24 maggio del 2014 venne ucciso il fotoreporter Andy Rocchelli. Ed è qui in Donbass che la società modenese Caolino Panciera ha parte della sua produzione. Fino a martedì scorso, quando l’impianto è stato bombardato. «Prima del 2014 il 30 per cento dei clienti era russo», spiega Alexander Bohoslavskyy, general manager della Zeus. «Poi, con la guerra, dati i rapporti politici complicati abbiamo iniziato a diversificare».
Va in ginocchio l’economia del Donbass. «L’impianto era già stato bombardato e occupato otto anni fa dalle forze separatiste. Quando se ne sono andate, abbiamo ripreso possesso della fabbrica, l’abbiamo rinnovata e riavviato la produzione. Forse è per questo che ci hanno colpito ancora: per vendicarsi», ipotizza Bohoslavskyy.
Ma non è solo Sloviansk. Anche a Bakhmut due impianti sono stati messi fuori uso dai raid russi. Uno è quello della Siniat, che lavora il gesso. «Qui davanti alla fermata del bus ogni giorno c’erano centinaia di operai, ma ora non si vede più nessuno», spiega Dmitry, pensionato che vive lungo la strada.
Stessa scena a Soledar, dove gli impianti di estrazione di sale sono tutti fermi mentre la città ha le ore contante. E durante la presa di Severedonetsk è stato distrutto anche l’impianto chimico dell’Azot.
Spiega la docente della Kyiv School of Economics Khrystyna Holynska: «La guerra in Donbass ha causato nei primi due anni una perdita di circa 150 miliardi del Pil di tutto il Paese. Nella regione si passa da 25 miliardi nel 2013 a 5,8 miliardi nel 2015, un calo del 77 per cento».
Un quadro che ha fatto aumentare la disoccupazione portandola al 14,5 per cento nella regione di Donetsk e al 15,2 in quella di Lugansk, rispetto alla media nazionale del 9,2. E che, con il proseguire della guerra, non può fare altro che peggiorare sia a livello economico che sociale.
«Lo stipendio medio di un operaio in Donbass è di 9.000 grivne (300 euro). L’aspettativa di vita è di due anni al di sotto della media nazionale. La densità di inquinamento sei volte superiore. I livelli di criminalità, tossicodipendenza e infezioni da HIV sono tra i più alti del Paese», continua Holynska.
Ma alla domanda di Andriy sul perché i russi stiano distruggendo le fabbriche è difficile dare una risposta. «Putin vuole il tesoro minerario del Donbass. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. Dalla regione proviene il 90 per cento del gas neon, base dei chip elettronici. Ma anche litio, carbone e lignite. La sua priorità sono gli impianti estrattivi che, guarda caso, non vengono bombardati».
A Kramatorsk, davanti al palazzo della cultura, Pavel Kulish scuote la testa sconsolato. Tre giorni fa i russi hanno bombardato la piazza centrale danneggiando un teatro e una biblioteca. A costruirli fu, ai tempi dell’Urss, la Nkmz, colosso della regione che produce macchine industriali.
«Qui abbiamo ancora 7.700 tra operai e impiegati. Buona parte della città dipende dalla Nkmz», sospira Kulish, capo delle relazioni commerciali. «Gli impianti sono ancora integri ma sono stati chiusi in via preventiva. Siamo riusciti a mettere in cassa integrazione una parte dei dipendenti: lo Stato ucraino copre solo tre mesi di sussidio. E ora questa gente è senza lavoro e sotto le bombe».
(da Il Corriere della Sera)

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DRAGHI HA PREPARATO DUE DISCORSI PER DOMANI: UNO È RIASSUMIBILE CON UN “VAFFA” ALL’INTERA MAGGIORANZA CHE SORREGGE IL SUO GOVERNO

Luglio 19th, 2022 Riccardo Fucile

L’ALTRO E’ QUELLO DEL “SÌ” MA CHE PRETENDE GARANZIE: BASTA ROTTURE DI CAZZO E STOP A SALVINI VERSIONE GUASTATORE

Aspettando il D-day, cioè Draghi-day della politica italiana, cosa si agita dietro le quinte? Stamane il premier ha avuto un lungo colloquio al Quirinale con Mattarella. Uno scambio di punti di vista che prevedeva anche un aspetto “tecnico”. Draghi ha ricevuto ulteriori ragguagli su regole, prassi e procedure parlamentari che saranno necessaria cornice nel caso in cui decidesse di dimettersi.
Draghi ha preparato due discorsi per domaniù
Uno è riassumibile con “non ci sto”. Un vaffa all’intera maggioranza che sorregge il suo governo: un atto d’accusa all’inettitudine e all’irresponsabilità dei partiti litigiosi, pretestuosi, incapaci di leggere la realtà complessa in cui si barcamena l’Italia.
E’ un discorso da sfoderare in caso di colpi di scena, di sparate dell’ultimo minuto. Anche perché, finora, Conte – dopo le mattane dei giorni scorsi culminate nel piagnisteo sulla “umiliazione politica” del M5s – non si è pronunciato in modo definitivo sulla fiducia al governo.
Finito nelle grinfie di Paola Taverna e Riccardo Ricciardi, Conte ha dovuto subire il dissenso da parte di quelli che l’avevano più sostenuto durante gli anni al governo: Fraccaro, Bonafede, Buffagni e D’Incà (che è molto vicino a Roberto Fico). A certificare lo spappolamento definitivo del Movimento potrebbe arrivare l’ennesima fuoriuscita di malpancisti, Davide Crippa in testa (circa 30 parlamentari).
A quel punto le spoglie mortali del M5s potrebbero essere a buon diritto ribattezzate “Partito di Conte”, come Di Maio già fa da tempo per marcare una distanza non solo lessicale con il partito che vinse le elezioni nel 2018.
L’altro discorso preparato da Draghi servirà ad annunciare la sua permanenza a Palazzo Chigi e il mini-programma (soprattutto economico) che impegnerà il governo fino alla scadenza della legislatura. Mariopio punterà il dito su 1) attuazione del Pnrr 2) inflazione 3) crisi energetica.
D’altro canto, nel discorso del “sì”, Draghi intende porre delle condizioni al centrodestra: vuole garanzie sulla reale tenuta della maggioranza. Tradotto: pretende che Salvini non rompa le palle un giorno sì e l’altro pure con le sue sparate (come la scriteriata richiesta di un ennesimo scostamento di bilancio da 50 miliardi).
Sergio Mattarella ha le “armi” per convincere Draghi a restare.
Ps: Uno scenario analizzato al Colle è che Conte e i suoi pasdaran, alla fine, decidano di votare la fiducia nel tentativo di mettere in crisi Salvini e Berlusconi che hanno annunciato, con una nota congiunta, “è da escludere la possibilità di governare ulteriormente con i 5 stelle per la loro incompetenza e la loro inaffidabilità”. Della serie: lasciamo che a far saltare il governo siano Lega e Forza Italia.
(da Dagoreport)

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CRISI DI GOVERNO, COSA SUCCEDE DOMANI: DRAGHI PARLA ALLE 9.30 AL SENATO

Luglio 19th, 2022 Riccardo Fucile

ALLE 11 INIZIA IL DIBATTITO, SI VOTA INTORNO ALLE 18

Il timing della giornata di domani è stato fissato, mentre continuano le riunioni formali e informali tra i partiti in vista del discorso del premier Mario Draghi dopo la crisi di governo aperta la scorsa settimana.
L’ex presidente della Bce prenderà la parola alle 9.30 di mattina davanti all’aula del Senato poi, dice il calendario approvato dalla capigruppo di Palazzo Madama, ci saranno cinque ore per la discussione, a partire dalle 11, e il voto.
Quindi, almeno in teoria, ci si sposterà alla Camera il giorno dopo, sempre che la discussione sia ancora aperta come sperano i sostenitori del premier. Nel corso della giornata di domani, il discorso di Draghi verrebbe comunque consegnato a Montecitorio, alle 10.30.
L’esito del voto del Senato è atteso per le 19.30. Alla Camera i tempi per la discussione saranno dalle 9 alle 11.30, poi le repliche di Draghi e quindi il nuovo voto.
Dopo giorni di riunioni, i cinque stelle più critici con la linea scelta dal capo politico Giuseppe Conte avrebbero per ora deciso (posto che di ora in ora ogni valutazione viene aggiornata) di non contarsi né schierarsi preventivamente, almeno in modo pubblico ma di aspettare la giornata di domani. Quindi valuteranno la situazione, e «il contesto» come dice qualcuno tra i più contrariati dalle scelte contiane.
Le parole del premier, gli accenni alla lista di nove punti, i segnali dal resto della maggioranza, tutto contribuirà a prendere la decisione sul da farsi.
(da agenzie)

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L’EX GRILLINO DINO GIARRUSSO: “CONTE È UN CAPO POLITICO INESISTENTE E VIENE MANOVRATO DAL CERCHIO TRAGICO: TAVERNA, CRIMI, CANCELLERI”

Luglio 19th, 2022 Riccardo Fucile

“NEL M5S COMANDA PAOLA TAVERNA, CHE È DIVENTATA IL VERO CAPO POLITICO. HA CERCATO IN TUTTE LE SALSE DI PIAZZARE L’AMICO ETTORE LICHERI CHE HA PRESO SBERLE DAPPERTUTTO. MOLTI ANCHE NON DIMAIANI SONO PASSATI CON DI MAIO PUR DI NON VOTARLO”

E un classico, lo sfogo dell’ex. Ma stavolta il colpo di lombi di Dino Giarrusso, giornalista, ex Iena televisiva, barba e pensieri levantini, il più votato 5 Stelle di sempre -120mila voti all’Europarlamento- rivela il vero volto del M5s.
Caro Giarrusso, qual è la verità nel Movimento che hai mollato per fondare il tuo partito “Sud chiama Nord” (assieme a Cateno De Luca: ora l’incubo dei partiti in Sicilia, col 46% nel messinese coi 5 Stelle che arrancavano al 4%…)?
«La verità è che Conte, che è stato un ottimo premier, è un capo politico inesistente e vittima di una guerra fra bande, manovrato da altri, da un “cerchio tragico”. Cioè Taverna, Crimi, Cancelleri, Fico che si sono tutti schierati con lui nella speranza di veder derogata la regola del tetto del secondo mandato, perché molti di loro sarebbero tornati a far nulla o a far poco nella vita civile. Tieni conto che la regola è fondativa del Movimento. Quando Cancelleri, in Sicilia dice “faccio un passo indietro sulla mia candidatura”, che cazzo mi significa? La regola dice che non avrebbe mai potuto più candidarsi. Ma Grillo l’ha mantenuta. Tutto il casino dell’indiscrezione De Masi su Draghi /Grillo nasce da lì…».
Hai addirittura parlato di «follia a 5 Stelle»…
«L’Italia è l’unico paese al mondo dove un ministro – D’Incà- chiede la fiducia, il suo partito non gliela vota e lui non esce né dal partito né dal governo. Follia. Ma la realtà è che Conte ha perso il controllo del partito da quando ha ignorato il volere degli iscritti attraverso la piattaforma. Avevamo fatto gli Stati Generali, il primo vero congresso M5S, da dove era uscita chiara l’indicazione: serve un organo collegiale e non un capo politico, poi si sarebbe trovato un ruolo a Conte».
Perché allora Conte è rimasto capo politico, scusa? Se uno deve fare l’uomo forte e solo al comando, non è meglio scegliersi il Pd, la Lega, Berlusconi?
«Ma appunto. Conte ha imposto emeriti sconosciuti come Gubitosi, Ricciardi, Turco e Todda (poi fatta viceministro). Ma nei voti degli iscritti prima era arrivato Di Battista con 11mila voti, poi io con 8500 e molto staccato Di Maio, 4500. Si è ignorato tutto. Dopo io, che volevo primarie interne, sono stato accusato addirittura di volere fare il presidente della Regione Sicilia e sono stato stoppato per incompatibilità di ruolo come europarlamentare. Peccato che Floridia, calata dall’alto, abbia due ruoli, Senato e governo. Il fatto è che lì non comanda Conte».
Ah no? E chi comanda, scusa?
«Paola Taverna, non si sa come e perché, è diventata il vero Capo politico. Ha cercato in tutte le salse di piazzare l’amico Ettore Licheri che ha preso sberle dappertutto (dalla presidenza della Commissione esteri alla candidatura come referente della Sardegna, facendo incazzare pure i sardi). Molti anche non dimaiani sono passati con Di Maio pur di non votarlo. Taverna è responsabile delle liste delle amministrative e il Movimento 5 Stelle lì è sparito, veleggiando al 2%, in Sicilia fino al 6% ma prima facevamo il 40%. E ha probabilmente spinto Conte – che non li conosceva, ovvio- a nominare direttamente quasi 240 referenti sul territorio».
Allora quando molti M5S dicono che la Taverna «tiene per le palle i senatori», forse è vero.
«Sì. A Palermo si sono messi con Orlando, sempre criticato. A Paternò alleanza con Cuffaro, considerato da sempre il diavolo, con Conte che continuava a sdegnarsi. A L’Aquila li ha fatti andare con la Pezzopane, nostra nemica storica: hanno fatto lo 0,8%. Il campo largo l’ha fatto funziona-re solo per il Pd che ha sempre prodotto un suo candidato quando il candidato sindaco doveva essere M5S».
Quindi ora si va al voto e arriva Di Battista?
«Di Battista prepara il ritorno, ma con Conte. Io al voto ci andrei, per rispetto del popolo. Ma la realtà è che qua tutti si fanno i cazzi loro; nessuno vuole andare al voto perché, da qui a fine legislatura, i parlamentari perderebbero 100mila euro a testa. Ma te li vedi?. Grillo l’ho sentito: è sconsolato, totalmente deluso e direi nauseato, poteva intervenire prima per evitare questo sfacelo, ma ormai è tardi».
(da Libero)

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ALL’ORIGINE DELLE PURGHE DI ZELENSKY CI SONO I TRADIMENTI DI ALTI FUNZIONARI CHE SI ERANO VENDUTI A MOSCA

Luglio 19th, 2022 Riccardo Fucile

LA MANCATA DIFESA DI KHERSON E LE DEFEZIONI A KHARKIV… PRIMA DELL’INVASIONE I RUSSI AVEVANO CONCORDATO IL GOLPE CONTRO ZELENSKY CON ALCUNI APPARATI UCRAINI PER UNA GUERRA LAMPO… MA LA RESISTENZA DEL PREMIER CHE NON E’ FUGGITO HA FATTO SALTARE I PIANI RUSSI

Il lungo rosario di licenziamenti, sospensioni e arresti che, dal 24 febbraio, ha sforbiciato i vertici degli apparati statali ucraini disegna la trama di un golpe incompiuto
A precipitare nello sconcerto l’opinione pubblica, ieri, è stato l’allontanamento improvviso di Ivan Bakanov e di Iryna Venediktova. Non due nomi qualsiasi: capo dei servizi segreti (Sbu), il primo; procuratrice generale che indaga sui crimini di guerra russi, in sostanza il magistrato più importante dell’Ucraina, la seconda.
«Li abbiamo solo sospesi, per fare accertamenti sul loro operato», è la spiegazione del governo. In effetti, sessanta dipendenti della procura generale e dello Sbu sono rimasti nelle zone occupate dai russi e i loro fascicoli sono nella pila dei 651 casi aperti contro pubblici ufficiali ritenuti collaborazionisti.
Bakanov, che faceva parte di Kvartal 95 paga per non aver visto arrivare il complotto: alla vigilia dell’invasione, una parte dello Stato si è accordata segretamente con l’intelligence russa, e Bakanov non ne sapeva niente.
Nelle stesse ore in cui veniva sospeso (l’incarico, pro tempore, è stato dato al vice, Vasyl Malyuk), è finito in carcere un suo amico, Oleg Kulinich, fino al marzo 2022 responsabile Sbu per la Crimea, la penisola da cui è partita indisturbata la colonna di carri armati che si è presa Kherson in poche ore, senza neanche il fastidio di dover sparare un colpo. La mancata difesa di Kherson, unica città conquistata a ovest del fiume Dnepr e punto strategico per la Crimea (da lì arrivano le riserve idriche), è un tema sensibile.
Perché non sono stati fatti brillare i ponti per tagliare l’avanzata nemica? Come hanno fatto i soldati di Mosca a evitare i campi minati? Qualche interrogativo lo solleva anche la storia di Kharkiv, la seconda città del Paese, dove nelle prime ore del conflitto una gran fetta dell’esercito si è rifiutata di combattere, lasciando alle forze di difesa territoriale l’onere improbo di arginare l’ondata russa.
C’era un accordo segreto, il governo di Kiev ne è ormai certo e la sfilza di epurazioni ne è la prova. Il Cremlino aveva avuto rassicurazioni da una parte degli apparati ucraini – ancora pieni di funzionari nominati dal vecchio premier filorusso Yanukovich – che non ci sarebbe stata vera resistenza e che i blindati avrebbero sfilato a piazza Maidan al massimo in tre giorni. A patto che Zelensky fuggisse dalla capitale.
Il presidente, però, non è salito sull’elicottero degli americani, è rimasto al suo posto, e si è vendicato su chi, a suo parere, aveva tradito. Nell’ordine: il generale Serhii Kryvoruchka (capo Sbu a Kherson, gli sono stati tolti i gradi), il suo assistente Igor Sadokin (arrestato a marzo), Gennadii Lahutia (capo dell’amministrazione militare di Kherson, rimosso il 28 giugno), Andriy Naumov (capo della sicurezza interna dello Sbu, arrestato in Serbia), Roman Dudin (capo Sbu di Kharkiv, arrestato il 29 maggio).
(da agenzie)

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