Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
MENTRE IL CAZZARO USA DEFINISCE I CAMBIAMENTI CLIMATICI “LA PIU’ GRANDE TRUFFA DI SEMPRE”, PECHINO PUNTA A PRESENTARSI COME NOVO LEADER VERDE (E HA MOLTO DA GUADAGNARCI)
Quando il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha sfilato – simbolicamente ma anche concretamente – gli Stati Uniti dalla lotta contro i cambiamenti climatici, in molti si aspettavano che altri avrebbero seguito.
Il tema ha effettivamente perso diverse posizioni nella scala di priorità della politica, ma il resto del mondo, almeno a parole, continua a credere nella transizione verso le emissioni zero. La dimostrazione più recente è arrivata al summit sul clima organizzato dall’Onu a margine dell’assemblea generale, in corso a New York. In quella sede, l’Unione europea e altri sedici paesi hanno sottoscritto un appello per rivendicare il proprio percorso verso il net zero. Mentre la Cina, che oggi è di gran
lunga il primo emettitore di gas serra nell’atmosfera, sta approfittando del ripensamento di Washington per presentarsi come nuovo leader mondiale delle politiche green.
Il nuovo impegno della Cina
In collegamento da Pechino, Xi Jinping ha annunciato che la Cina si impegnerà a ridurre le emissioni di gas serra di una percentuale tra il 7% e il 10%, rispetto al suo picco massimo, entro il 2035. È la prima volta, fanno notare i giornali di tutto il mondo, che il presidente cinese fissa una cifra precisa a breve o medio termine per la riduzione delle emissioni. Pechino si è posto l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2060 e fino a oggi aveva promesso di raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030, un traguardo che sembra in via di realizzazione già nel 2025 grazie allo sviluppo del solare e delle auto elettriche. E anche gli obiettivi citati da Xi Jinping per il 2035 potrebbero essere un altro tassello della strategia «underpromise, overperform». Ossia: fare promesse modeste così da superare poi le aspettative (e farci pure bella figura).
Il vantaggio economico di Pechino su materie prime e clean tech
Ma se la Cina ha aspettato fino ad ora per rivendicare il proprio ruolo nelle politiche green, il motivo è che gli Stati Uniti sembrano avere tutta l’intenzione di sfilarsi dalla lotta ai cambiamenti climatici. «Sono la più grande truffa mai perpetrata al mondo. Se non vi liberate da questa truffa verde, i vostri Paesi falliranno», ha scandito Trump nel suo discorso al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite.
Ma per la Cina è vero esattamente il contrario: i settori economici che più trainano l’economia del Dragone sono proprio
quelli legati alla transizione green. Non solo: il dominio sulle materie prime critiche e sulle clean tech rendono Pechino un fornitore indispensabile per qualunque altro Paese nel mondo che voglia promuovere politiche di sostenibilità. Una doppia arma, economica e geopolitica, che Xi Jinping ha deciso di brandire anche nella contesa sui dazi con Washington.
L’appello dell’Ue (e altri 16 Paesi) in difesa delle politiche green
A trovarsi in una posizione scomoda è l’Unione europea, che finora si era presentata al mondo come paladina delle politiche per le emissioni zero ma da un paio d’anni ha cominciato a posticipare, ritoccare e diluire alcuni provvedimenti del suo Green Deal. «La situazione è chiara: una transizione verso l’energia pulita è in atto e destinata a durare. Dobbiamo garantire che sia equa», ha scritto di recente la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, insieme ai leader – tra gli altri – di Australia, Brasile, Canada, Kenya, Norvegia, Sud Africa, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Uruguay e al presidente dell’Agenzia internazionale per l’energia.
L’Ue alla Cina: «Non basta, deve fare di più»
In vista della Cop30 – la conferenza sui cambiamenti climatici che quest’anno si terrà su di Belém, in Brasile – l’Ue continua a fare la voce grossa per spingere sempre più Paesi ad abbracciare le politiche di sostenibilità. E a proposito della Cina, è il commissario europeo Wopke Hoekstra a commentare l’annuncio sul taglio delle emissioni al 2035: «È ben lontano da ciò che riteniamo sia realizzabile e necessario: questo livello di ambizione è chiaramente deludente e, data l’immensa impronta di Pechino, rende il raggiungimento degli obiettivi climatici
mondiali molto più difficile.
La Cina, ha ricordato il politico olandese, «è di gran lunga il maggiore emettitore in termini assoluti e si colloca anche tra i primi in termini pro capite, rappresentando circa il 30% delle emissioni globali». E Bruxelles «continuerà a spingere la Cina (e altri) ad andare oltre l’attuale livello di ambizione e a rispettare i nostri impegni congiunti nell’ambito dell’accordo di Parigi».
(da Open)
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
“I 2.000 KG DI URANIO ALTAMENTE ARRICCHITO, CHE POTREBBERO ESSERE RISERVATI DEL TUTTO ALLA PRODUZIONE DI PLUTONIO, SAREBBERO SUFFICIENTI PER REALIZZARE UN NUMERO ENORME DI TESTATE ATOMICHE”
La Corea del Nord possiede fino a 2.000 kg di uranio altamente arricchito grazie agli sforzi
decisi per espandere “drasticamente” le sue capacità nucleari negli ultimi anni. E’ la stima del ministro sudcoreano dell’Unificazione Chung Dong-young resa pubblica in una conferenza stampa, basata sui dati pubblici di esperti, secondo l’agenzia Yonhap.
“È urgente uno stop. Anche in questo preciso momento, le centrifughe per l’uranio in quattro aree del Nord sono in funzione per accumulare materiale nucleare”, ha aggiunto Chung. La ripresa dei colloqui Nord-Usa sarebbe una “svolta” rispetto allo stallo per denuclearizzare il Paese eremita.
Pyongyang è da tempo accreditata del possesso di una quantità “significativa” di uranio altamente arricchito, utile per produrre diverse testate nucleari. Tuttavia, il ministero dell’Unificazione sudcoreano ha formulato una cifra ben definita: “le agenzie di intelligence stimano che le scorte di uranio altamente arricchito
della Corea del Nord, puro oltre il 90%, raggiungano i 2.000 kg”, ha detto Chung, per il quale “solo cinque o sei kg di plutonio sono sufficienti per costruire una singola bomba nucleare”, ha detto Chung.
I 2.000 kg di uranio altamente arricchito, che potrebbero essere riservati del tutto alla produzione di plutonio, sarebbero “sufficienti per realizzare un numero enorme di testate atomiche”, ha proseguito il ministro, il cui dicastero gestisce i legami con il Nord. Chung ha notato che “fermare lo sviluppo nucleare del Nord è una questione urgente”, ma ha sostenuto che le sanzioni non saranno efficaci e che l’unica soluzione risiede in un vertice tra Pyongyang e Washington.
Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha dichiarato questa settimana di essere aperto ai colloqui con gli Usa, a condizione che non sia messo in discussione il suo arsenale nucleare. Pyongyang, che ha condotto il suo primo test nucleare nel 2006 ed è sottoposta a una serie di sanzioni Onu per i suoi programmi di armi vietate, non ha mai divulgato pubblicamente i dettagli del suo impianto di arricchimento dell’uranio fino allo scorso settembre. La Corea del Nord si stima gestisca diversi impianti di arricchimento dell’uranio, secondo l’intelligence di Seul, tra cui uno presso il sito nucleare di Yongbyon, riattivato nel 2021.
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Settembre 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI OPENPOLIS E I PESANTI RITARDI
I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale.
553
i decreti attuativi ancora da emanare alla data del 22 settembre 2025. Si tratta del 20% circa rispetto al totale di quelli richiesti dalle norme approvate. Rispetto all’ottobre 2024 il numero assoluto di decreti mancanti è rimasto sostanzialmente stabile, con un leggero aumento (erano 545).
7,3
la media dei decreti attuativi richiesti dalle norme del governo Meloni che prevedono almeno un provvedimento di questo tipo
Un rapporto del 28 giugno 2025 dell’ufficio per il programma di governo indica che il 47% dei provvedimenti dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni è auto-applicativo; il 16% richiede un decreto attuativo, il 37% più di uno. Nel secondo trimestre, la media di decreti attuativi richiesti è scesa a 2,1 per provvedimento, contro la media complessiva del governo Meloni di 3,9. Purtroppo, mancano dati di confronto con i governi precedenti. È possibile, però, analizzare il rapporto tra i decreti attuativi e tutte le norme che ne hanno richiesto almeno uno. Il governo Meloni ha il rapporto più basso (7,3), seguito da Conte I (8,8), Draghi (9,9) e Conte II (14,5).
9
I decreti attuativi richiesti al ministero dell’economia e delle finanze ancora da emanare. Il Mef detiene il primato per il maggior numero assoluto di attuazioni ancora in attesa di pubblicazione. Seguono il ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica con 66, il ministero delle infrastrutture e dei trasporti con 58 e la presidenza del consiglio dei ministri con 47. Tuttavia, se si considera la percentuale di decreti attuativi mancanti rispetto al totale richiesto a ciascuna amministrazione, il ministero dell’ambiente sale al primo posto con il 37,9%. Inoltre, dei 44 decreti attuativi che richiedono la firma congiunta di due o più ministeri, 21 non sono ancora stati pubblicati, pari al 32,3% del totale.
249i decreti attuativi non pubblicati entro la data prevista.
Spesso le norme che richiedono decreti attuativi stabiliscono scadenze precise per la loro emissione. Tuttavia, le strutture responsabili non sono solitamente tempestive nel rispettare tali termini. Attualmente, il 46,4% dei decreti attuativi mancanti ha già superato la scadenza. Questa percentuale include anche 50 provvedimenti ereditati dalla legislatura precedente, che rappresentano circa il 20% del totale.
5,6 mld €
le risorse già stanziate ma bloccate per la mancanza dei relativi decreti attuativi. Tre decreti significativi, con un valore complessivo di 2,48 miliardi di euro, risultano in ritardo nella pubblicazione. Questi includono un provvedimento del ministero del lavoro (900 milioni) per l’esonero contributivo delle lavoratrici con figli (legato alla legge di bilancio 2025, scadenza 31 gennaio 2025), un decreto della presidenza del consiglio (833,9 milioni) per i servizi sociali comunali (legato alla legge di bilancio 2024, scadenza 30 novembre 2024), e un decreto del ministero dell’interno (750 milioni) per l’ampliamento degli asili nido (anch’esso legato alla legge di bilancio 2024 e scaduto il 30 novembre dello scorso anno).
(da agenzie)
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