Luglio 10th, 2022 Riccardo Fucile
C’È IL DETENUTO CHE AVREBBE ESEGUITO “LAVORI” PER 30 MILIONI DI EURO, C’È CHI HA PIANIFICATO LAVORI PER “281 IMMOBILI INESISTENTI” E A NAPOLI “IL 70% DELLE PERSONE TITOLARI DEL CREDITO DI IMPOSTA RISULTAVA RICHIEDENTE IL REDDITO DI CITTADINANZA
Nel modulo inserito sul portale dell’Agenzia delle Entrate ha comunicato crediti d’imposta certificando di aver svolto lavori edilizi per 30 milioni di euro. Il problema è che in quel periodo era in carcere.
È soltanto uno dei nuovi, eclatanti casi di truffa sui bonus edilizi scoperto grazie alle indagini avviate in tutta Italia. Sono quasi 6 i miliardi sottratti allo Stato, di cui 2 miliardi «già incassati», come ha confermato al Parlamento il ministro dell’Economia Daniele Franco.
Nell’elenco di chi ha percepito migliaia, più spesso milioni di euro, senza avere titolo ci sono cittadini già condannati per reati gravi, esponenti della criminalità organizzata, persone segnalate per aver chiesto e ottenuto il Reddito di cittadinanza nonostante fossero privi dei requisiti. Una frode di enormi dimensioni che sta rallentando, addirittura bloccando, i lavori di chi invece ha seguito le regole.
La circolare emessa il 23 giugno scorso chiarisce la procedura per la cessione del credito e ribadisce la necessità che Poste Italiane e le banche effettuino i controlli prima di erogare i soldi proprio per non ostacolare chi ha rispettato le norme.
Ma sia Poste sia gli istituti di credito hanno già subito perdite da centinaia di milioni e adesso i ritardi si accumulano penalizzando i cittadini in regola.
Il parcheggiatore abusivo
Il 28 giugno la Procura di Napoli ha disposto «il sequestro di crediti derivanti da bonus edilizi e di locazione per oltre 772 milioni di euro, vantati da 143 soggetti, tra persone fisiche e giuridiche tra le province di Napoli e Caserta». Si è scoperto che erano stati inseriti nel portale «crediti per svariati milioni di euro, a fronte di fantomatici lavori di ristrutturazione di fatto mai eseguiti».
Tra i titolari del credito «sono stati individuati anche soggetti più volte segnalati dagli investigatori per esercizio abusivo dell’attività di parcheggiatore, per essere risultati privi di partita Iva, per aver svolto attività d’impresa per un solo giorno, per essere risultati impegnati in settori economici differenti da quello edilizio e persino per contiguità con la camorra, sia napoletana che casertana».
Tra loro anche «un soggetto che avrebbe ricevuto lavori di ristrutturazione per oltre 34 milioni di euro e, al contempo, ne avrebbe egli stesso asseritamente eseguiti per oltre 30 milioni di euro, benché fosse in realtà detenuto presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere».
Il conto lituano e i palazzi spariti
Il 6 luglio sono state bloccate erogazioni per oltre 110 milioni di euro dai magistrati di Parma che avevano chiesto e ottenuto l’arresto di quattro persone. La società incaricata dei lavori «avrebbe ricevuto una provvista di denaro monetizzando crediti di imposta legati a “sisma bonus”, “eco bonus” e “bonus facciata”, procedendo poi a trasferire la somma all’estero su un rapporto bancario lituano riconducibile a un trust svizzero. Ma la vera sorpresa per gli investigatori è arrivata dagli accertamenti effettuati al catasto. Hanno infatti scoperto che i lavori erano stati pianificati per «281 immobili inesistenti e soprattutto 23 immobili ubicati in Comuni soppressi da tempo (anche nei primi anni del secolo scorso) e decine di altri immobili di proprietà di terzi soggetti che però erano totalmente estranei agli affari».
Sgravi e Reddito di cittadinanza
Le indagini avviate a Napoli hanno consentito di accertare che «il 70 per cento delle persone titolari del credito di imposta risultava percettore o comunque richiedente il Reddito di cittadinanza». Ancor più eclatante quanto scoperto a Caserta dove sono stati sequestrati oltre 13 milioni di euro a due imprenditori che avevano avviato lavori anche a Modena. La Guardia di Finanza ha svelato che «i due indagati, senza avere una concreta organizzazione aziendale (mezzi, dipendenti, uffici), avevano generato crediti di imposta per lavori edili mai svolti, per i quali non erano state emesse fatture nei confronti dei presunti clienti.
I crediti generati venivano poi ceduti, di solito in tranche di 500 mila euro, a una moltitudine di soggetti privi della necessaria forza economica per pagare il prezzo della cessione del credito e, in alcuni casi percettori del Reddito di cittadinanza, che avevano l’esclusivo compito di rivendere i crediti d’imposta agli istituti di credito i quali, ignari della provenienza delittuosa, provvedevano a monetizzarli».
§I premi per le Poste e i controlli
Poste Italiane è uno dei concessionari del «Servizio di Cessione dei crediti d’imposta» e anche sulla base di questo maggior impegno l’assemblea ha approvato «l’innalzamento della retribuzione per il personale di vertice». Ma è stata ribadita, anche dai giudici che hanno sbloccato milioni di euro sequestrati proprio per stanare i truffatori, la necessità di effettuare controlli «mentre non sempre è stata compiuta adeguata verifica della clientela».
(da Il Corriere della Sera)
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Luglio 10th, 2022 Riccardo Fucile
“E A CHI NON E’ D’ACCORDO: FUCK”
«Continuiamo a dirlo anche se a qualcuno dà fastidio: Fuck Putin, fuck la
guerra, fanculo i dittatori. E a chi non è d’accordo: Fuck».
Così, durante l’esibizione di Gasoline, il frontman Damiano dei Maneskin è tornato a ribadire il fermo No della band all’invasione russa in Ucraina.
Già sul palco del Coachella urlò le stesse parole, accompagnandole poi dal discorso di Charlie Chaplin del film Il grande dittatore. Un concerto contestato in questi giorni, che non finisce di sorprendere.
Iniziato con la travolgente Zitti e buoni di fronte a 70 mila persone, l’evento ha sullo sfondo la nube del maxi incendio avvenuto in zona Casilina nelle scorse ore e tra il pubblico volti noti che spiccano. L’attrice Angelina Jolie, in città per le riprese del film Without Blood tratto dal romanzo dello scrittore italiano Alessandro Baricco, sta seguendo il concerto.
Tra gli altri anche Russell Crowe, Gabriele Muccino, Anna Ferzetti e Anna Foglietta.
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2022 Riccardo Fucile
E QUESTO SOGGETTO, ANCORA A PIEDE LIBERO, VORREBBE TORNARE A FARE IL PRESIDENTE
L’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump torna a sminuire l’aggravarsi della crisi climatica. “Avremo un po’ più di proprietà sulla spiaggia, che non è la cosa peggiore del mondo”, ha detto nel corso di un comizio ad Anchorage, in Alaska, in occasione delle primarie dei Repubblicani.
“Ho sentito che gli oceani si alzeranno nei prossimi 300 anni. Abbiamo problemi più grandi di così”, ha detto l’ex presidente.
Negli Stati Uniti, le elezioni del Congresso sono previste per novembre. Trump ha anche lasciato intendere che vorrebbe ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 2024: “Reclameremo la nostra magnifica Casa Bianca, Dobbiamo vincere nettamente per evitare che questa volta i radicali di sinistra non ci rubino le elezioni”, ha annunciato rilanciando la bufala sui brogli elettorali alle elezioni del 2020 che lo hanno visto uscire sconfitto a scapito di Joe Biden.
Sull’annullamento del diritto all’aborto da parte della Corte Suprema l’ex tycoon ha dichiarato: “Ci hanno provato per anni e noi ci siamo riusciti”. Con lui, anche la candidata alla Camera Sarah Palin, l’ex governatrice dello Stato, ora in corsa per un posto alla Camera. Durante la prima parte del suo intervento Trump si è invece scagliato contro la senatrice repubblicana dell’Alaska Lisa Murkowski, che lui ritiene essere una “traditrice” per aver votato per il suo impeachment e per aver supportato la formazione della commissione d’inchiesta sull’assalto a Capitol Hill. Ne ha, ovviamente, anche per il suo successore, Biden: “Con me alla Casa Bianca non ci sarebbe stata l’invasione russa dell’Ucraina”.
Ovvio avrebbe fatto gli imnteressi di Putin, come sempre.
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2022 Riccardo Fucile
DELL’ENNESIMO PARTITO DELLO ZERO-VIRGOLA SE NE SENTIVA IL BISOGNO
“Exit” di Simone di Stefano e “Il Popolo della Famiglia” di Mario Adinolfi si
fonderanno in un nuovo partito di estrema destra chiamato “Alternativa per l’Italia”, nome sulla falsariga di “Alternative für Deutschland”, il soggetto politico tedesco con tendenze razziste, islamofobe e ultrareligiose più volte accusato di avere legami con il neonazismo.
Il simbolo dovrebbe essere presentato domani, e – secondo quanto riporta Repubblica – il candidato con il record di zero voti alle amministrative di Ventotene e l’ex leader di Casapound avevano spinto per inserire nel logo anche la scritta “No Draghi”, ipotesi bocciata visto che sarebbe stata necessaria l’autorizzazione dello stesso presidente del Consiglio.
Ma la sostanza non cambia, la linea politica del partito resterà quella: “No Draghi 2028”. Avversione totale al governo attualmente in carica, quindi: una scelta che ha portato diverse formazioni minori che ruotano intorno alla galassia degli ex “No Green Pass”, oggi convertiti in “No War” che faticano a condannare la Russia di Putin nel conflitto con l’Ucraina.
Per ammantare di credibilità la presentazione di domani Adinolfi e Di Stefano presenteranno i dati di un sondaggio commissionato ad hoc e realizzato da BiDiMedia, che vedrebbe “Alternativa per l’Italia” all’1,9% dei consensi, con un “potenziale” del 4,8%.
Una previsione ben oltre le più rosee aspettative visto che il Popolo della Famiglia ha raccolto lo 0,6% alle ultime elezioni politiche, nel 2018, mentre Casapound – ultimo partito sul quale misurare la popolarità di Di Stefano prima di fondare Exit – si fermò allo 0,9%.
E con quali argomenti il nuovo partito vorrebbe conquistare gli italiani? In una recente intervista rilasciata a Luca Telese Adinolfi si è detto pronto a una cancellazione “con il Napalm” della legge 194 e, quindi, del diritto all’aborto in Italia.
Traballa anche il divorzio, battaglia ironica visto che sia Adinolfi sia Di Stefano hanno una ex moglie.
“Proprio perché ho una mia esperienza di vita posso dirlo – ha affermato Adinolfi – l’Italia senza il divorzio era più bella e più sana di questa. Come un ex drogato può spiegare meglio di tutti gli effetti perversi della droga, così io posso spiegare meglio il dramma del divorzio”. Della serie: io posso, voi no.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile
PRONTI A SFANCULARE “GIUSEPPI” SAREBBERO IN QUINDICI: L PEZZO PREGIATO DELL’OPERAZIONE È DAVIDE CRIPPA
Un pezzo di Movimento è tentato dalla scissione bis. Se Giuseppe Conte si consegnerà all’ala ortodossa, che soffia da mesi sul fuoco della crisi, una pattuglia parlamentare è pronta a sganciarsi. Quasi tutti sono pronti a bussare alle porte di Luigi Di Maio. Altri guardano al gruppo misto o sognano l’entrata in extremis in un partito già strutturato, sognando la ricandidatura nel 2023.
I contatti sottotraccia, via chat e in Transatlantico, sono frenetici. Con Vincenzo Spadafora, il coordinatore politico di Insieme per il Futuro. O con Iolanda Di Stasio e Primo Di Nicola, i capigruppo di Camera e Senato della formazione post-grillina.
Dentro Ipf circola una cifra: 15 verso l’uscita. Nel Movimento temono il doppio, visto come è andata a giugno, con il ministro degli Esteri che ha soffiato a Conte in una notte 60 parlamentari.
Il pezzo pregiato
Il pezzo pregiato dell’operazione è Davide Crippa. Il capogruppo del Movimento alla Camera non è mai stato in buoni rapporti con Conte. È mal sopportato dai deputati più vicini al leader. Alcuni negli ultimi giorni ne hanno addirittura chiesto la testa: “Dobbiamo trovare un modo di defenestrarlo”, si sfogava l’altro ieri nel cortile di Montecitorio una deputata. La colpa di Crippa? Avere mal gestito la scissione, troppi esodi. E non essere in sintonia con il leader sul possibile strappo. Il capogruppo per ora resiste.
Ma ha fatto capire, anche nell’ultima, chiassosa, assemblea dei parlamentari 5 Stelle, che lasciare il governo ora sarebbe un errore. La tendenza governista lo rende appetibile per la creatura dimaiana, dove sono convinti che Conte, “questione di giorni”, si risolverà per la crisi. Uscisse Crippa, si porterebbe dietro almeno una decina di parlamentari. I più irrequieti, nei confronti dell’ala barricadera del Movimento, e dunque tentati dall’uscita, vanno cercati alla Camera. Francesco Berti, Maurizio Cattoi, Elisabetta Barbuto. Dovrebbero restare nel M5S invece, nonostante i mal di pancia, gli ex ministri Riccardo Fraccaro, Alfonso Bonafede e Giulia Grillo. Per ora.
Un capitolo a parte, anche nei ragionamenti che fanno dentro Ipf, è quello di Fabiana Dadone. La ministra delle Politiche giovanili appare tormentata. Dieci giorni fa se l’è presa con Alessandro Di Battista, che dalla Russia consigliava a Conte di sbrigarsi a mollare Draghi: “Gli uomini della provvidenza che ci vogliono fuori dal governo dovrebbero restare in vacanza”, ha risposto su Facebook. Tutto lo staff di Dadone è in pressing da settimane: passa con Di Maio, le dicono, alla svelta.
Lei invoca prudenza: “Dobbiamo resistere”. Dentro Ipf però mettono in chiaro che sarebbe difficile, per Dadone, conservare l’incarico.
La truppa dimaiana già esprime il ministro degli Esteri, il vice-ministro dell’Economia, Laura Castelli, sottosegretari di peso come Pierpaolo Sileri alla Salute e Manlio Di Stefano alla Farnesina. La poltrona ministeriale, per Dadone, sarebbe tutt’altro che blindata.
In attesa che i nuovi transfughi si materializzino, Di Maio continua a picconare Conte. “Chi oggi minaccia di staccare lo spina lo fa solo per un motivo: perché scende nei sondaggi”, ha detto ieri, collegato da Bali, ai parlamentari di Insieme per il Futuro radunati in call.
Negli ultimi sondaggi del resto i 5 Stelle sono scivolati al 10%. Altre rilevazioni la settimana scorsa li davano poco sotto al 7. Il capo della Farnesina un po’ gongola, un po’ si mostra preoccupato: “Aprire una crisi di governo significa prestare il fianco alla propaganda di Putin, che a sua volta otterrebbe l’obiettivo di sgretolare il nostro governo”. Dunque attenzione, predica Di Maio, “a riproporre il Papeete. A luglio come a settembre”.
(da La Repubblica)
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Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile
SERVONO, AD OGGI ,750 MILIARDI DI DOLLARI, I BENI SEQUESTRATI AGLI OLIGARCHI AMMONTANO A 500 MILIARDI, MA SERVE UNA COPERTURA NORMATIVA
Le idee sono chiare. “Per ricostruire il Paese serviranno 750 miliardi di
dollari, una somma che useremo per finanziare 850 progetti che ridaranno un volto vivibile al Paese”, ha dichiarato il premier ucraino Denys Shmyhal alla “Ukraine Recovery Conference 2022”, una due giorni tenutasi a Lugano, in Svizzera, lo scorso 4-5 luglio.
Nelle intenzioni di Kyiv la maggior parte dei finanziamenti dovranno avere una sola provenienza, “cioè dalla Federazione russa e dai suoi oligarchi, i cui beni in Europa sono stimati tra i 300 e i 500 miliardi di dollari”, ha dichiarato il premier ucraino aggiungendo poi che la parte restante proverrà “dai prestiti agevolati delle organizzazioni finanziarie internazionali e dei Paesi amici, dagli investimenti del settore privato e dal bilancio interno ucraini”. Un progetto ambizioso che però non sembra semplice da realizzare, visti gli ostacoli politici e normativi.
La difficoltà a far pagare Mosca
I propositi ucraini hanno infatti trovato ostacoli sin da subito. “Certo, possiamo violare una legge fondamentale come il diritto di proprietà. Ma dobbiamo creare la base giuridica”, ha dichiarato il presidente della Confederazione elvetica Ignazio Cassis in una conferenza stampa congiunta proprio con Shmyhal.
Se la contrarietà di Berna ad agire con decisione sui beni di provenienza russa è nota, si stima che le ricchezze degli oligarchi nella Confederazione arrivino a 190 miliardi di euro, non altrettanto scontate sono invece le perplessità provenienti da Europa e Stati Uniti. Janet Yellen segretaria del Tesoro degli Stati Uniti, ha affermato che “l’accaparramento delle riserve di Mosca non è qualcosa da considerare alla leggera” e lo stesso ha fatto anche Simon Hinrichsen, professore presso la London School of Economics, in un’intervista al Financial Times.
“Sarebbe essenzialmente un’azione che elimina il sistema di economia politica internazionale che abbiamo istituito nei decenni”. Un vero e proprio Rubicone politico il cui passaggio causerebbe effetti imprevedibili. Come racconta Mark Lattimer, direttore della ONG Ceasefire Centre, in un articolo del Guardian “l’obbligo legale di pagare le riparazioni ricade maggiormente sulla Russia, ma evidentemente non pagherà di propria iniziativa. Inoltre, né la Corte internazionale di giustizia, la Corte penale internazionale o la Corte europea dei diritti umani sono in grado di concedere riparazioni della portata richieste dal conflitto in Ucraina”.
I casi storici
Per questo rischia di essere vana la conferenza in programma il prossimo 14 luglio a L’Aja, nei Paesi Bassi, tra Unione europea e Corte internazionale di Giustizia a proposito dei crimini russi in Ucraina. Oltre agli ostacoli giuridici manca proprio una struttura in grado di poter trasferire il valore dei beni sequestrati ai russi dai Paesi occidentali all’Ucraina, non dimenticando che in Europa ogni Paese ha le sue regole in materia di beni sequestrati, possibili spesso solo in occasione di un’azione penale. Per questo l’Unione è già al lavoro da maggio su un pacchetto di norme che renderebbe l’evasione delle sanzioni un reato europeo, fornendo così ai diversi Stati Ue la base giuridica di cui hanno bisogno per confiscare i beni in questione. Un processo che però rischia di essere lungo: per questo si guarda a casi simili, che hanno funzionato con alterne fortune. Quello certamente più di successo è la Commissione di compensazione delle Nazioni Unite, istituita nel 1991 per far sì che l’Iraq di Saddam Hussein pagasse per i danni causati al Kuwait durante la Prima Guerra del Golfo. Soltanto a inizio 2022 i 52 miliardi di dollari che Baghdad doveva al piccolo emirato sono stati pagati, grazie soprattutto alle vendite del petrolio. Non è andata bene invece alle vittime di Hissène Habré, l’ex presidente del Ciad, condannato nel 2017 da un tribunale speciale per i crimini di guerra a pagare più di 145 milioni di dollari ma che è morto nel 2021 senza sganciare un solo centesimo.
Come risolvere
C’è perciò un modo perché la Russia paghi per i danni causati in Ucraina? Sequestrare i beni degli oligarchi potrebbe essere un procedimento lungo e non privo di ostacoli, così come quello delle ricchezze della Banca centrale russa, che nel Continente europeo detiene circa 296 miliardi di euro e il cui sequestro creerebbe un precedente. Potrebbe avere più fortuna il tentativo ucraino di imputare alla Russia i danni ambientali causati dal suo attacco.
A giugno il sito Politico Europe ha raccontato come la task force di 100 persone creata da Kiev stia raccogliendo le prove dei crimini ambientali di Mosca che, secondo le prime stime, varrebbero circa 6,6 miliardi di euro, ma che non sono facilmente imputabili. “Per essere etichettato come reato, il danno ambientale deve essere grave, diffuso, a lungo termine e intenzionale, il che è veramente difficile da provare nei tribunali internazionali”, ha dichiarato Anna Ackermann, co-fondatrice dell’ONG Ecoaction Ukraine. Un rebus per il momento ancora senza soluzione.
(da il Fatto Quotidiano)
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Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile
IL CHURCHILL DEI PARIOLI LO GELA: “IL FRITTO MISTO NON SERVE”… DIECI SIGLE PER CONTENDERSI UN 10%
Al gran ballo dei centristi si presenta l’ennesima debuttante. È Italia al Centro, il nuovo soggetto politico – il terzo in meno di tre anni – fondato dal presidente della Liguria Giovanni Toti dopo la scissione da Coraggio Italia (che aveva lanciato poco più di un anno fa insieme al sindaco di Venezia Luigi Brugnaro) e presentato sabato mattina con una convention a Roma.
Una federazione che dovrebbe tenere insieme i seguenti soggetti: Cambiamo!, il partitino fondato da Toti nel 2019 (che non si vede, ma esiste ancora); Identità e Azione (IdeA) di Gaetano Quagliariello; la sub-componente del Misto al Senato chiamata “Europeisti” (ciò che rimane del vecchio gruppo Europeisti-Maie-Centro Democratico); e Noi di Centro, micro-partito di Clemente Mastella e della moglie Sandra Lonardo.
Tutto questo arsenale messo insieme dovrà lottare per dividersi un bacino potenziale del 10% di voti – il massimo raggiungibile, secondo i sondaggi, dal mitologico “centro” – con almeno altre sei forze: Coraggio Italia, Noi con l’Italia di Maurizio Lupi, la federazione +Europa/Azione, Italia Viva, il Centro democratico di Bruno Tabacci e il neonato “Insieme per il futuro” di Luigi Di Maio. Senza contare il vagheggiato “partito dei sindaci” di Beppe Sala e quella fronda di Forza Italia che guarda a sua volta al centro, formata dai ministri Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna.
A lanciare l’allarme sui possibili effetti indesiderati di un tale sovraffollamento ci ha pensato il leader di Azione Carlo Calenda, intervenendo per primo alla kermesse.
L’ex ministro dello Sviluppo economico si è detto scettico dall’inizio sulla scissione di Di Maio, e ha ribadito più volte di voler correre in autonomia. “Il nostro è un cantiere aperto, e il 24 settembre, data del congresso, chiunque può venire, anzi deve venire. Ma sarò franco: Toti è un bravo amministratore, così come il sindaco Bucci (il primo cittadino di Genova, anche lui presente, ndr) perché fa avvenire i fatti. Se volete venire con noi dovete essere netti, e dire che non si può stare un po’ qua e un po’ là. Se dite che è aperto a tutti finirete annacquati in un centro che non serve a nessuno. Un laico ha il dovere della verità e della coerenza. Presentandoci da soli dobbiamo costringerli a un governo di persone competenti, europeisti e riformiste. Il fritto misto non serve, serve ai nostri avversari per criticarci”, avverte. “Quello che salva l’Italia non è il centro in cui si sta un po’ a destra e un pò a sinistra, ma una potente iniziativa di liberazione delle forze. Il centro liberale è il luogo delle scelte nette e delle persone capaci”. E punzecchia: “Toti, ti voglio bene. Ma la prossima volta che ti sento dire che Di Maio è bravo mi arrabbio parecchio, perché non se po’ senti’…”
Toti, però, da quell’orecchio sembra non sentirci: “A Calenda dico che noi saremo nettissimi: essere moderati non vuole dire essere ondivaghi o incerti. Abbiamo delle convinzioni solidissime. Ma queste convinzioni solidissime non ci impediscono di dialogare. Se noi chiudiamo al confronto, chiudiamo la possibilità di costruire un programma comune e poterlo realizzare. Grande nettezza di idee ma anche grande capacità di dialogo”, afferma. “Il dialogo parte dai fatti e dai progetti, non dal gioco delle coppie, che piace ai giornalisti ma non è compreso dai cittadini. Io dico agli amici di Azione e di Italia Viva: mettiamo le cose una dietro l’altra, partiamo dai contenuti e poi vediamo”. E replica anche al suo ex mentore, Silvio Berlusconi, che aveva avuto parole sprezzanti sul progetto di Italia al Centro (“Il centro siamo noi, è Forza Italia”): “C’è chi dice “Il centro sono io”. Ma il centro è di tutti“. Alla convention, tra gli altri, anche Ettore Rosato, Mariastella Gelmini (“Non sono qui per inseguire collocazioni politiche”), Clemente Mastella e l’ex candidato sindaco di Torino Paolo Damilano.
Presentato anche un sondaggio di Antonio Noto secondo cui “un’area potenziale di elettori che va dal 14% al 18% si definisce di centro e chiede politiche in grado di superare le emergenze e di garantire stabilità”, prontamente rilanciato dal governatore ligure sui social.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile
“INDENNITA’ MAI ARRIVATA, FERIE A RISCHIO E DIMISSIONI RECORD”
Il Covid è tornato a colpire ad alta intensità l’Italia e per gli infermieri negli
ospedali la situazione è al limite: l’indennità promessa ancora non si è vista, le ferie sono a rischio, si fanno straordinari in continuazione per coprire i buchi, c’è chi è ancora a casa perché non vaccinato mentre chi è in corsia continua a contagiarsi.
E i prossimi mesi preoccupano molto.
“La situazione sta via via peggiorando – spiega Andrea Bottega, segretario nazionale del sindacato Nursind, intervistato da Fanpage.it – anche se attualmente le terapie intensive reggono di più, non hanno ancora una pressione tale da far fermare le attività di sala operatoria”. Ma attenzione: “Siamo in una fase in cui stanno riaprendo gli ospedali Covid, occupando il personale nell’ampliamento dei posti di quei reparti – avvisa – È il segnale il virus che sta ripartendo e sta ripartendo troppo presto”.
“Siamo in una situazione estiva che è particolare, perché veniamo da due anni in cui al personale è stato chiesto di non fare le ferie – spiega ancora il segretario di Nursind – Ma dobbiamo consentire al personale di riposarsi. Inoltre se si parla di sindrome post Covid sappiamo anche che la maggior parte dei sanitari è stata colpita dal virus”.
A tutto questo “si somma il fatto che ci sono ancora lavoratori sospesi e, banalmente, i positivi”, perché “come aumentano i casi tra la popolazione aumentano anche tra gli infermieri”. L’allarme di Bottega è chiaro: “Questa situazione peggiora di settimana in settimana, mettendo a rischio la tenuta del sistema – continua – Se ci sono ferie programmate e chi lavora si contagia come si fa? Si può anche decidere di far saltare i giorni di riposo e aumentare gli straordinari, ma di questo passo la situazione sarà comunque presto insostenibile. E se il virus dovesse continuare a dilagare a questi ritmi, neppure le ferie rischiano di essere garantite”.
“Le strade sono due – continua Bottega – o si riduce l’attività tagliando i servizi ai cittadini, accorpando i reparti e rimandando gli interventi, o non si garantiscono le ferie al personale”. Solitamente “è più facile che l’estate si verifichi la prima opzione, dal momento che in genere cala la domanda di assistenza sanitaria”. Il problema è che “questa sarà un’estate diversa e, di conseguenza, la domanda di assistenza sanitaria anziché calare è destinata a crescere”. Quella che racconta il sindacalista degli infermieri è una situazione difficilissima: “La carenza di personale è drammatica perché abbiamo colleghi sospesi, colleghi assunti dal Servizio sanitario nazionale e spostati dagli ospedali alle Rsa. In più ci sono infermieri che, nonostante abbiano completato il ciclo vaccinale, si contagiano per la seconda volta. Di conseguenza chi rimane in servizio è inevitabilmente costretto a doppi e tripli turni, mentre coloro che hanno già programmato le ferie temono che possano saltare. Di fronte a tutti questi disagi la categoria non ha visto neppure un euro”.
“In tutta la pandemia la valorizzazione di questo personale è pari a zero – spiega Bottega – Senza contare che siamo l’unica categoria delle professioni sanitarie che viene spostata da un reparto all’altro. Viviamo da due anni in una totale incertezza, in uno stato di estrema precarietà”.
In tutto ciò c’è un fenomeno nuovo, quello delle dimissioni: “La metà del personale che cessa il rapporto di lavoro non è per pensionamento, ma si dimettono. Altro che posto pubblico – racconta il sindacalista – Un mio collega si è licenziato quindici giorni fa per fare il serramentista, per migliore qualità di vita e maggiore stipendio”. Gli iscritti al sindacato “ci telefonano spesso per chiedere i tempi di preavviso per licenziarsi”.
Questo tema riguarda anche e soprattutto i giovani: “Il primo problema è economico, il secondo è il disagio che comporta questa professione, lavorare sabato e domenica, notte e giorno, per le nuove generazioni è un peso e cercano opportunità di lavoro differenti – spiega Bottega – il terzo è l’assenza di una possibilità di carriera”.
Ma “agli studi non corrispondono stipendi più alti e mansioni diverse”. Oggi non c’è differenza tra “chi ha la laurea triennale e chi ha la specialistica e magari un paio di master – racconta ancora il segretario di Nursind – Abbiamo delle risorse e delle potenzialità che non vengono valorizzate”.
E infine c’è la questione dell’indennità – di cui spesso abbiamo parlato in passato – che è esemplare dell’insoddisfazione degli infermieri: “Non abbiamo ricevuto alcun riconoscimento, ora forse qualcosa con il contratto a fine anno, ma parliamo dei soldi che aveva stanziato il governo Conte due anni fa e che i medici hanno ricevuto subito – racconta Bottega – A noi niente, neanche per dire grazie per quello che abbiamo fatto finora”.
Nel frattempo i posti messi a bando dalle università non vengono riempiti tutti: “Il sistema sta per crollare – avvisa in conclusione il sindacalista – Se gli atenei continuano a sfornare più medici che infermieri, tra cinque o dieci anni chi garantirà l’assistenza ai pazienti qualora si verificasse un’altra pandemia?”.
(da Fanpage)
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Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile
L’UCRAINA FA LARGO USO DI DRONI CIVILI, QUELLI CHE SI POSSONO ACQUISTARE IN NEGOZIO
Non solo lancio di missili e colpi di artiglieri a lunga gittata per tenere il nemico sempre sotto rito e dargli la sensazione di non essere mai al sicuro, in Ucraina in questi giorni la guerra si combatte anche con tecnologie che all’apparenza hanno poco di militare ma che fin dall’invasione russa invece si sono rivelate fondamentali per operare dietro le linee nemiche: i droni.
Si tratta di una guerra che fa poca notizia ma in cui gli ucraini si sono specializzati alla perfezione riuscendo a contrastare un nemico ben più forte durante l’invasione dalla Bielorussia e che, visti i successi a nord di Kiev, hanno deciso di replicare anche nel Donbass.
Non stiamo parlando dei droni prettamente militari, più grandi e giù utilizzati in altre guerre anche se non su questa scala. Certo anche quelli son stati largamente usati come il famoso Bayraktar di fabbricazione turca che si è rivelato avere un rapporto costi benefici ottimale.
L’Ucraina però ha fatto larghissimo uso di droni civili, quelli che si possono acquistare in negozio, sia usandoli come velivoli spia per individuare i nemici da segnalare all’artiglieria sia per colpire singoli obiettivi come carri armati appostati o postazioni di artiglieria nemica.
Un successo forse inatteso ma che ha spinto le forze armate ucraine a creare vere e proprie squadre di esperti, tutti volontari e con un passato nella tecnologia e nell’informatica. Si tratta di piccoli raggruppamenti di massimo dieci persone che si spostano di continuo lungo tutto il fronte.
“Abbiamo distrutto un carro armato, tre o quattro cannoni di artiglieria, due postazioni di mortaio e cinque o sei depositi di munizioni. Buoni risultati per sole 10 persone” ha raccontato alla Bbc uno dei comandanti di queste squadre che, dopo aver combattuto a Rubizhne e Severodonetsk, ora si stanno preparando a difendere Slovyansk.
Nulla di improvvisato, i droni vengono preparati con cura e modificati con stampante 3d e così anche gli ordigni mortali che portano da sganciare sul nemico. Sforzi necessari visto che i russi dopo l’iniziale sorpresa hanno avviato una massiccia opera di disturbo delle frequenze.
Difficoltà che gli ucraini stanno cercando di superare grazie anche alla tecnologia occidentale comprese le fornitura di migliaia di sistemi di comunicazione satellitare Starlink di Space X forniti da Elon Musk.
(da Fanpage)
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