Destra di Popolo.net

ILARIA SALIS IN CONFERENZA STAMPA; “STUFA DI RICEVERE ACCUSE E DIFFAMAZIONI, VOGLIO ESSERE PROCESSATA IN ITALIA”

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

“LA GIUSTIZIA IN UNGHERIA NON ESISTE, SOLO VENDETTA E PROPAGANDA”

Dopo il voto della commissione affari giuridici che le ha confermato l’immunità, Ilaria Salis non se la sente ancora di festeggiare. «Ho tirato un sospiro di sollievo ma la mia storia non è finita, ho fiducia nei miei colleghi al Parlamento europeo», spiega in un’intervista a Repubblica.
L’eurodeputata di Avs dovrà infatti incassare la conferma anche dall’assemblea plenaria dell’eurocamera. «Non faccio nomi, ma ho ricevuto solidarietà anche da colleghi di destra, che si sono mostrati sinceramente preoccupati per la mia situazione», racconta Salis.
In commissione si è salvata per un solo “no” alla revoca, ed è probabile che qualche membro del Ppe abbia votato a suo favore. Salis parla di una «vera e propria persecuzione da parte del governo ungherese, come è riemerso chiaramente anche dalle ultime dichiarazioni di Viktor Orbán e del suo portavoce». Il riferimento è al tweet del portavoce ungherese Zoltan Kovacs, che accusa Bruxelles di «dare rifugio a una terrorista».
Le provocazioni di un giornalista ungherese
Non solo. Durante la conferenza stampa di Salis, a Bruxelles, un giornalista ungherese, Zoltán Bugnyár di HirTV, si è avvicinato al podio mostrando su un iPad il volto tumefatto di uno degli attivisti di estrema destra che, secondo l’accusa della giustizia magiara, sarebbe stato picchiato da militanti di estrema sinistra, tra cui la stessa Salis. Il cronista ha quindi chiesto all’eurodeputata italiana se riconoscesse l’uomo e se lo avesse
aggredito. Salis ha replicato dicendo di essere «stufa di ricevere accuse e diffamazioni». Poi ha aggiunto: «Neanche la magistratura ungherese mi ha mai accusato di aver picchiato quella persona. Io ho già detto e ribadisco la mia innocenza: è il motivo per cui chiedo di essere processata in un Paese dove ci sia la possibilità di un processo equo», conclude l’attivista, che era finita in carcere in Ungheria con l’accusa di aver aggredito dei neonazisti nel 2023.
La richiesta in conferenza stampa: «Voglio un processo in Italia»
«Auspico che le autorità italiane intervengano quanto prima al fine di tutelare una propria concittadina e di garantire che i suoi diritti fondamentali siano rispettati. La mia richiesta è chiara: voglio essere processata in Italia, non in Ungheria», ha dichiarato ancora Salis a Bruxelles.
Aggiungendo che «un processo con garanzie democratiche in quel Paese è impossibile». L’ex docente di 41 anni ha commentato anche la reazione della Lega di Matteo Salvini, che ha accusato il Ppe di «tradimento» innescando uno scontro a distanza con Forza Italia: «Se hanno ancora qualcosa da obiettare vuol dire che il loro modello di giustizia è quello ungherese, dove la magistratura non è indipendente dal potere esecutivo». Poi continua: «La giustizia in Ungheria è vendetta e propaganda. Dimostra una volontà precisa: silenziarmi e screditarmi in quanto eurodeputata attraverso il metodo della diffamazione e della minaccia», ha concluso Salis parlando ai giornalisti.
(da agenzie)

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ALBERTO TRENTINI HA RICEVUTO LA PRIMA VISITA DELL’AMBASCIATORE ITALIANO IN VENEZUELA: “E’ IN BUONE CONDIZIONI, ANCHE SE DIMAGRITO”

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

IL DIPLOMATICO HA INCONTRATO ANCHE UN ALTRO DETENUTO ITALIANO, L’IMPRENDITORE MARIO BURLO’

Dopo 312 giorni di prigionia a Caracas, in Venezuela, l’operatore umanitario Alberto Trentini ha finalmente ricevuto la visita dell’ambasciatore italiano nel Paese, Giovanni de Vito, che ha incontrato lui e un altro detenuto italiano, Mario Burlò, del quale da tempo non si avevano notizie.
La notizia è stata confermata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui l’ambasciatore avrebbe trovato Trentini e Burlò «in buone condizioni, anche se un po’ dimagriti». I due detenuti avrebbero inoltre riferito di mangiare regolarmente, di avere quotidianamente accesso all’ora d’aria e di essere trattati
bene dalle guardie penitenziarie. L’ambasciatore è riuscito a consegnare ad entrambi lettere da parte dei familiari e beni prima necessità.
Alberto Trentini, 46 anni, è prigioniero nel carcere di El Rodeo 1, a trenta chilometri da Caracas, dal 15 novembre 2024. Da allora non si sono più avute sue notizie, se non attraverso due brevi telefonate alla famiglia, la prima delle quali dopo sei mesi di detenzione. Trentini e Burlò non sono gli unici italiani reclusi nelle carceri venezuelane: oltre a loro ci sarebbero altre persone con doppia cittadinanza italiana e venezuelana, spesso detenute con presunte accuse di terrorismo e cospirazione.
Il loro numero è cambiato più volte in questi mesi e neanche Tajani sa di preciso quante siano. Per il momento il ministro degli Esteri si è limitato a parlare di «dieci-dodici connazionali». Tra questi Trentini sarebbe l’unico che ha solo la cittadinanza italiana.
Un segnale dal Venezuela
Il ministro Tajani, che ora si trova a New York per l’assemblea generale delle Nazioni Unite, si è espresso positivamente riguardo all’incontro tra i prigionieri e l’ambasciatore. «Avevano chiesto fortemente una visita consolare, è stata autorizzata e quindi vuol dire che anche il regime di detenzione si è leggermente alleggerito». Anche la deputata di Azione Federica Onori, segretaria della Commissione Esteri, ha parlato di un «passo importante», sebbene questo sia arrivato «con un ritardo inaccettabile, in violazione dei diritti fondamentali dei nostri
connazionali». Onori ha poi rilanciato un appello: «Trentini e Burlò devono poter tornare immediatamente in Italia. Il governo venezuelano deve assumersi la piena responsabilità delle sue azioni e restituire ai loro familiari i nostri connazionali ingiustamente detenuti».
La situazione dei prigionieri politici in Venezuela
Sebbene sia difficile fare stime, ad oggi in Venezuela si contano quasi novecento prigionieri politici, di cui ottantanove stranieri, molti di loro occidentali. In molti casi il loro arresto è avvenuto nell’ambito della crisi politica innescata nell’estate 2024 con la rielezione di Nicolas Maduro, la cui vittoria, contestata dall’ex-candidato oppositore Edmundo Gonzalez Urrutia, in esilio a Madrid, non è stata riconosciuta né riconosciuta dagli Stati Uniti né dai ventisette Paesi Ue. Le condizioni di prigionia, inoltre, non sono trasparenti e al Consiglio per i diritti umani dell’Onu sono già stati denunciati molti casi di «repressione», «violazione dei diritti umani» e «insabbiamenti» nei confronti degli oppositori.
(da agenzie)

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AI SOVRANISTI DI KIRK NON FREGA UN CAZZO: SI RIEMPIE LA BOCCA CON KIRK “MARTIRE DELLA LIBERTA’” MA PER IL SUO RICORDO A MONTECITORIO C’ERANO SOLO DUE MINISTRI (CIRIANI E ROCCELLA). DOV’ERA SALVINI?

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA PRENDE LE DISTANZE DALL’ATTIVISTA ULTRA-TRUMPIANO: “BUONA PARTE DELLE IDEE ESPRESSE DA KIRK NON È CONDIVISIBILE; ANZI, SU TEMI CRUCIALI CHE RIGUARDANO I DIRITTI DELLE PERSONE ALCUNE SUE POSIZIONI CONTRASTANO CON I PRINCIPI FONDAMENTALI CHE ISPIRANO IL NOSTRO IMPEGNO”

La Camera dei deputati, unico parlamento al mondo a farlo a parte la House of Representatives, commemora Charlie Kirk. Caspita, una cosa grossa, ci saranno tutti, banchi pieni per il «martire della libertà». Be’, a dire il vero non è che ci sia tutta questa ressa. Ai banchi del governo prendono posto Eugenia Roccella e Luca Ciriani, due ministri due, e si mettono pure seduti distanti così da amplificare l’effetto pneumatico. Bene, si comincia.
Ma intanto – a dimostrazione che la scoperta di Kirk per la destra italiana è abbastanza recente – ci si dovrebbe mettere d’accordo su come si pronuncia: “Kerk” va per la maggiore, ma si difende bene anche “Kirk”.
Fratelli d’Italia, in teoria il partito che ha lanciato l’idea della seduta in onore dell’attivista conservatore, affida la sua elegia a un deputato, sia detto con rispetto, non proprio di primissimo piano, Alessandro Amorese – piccolo editore di libri su Bombacci e gli squadristi – che emozionatissimo si lancia a freddo contro «docenti e opinionisti che avrebbero dovuto dire che la persona che ha ucciso Charlie Kirk doveva essere condannata, dovevano essere condannati coloro – la matrice è
chiara – che hanno armato quel ragazzo. Sono chiare le frasi su quelle pallottole».
Il sillogismo di Amorese è altrettanto chiaro: su una pallottola l’assassino ha scritto «Hey fascist! catch!», ergo la matrice è l’antifascismo mondiale e non lo sparatutto Helldivers2 da cui è stata presa o Far Cry 6, da cui lo svitato cecchino ha tratto «Bella Ciao». Dettagli.
Quindi Cuperlo fa quello che hanno fatto in molti in questi giorni, andando su Google a vedere cosa predicava il campione del free speech: “Michelle Obama ha il cervello più piccolo di una donna bianca”; “se stuprano mia figlia io le dico devi tenerti il bambino. Ti piaccia o no. Perché? Legge di Dio”; “la pena di morte io la metterei in televisione, che la vedessero i bambini”. «Chi ha parlato così – osserva Cuperlo – era un uomo che, come tutti in democrazia, aveva il diritto di pronunciare anche delle bestialità, ma non era un simbolo della libertà».
Dato a Kirk quel che è di Kirk, l’altra cosa che finisce nei taccuini sono le piccole increspature nel fronte di centrodestra. Perché non tutti, da quella parte, ci stanno a farsi intruppare nella narrazione del Kirk faro della civiltà occidentale. Un giovane uomo è morto ammazzato ma da Forza Italia Paolo Emilio Russo, dopo il doveroso omaggio alla vittima, ci tiene a precisare: «È bene essere chiari, ritengo che buona parte delle idee espresse da Kirk non sia condivisibile; anzi, su temi cruciali che riguardano i diritti delle persone alcune sue posizioni contrastano con i principi fondamentali che ispirano il nostro
impegno politico».
Riccardo Ricciardi, il capogruppo dei 5S, alla fine dice quello che tutti sospettano: «Tre quarti di persone qua dentro due settimane fa nemmeno sapevano chi era Charlie Kirk».
(da EditorialeDomani)
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NEL SUO DISCORSO DELIRANTE ALL’ASSEMBLEA ONU, TRUMP HA RIVENDICATO: “HO MESSO FINE A 7 GUERRE IN SETTE MESI”. MA IN REALTÀ SI INTESTA ACCORDI DI PACE IN CUI NON È STATO DECISIVO (VEDI INDIA E PAKISTAN) O INTESE TRABALLANTI (KOSOVO E SERBIA)

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

HA PROCLAMATO CHE “CON ME L’AMERICA È NELL’ETÀ DELL’ORO”. MA IL MERCATO DEL LAVORO RISTAGNA E IL DEBITO PUBBLICO AUMENTA.. L’ECONOMISTA DELLA COLUMBIA UNIVERSITY, JEFFREY SACHS: “QUEL DISCORSO È UNA VERGOGNA IMBARAZZANTE PER GLI USA, PIENO DI FALSITÀ E DELIRI. TRUMP È UN ANZIANO COMPLETAMENTE IGNORANTE E CORROTTO. NON SA NULLA DEL CLIMA”

«Il mondo deve smetterla di illudersi: Trump sta portando gli Usa fuori dall’ordine internazionale creato dopo la Seconda guerra mondiale. Il resto della comunità globale ha l’urgenza di unirsi, per tenerlo in vita anche senza l’America».
A questa accusa l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs, ex consigliere del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, aggiunge un monito speciale rivolto a noi: «L’Europa deve prendere la decisione più importante, ossia se continuare a supplicare la benedizione di una Casa Bianca che la detesta, o guidare l’alternativa».
Come giudica il discorso del presidente?
«Una vergogna imbarazzante per gli Usa, piena di falsità e deliri. Dimostra quanto sia instabile la scena politica americana».
Quali falsità?
«Quasi ogni paragrafo era pieno di bugie, travisamenti, esagerazioni o deliri. Conteneva megalomania, grossolanità, umiliazioni di ogni altro governo. E stata una rappresentazione autentica del modo in cui vede il mondo».
Procediamo per temi, cominciando dai cambiamenti climatici.
«È un anziano completamente ignorate e corrotto. Non sa nulla del clima e dei sistemi energetici. Non ho dubbi che sia sostenuto finanziariamente dall’industria petrolifera, ma ogni parola pronunciata era falsa e ciò è facilmente dimostrabile».
Perché detesta così tanto il Vecchio continente?
«Odia tutti, non fatene una questione personale. È la manifestazione della sua insicurezza. Non ci sono amici per Trump, solo vassalli che baciano l’anello».
Dopo aver ceduto sui dazi, l’Europa può ancora rialzarsi?
«Certo. L’Europa ha completamente frainteso gli ultimi 25 anni, diventando un vassallo degli Usa. Leader dopo leader, vi siete preoccupati solo di compiacere il presidente americano. Ora dovete affrontare il collasso politico Usa, una crisi di malevolenza e ignoranza, dove non è nel vostro interesse baciare l’anello».
Non riconoscerà la Palestina perché sarebbe un regalo ad Hamas.
«Gli Usa sono complici di genocidio. Trump è un criminale di guerra in senso letterale, perché aiuta l’omicidio di massa del
popolo palestinese. Lo ha dimostrato la settimana scorsa la Commissione diritti umani dell’Onu».
È la fine dell’ordine internazionale e del multilateralismo?
«No, perché gli Usa sono solo uno dei 193 membri dell’Onu, col 4,1% della popolazione mondiale e forse il 14% del pil globale. Non possono distruggere l’organizzazione degli altri 192 paesi. Gli Usa vivono una crisi profonda che continuerà per anni, ma ciò non dovrebbe impedire agli altri di risolvere i problemi cruciali del pianeta.
Molto però dovrà essere fatto senza gli Usa, o nonostante gli Usa. Potrebbero anche uscire dall’Onu, ma il suo lavoro resta più essenziale che mai e va portato avanti anche senza Washington».
Quindi il resto del mondo deve capirlo e attrezzarsi?
«Esatto, e la scelta cruciale tocca all’Europa. Gli altri vanno avanti, voi continuate a correre alla Casa Bianca per ottenere il permesso su tutto. È patetico, dovete cambiare».
(da La Repubblica)

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I SOVRANISTI HANNO TRASFORMATO CHARLIE KIRK IN UN SANTINO: IL RICORDO ALLA CAMERA, COME PER IL PAPA E MANDELA, PER UNO CHE NESSUNO IN ITALIA PRIMA DELL’OMICIDIO SI FILAVA…PERCHÉ MELISSA HORTMAN NON È STATA COMMEMORATA ALLA CAMERA, COME KIRK?

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

IL PARLAMENTO È DIVENTATO IL COMITATO ELETTORALE DELLA MAGGIORANZA. TUTTO PRECIPITA IN UNA PROPAGANDA SENZA FRENI INIBITORI. E FORSE LA QUESTIONE VA OLTRE LE MARCHE. ATTIENE, SEMPLICEMENTE, ALLA NATURA SOVRANISTA

Andando a scartabellare tra i precedenti, si registra che in Parlamento, come ovvio che sia, le commemorazioni sono assai poche. E riguardano, come altrettanto ovvio, grandi figure. Che, come si diceva una volta con una sana attitudine pedagogica, assurgono ad “esempio”, per quel che rappresentano. Santi, o quasi.
L’ultima, solenne, quella di Papa Francesco. Andando a ritroso, oltre una decina di anni fa, Nelson Mandela, uomo simbolo della lotta all’Apartheid e di battaglie per l’emancipazione di un popolo. Andando ancora indietro, c’è poco altro, ad eccezione di rituali ricordi di personalità politiche nostrane, in occasione della scomparsa.
Va bene, la forma scelta ieri non ha la ritualità delle grandi occasioni: il minuto di silenzio, il discorso del presidente della Camera, gli interventi del governo. Però, insomma, la sostanza è davvero un unicum. Un conto, e non richiede la convocazione del Parlamento italiano, è la pietas verso l’inaccettabilità di un uomo ucciso per le sue idee, criterio che vale per chiunque venga ammazzato
Tanti sono i morti, di ogni colore e a ogni latitudine, meritevoli di pietas. Altro è l’enfatica trasformazione, ad opera della destra nostrana, di Charlie Kirk in simbolo della libertà, accompagnata dalla trasformazione delle istituzioni in un comitato elettorale della maggioranza, a sua volta accompagnata, nel racconto, dalla trasformazione, tossica e caricaturale, della sinistra politica in una banda di esaltati che predicano e giustificano la violenza.
C’è qualcosa che non va, in questo mix di santificazione e demonizzazione. Primo la biografia di Kirk: racconta di un estremista che predicava una Norimberga per i fautori delle teorie gender, incline alle venature razziali, sostenitore dell’uso delle armi, anti-abortista feroce. Insomma la negazione icastica dei valori della nostra Costituzione. Secondo: l’uso del Parlamento, diventato ormai la Camera della maggioranza.
È un crescendo: si santifica il nuovo apostolo del “piano di Dio”, si criminalizza la protesta su Gaza, facendo di tutt’erba un fascio (violenti e non), Salvini poi minaccia misure per far rispondere gli organizzatori (pacifici) dei danni (dei teppisti) e pure in materia di commissione Covid si annunciano novità sulle presunte altrui responsabilità.
Terzo: l’indicazione delle opposizioni come terreno di coltura della violenza, in omaggio alla propria cultura del nemico, è profondamente dannosa per i veleni che inocula nel Paese. Lo schema è antico: si alimenta lo scontro, per poi ridurre il dissenso a una questione di ordine pubblico.
Tutto l’ordine delle cose cioè sta precipitando in una propaganda senza freni inibitori. E forse la questione va oltre le Marche. Attiene, semplicemente, alla propria natura.
(da La Stampa)

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SOLO UN GOVERNO VASSALLO E’ CONTRO LO STATO PALESTINESE

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

SE IL CANCELLIERE MERZ SENTE IL PESO DEL PASSATO LE MOTIVAZIONI DEL GOVERNO ITALIANO APPAIONO FRAGILI E OPPORTUNISTICHE

Giorno dopo giorno Gaza diventa il condensato dei drammi e delle contraddizioni del conflitto in Medio Oriente e delle incapacità, delle inadeguatezze e dei neppure molto oscuri disegni di alcuni protagonisti.
In primis non possono che stare le tremende condizioni in cui Netanyahu ha ridotto i gazawi. Non basta dire che tutto finirebbe se Hamas liberasse gli ostaggi anche se le pressioni sui capi di quell’organizzazione debbono essere intensificate da tutti e l’eventuale bluff merita di essere chiamato con un cessate il
fuoco temporaneo.
I dirigenti israeliani e i loro sostenitori non possono avere dimenticato in che modo furono trattati gli ebrei nell’Europa dell’Olocausto. Oramai raggiunti dall’accusa di genocidio e con Netanyahu criminale di guerra dovrebbero porre un limite alle loro efferate azioni a Gaza. Questo esito sarebbe più probabile se il presidente Trump smettesse di inviare armi ad Israele. Non verrà avvicinato dalla sequenza di riconoscimenti dello Stato della Palestina.
Oggettivamente, quello Stato non esiste e la sua costruzione richiederà tempo e impegno. Legittimo è anche pensare che l’attuale Autorità nazionale palestinese non abbia né l’autorevolezza politica né la credibilità e la competenza per procedervi in maniera efficace. È altresì possibile dubitare che Abu Mazen riesca a controllare, disarmare, escludere i dirigenti di Hamas, ma molto difficile sarà comunque evitare che le migliaia di palestinesi che anni fa votarono Hamas e che lo hanno a lungo sostenuto non intendano avere un ruolo politico nel nuovo stato. Se il riconoscimento è un gesto politico inteso a mandare soprattutto, credo, un messaggio di profonda riprovazione al governo Netanyahu e in subordine di sostegno alle aspirazioni di molti palestinesi, anche il non riconoscimento è un gesto politico. Se il cancelliere tedesco Merz sente giustamente il peso di un passato indimenticabile, le motivazioni del governo italiano appaiono fragili e sono forse opportunistiche
Non compiere un gesto simbolico, ma tutt’altro che ininfluente soprattutto perché risulterebbe sgradito al presidente degli Usa, è una posizione molto criticabile che segnala subordinazione, mancanza di autonomia, forse persino rinuncia all’esercizio della sovranità nazionale da parte del governo italiano. Ancora più triste sarà il giorno in cui il riconoscimento dello Stato palestinese da parte del governo italiano dovesse arrivare a ruota di quello di Trump. Peggio ancora se quel riconoscimento fosse rivendicato come contributo alla posizione comune e condivisa dell’Occidente.
Quello che sappiamo delle opinioni pubbliche nelle democrazie europee e occidentali nelle quali hanno la possibilità di esprimersi liberamente è che il governo israeliano ha bruciato gran parte del capitale di sostegno di cui ha a lungo goduto. Dappertutto le opinioni pubbliche occidentali hanno, per così dire, svoltato.
Le immagini di repressione e di oppressione ad opera del governo israeliano assolutamente e inequivocabilmente sproporzionate rispetto a qualsiasi comprensibile rappresaglia per le atrocità commesse da Hamas il 7 ottobre 2023, soprattutto l’agonia e la morte di un numero elevatissimo di bambini, hanno giustamente contribuito alla crescita di sostegno per i palestinesi. Quel sostegno non può essere intaccato neppure dalle deprecabili manifestazioni di dissennata violenza dei finti pro-Pal di Milano. Al tempo stesso, quel sostegno è tuttora privo di uno sbocco politico in direzione di un reale sollievo per i palestinesi di Gaza
Resta da vedere se l’operazione della Global Sumud Flotilla riuscirà a conseguire i suoi obiettivi, a cominciare dalla rottura pacifica del blocco navale imposto da Israele. Da un lato, rinunciando a scorte armate, i partecipanti dimostrerebbero che mezzi non violenti possono conseguire obiettivi di notevole importanza, non tanto contro Israele, ma soprattutto a favore della popolazione di Gaza. Dall’altro lato, al governo israeliano si offre la grande opportunità di dimostrare che “pietà non l’è morta”.
(da editorialedomani.it)

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PUBBLICO IMPIEGO, LA FUGA DAL NORD

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

ECCO COME IL CAROVITA SI MANGIA TUTTO LO STIPENDIO

Ogni anno 121 mila persone lasciano il Sud per andare a lavorare al Nord. Però ogni anno in 63 mila lasciano il Centro-Nord per
tornare a lavorare nel Meridione. In larga parte si tratta di dipendenti pubblici che – trascorsi da 2 a 5 anni dal concorso – possono chiedere il trasferimento (art. 30 – 35 d.lgs.165 del 2001) attraverso una mobilità interna che in genere dà priorità al ricongiungimento e all’assistenza familiare, a motivi di salute e, in alcuni casi, tiene conto di altri fattori come l’anzianità di servizio.
Ma spesso, la vera «spinta» a cambiare, è il costo della vita. Prendiamo quattro professioni che ben rappresentano i principali settori nei quali si muove chi lavora per lo Stato: forze dell’ordine, scuola, Uffici postali e Inps. Sono strutture pubbliche alle quali si accede per concorso, e la destinazione dipende dai posti disponibili. In Lombardia ci sono più concorsi per insegnanti rispetto alla Campania o alla Sicilia perché ci sono più cattedre vacanti. E quindi i partecipanti spesso arrivano dal Sud. Il poliziotto di Napoli invece può doversi trasferire a Bolzano perché lì c’è carenza di organico. Per legge (art. 45 d.lgs.165 del 2001) a parità di mansioni gli stipendi sono uguali per tutti: un portalettere a Siracusa ha lo stesso stipendio del portalettere di Milano. Veniamo ai numeri
I trasferimenti
Nel 2024 i poliziotti che hanno chiesto di essere trasferiti al Sud sono stati 9.387 (fonte: ministero dell’Interno), col record di destinazione a Napoli (1.585) e Palermo (806). A chiedere di finire nelle questure del Nord, invece, appena 2.441.
Tra gli insegnanti le domande di lasciare le scuole del Nord e del
Centro per trasferirsi al Sud sono state oltre 10mila, quelle accettate 4.875 (fonte: Cisl Scuola), col record per i docenti di elementari e superiori. Solo 250 i trasferimenti dal Sud al Nord.
I postini che hanno chiesto di cambiare sede sono stati 3.782, di cui 2.533 (il 67%) puntano al Meridione (fonte: Poste Italiane): in testa la Sicilia, seguita da Campania, Puglia e Calabria.
Inversione di marcia invece all’Inps, dove i trasferimenti sono dimezzati. Nel 2022, 672 impiegati Inps avevano ottenuto di lavorare al Sud. Poi l’istituto ha cambiato le regole e ora sono 338, perché si accettano solo le domande di disabili e genitori di bimbi piccoli, e solo per periodi limitati (fonte: Inps). Per tutti, però, c’è la possibilità di fare fino a 16 giorni al mese di smart working.
Il costo della vita
Premesso che in tutte le Regioni vivere in città costa di più che vivere in periferia, le rilevazioni Istat ci dicono che in Italia mediamente una persona che vive da sola spende, tutto compreso, 1.972 euro al mese. In coppia – effetto dell’economia di scala – se ne spendono 2.816; che salgono a 3.291 nelle famiglie composte da tre persone; e a 3.659 euro in quattro.
Consideriamo chi, per scelta o necessità, deve arrangiarsi da solo. Al Nord spende mediamente 2.111 euro al mese, più o meno la stessa cifra se abita al Centro (2.190 euro di media mensile). Al Sud, invece, l’Istat ci dice che la spesa media scende a 1.580 euro mensili.
Cosa fa la differenza
Prendiamo le regioni più «gettonate» da chi chiede un trasferimento. Dai dati Istat, in Campania un single spende 1.598 euro al mese, in Sicilia 1682. Un quarto in meno dei 2.194 euro che servono nella regione del Nord con più abitanti, la Lombardia. Anche se le abitudini alimentari cambiano da Regione a Regione, non è tanto il cibo a fare la differenza: al contrario di quanto si potrebbe pensare, fare la spesa in un supermercato di Casoria o di Bagheria non è più conveniente che a Cinisello Balsamo. L’Osservatorio Prezzi del Mise, che tutti i mesi rileva il costo medio di decine di prodotti in giro per l’Italia, conferma che non esiste un trend geografico: ad agosto un litro di latte intero di alta qualità costava di più in provincia di Palermo (2,13 euro) che a Napoli (1,47) o nel Milanese (1,36). Ma un siciliano risparmiava, ad esempio, sul tonno in scatola: 12,2 euro al chilo, rispetto ai 16 che lo paga un napoletano e ai 15,6 che servono a Milano.
A fare la differenza è la casa, che da sola si prende quasi la metà del budget. Tra affitto, manutenzione e bollette, un campano spende mediamente 691 euro al mese, un siciliano 664. Un lombardo 1.019. I consumi per il riscaldamento, si sa, dove le temperature sono più miti si riducono, sia che si scelga di abitare in periferia sia che si viva in pieno centro. Tutt’altra storia quando parliamo di locazioni: nella provincia partenopea il prezzo medio degli affitti è 11,5 euro al metro quadrato, ma a Napoli città si sale fino a 18. Nel Palermitano: 8,5 al mq, 12 nel capoluogo. Nel Milanese il prezzo esplode: 21,4 al mq ma in
centro si arriva a 38,5.
Più cara al Nord anche la voce «trasporti»: per spostarsi (auto, mezzi pubblici ecc) in Lombardia servono 187 euro al mese, in Campania in media 89 euro, in Sicilia 12. A baristi e ristoratori, un lombardo lascia tutti i mesi 137 euro, il triplo di quanto spenda un campano e più del doppio di un siciliano.
Quanto incide sulla busta paga
Ma concretamente, tutto questo come incide sullo stipendio di chi vuole scegliere se chiedere o meno il trasferimento? Abbiamo chiesto a quattro dipendenti pubblici la loro busta paga: quella di un impiegato Inps con alle spalle circa 20 anni di servizio è di 1.750 euro netti; quella di un insegnante delle superiori di 1.769 euro; di un portalettere: 1.379 euro (con la paga di fine settembre Poste ha previsto un aumento di circa 50 euro lordi al mese). Un poliziotto delle Volanti con 5 anni di anzianità è di 1.931 euro netti.
L’impiegato Inps con questa paga in Sicilia copre la spesa media dei suoi corregionali (quelli che, come lui, vivono da soli) e avanza 68 euro al mese, vale a dire il 3,9% del suo stipendio. In Campania risparmia più del doppio: l’8,6%. In Lombardia, invece, la paga non gli basta: copre circa l’86% della spesa media.
Il prof siciliano invece avanza il 5%, il suo collega campano il 9,6% mentre il docente che vive in Lombardia copre l’84% della spesa.
Il poliziotto in Sicilia risparmia il 13% dello stipendio, in
Campania il 17%, ma anche lui in Lombardia fa fatica, visto che il suo stipendio copre il 92% del costo medio mensile.
Infine il portalettere: con la sua paga non copre la spesa media neppure vivendo al Sud: l’83% in Sicilia, l’87% in Campania e il 66% in Lombardia.
Quando i conti non quadrano
Pur lontani dalla soglia di povertà (a Milano è di 1.217 euro), se abitiamo in una città dove per le necessità quotidiane di base si spende di più di quanto si guadagna ci sono solo due strade: o troviamo il modo di dividere le spese con qualcuno, oppure rinunciamo a qualcosa. E quando non si riesce ad arrivare a fine mese, secondo un’indagine Assoutenti, noi italiani tendiamo a risparmiare soprattutto sul cibo, scegliendo prodotti di minore qualità.
I rischi dello squilibrio
È il caso di ricordare che un dipendente, qualunque sia la sua mansione, viene sempre formato: quindi la fuga al Sud è anche una fuga di competenze. Per tenersi stretti i propri lavoratori, specie quelli più qualificati, le aziende private del Nord pagano di media fino all’11% più che al Sud. Questo però non vale per i 3,6 milioni di dipendenti pubblici, che hanno lo stesso stipendio a prescindere dalla sede di lavoro. In sostanza, se al Nord in pochi vogliono fare il poliziotto, l’insegnante o il postino perché la paga è miserabile, e si coprono i buchi di organico attirando personale dal Sud dove la disoccupazione è cronica, quello stesso personale appena può torna da dove è venuto. Se non altro
per campare più dignitosamente.
Per queste categorie, indipendentemente dalla provenienza geografica, una soluzione andrà pur trovata, dai trasporti pubblici a prezzi agevolati, all’edilizia convenzionata, e soprattutto gli stipendi: quelli che abbiamo appena elencato non sono da Paese del G7.
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da corriere.it)

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IL RICONOSCIMENTO DA’ UN’IDENTITA’ A UN POPOLO

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

E SPINGE GLI ORGANISMI INTERNAZIOALI AD AGIRE

Dopo il Regno Unito, il Canada, l’Australia e il Portogallo, anche la Francia ha riconosciuto lo Stato di Palestina. Altri cinque Paesi, fra cui il Belgio, ne hanno seguito l’esempio. Dei Paesi dell’Ue, solo la Germania e l’Italia rifiutano questo riconoscimento. La Germania forse per l’estrema difficoltà che trova nell’opporsi ad Israele. L’Italia, direi, per mera piaggeria verso Trump. In compenso, il nostro Paese è stato percorso da decine di migliaia di persone che manifestavano, scioperando, a favore della Palestina, uno sciopero politico con pochi precedenti in anni recenti, che gli episodi di vandalismo di alcuni gruppi estremisti non bastano a rendere meno significativo.
Quanti si oppongono al riconoscimento della Palestina, e fra questi vedo con dolore le comunità ebraiche e molta parte degli
ebrei italiani, sostengono che si tratta di un atto troppo precipitoso, che i tempi non sono ancora maturi, che prima occorre edificare lo Stato, poi riconoscerlo. E insistono che si tratta di un atto puramente simbolico, che sarà privo di effetti sulla situazione reale del conflitto.
In realtà, l’atto non è affatto solo simbolico, e ben lo dimostra la reazione del governo israeliano, che minaccia in risposta di annettere la Cisgiordania e taccia i Paesi europei di essere fautori di Hamas. Innanzi tutto, è un forte riconoscimento dell’identità dei palestinesi, nel momento peggiore della loro storia, quando due milioni di gazawi sono cacciati da Gaza, bombardati, affamati, vedono le loro case distrutte, le loro vite in continuo pericolo. Può essere che il fatto di non sentirsi abbandonati da tutti spinga un maggior numero di loro a guardare a un futuro ancora capace di offrire sicurezza e giustizia? In ogni caso, è loro dovuto. Se non ora, quando?
Poi, il riconoscimento implica rapporti tra Stati, con l’Unione Europea, l’Onu. Implica che le continue violenze di coloni e esercito in Cisgiordania debbano fare i conti con forze più valide di quelle generose organizzazioni internazionali che frappongono i corpi dei loro sostenitori a difesa dei palestinesi aggrediti, forse i Caschi blu. No, non è un atto solo simbolico, è un impegno. E non ultimo, riconoscimento dello Stato implica anche riconoscimento, e speriamo sostegno, di quella parte degli israeliani che lottano contro il loro governo.
Netanyahu tuona che uno Stato palestinese non ci sarà mai. Ci
ricorda che da premier ha fatto di tutto per impedirlo, che ne ha affossato lui la sua possibilità di esistenza. Il ministro Smotrich si propone come boia dei palestinesi, la leader dei coloni parla di espansione in Libano e in Siria. La violenza stessa di queste reazioni ci dice che questa mossa è giusta. La situazione è cambiata e Netanyahu, e dietro di lui Trump, e non ultimi i Paesi arabi, devono venirci a patti.
Può essere che inizialmente questo comporti maggiori difficoltà sia per Gaza che per i palestinesi di Cisgiordania. Che scatti la vendetta del governo, quella dei coloni. Ma, almeno per Gaza, più di quello che già succede? Credo però che alla lunga, e nemmeno troppo, i diritti di uno Stato riconosciuto finiranno per pesare più di quelli di uno Stato solo previsto, e continuamente rosicchiato dai coloni e dall’Idf. E allora l’isolamento in cui la politica del suo governo ha posto Israele servirà infine a metter fine a questa immane tragedia.
(da astampa.it)

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UN POPOLO, ZERO STATI

Settembre 24th, 2025 Riccardo Fucile

I “CAUTI” AL SERVIZIO DEGLI STERMINATORI

I governanti europei più cauti (diciamo così) dicono che lo Stato della Palestina non può essere riconosciuto perché non esiste: prima va costruito (recente dichiarazione di Tajani). Potrebbe essere preso come un incitamento all’abuso edilizio: benedetti palestinesi, intanto cominciate a mettere giù un po’ di mattoni, qualche tettoia, magari un paio di semafori, e poi se ne parla.
Il problema è che quella procedura è stata già tentata, lungo i decenni e le generazioni, ma con risultati uguali a zero: i mattoni, e anche qualcosa di più, tipo ospedali e scuole, già c’erano. A Gaza, e qualcosina pure in Cisgiordania. Ora quasi tutto è raso al suolo; oppure occupato abusivamente dai coloni israeliani.
Estirpata ogni traccia di possibile territorio palestinese, e ricacciati costoro quasi al completo nella condizione di homeless, senzacasa che vagano a cielo aperto con le loro masserizie, come si può avere la faccia di bronzo di dire che non è possibile riconoscere la Palestina perché la Palestina non esiste?
Finalmente dev’essersi fatta qualche domanda in proposito anche la presidente Meloni, cauta tra i cauti e cautamente disposta a discutere di un cauto riconoscimento della Palestina, con tutta calma e a patto che i palestinesi accettino condizioni che potremmo definire di spalle al muro. Se Palestina deve essere,
sia una Palestina cauta.
Il tanto inutilmente citato “due popoli, due Stati”, alla luce degli eventi, sembra una folle utopia, per altro severamente smentita dai fatti. E dai rapporti di forza. Se qualcosa si muoverà, in soccorso dei palestinesi in fuga, non sarà il diritto, sarà una tardiva compassione.
(da repubblica.it)

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