Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
MA FORSE AGLI SPUTI DOVREBBERO STARE ATTENTI GLI AMICI DI PUTIN
L’adunata via Zoom del Movimento 5 Stelle è un’assemblea permanente. Tanto permanente che c’è chi si collega dalla spiaggia e si mostra in costume da bagno. Forse perché le acque sono così agitate dai 15 (o 40?) eletti pronti a sostenere un governo Draghi bis.
I numeri della scissione del M5s: 60 parlamentari starebbero ancora con Giuseppe Conte. Una ventina è pronta allo strappo. Dieci sono ancora in mezzo al guado.
Ma intanto Luigi Di Maio tesse la tela di una nuova scissione. I nuovi transfughi, è questo il programma, voterebbero la fiducia al posto di chi resta nel M5s. Che rischia di trasformarsi in una bad company. Ovvero un guscio vuoto da portare all’opposizione il prima possibile. Secondo la linea Conte? Più che altro, secondo la linea Di Battista.§
Un’assemblea permanente
A raccontare cosa è successo nell’assemblea permanente dei M5s è oggi un retroscena di Repubblica. Che spiega come la convocazione di oggi potrebbe servire a trovare il punto di caduta da sottoporre all’attenzione di Draghi. Cosa prevede? Un documento che garantisca l’appoggio esterno al governo (con la conseguenza delle dimissioni dei ministri grillini). Con la fiducia da votare mercoledì 20 luglio. Fermando la divisione del partito in pro e contro Draghi.
Solo il sospetto di nuovo addio, fa sapere il quotidiano, scalda gli animi dei contiani: «Se lo specchio non può sputarvi, allora forse potrebbe iniziare a farlo qualcuno di noi…», avrebbe detto una deputata. Mentre un eletto se l’è presa con i «traditori» che vorrebbero «indebolire il M5s e Conte solo per tutelare i posti di potere e le poltrone».
Ma se da una parte ci sono le minacce, la capogruppo dei senatori M5s Mariolina Castellone in un’intervista a La Stampa sembra aprire al premier. «Stiamo facendo un percorso partecipato. Se uno non si riconosce più in un progetto è bene che faccia scelte diverse. Più che il numero, serve la compattezza. Abbiamo messo in conto che qualcuno possa abbandonare», dice.
Per Castellone la continuazione del governo «non dipende da noi ma da Draghi, che deve decidere se revocare le dimissioni o confermarle. Ci sarebbero addii in ogni caso probabilmente. Il problema è Luigi Di Maio, che invece di fare il ministro si impegna a ingrossare le file del suo partito. Sono frequenti i suoi contatti e tentativi di avvicinamento ai nostri parlamentari»
Intanto, Di Maio…
Nel frattempo Di Maio lavora a una scissione bis. 30 o 40 parlamentari fuori da un M5s ridotto all’osso. Ma per avere successo l’operazione ha poco tempo per andare in scena. Restano solo 48 ore, visto che Draghi parlerà mercoledì 20 luglio e per l’arrivo del premier in Senato tutto dovrà essere già deciso.
Gli occhi sono puntati su Davide Crippa. Il capogruppo alla Camera è stato accusato di aver organizzato una riunione degli eletti all’insaputa di Conte. Un suo addio insieme a quello di tutto il direttivo della Camera potrebbe fare abbastanza rumore e convincere Draghi. Sullo sfondo, spiega l’agenzia di stampa AdnKronos, c’è anche il lavoro del Partito Democratico.
Nei gruppi parlamentari si racconta di un lavorio instancabile sui 5 stelle. Tra chi si muove per tenerli dentro e chi per convincere almeno la truppa governista a prendere le distanze dai falchi pronti ad uscire dal governo. «Non hanno ancora deciso ma tra loro ormai è guerra aperta, un Vietnam», racconta un deputato dem.
Un senatore la mette così: «Il quadro che si va componendo è questo: nuova spaccatura del M5S, una minoranza si esprimerà per Draghi – soprattutto deputati ed il ministro D’Inca– e il resto con Conte verso l’appoggio esterno che diventerebbe nel giro di pochi giorni opposizione». Basterà per convincere Draghi?
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
L’IPOTESI DEL BIS SENZA CONTE E GLI SCENARI CHE PORTANO AL VOTO… MONTI: “DRAGHI NON SI DIMETTERA'”
Un governo Draghi Bis senza il Movimento 5 Stelle. Ma con un buon numero di
fuoriusciti (tra i 15 e i 40) per assicurare continuità politica.
È questa l’ipotesi per evitare il voto, che resta comunque la soluzione più probabile della crisi di governo.
Mentre tutti gli occhi sono puntati sull’Assemblea degli eletti del M5s che riprenderà oggi pomeriggio. Anche se trovare una quadra che tenga assieme il partito di Conte è sempre più complicato. Mentre Salvini e Berlusconi puntano insieme al voto. E il Financial Times si schiera con SuperMario: un endorsement internazionale in attesa di quella telefonata che potrebbe allungare la vita al governo.
Ma c’è anche una trattativa segreta sui ministri e sul rimpasto possibile. Mentre Mario Monti, precursore di Draghi a Palazzo Chigi, fornisce al neo-premier tre ragioni per restare.
Il rinvio permanente
Con ordine. Al netto delle assemblee permanenti, il piano di Conte per allungare la vita del governo Draghi prevede di confermare la fiducia all’esecutivo e poi garantirgli l’appoggio esterno. Si tratta di un’ipotesi che terrebbe assieme un partito che invece sembra andare sempre più verso la balcanizzazione. I “governisti” grillini provano a mandare un segnale al premier. ma nel consiglio non vanno oltre la quindicina di interventi di dissenso su oltre sessanta. È il ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D’Incà il capo della fronda. Insieme a lui Federica Dieni, Giulia Grillo, Luca Sut, Azzurra Cancelleri, Rosalba Cimino, Vita Martinciglio, Soave Alemanno, Diego De Lorenzis, Niccolò Invidia, Elisabetta Maria Barbuto, Elisa Tripodi, Gabriele Lorenzoni e Celeste D’Arrando. Sono i nomi di chi è intervenuto all’Assemblea contestando la linea di Conte.
mistero però sui veri numeri degli eletti pronti alla scissione. Si va dai 40 ipotizzati nelle cronache di ieri ai 15 contati oggi dal Fatto Quotidiano. Che rivela il motivo della convocazione dell’assemblea congiunta di sabato: il capogruppo grillino alla Camera Davide Crippa aveva organizzato una riunione con i soli deputati, tentando un blitz a favore del governo. La sua permanenza nel M5s è a rischio.
Intanto, registra l’agenzia di stampa Ansa, fra i contiani c’è la convinzione che il leader abbia saputo tenere la rotta. Mediando fra chi da tempo voleva uscire subito dal governo e chi invece considera opportuno sostenere l’esecutivo fino alla sua naturale scadenza. Ma la crisi non è colpa del M5s, è la difesa dei colonnelli del leader: «Se Draghi, anziché decidere di dimettersi, avesse convocato un vertice di maggioranza, noi gli avremmo votato subito dopo la fiducia. E perché ora non va avanti, i numeri li ha?».
Le condizioni che mancano
Una risposta la fornisce Alessandro Di Battista. Ovvero colui a cui guarda almeno una parte del Movimento anche in prospettiva anti-Conte: «Se Draghi davvero lo volesse sarebbe ancora il Presidente del Consiglio di un governo di unità nazionale, perché quasi tutti gli voterebbero la fiducia, avrebbe numeri schiaccianti. Ma teme che ciò che la situazione in arrivo in autunno possa minare la grande credibilità internazionale che crede di avere: non vede l’ora di andarsene. Se poi gli dovesse arrivare una telefonata importante dalla Casa Bianca o dall’ad di BlackRock potrebbe andare diversamente».
Dall’altra parte della barricata c’è Draghi. Che si felicita per l’appello dei sindaci in suo favore e intanto riflette. Senza un segnale forte dai partiti non si potrebbe ricreare quell’agilità politica indispensabile per portare avanti l’azione di governo, è il ragionamento che ancora circola a Palazzo Chigi.
Il Corriere della Sera dà conto di un ragionamento interno tra i draghiani, che non necessariamente coinvolge in prima persona il premier. Se Crippa e altri big M5s lasciassero il Movimento il perimetro della maggioranza resterebbe più o meno lo stesso. Il “nuovo” governo non sarebbe un bis ma un Draghi Uno senza ministri contiani.
Fonti di governo, sostiene il quotidiano, ritengono che sia questo il sentiero che porterà alla soluzione della crisi. Draghi intanto è atteso oggi ad Algeri e mercoledì 20 luglio in Parlamento. Per confermare l’irrevocabilità delle dimissioni. Oppure per aprire un nuovo capitolo. Il PD spera che almeno martedì sera si possa intuire lo spirito con cui i premier affronterà le Camere. Già la sola disponibilità a rimanere in Aula ad ascoltare il dibattito potrebbe aprire quello spiraglio che, sottotraccia, alcune forze politiche continuano ancora a cercare.
Monti: Draghi non lascerà
Intanto il senatore a vita Mario Monti, ex presidente del Consiglio durante la crisi dello spread che portò alle dimissioni dell’ultimo governo Berlusconi, sul Corriere della Sera traccia tre motivi per scommettere che Draghi non lascerà.
Il primo è il rispetto per il paese: «Anche se i politici, all’inizio osannanti, diventano ostili a causa dell’impopolarità di certe misure necessarie e da loro stessi approvate; anche se essi creano ostacoli che possono appannare la reputazione del governo o di chi lo guida, non c’è spazio per considerazioni personali», scrive Monti. Che pare proprio riferirsi al suo destino negli ultimi mesi di governo, quando finì nel mirino di molti. Ovvero lo stesso destino che pare voler schivare Draghi. Il secondo motivo per rimanere, ragiona ancora Monti, è che il lavoro iniziato non è ancora finito.
«La situazione dello spread non è quella che sarebbe lecito attendersi al concludersi di un governo Draghi. Lo spread dell’Italia è aumentato più di quello di vari altri Paesi ed è molto più alto di quello riscontrato all’inizio dello stesso governo. Dato l’andamento di queste variabili nel tempo, se dovessero ulteriormente peggiorare all’indomani di eventuali dimissioni definitive di Draghi sarebbe difficile sostenere che il quadro finanziario italiano sia peggiorato, come ci si sarebbe attesi, a causa della partenza dell’ex presidente della Bce», fa sapere Monti.
Infine, c’è il giudizio della comunità internazionale: «Cosa si direbbe dell’Italia all’estero, se si dovesse constatare che perfino l’italiano più credibile e rispettato decide di lasciare prima del tempo un impegno di così grande responsabilità?». Per questo, dice Monti, Draghi alla fine ritirerà le dimissioni e andrà avanti.
(da agenzie)
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Luglio 18th, 2022 Riccardo Fucile
C’E’ UN FRONTE GOVERNISTA PRONTO A FORMARE UN NUOVO GRUPPO PER SOSTENERE UN NUOVO ESECUTIVO SENZA I CONTIANI
Lo strappo della scorsa settimana rischia di avere effetti ancor più nefasti all’interno della galassia pentastellata.
Dopo la doppia mancata fiducia (prima alla Camera e poi al Senato) al dl Aiuti e al governo, dopo numerosi incontri e riunioni, dopo annunci, appelli e messaggi distopici inviati a Palazzo Chigi, si sta facendo sempre più spazio l’ipotesi di una nuova scissione all’interno del M5S. Non tutti, infatti, sembrano intenzionati a voler seguire, ancora, la linea dettata da Giuseppe Conte e sono in corso grandi manovre in vista delle tanto attese comunicazioni parlamentari di Mario Draghi in programma mercoledì.
Assemblee infinite e incontri (tra il fisico e il virtuale) che stanno andando in scena senza soluzione di continuità. La lunga settimana pentastellata – che combacia con quella delle sorti dell’esecutivo – inizierà come è finita: ore e ore di colloqui interni per delineare una linea. Ma la frattura interna è scomposta e difficilmente si ricomporrà nel giro di pochi giorni. Come riporta il quotidiano La Repubblica, infatti, su Zoom (la piattaforma online utilizzata per le riunioni) sono volati stracci e accuse tra le due anime del MoVimento 5 Stelle:
Prima che l’assemblea ricominci oggi per la terza volta, si contavano 60 parlamentari pro-Conte (e dunque pro-strappo), 19 per la fiducia a Draghi, una decina erano nel mezzo. Sta emergendo dunque la pattuglia dei governisti, pronti a votare il sostegno a Draghi anche senza l’avallo del leader.
Numeri che potrebbero crescere e, di fatto, ridurre al lumicino il peso politico (almeno all’interno del Parlamento, tra Camera e Senato) del MoVimento 5 Stelle e dare ossigeno a quella maggioranza a sostegno di un Draghi bis. Anche perché, i pentastellati non devono più fare i conti solo con le proprie decisioni.
Da Salvini e Berlusconi, infatti, è arrivata la linea del no totale a una nuova esperienza con loro a sostegno di Draghi: dall’incontro di Villa Certosa, infatti, Lega e Forza Italia hanno detto sì all’ipotesi di un nuovo esecutivo guidato dall’ex governatore della BCE, ma solo se non ne farà parte il M5S.
E mentre dal Partito Democratico – che ha in ballo anche alcune alleanze a livello locale, come nel caso della Sicilia, con i pentastellati – arrivano voci meno decise e delineate, la linea di quella parte del centrodestra a sostegno di Draghi sembra essere piuttosto netta e marcata.
Ovviamente la situazione potrebbe cambiare in caso di una nuova scissione M5S, come quella che si sta delineando. E la conferma arriva anche da il quotidiano Il Messaggero che parla di una ventina di deputati e una dozzina di senatori che sarebbero pronti a dire addio al MoVimento, creando nuovi gruppi parlamentare a sostegno del Draghi bis.
E in questa nuova scissione M5S potrebbe esserci anche lo zampino di Luigi Di Maio, ma i futuri e futuribili fuoriusciti pentastellati potrebbero non convergere – alla Camera – in “Insieme per il Futuro”.
Perché le tensioni con il Ministro degli Esteri non si sono mai placate e, per questo motivo, sembra più plausibile – come spiegano il Corriere della Sera e La Stampa – un nuovo gruppo a supporto del Draghi bis. In attesa di conoscere le loro sorti (molti di loro, restando legati al MoVimento non potrebbero ricandidarsi per via della regola del vincolo del doppio mandato) e del voto dell’anno prossimo, allo scadere naturale di questa legislatura.
E i Ministri?
E nella nuova scissione M5S anche i ministri hanno un peso specifico di rilievo. Secondo Il Messaggero, infatti, 2 su 3 farebbero parte della fronda di chi si vuole opporre allo strappo voluto da Giuseppe Conte.
Si tratta del Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, e della Ministra alle Politiche giovanili Fabiana Dadone. A loro potrebbero unirsi altri sottosegretari: Carlo Sibilia (Interno), Ilaria Fontana (Transizione ecologica) e Giancarlo Cancelleri (Infrastrutture).
Si tratta di esponenti che non potrebbero candidarsi più, secondo lo Statuto del MoVimento. Resterebbe “fedele” a Giuseppe Conte solamente il Ministro per l’Agricoltura Stefano Patuanelli, al suo primo incarico e mandato.
Ma qualora la fronda interna non contasse i ministri e gli esponenti pentastellati nel governo, un possibile Draghi bis potrebbe già avere la soluzione per la loro sostituzione. Come spiega Il Corriere della Sera, infatti, il Ministero di Fabiana Dadone potrebbe essere accorpato al sottosegretariato allo Sporto di Valentina Vezzali, il Ministero di D’Incà potrebbe essere dato a un tecnico e la Lega non vedrebbe di cattivo occhio la possibilità di riprendere in mano il Ministero dell’Agricoltura al posto di Patuanelli.
Il tutto in attesa di mercoledì, il giorno in cui il dado sarà tratto e tutte le carte saranno messe sul tavolo.
(da NextQuotidiano)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
OLTRE 500 SONO DETENUTI NELLE ORRIBILI CARCERI RUSSE
La tecnica è quella di arrestarti con un pretesto qualsiasi per poi trovare
un’accusa abbastanza pesante da tenerti in galera il più a lungo possibile. E l’accusa ideale la fornisce il nuovo articolo del codice penale che prevede condanne fino a 15 anni per chi parla della guerra in Ucraina e della politica dello Stato in modo difforme dalla versione ufficiale del Cremlino.
Il sistema funziona: il regime sta rapidamente togliendo di mezzo gli oppositori che erano ancora liberi, o almeno quei pochi che non hanno lasciato la Russia dopo l’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale”.
L’ultimo a subire il trattamento, ormai diventato standard, è Ilya Yashin, 39 anni, quasi 20 di attività politica, tra i fondatori del movimento Solidarnost insieme a Boris Nemtsov — il leader anti-Putin assassinato nel 2015. Yashin fu protagonista delle grandi proteste di piazza del 2011-2012 ed è un deputato del distretto moscovita di Krasnoselsky, che conta 50.000 abitanti. Dal 24 febbraio in poi, ha criticato senza mezzi termini l’invasione. Chiarendo di non avere alcuna intenzione di rifugiarsi all’estero nonostante la quasi certezza di un’imminente persecuzione giudiziaria.
I poliziotti lo hanno aspettato in un parco vicino a casa. Passeggiava con la fidanzata. Le manette sono scattate per “resistenza a pubblico ufficiale”. Ma è lecito pensare che si sia trattato di un agguato tout court. “Mica sono scemo a mettermi a discutere con la polizia in un Paese come questo”, ha detto poi in tribunale. Condannato a 15 giorni di arresti “amministrativi” — così si dice in Russia quando il delitto non è considerato un crimine — poche ore prima della scadenza dei termini è stato raggiunto in carcere dall’accusa, stavolta penale, di aver “denigrato” le forze armate. Motivo: ha parlato in uno stream su YouTube dell’eccidio di Bucha citando la ricostruzione che ne ha fatto il New York Times. “Questo caso è politicamente motivato dall’inizio alla fine”, ha affermato Yashin davanti al giudice che ha deciso la sua custodia cautelare in carcere fino almeno al 12 settembre. Magistrati e investigatori hanno tutto il tempo per preparare il processo. Il detenuto ha fato sapere tramite i suoi avvocati che durante gli interrogatori gli è stato chiesto perché non se ne fosse andato dalla Russia, visto che gli erano stati informalmente concessi ben quattro mesi di tempo per farlo. Evidentemente, la decisione di perseguirlo se non l’avesse fatto era stata presa a priori.
Gorinov, una condanna “esemplare”
“Quella lanciata dallo Stato è una vera e propria offensiva contro l’opposizione rimasta”, dice a Fanpage.it Sergei Davidis, sociologo, avvocato e responsabile del progetto indipendente “Sostegno ai prigionieri politici”, che faceva parte di Memorial, la maggiore organizzazione per i diritti umani russa, chiusa e liquidata dal governo nell’aprile scorso. “L’arma principale, non l’unica, di questa offensiva è diventato l’articolo 207.3 del codice penale, quello sulle cosiddette fake news riguardanti le forze armate”. Per Davidis, che abbiamo raggiunto al telefono in una località fuori dalla Russia dove si è trasferito per ragioni di sicurezza, “con la guerra il livello di severità del regime è diventato molto più alto e il livello di tolleranza verso il dissenso molto più basso”. Con Yashin sono 69 le persone indagate ex articolo 207.3, secondo dati di Ovd-Info, una Ong che monitora la repressione. Il primo ad aver ricevuto una condanna “esemplare” è un collega dello stesso Yashin nel consiglio distrettuale di Krasnoselsky, Alexei Gorinov: sette anni di prigione per aver detto in aula, mentre si discuteva di un concorso di disegno per bambini, che tale dibatto gli pareva insensato dato che ogni giorno bambini stavano morendo o diventando orfani sotto le bombe in Ucraina. Dopo la sentenza, l’articolo 207.3 è noto come “gorinovskaya”.
“Il verdetto contro Gorinov è illegittimo perché l’articolo 207.3 del codice penale è incompatibile con la Costituzione”, sostiene l’avvocato difensore del condannato, Katerina Tertukhina. La carta fondamentale russa, infatti, più o meno come quella italiana, garantisce la libertà di pensiero e di parola, riconosce la diversità ideologica e politica e vieta la censura. E in Russia, al contrario che in Ucraina, nonostante la guerra in corso non è stata introdotta la legge marziale a limitare i diritti costituzionali.
“In teoria nel nostro Paese ognuno può raccogliere informazioni da qualsiasi fonte, esprimere liberamente la propria opinione e diffondere qualsiasi informazione senza timore di persecuzioni da parte di nessuno, in primis da parte dello Stato”, spiega Tertukhina a Fanpage.it che l’ha raggiunta al telefono a Mosca.
“In pratica questa aggiunta recente al codice viene utilizzata direttamente per reprimere la critica e la libera concorrenza delle opinioni. È la reincarnazione delle peggiori creazioni dell’apparato repressivo sovietico: si è istituita una norma penale contro le attività considerate come antigovernative. Un tempo si sarebbe detto ‘antisovietiche’.
A nulla è valso mostrare alla corte i documenti dell’Onu sulle vittime della guerra. “Ogni informazione diversa da quelle propinate dal ministro della Difesa russo è considerata fake news, sottolinea Davidis. “Ma nel caso di Gorinov si è semplicemente punita un’opinione. La sentenza è stata decisa a tavolino, prima del processo. E la pena è sproporzionata. Neanche per uno stupro si danno sette anni, in Russia“.
Kara-Murza come Navalny, dopo il veleno il carcere
Il fatto è che i giudici — o, precisa Davidis, “chi dà loro gli ordini” — hanno un ampio margine di discrezionalità. Per reati simili a quello contestato a Gorinov in un caso si sono limitati a una multa di un milione di rubli (circa 17mila euro) e in un altro hanno comminato una pena detentiva con la condizionale. È il vecchio sistema staliniano di mantenere una pressoché totale incertezza del diritto, in modo di alimentare il terrore. Ma per gli oppositori più vocali e in vista si preparano pene pesanti. “Da un lato si mantiene una dose di imprevedibilità, dall’altro si vogliono lanciare segnali precisi alla società”, nota Davidis. Sarà probabilmente il caso di Vladimir Kara-Murza, 40 anni, ex braccio destro di Nemtsov, sostenitore delle sanzioni personali contro chi viola i diritti umani in Russia, sopravvissuto per due volte ad attentati al veleno perpetrati — ha concluso un’inchiesta giornalistica di Bellingcat e altri — dall’Fsb, il servizio di sicurezza erede del Kgb sovietico. Come Ilya Yashin, Kara-Murza è stato atteso sotto casa e arrestato per resistenza a pubblico ufficiale. Poi, trattenuto dietro le sbarre a colpi di “gorinovskaya”. È in attesa di processo.
“Non mi aspetto certo che lo assolvano o che abbia una pena lieve”, dice a Fanapage.it la moglie Evgenia dagli Stati Uniti dove risiede con i figli per motivi di sicurezza. “Vladimir è stato all’opposizione fin da quando Putin è al potere, e quindi per le autorità è un criminale incallito”.
La sentenza Gorinov, continua Evgenia Kara-Murza “è l’applicazione di una tecnica intimidatoria ideata per impaurire e indurre al silenzio la società civile russa. Le condanne a una lunga detenzione come rappresaglia contro chi dice la verità sulla guerra sono la nuova realtà della Russia di Putin, e dimostrano una volta di più che il regime sopravvive sull’intimidazione. E che la propaganda ha paura della verità”.
Il giovane Dima Ivanov, attivista universitario
Una lunga pena potrebbe essere inflitta anche al più giovane degli oppositori “incalliti” di Putin alle prese con la “gorinovskaya”, Dmitriy Ivanov, 22 anni, attivista della prestigiosa Università statale di Mosca, dove studia scienze informatiche.
Una vicenda fotocopia di quelle di Yashin e Kara-Murza: l’agguato della polizia, 25 giorni di carcere “amministrativo” e poi l’accusa penale ex articolo 207.3. Per aver postato sul suo canale Telegram tweet di altre persone riguardanti la guerra.
La sua amica Olga Misik, la “ragazza della costituzione” divenuta un’icona dell’opposizione russa quando a nemmeno 17 anni si mise a leggere la carta fondamentale davanti ai poliziotti anti-sommossa di Putin, ha pochi dubbi sull’esito del processo: “Per Dima (diminutivo di Dmitry, ndr), mi aspetto una sentenza come quella di Gorinov, o peggio. Potrebbero dargli otto o dieci anni. La decisione è già stata presa”, ci dice al telefono da Mosca trattenendo le lacrime.
Prigionieri politici e condizioni carcerarie
Secondo Sergei Davidis, “Il livello di pressione sulla società russa sta aumentando e il numero dei prigionieri politici non potrà che crescere”. Al momento sono circa 500, secondo i calcoli di Memorial, considerati attendibili anche dall’assemblea del Consiglio d’Europa che ha appena approvato una risoluzione per il rilascio di questi detenuti.
“Ma stiamo continuando gli accertamenti — continua Davidis — e possiamo presumere che arriveremo presto a definire la cifra totale in un migliaio. Per ora”. I prigionieri politici in Russia vivono nelle stesse condizioni degli altri detenuti, a parte casi singoli come quello di Alexei Navalny, sottoposto a un regime particolarmente pesante. Le condizioni “normali” sono però stigmatizzate da Davidis come “pessime”.
La Russia ha la quarta maggior popolazione carceraria del mondo: circa 520mila persone. Il 10% dei tenuti è positivo all’Hiv, almeno 14mila sono afflitti da tubercolosi conclamata. Non sono note le cifre dei contagi da coronavirus.
La scarsa ventilazione di celle e ambienti comuni agevola il diffondersi delle malattie. Così come lo stesso rivestimento delle pareti del carcer: un cemento poroso abrasivo, a spuntoni irregolari, chiamato in gergo “shuba”, che vuol dire pelliccia. Un ricettacolo di insetti, sporcizia e agenti patogeni. “Impossibile da sanificare”, secondo Olga Romanova, responsabile di “Russia imprigionata”, una Ong che aiuta i reclusi e le loro famiglie. Oltre al pericolo sanitario, ci sono frequenti casi di abusi e tortura. Quattro anni fa fu diffuso sui social un video shock che li documentava. Che tu sia un “politico” o meno, la galera non è una passeggiata, nel Paese di Vladimir Putin.
(da Fanpage)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
GIUSEPPE VERDE, ORDINARIO DI DIRITTO COSTITUZIONALE ALL’UNIVERSITA’ DI PALERMO: “PUO’ PROVVEDERE SOLO ALL’ORDINARIA AMMINISTRAZIONE, HA POTERI LIMITATI”
Mario Draghi andrà in Parlamento a confermare le dimissioni mercoledì 20 luglio, oppure potrebbe ripensarci?
“Dal punto di vista istituzionale, se ha accettato l’invito del presidente Mattarella significa che lo spazio per andare avanti c’è“.
Se invece si dimettesse, che poteri conserverebbe il governo?
“Solo l’ordinaria amministrazione, che in questo momento dovrebbe comprendere il lavoro per gli obiettivi del Pnrr. Sulla gestione delle emergenze, come la crisi energetica o il carovita, la vedo più complicata”.
Secondo Giuseppe Verde, professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Palermo, o la crisi avrà una soluzione politica o il governo dimissionario sarà per natura “azzoppato” fino a nuove elezioni. L’ipotesi di un premier nella pienezza dei suoi poteri anche a Camere sciolte – se, per ipotesi, Mattarella respingesse ancora le dimissioni – non è in campo: “Non vedo la possibilità di sciogliere le Camere in assenza di un governo dimissionario”, dice al fattoquotidiano.it.
Professore, il presidente della Repubblica ha invitato il premier a rendere comunicazioni alle Camere e, di fatto, a verificare l’appoggio parlamentare di cui gode il governo. Tecnicamente come funziona?
Dal punto di vista formale, una conferma della fiducia a Draghi dovrebbe passare per il voto di un atto di indirizzo, un ordine del giorno o una risoluzione di maggioranza, che contenga un impegno chiaro al governo a proseguire nel suo mandato. Il nodo però è politico e si può sciogliere solo al di fuori dell’Aula: bisogna capire se si riesce in qualche modo a sciogliere l’impasse. Nella richiesta di Mattarella di “parlamentarizzare la crisi” c’è una grande attenzione al profilo istituzionale, perché finora, come sappiamo, il governo non è mai stato sfiduciato: anzi, con il voto sul decreto Aiuti paradossalmente la fiducia è stata rinnovata.
Anche mercoledì ci sarà un voto di fiducia?
No, almeno non formale. Però avrà un valore sostanziale equivalente: è chiaro che se un partito della maggioranza si sfilasse, com’è successo giovedì in Senato, sarebbe un problema.
Secondo la maggior parte delle previsioni, però, Draghi andrà in Aula semplicemente a confermare le dimissioni. In quel caso seguirebbe un voto?
No, la seduta si interromperebbe e il presidente del Consiglio salirebbe al Quirinale, dopodiché la palla passerebbe al capo dello Stato. Ma il fatto che Draghi abbia accettato l’invito a tornare in Parlamento indica che c’è uno spazio per ricostruire. In questo senso la scelta di Mattarella, oltre che la più corretta dal punto di vista costituzionale, è stata anche la più utile: tiene conto della natura politica della crisi e lascia cinque giorni di tempo prezioso, che potranno servire a sciogliere il nodo. Non a caso, anche nell’ipotesi di presentazione di una mozione di sfiducia al governo la Costituzione impone di discuterla non prima di tre giorni. Serve a incoraggiare la riflessione.
Se invece le dimissioni diventassero irrevocabili, che poteri conserverebbe il governo?
I poteri del governo dimissionario si considerano limitati alla cosiddetta “ordinaria amministrazione”. È una di quelle formule magiche i cui contorni sono sempre sfuggenti: in termini generici, possiamo dire che la realizzazione del programma politico si blocca. Ma la situazione attuale è un po’ particolare: c’è il Pnrr, con cui ci siamo assunti fino al 2026 una serie di obblighi nei confronti dell’Unione europea. Sono impegni che non possono essere messi da parte e condizioneranno anche la politica dei futuri governi che usciranno dalle elezioni. È un tema di cui si discute tra costituzionalisti, ma io penso che l’ordinaria amministrazione dovrebbe abbracciare anche il perseguimento degli obiettivi del Piano.
Che dire invece delle urgenze dovute alla guerra, come la crisi energetica o il caro-vita? Lunedì Draghi e il ministro degli Esteri Di Maio andranno in Algeria a contrattare gli approvvigionamenti di gas. Potrebbero farlo da dimissionari?
La questione qui è più complessa. Da un lato è chiaro che siamo in emergenza, e se non portiamo a casa certi risultati non superiamo l’inverno. Dall’altro, però, la politica estera ha bisogno di una legittimazione e di un indirizzo politico: l’idea che un governo dimissionario tratti con le autorità straniere è un po’ scivolosa. Un governo estero si potrebbe chiedere: “Ma con chi sto parlando, chi rappresenta?”. Quindi mi auguro che, se si presentasse la necessità, i partiti sappiano fare quadrato intorno alle scelte più importanti.
Si potrebbero approvare, invece, provvedimenti a sostegno di famiglie e imprese sulla scia del Aiuti?
È difficile. Se c’è la crisi del governo Draghi, se il governo Draghi si dimette, se la maggioranza si sfalda, come si fa poi a dire che però si fanno l’accordo per il gas, la lotta all’inflazione, la politica estera e altre venti o trenta cose? Sarebbe un governo fintamente dimissionario, sostanzialmente nella pienezza dei suoi poteri. Un governo dimissionario non può fare tutto, deve avere dei limiti. E non si può giustificare tutto con la situazione eccezionale.
Torniamo alle dimissioni. Una delle ipotesi che si fanno è che vengano respinte, ma allo stesso tempo le Camere vengano sciolte. In quel modo il governo conserverebbe pieni poteri fino al voto?
No, è un discorso che non riesco a seguire. Non vedo la possibilità di sciogliere le Camere senza un governo dimissionario. E a quel punto, come abbiamo detto, i poteri del governo si limitano all’ordinaria amministrazione, che comprende i provvedimenti necessari a guidare il Paese a nuove elezioni. Se non c’è più il Parlamento, non c’è più un rapporto di fiducia, fondamentale in una Repubblica parlamentare. Questo almeno è il mio punto di vista.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
INIZIATIVA SPONTANEA DI UN GRUPPO DI CITTADINI E GIA’ PIOVONO ADESIONI… APPUNTAMENTO IN PIAZZA DELLA SCALA ALLE 18,30
La società civile milanese scende in piazza per chiedere che Mario
Draghi resti alla guida del governo fino alla fine della legislatura, nel 2023. L’appuntamento è per lunedì 18 luglio in piazza della Scala alle 18,30: l’appello è partito spontaneo da un gruppo di cittadini milanesi con lo slogan “Con Draghi, per il futuro dell’Italia e dell’Europa” e in poche ore ha ottenuto l’adesione di partiti e movimenti politici, tra cui Azione, +Europa, Italia Viva, Base Italia, Movimento Federalista Europeo, Per l’Italia con l’Europa.
Diversi esponenti del Pd hanno a loro volta aderito all’iniziativa a titolo personale, insieme a professionisti, imprenditori, docenti universitari e scolastici, esponenti del mondo della cultura, attivisti del mondo del terzo settore, del volontariato e del mondo della scuola.
L’idea è di fare una manifestazione senza bandiere. Tanto che gli interventi sul palco saranno di donne e uomini della società civile come, ad esempio, Sergio Scalpelli. Gli organizzatori spiegano che “questa manifestazione si rivolge non tanto a Mario Draghi quanto al senso di responsabilità dell’intera classe politica nazionale, perché in qusto momento che definiamo drammatico, sappia mettere da parte gli interessi particolari per ricostruire le condizioni favorevoli alla prosecuzione del governo di Mario Draghi, fino al 2023, e anche oltre”.
Gli autori dell’appello sono “preoccupati che l’atteggiamento attuale del Movimento Cinque stelle – che ricordiamo non ha votato la fiducia al decreto aiuti al Senato, bloccando circa 23 miliardi di sostegni alle famiglie, le misure contro il rincaro delle bollette e contro l’erosione del potere di acquisto – imponga di fatto un costo elevatissimo soprattutto a danno dei più poveri”. Ecco perché “in questo momento molto difficile la crisi dissennata aperta da Giuseppe Conte rischia di portare ad elezioni anticipate e offrire in regalo a Putin l’ennesimo argomento di propaganda”.
Secondo gli ideatori della manifestazione, “senza Mario Draghi e il suo governo si potrebbe bloccare il percorso delle transizioni essenziali nel campo climatico-ambientale, digilale, della sanità, della scuola e università e della giustizia”. L’Italia “ha bisogno delle riforme strutturali, di cui il governo Draghi sta mettendo le basi dopo decenni, per poter ottenere i fondi del PNRR che servono ad ammodernare il Paese nelle sue infrastrutture e a ridargli spinta per crescere”.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
ALL’ASSEMBLEA DEL M5S OGGI SU 46 ELETTI, 19 HANNO DICHIARATO ESPRESSAMENTE CHE VOTERANNO LA FIDUCIA A DRAGHI
Clima a tratti teso nel corso dell’assemblea congiunta M5S di questa mattina. La maggioranza dei parlamentari intervenuti si è schierata nettamente a favore della linea del leader pentastellato Giuseppe Conte, ma non sono mancati appelli a sostegno della fiducia al governo presieduto da Mario Draghi.
Una crepa, quella tra ‘contiani’ e ‘governisti’ che rischia di allargarsi sempre di più e di produrre una nuova frattura interna al M5S dopo la scissione di Luigi Di Maio.
Durante la riunione in video-conferenza iniziata alle 10.30 (e che si aggiornerà in serata) i toni si sono surriscaldati quando – apprende l’Adnkronos – la senatrice Giulia Lupo ha puntato il dito contro i “tiratori scelti” che a suo dire starebbero destabilizzando il M5S dall’interno: “Rispetto le idee di tutti, ognuno fa le sue scelte. Ma se lo specchio non può sputarvi, allora forse potrebbe iniziare a farlo qualcuno di noi…”, le parole al vetriolo della parlamentare contiana. Secondo quanto viene riferito, più di qualcuno avrebbe apostrofato i governisti con un esplicito “un abbraccio ai traditori”.
Tra i più bersagliati dalle critiche ci sarebbe Maria Soave Alemanno (membro del direttivo grillino alla Camera e delegata d’Aula) che non a caso ieri è stata una delle prime a manifestare la sua intenzione di continuare ad appoggiare il governo Draghi.
Nel mirino di alcuni contiani anche il capogruppo Davide Crippa: “In Consiglio nazionale devi rappresentare il pensiero della maggioranza e non portare la tua opinione personale”, l’accusa indirizzata al presidente dei deputati, contrario all’ipotesi di innescare una crisi di governo. Particolarmente ‘duri’ nei confronti dei filo-governativi sono stati gli interventi di Leonardo Donno, Sebastiano Cubeddu e Gilda Sportiello.
“E’ un clima da caccia alle streghe”, si sfoga con l’Adnkronos un parlamentare, “è impossibile esprimere un’opinione in dissenso senza essere tacciati di essere dei pupazzi di Di Maio”.
Qualcuno in chat arriva a evocare metodi da repressione fascista verso i dissidenti. Ad ogni modo la bilancia del consenso interno pende dalla parte di Conte: “46 parlamentari intervenuti finora sono sulla linea del leader, 19 sono per dare la fiducia a Draghi, 3 gli indecisi”, spiega un eletto contiano ‘armato’ di pallottoliere. Ma la partita è ancora lunga.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
DA TRAVAGLIO ALLA PASIONARIA ALLA VACCINARA PAOLETTA TAVERNA A TA-ROCCO CASALINO: “IO SUGGERITORE? MACCHINA DEL FANGO”
Dietro l’ennesima trasformazione di Conte (prima sovranista con la Lega,
poi europeista col Pd, ora barricadero) c’è un cerchio magico – o tragico – di consiglieri che ne hanno guidato la svolta anti-governativa.
Una veste che poco si addice alla pochette dell’avvocato, ma che alla fine nella testa di Conte ha finito con il prevalere sull’istinto bizantino al compromesso e alla supercazzola. Il martellamento ha avuto successo, anche grazie all’«aiuto» delle elezioni amministrative, da cui la leadership di Conte è uscita a brandelli convincendolo che un ritorno al Vaffa possa resuscitare un po’ dei consensi perduti. Uno dei consiglieri più ascoltati è Marco Travaglio.
Il direttore del Fatto da mesi verga editoriali contro il governo del Migliore (Draghi), spiegando che il M5s ha fatto un grave errore ad entrarci, che si ritrova al governo solo per subire angherìe dall’ex capo della Bce che non apprezza le meravigliose idee del M5s ma che Conte ha una strada spianata per risollevarsi: mollare Draghi. Travaglio lo scrive chiaramente il 28 giugno.
Il M5s può recuperare una parte dei milioni di voti presi (e poi persi) nel 2018, scrive, «se li porta fuori dal governo, recupera Di Battista e la sua area e convince Grillo ad un compromesso sui due mandati», per salvare i poltronari pentastellati.
Per molti non è un caso che la spifferata del sociologo grillino De Masi circa i giudizi impietosi di Draghi su Conte, cosa che ha fatto deflagrare la crisi, siano usciti proprio sul Fatto Quotidiano. Un piano ad hoc, sospettano anche dentro il Movimento, per dare a Conte l’assist per uscire dal governo, con l’appoggio dell’ala dura.
Massima rappresentante di quest’ultima è la statista alla vaccinara Paola Taverna. La senatrice negli ultimi mesi si è riposizionata come contiana di ferro. Non solo, è stata lei la regista del tour elettorale dell’ex premier, verso cui nutre una venerazione personale. Si è schierata anche contro Beppe Grillo, puntando tutto su Conte, che infatti sarebbe disponibile ad una deroga al tetto dei secondo mandato solo per una piccola percentuale di eletti, tra cui appunto la Taverna (senza uno stipendio garantito dal M5s le toccherebbe tornare a lavorare come addetta in un poliambulatorio di analisi cliniche). È lei il più falco dei falchi M5s.
Secondo il Corriere prima di entrare in aula al Senato nel giorno della non-fiducia al governo la Taverna ha lanciato un grido di battaglia in puro slang da borgata romana: «Oggi li sfonnamo de brutto». È convinta che il salto all’opposizione sia una furbata per fregare quel «traditore» di Di Maio, e guadagnare un’altra legislatura per lei per gli altri pentastellati insieme all’amato Conte. Di sicuro all’opposizione potrebbe esprimere al meglio le naturali doti dialettiche per cui è nota.
L’altro consigliere di guerra, più defilato nonostante l’amore del personaggio per le telecamere e la ribalta mediatica, è Rocco Casalino. L’ex portavoce di Conte a Palazzo Chigi si è riciclato come capo della comunicazione alla Camera. Ma non si limita certo a scrivere comunicati stampa. Uno che è stato capace di pubblicare un libro autobiografico da cui ricavare poi un film, pensa molto più in grande. Ed elabora strategie per il suo capo, confidando in un seggio sicuro nelle liste M5s alle politiche del 2023. Casalino nega di essere uno degli artefici dello strappo: «Non ho incarichi politici, il mio ruolo è limitato all’ambito comunicativo, contro di me c’è una macchina del fango».
Pochi giorni fa, però, intercettato in monopattino a Roma dal direttore del Foglio Claudio Cerasa, Casalino dava già per certo – quando ancora non lo era affatto – il non voto del M5s alla fiducia. È lui del resto ad aver sempre consigliato Conte di non tornare al suo mestiere, ma di darsi alla politica come leader di partito. Finora, consigli poco fortunati.
(da il Giornale)
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Luglio 17th, 2022 Riccardo Fucile
IL VICE RETTORE: “NON POSSIAMO NASCONDERE IL FATTO CHE C’È UNA CRISI DI SALUTE MENTALE DEGLI STUDENTI A CAMBRIDGE”
Il suicidio è la morte più solitaria. Soprattutto se a morire è un giovane. Il suicidio è la morte più scandalosa, se a morire sono cinque studenti in quattro mesi, a Cambridge, una delle università più prestigiose del mondo. Ottocento secoli di storia, edifici di mattoni rossi, cortili in pietra e prati verdi, cappelle e rituali, targhe a commemorare i nomi illustri passati per quelle stanze, sfilze di Nobel: 88, più di ogni altra istituzione scolastica del mondo. Più di tutti.
Il Trinity College da solo, uno dei più prestigiosi dei 31 college dell’Università (insieme al King’ s, al St John’s e all’Emmanuel), fu fondato da Enrico VIII nel 1546 e dalle sue aule sono uscite 31 premi Nobel. Eccellenza allo stato puro, selezione, duro lavoro, l’ambizione di ogni famiglia britannica e non solo, che programma la carriera scolastica del proprio figlio per l’ingresso di una delle due: Oxford o Cambridge, la crema della futura intellighenzia umanistica e i genietti dei numeri. Allora perché? Cosa è successo? Cosa sta succedendo?
Dopo il quarto decesso è stata aperta un’inchiesta, come riferisce il giornale britannico The Guardian. Cinque morti sono troppe, anche se le prime quattro sono ancora definite «sospetti suicidi», una terminologia giudiziaria che non si addice – non dovrebbe almeno – a una materia così delicata. Lo scandalo, si diceva. O meglio, la paura dello scandalo.
Perché il suicidio porta sempre con sé un alone di vergogna, omertà, pregiudizio. Il suicidio è una morte più dolorosa perché si poteva evitare. O almeno si poteva provarci. È una sconfitta per una istituzione scolastica, soprattutto così prestigiosa. Quindi meglio che siano «sospetti suicidi», anche se è difficile che tanti giovani siano morti accidentalmente nei college, per morti di cui non sono state chiarite le ragioni e le modalità. Forse questa è la chiave che fa parlare i giornali di «giallo» e di «mistero».
Anche se presumibilmente non c’è nessuno giallo e nessun mistero, ma solo errori di chi doveva capire che quello sguardo era troppo sfuggente, che quelle assenze alle revisioni dei paper non erano giustificate, che quella camicia a maniche lunghe anche con il caldo copriva i segni evidenti di un disagio. Che c’era qualcosa che non andava, insomma.
Le università inglesi hanno dipartimenti appositamente dedicati alla cura psicologica degli studenti. Secondo la Bbc, nel 2021 c’è stato un enorme aumento di studenti che hanno fatto ricorso al servizio centrale di salute mentale universitario: in tutto 2.123 studenti contro i 1655 del 2017.
Dopo l’apertura dell’inchiesta il vice rettore di Cambridge Graham Virgo ha rilasciato una dichiarazione pubblica: «Voglio rassicurarvi che l’università sta prendendo questa vicenda molto sul serio ed è determinata a lavorare a stretto contatto con i nostri partner per aiutare a prevenire morti future».
L’ateneo ha costituito un gruppo di risposta rapida agli incidenti, che ha coinvolto i college colpiti, insieme a esperti di salute pubblica delle autorità locali e del Sistema sanitario nazionale. «È sbagliato speculare sulle circostanze che circondano la morte di ogni studente – si legge ancora nella nota -, ma non possiamo nascondere il fatto che c’è una crisi di salute mentale degli studenti a Cambridge».
Uno dei cinque decessi è avvenuto a marzo, tre in maggio e uno a giugno. L’università ha fatto sapere che non ci sono legami tra i decessi. Gli studenti frequentavano infatti college e indirizzi di studi diversi. L’inchiesta è stata aperta solo dopo il quarto decesso. Il problema è perché il campanello d’allarme non è scattato prima. Ci volevano quattro morti per far venire il sospetto? Non vengono forniti dettagli né i nomi, anche se alcuni giornali li pubblicano. Ma i nomi importano poco. Anche le modalità importano poco.
Sempre il professor Virgo ha reso noto che Cambridge usa già 4,5 milioni di sterline all’anno per la salute mentale dei propri studenti e stanzierà altri 5 milioni di sterline nei prossimi cinque anni.
Una risposta che pare tardiva e riparatoria. Il sindacato degli studenti accusa l’Università di aver allentato il piano di prevenzione dei suicidi. Certo la pandemia non ha aiutato. Gli esperti del servizio sanitario mentale dicono che gli ultimi due anni hanno creato una situazione di disagio mai vista prima: cali del rendimento scolastico senza precedenti, mancanza di socialità, studenti che hanno smesso di frequentare le lezioni con regolarità.
Dietro ognuno di quei letti vuoti, c’è una famiglia e una comunità. C’è bisogno di spazio, tempo e privacy per affrontare la perdita, dicono gli psicologi. E soprattutto che venga allontanato ogni sospetto che per salvaguardare il buon nome dell’istituzione non si sia fatto tutto il possibile. E non si sia cercato di insabbiare per evitare lo scandalo. Quella sarebbe la peggiore sconfitta per tutti.
(da la Stampa)
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