Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
E PERSINO L’AUSTERO MEF DI GIANCARLO GIORGETTI, CHE SI È LASCIATO ANDARE A UN’INFORNATA DA 64 MILA EURO. C’È POI IL DIPARTIMENTO CASA ITALIA DI PALAZZO CHIGI CON I MITOLOGICI “PORTACHIAVI A FORMA DI CASA”. CE N’È PER METTERE SU UNA MULTINAZIONALE: DAL TESSILE ALLA CANCELLERIA
Da quando si è insediato, il governo Meloni ha investito oltre 3 milioni di euro in gadget di vario tipo da distribuire a fiere ed eventi per promuovere il proprio lavoro. O il proprio brand (…) Questa ricca produzione riguarda gli articoli più svariati, dalle penne alle magliette fino alle borse e i cappellini.
Tralasciando l’oggettistica a uso interno e considerando solo i gadget da distribuire, nel 2025 i ministeri hanno finora investito oltre mezzo milione. Il Fatto aveva già raccontato le avventure del ministero delle Riforme di Elisabetta Casellati, che ha iniziato con le shopper e ha finito con mille t-shirt personalizzate con scritta e logo del dipartimento. Quasi 16 mila euro di gadget.
Ma un po’ tutti vogliono la propria parte. La Farnesina, per esempio, ha destinato 9 mila euro per l’acquisto di “gadget celebrativi per il 60esimo anniversario delle relazioni diplomatiche Italia-Singapore”.
Altri 4 mila euro sono serviti per “50 kit vino, 500 quaderni, 100 borse di tela e 50 zaini” da distribuire a un evento, mentre per la Festa della Repubblica il ministero di Antonio Tajani ha pensato a “1.002 creme da mani” da regalare agli ospiti della cerimonia. Costo: 12 mila euro
È il fascino dei gadget. Che colpisce pure il ministero della Cultura, che in solo affidamento ha acquistato 22 mila euro di articoli, il ministero dell’Istruzione (per “prodotti e gadget con il logo del ministero”, 67 mila euro) e persino l’austero Mef di Giancarlo Giorgetti, che si è lasciato andare a un’infornata da 64 mila euro.
Penne, Magliette, borse e quant’altro. Andando al 2024 il conto per i gadget è ancora più alto, intorno al milione di euro. E qui la voce grossa la fanno in due: il ministero dell’Agricoltura di Francesco Lollobrigida, che si è dato da fare con un affidamento da 77 mila euro per promuovere il suo dicastero; e il vicepremier Matteo Salvini, 119 mila euro per prodotti brandizzati.
Oltre ai ministeri già citati, il Viminale non fa mancare oggettistica della Polizia di Stato. Per esempio, nel 2023 ha distribuito ben 40 mila “agendine scolastiche personalizzate”, al costo di 90 mila euro.
Per chi volesse cambiare genere, c’è poi il Dipartimento Casa Italia di Palazzo Chigi, più frugale ma fantasioso. La scorsa estate, all’interno di un affidamento da 5 mila euro, ha commissionato vari articoli tra cui “shopper in cotone 140 grammi con manici lunghi e soffietto”, “portachiavi a forma di casa”, “salvadanaio in forma di casa, in plastica”, “mouse pad per sublimazione con superficie in poliestere e gomma sul fondo”. Messa tutta insieme, ce n’è per mettere su una multinazionale: dal tessile alla cancelleria. Testimonial, i ministri.
(da il Fatto Quotidiano)
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Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
AL MOMENTO DELLA VITTORIA ELETTORALE DEI MELONIANI, NEL SETTEMBRE 2022, ESPONENTI DELL’ATTUALE GOVERNO AVEVANO RUOLI DENTRO LA FONDAZIONE. IN PRIMIS CARLO NORDIO
Il braccio armato del governo nella campagna referendaria sulla separazione delle
carriere è la Fondazione Luigi Einaudi, think tank di ultra-liberali che ha lanciato il comitato SìSepara e che contiene in sé un paradosso, oltreché una questione di opportunità verso le urne: riceve ogni anno centinaia di migliaia di euro dai ministeri e da alcune Regioni. Nel 2024, in particolare, parliamo di oltre 350 mila euro dal governo e 116 mila euro dalla Regione Siciliana, oltre a 20 mila dal Lazio di Francesco Rocca.
I dati del 2025 non sono ancora disponibili e saranno noti quando la fondazione pubblicherà il suo bilancio, ma al Fatto
risulta già, per esempio, un finanziamento da 112 mila euro da parte del ministero della Cultura.
Così facendo, pur essendo indipendente, la Fondazione Luigi Einaudi si trova a far campagna elettorale per il sì quasi per conto del governo che la finanzia, il quale gli si affida perché Giorgia Meloni vuole evitare a ogni costo di personalizzare la sfida alle urne. Meglio mandare avanti gli altri, insomma, e tenere fuori il più possibile la premier e Fratelli d’Italia.
Non solo. Al momento della vittoria elettorale dei meloniani, nel settembre 2022, esponenti di rilievo dell’attuale governo avevano ruoli dentro la Fondazione.
In primis Carlo Nordio, il ministro della Giustizia che più di tutti ha voluto la riforma sulla separazione delle carriere: a lungo ha fatto parte del consiglio di amministrazione del think tank, lasciandolo una volta scelto come Guardasigilli. Ma pure il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato per anni membro della Fondazione, illustre esponente del comitato scientifico.
Oggi l’ente è guidato da Giuseppe Benedetto e ha formato il comitato SìSepara, coinvolgendo tra gli altri l’ex presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza, Antonio Di Pietro e l’ex deputato Andrea Cangini. Gli incarichi nel Cda sono a titolo gratuito, ma la Fondazione nel Bilancio 2024 segnala 9 dipendenti e cinque collaboratori esterni, per un costo del personale di 236 mila euro.
Per dare un ordine di grandezza dei contributi pubblici (sommando i 350 mila dai ministeri e i fondi dalle Regioni ci si avvicina al mezzo milione), il totale dei proventi messo a
bilancio è di 1 milione di euro.
In realtà lo scorso anno tutto il contributo del governo è riconducibile al ministero della Cultura, mentre nel 2023 anche il Viminale e la Farnesina avevano erogato contributi al think tank. Per il 2025 e il 2026 si vedrà. Con una certezza: d’ora in poi i finanziamenti pubblici alla Fondazione aiuteranno – più o meno indirettamente – il sì al referendum.
(da agenzie)
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Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO PROPOSTO DA FRATELLI D’ITALIA SUL CONDONO SARÀ USATO COME LEVA ELETTORALE PER SPINGERE LA CANDIDATURA DI CIRIELLI IN CAMPANIA, MA SE CIRIELLI NON SARA’ ELETTO PRESIDENTE, IL GOVERNO È PRONTO A FARE RETROMARCIA
In un titolo lo si potrebbe definire il «trucco del condono elettorale». Lo si annuncia, lo si infila negli emendamenti “segnalati” da presentare entro martedì, a cinque giorni dal voto, e poi, passate le elezioni campane, se ne può fare a meno. Con una certa spudoratezza, termine non certo avventato visto il contesto e la tempistica, nel giorno del comizio dei leader, con la premier Giorgia Meloni a Napoli, Fratelli d’Italia ha proposto una sanatoria ad urnem.
Il 23 novembre si vota per le Regionali in Campania, la coalizione di governo si compatta dietro alla candidatura di Edmondo Cirielli, arranca nei sondaggi, e così il senatore Antonio Iannone, di Torre del Greco, prova la carta del tutto per tutto: rispolvera il condono del 2003.
Fiore all’occhiello del berlusconismo di inizio millennio, basta riaprirla con un emendamento. Ma questa è notizia dell’altro ieri: esegesi di un post del senatore campano e del conseguente silenzio, che si immagina complice, della sua leader, Meloni.
Questa volta però la tentazione del colpaccio in Campania è troppo forte. Il prezzo da pagare, viene sussurrato da FdI, è qualche giorno di polemica mediatica. Le urne potrebbero ripagarlo, oppure, immediatamente dopo, prima di chiudere il testo della manovra in parlamento, si potrà facilmente tornare
indietro.
Nel frattempo, si userà questa promessa come potente leva elettorale. Martedì in commissione Bilancio al Senato la proposta sul condono sarà inserita nel pacchetto dei 400 emendamenti segnalati, ovvero quelli che verranno esaminati durante l’iter della manovra da qui alla fine dell’anno.
Di questi, secondo la ripartizione concordata tra i gruppi, 238 saranno appannaggio della maggioranza. Al di là che la misura venga approvata o meno, la maggioranza sta studiando un secondo testo con un taglio più campano, così da evitare che la sanatoria sia applicabile in tutta Italia.
L’idea è quella di limitare la platea di chi può accedere, cercando così di tagliare fuori le ville in odore di camorra. Nel 2003 il vecchio condono edilizio dell’allora esecutivo Berlusconi permetteva di mettere in regola – pagando una somma – le opere realizzate senza titolo abilitativo purché conformi alle norme urbanistiche vigenti al 31 marzo 2003.
Il dibattito sulla sanatoria degli immobili stride con l’emergenza abitativa che stanno vivendo le famiglie italiane a causa dell’aumento dei prezzi degli affitti. L’ambizione della premier Meloni di realizzare un piano casa da 15 miliardi è sfumata: il progetto del ministro Salvini stanzia 660 milioni dal 2027 in poi, con la possibilità, forse, di arrivare a 1,3 miliardi utilizzando parte del Fondo sociale per il clima.
(da Fanpage)
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Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
LA REGIONE DOVREBBE SOLO STARE A GUARDARE. MA IL BOSS DELLE CLINICHE PRIVATE DEL LAZIO È STATO, CON LE MELONI SISTERS, SPONSOR DEL GOVERNATORE
Una riunione informale in Regione per dare impulso alla riapertura della clinica cara al
ricco deputato leghista Antonio Angelucci. Ma con abusi edilizi e urbanistici di cui i giudici avevano dichiarato “l’insanabilità” che ora, a distanza di anni, magicamente “risulterebbero regolari”.
Il 10 giugno 2025 Andrea Urbani, direttore regionale della Sanità del Lazio e braccio destro del presidente Francesco Rocca, ha riunito attorno a un tavolo tutti gli attori coinvolti nella pratica per la riapertura del San Raffaele Velletri, l’ospedale privato nato come fiore all’occhiello delle società della famiglia Angelucci, la cui autorizzazione fu revocata nel 2011 per gravissime “carenze ab origine dei requisiti strutturali”, tra cui vincoli paesaggistici e idrogeologici e difformità edilizie per almeno 540 metri quadri. Un’iniziativa quantomeno irrituale, perché in realtà l’Ente guidato da Rocca dovrebbe solo stare a guardare.
La partita dunque appare tutta locale, tra gli Angelucci e il Comune di Velletri. Cosa c’entrano Rocca e i suoi? “La riunione è stata organizzata per capire lo stato dell’arte, noi contiamo su quei posti letto. Di incontri così se ne fanno molti, anche con altri operatori, nessuno vuole favorire San Raffaele”, replicano al Fatto dalla Regione Lazio. C’è un’ultima coincidenza.
Qualche settimana dopo quella riunione, l’assessore regionale all’Urbanistica, Giuseppe Schiboni, depositò un emendamento alla legge regionale di Bilancio che, se approvato, avrebbe permesso a San Raffaele a sanare i suoi abusi “insanabili”. Emendamento poi ritirato dopo un articolo del Fatto pubblicato il
4 luglio. “Controllore e controllato che si mettono allo stesso tavolo per l’istanza di un privato, Rocca ci deve delle spiegazioni”, sostiene D’Amato.
(da agenzie)
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Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
COSTRUIRE 50.000 CASE POPOLARI COSTEREBBE MENO DEL PONTE SULLO STRETTO… 650 MILA FAMIGLIE SONO IN ATTESA DI UN ALLOGGIO POPOLARE
Troppo ricco per ricevere un sostegno, troppo povero per pianificare il futuro. Così, il ceto medio è finito al centro della crisi demografica in Italia. Lo rilevano, con sempre maggior preoccupazione, tutti gli studi sulla denatalità degli ultimi anni. E adesso anche la politica pare aver iniziato a cogliere la portata del problema.
Che non è strettamente legato al reddito, ma ha a che fare con molteplici fattori, tra i quali la difficoltà delle giovani coppie di trovare una casa e l’insicurezza delle periferie, dove la mancanza di welfare e servizi si fa sentire di più.
Da qualche tempo, a destra come a sinistra, tutti parlano di «emergenza abitativa». I sindaci, proprio ieri riuniti a Bologna per l’assemblea annuale dell’Anci, lanciano l’ultimo di numerosi appelli: «La casa è una priorità nazionale», sottolinea dal palco il presidente Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli. Manfredi chiede quindi «un piano concreto e realizzabile» e che «inizino a investirci anche soggetti istituzionali».
L’Osservatorio sui Conti pubblici italiani dell’università La Cattolica stima che per 50 mila case servirebbero almeno 12,5 miliardi di euro: quasi quanto il costo del Ponte sullo Stretto. Un rapporto del Centro studi di Unimpresa, su dati della Corte dei conti, calcola che in Italia ci sono almeno 319.329 famiglie in attesa di un alloggio popolare (per Ance, circa 650 mila).
Non tutte le spinte dei partiti, poi, vanno nella stessa direzione. Fratelli d’Italia, ad esempio, vuole velocizzare le procedure di sfratto nei confronti di chi non dovesse riuscire a pagare due mensilità di affitto consecutive. Ulteriore incognita per chi è alle prese con un reddito disponibile risicato. Nel frattempo, i prezzi dei canoni continuano la corsa.
Complice la destinazione ai più remunerativi affitti brevi turistici, agli studenti fuori sede e a chi si trasferisce per lavoro. Stando ai dati ufficiali dell’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate, nel secondo trimestre 2025 l’incremento del canone annuo è stato pari al 5,3%. Scendono i contratti di lungo termine, crescono i transitori e gli agevolati per universitari.
«Abbiamo 16 mila immobili di diritto residenziale pubblico da poter recuperare e uffici convertibili a uso abitativo» spiega Fabrizio Segalerba, neopresidente della Federazione italiana agenti immobiliari professionali. «E ci sono circa cinque milioni di “seconde case” vuote: bisogna creare le condizioni per convincere i proprietari ad affittarle».
Ecco, ma quanto pesa la disponibilità di una casa sul calo delle nascite? Non poco. Basti pensare che, in media, il canone di affitto fa sfumare fino un quarto del budget familiare. Ma nelle grandi città, gli affitti schizzano alle stelle: canone e utenze mangiano metà del reddito. Senza contare gli altri servizi, a partire dalle rette degli asili nido.
Ecco, dunque, che giovani coppie prive di impiego stabile e retribuzione adeguata rinviano la decisione di un figlio, pur desiderandolo. L’ultima indagine sulla natalità dell’Istat certifica che «persistono le difficolta tanto ad avere il primo figlio quanto a passare dal primo al secondo». Alla base, insieme ai tempi di studio e alla precarietà del lavoro, lo scarso accesso al mercato delle abitazioni.
Fattori che, sempre secondo l’istituto nazionale di statistica, posticipano l’uscita dal nucleo di origine (in Italia l’età è quattro anni più alta della media europea di 26 anni) e, dunque, anche il momento di diventare genitori. Così, sempre più spesso le giovani coppie sono costrette a spostarsi nelle periferie. E, di conseguenza, i prezzi diventano salati anche nelle zone satellitari. E qui, incontrano anche problemi legati alla scarsa sicurezza percepita.
(da agenzie)
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Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
CON IL 52% DI VOTI, LA 38ENNE HA SCONFITTO LA SINDACA USCENTE
L’elezione di Katie Wilson a nuova sindaca di Seattle segna un passaggio politico
destinato a pesare ben oltre i confini della città. Con il 52% dei voti, la 38enne attivista socialista ha sconfitto la sindaca uscente Bruce Harrell in una delle tornate municipali più partecipate degli ultimi anni, una sfida che ha messo di fronte due visioni opposte della metropoli simbolo dell’industria tecnologica.
Seattle è da tempo uno specchio delle contraddizioni del capitalismo digitale: ricchezze enormi concentrate nelle mani dei colossi tech e una crisi abitativa che non accenna a rientrare. Gli affitti continuano a superare i 2.500 dollari mensili e il numero delle persone senza casa ha toccato quota 12.000, trasformando il disagio sociale in una questione strutturale. È in questo scenario che Wilson ha condotto una campagna costruita sull’urgenza di politiche pubbliche volte a riequilibrare un sistema percepito come sempre più sbilanciato verso gli interessi delle corporation.
La nuova sindaca arriva da un percorso segnato da mobilitazioni e militanza. Cresciuta a Portland in una famiglia di insegnanti, ha lavorato a lungo nei caffè indipendenti di Capitol Hill, prendendo parte alle prime proteste di Black Lives Matter e confrontandosi con la precarietà che colpiva la working class della città. Nel 2018 ha fondato la Seattle Workers Alliance, organizzazione che ha guidato scioperi nei magazzini Amazon e ottenuto aumenti salariali significativi. Eletta nel consiglio comunale nel 2021, ha promosso misure per una tassazione più progressiva e per l’ampliamento dell’edilizia popolare. Rivendica uno stile di vita minimalista: vive in affitto, non possiede proprietà e si muove esclusivamente con i mezzi
pubblici.
Al centro del suo programma c’è la Seattle Equity Tax, una sovrattassa del 2% sui redditi superiori ai 500.000 dollari annui che, nelle intenzioni dell’amministrazione, dovrà generare un miliardo di dollari in cinque anni per affrontare l’emergenza abitativa attraverso la costruzione di nuove case popolari. La piattaforma di Wilson include anche un piano per rendere gratuiti i trasporti pubblici grazie a un’imposta sulle consegne di Amazon, oltre a un pacchetto di interventi per la giustizia climatica che prevede lo stop a nuovi investimenti nel settore fossile e l’installazione di infrastrutture solari sugli edifici pubblici. Sul fronte della sicurezza, la sindaca intende ridurre il budget del dipartimento di polizia e reindirizzare le risorse verso servizi sociali e programmi di gestione delle crisi psichiatriche. Parallelamente propone un sostegno più deciso alle cooperative dei lavoratori e sanzioni per le imprese che ostacolano la sindacalizzazione.
L’ascesa di Wilson ha suscitato reazioni contrastanti. I vertici di Amazon hanno definito le sue misure “un rischio per l’ecosistema dell’innovazione”, mentre parte del mondo imprenditoriale teme un incremento dei costi operativi. Sul fronte opposto, i movimenti per il diritto alla casa e i sindacati hanno salutato la nuova sindaca come una figura capace di rompere l’equilibrio che per anni ha favorito gli interessi delle grandi aziende. Il Teamsters Local 117 l’ha definita una “voce credibile” nella battaglia per la tutela dei lavoratori.
L’elezione è osservata con attenzione a livello nazionale. Per una
parte dei democratici progressisti Seattle potrebbe diventare un laboratorio di politiche redistributive avanzate, mentre la destra repubblicana ha già indicato Wilson come simbolo di un “socialismo urbano” considerato pericoloso per l’economia americana. Il nuovo consiglio comunale, però, non garantisce un sostegno pieno: solo quattro seggi su nove risultano allineati all’agenda socialista, rendendo necessari compromessi costanti per portare avanti le riforme.
Katie Wilson entrerà ufficialmente in carica il 1° gennaio 2026. La sua vittoria, salutata da una parte della città come una svolta storica, apre una fase delicata e carica di aspettative. Resta da capire se la nuova amministrazione riuscirà a tradurre il malessere sociale in politiche strutturali capaci di modificare gli equilibri di una metropoli segnata da disuguaglianze profonde. Quel che è certo è che Seattle, capitale del tech e laboratorio politico d’avanguardia, si prepara a una trasformazione che potrebbe ridefinire il suo futuro.
(da Globalist)
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Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA, IMPEGNATA IN DUELLO SERRATISSIMO CON I FRATELLINI D’ITALIA PER IL PRIMO POSTO REGIONALE IN CAMPANIA, SI METTE DI TRAVERSO: “NESSUNO CI HA AVVISATI”…. ANTONIO TAJANI E’ GELIDO: “BISOGNA VALUTARE CASO PER CASO”… DALLA LEGA TRAPELANO PERPLESSITÀ SULLA MOSSA DI FDI
A via della Scrofa giurano che Giorgia Meloni non fosse stata preavvisata della “manina” di FdI che spinge per il condono campano, formidabile appeal elettorale a una settimana dal voto. Certo è che ieri mattina, dopo un consulto con i capigruppo di Camera e Senato, la premier ha accordato alla sanatoria il suo benestare. Con una punta d’imbarazzo, c’è da immaginare, perché la leader della fiamma si è spesso scagliata in passato contro questo tipo di operazioni borderline.Ecco perché mentre il partito locale già prepara i manifesti «sì alla riapertura del condono», sotto alla faccia sorridente di Edmondo Cirielli, ai piani alti del partito romano si affrettano a precisare che non si tratta di un condono nuovo di zecca, ma del ricorso a una «sanatoria», peraltro «vecchia di oltre vent’anni», epoca Berlusconi, che permetterà di regolarizzare case che altrimenti finirebbero sotto le ruspe. E comunque varrà «solo per gli edifici fuori dalla zona rossa».
Il dato politico comunque è chiaro. Meloni tira dritto. Surfando sulle polemiche e le vecchie dichiarazioni anti condoni, che oggi suonano contraddittorie. L’emendamento annunciato dal suo Antonio Iannone, sottosegretario alle Infrastrutture e commissario dei Fratelli in terra partenopea, sarà inserito nel pacchetto delle proposte «segnalate», quelle cioè che arriveranno all’ultimo round, le votazioni finali in Parlamento
Per prevenire le obiezioni che già muove l’opposizione, nella cerchia della premier sostengono che il governo in concreto non deciderà alcunché. Perché la norma in discussione a Palazzo Madama permetterà al presidente di Regione, entro due mesi dal
varo della finanziaria, di attivare o meno la riapertura dei termini della sanatoria del 2003.
Resta da superare lo scetticismo degli alleati in maggioranza. I malumori di Forza Italia sono venuti allo scoperto subito, per bocca del leader Antonio Tajani. È bastata una frase, «bisogna valutare caso per caso», per decifrare la freddezza degli azzurri. Che il vicepremier estende a un’altra proposta di Cirielli, quella di aumentare le pensioni minime di 100 euro, ma con fondi regionali. Uno “scippo”, confessa uno dei colonnelli post berlusconiani, di due temi chiave delle campagne forziste: la casa e le pensioni.
Questa lettura sui nervosismi a destra trova conferme dentro FdI. «Tajani risponde così perché l’avrebbe voluta lanciare lui, la sanatoria», la frecciata di un big meloniano. Di certo, gli alleati dei Fratelli sono rimasti spiazzati dalla mossa. Da ore ripetono: «Nessuno ci aveva avvisati». La sensazione è quella di uno sgarbo, perché in Campania il derby a destra è serratissimo. Forza Italia dopo la Puglia spera di sorpassare i Fratelli anche a Napoli e dintorni.
FdI dal canto suo vuole tenere a tutti i costi la prima piazza della coalizione. E in ogni caso, ripetono i meloniani, i voti del cartello della fiamma andranno sommati alla lista personale di Cirielli, che annovera – e qui torna la sanatoria – uno dei leader dei movimenti anti-ruspe, Raffaele Cardamuro, che ieri rilanciava giubilante sui social la promessa del nuovo condono.
Anche dalla Lega trapelano perplessità sulla mossa dei Fratelli. «La nostra posizione sul condono? Il problema c’è, non siamo
del tutto contrari a una sanatoria, ma questo provvedimento va visto, va capito», rispondeva ieri sera sibillino Claudio Durigon, vicesegretario del Carroccio e luogotenente di Matteo Salvini nel Centro Sud.
“Un atto di giustizia”. No, una proposta da “voto di scambio”. La destra rivendica, il centrosinistra attacca: è scontro sull’emendamento alla manovra che riesuma la sanatoria edilizia voluta da Silvio Berlusconi nel 2003. Su “tutto il territorio nazionale”, come recita la proposta di Fratelli d’Italia, ma con un impatto maggiore nella Campania che andrà al voto il 23 e il 24 novembre.
Per la coalizione di governo, il fronte è doppio. La mossa del partito della premier Giorgia Meloni non piace a Forza Italia. È il leader degli azzurri, Antonio Tajani, a frenare. “La questione – dice – va affrontata caso per caso, bisogna vedere quali” abitazioni “possono essere sanate e quali no”. Fuori “quelle che sono pericolanti e dove c’è un pericolo per i cittadini”.
A Cirielli risponde il competitor Roberto Fico. Definisce l’iniziativa dell’avversario “un annuncio disperato per una coalizione che sa di aver perso le elezioni e si aggrappa ai suoi evergreen”. Poi la stoccata: “Serve il diritto alla casa, non fare condoni”.
È il Pd campano, con il segretario Piero De Luca, a parlare di “una dinamica che ha tutte le caratteristiche di un voto di scambio politico”. A rivolgersi direttamente alla premier è Matteo Renzi. “Meloni – incalza – ha annunciato il suo piano casa: un mega condono in Campania, la settimana del voto
Questo non è riformismo, questo è il governo dei mediocri e del voto di scambio”. Si fa sentire anche il leader dei 5 stelle, Giuseppe Conte: “Tutto questo è pazzesco, significa essere scollati dalla realtà”. Tutti contro “il governo dei condoni”.
(da agenzie)
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Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
GLI USA NON POSSONO COLTIVARE QUESTI PRODOTTI, CHE SONO COSTRETTI A IMPORTARE
Donald Trump ha firmato un decreto per abolire i dazi doganali che egli stesso ha
imposto, esentando prodotti come caffè e frutta esotica. “Ho determinato che alcuni prodotti agricoli non dovrebbero essere soggetti a dazi doganali reciproci” messi in atto ad aprile, spiega il presidente degli Stati Uniti nel decreto.
Nell’elenco figurano prodotti che gli Stati Uniti non possono coltivare, o li producono in quantità troppo basse rispetto al fabbisogno, come il caffè, il tè, le banane, i pomodori e altri frutti esotici, oppure i pinoli. Ma ci sono anche pezzi di manzo, mentre il prezzo di questa carne ha raggiunto i record nel paese.
In aprile, il Presidente degli Stati Uniti aveva istituito dazi doganali “reciproci” di almeno il 10% sulla maggior parte dei prodotti che entrano negli Stati Uniti nel nome della riduzione del deficit commerciale del paese e del sostegno alla produzione locale.
Dopo la battuta d’arresto alle elezioni locali, la maggioranza repubblicana ha ridato priorità al costo della vita. Trump era
stato rieletto assicurando che avrebbe migliorato il potere d’acquisto degli americani. La Casa Bianca ha voluto sottolineare questa settimana le misure adottate per abbassare i prezzi dei prodotti di prima necessità come la benzina e le uova, nonché l’annuncio di un accordo volto a ridurre i prezzi di alcuni farmaci dimagranti.
(da agenzie)
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Novembre 16th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO SEI MESI E’ STATO LIBERATO GRAZIE ALLE PRESSIONI DI MACRON… TRENTINI E’ IN CARCERE DA UN ANNO GRAZIE ALL’IGNAVIA DEL GOVERNO ITALIANO
Dopo mesi di silenzio e angoscia, si è chiusa con un sospiro di sollievo la vicenda di Camilo Castro, il cittadino francese scomparso alla fine di giugno al confine tra Venezuela e Colombia. A ufficializzarne la liberazione è stato il presidente Emmanuel Macron, che su X ha scritto: “Camilo Castro è libero. Condivido il sollievo della sua famiglia e ringrazio tutti coloro che hanno lavorato per la sua liberazione”.
La storia di Castro, 41 anni, aveva assunto i contorni di un caso internazionale, richiamando alla memoria quello dell’italiano Alberto Trentini, cooperante di 46 anni detenuto in Venezuela senza incriminazione da un anno. Proprio ieri, in una conferenza stampa per rilanciare l’attenzione sulla vicenda, la madre Armanda Colusso aveva lanciato un’accusa al governo italiano: “Per Alberto non si è fatto quello che era necessario e doveroso fare per la sua liberazione. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la mia pazienza è finita”.
La scomparsa al confine e i mesi di silenzio
Castro, insegnante di yoga residente in Colombia, era scomparso il 26 giugno al valico di Paraguachón. La famiglia aveva spiegato che quel giorno si era recato alla frontiera per rinnovare il visto di residenza colombiano scaduto. Da allora, nessun contatto diretto: a metà settembre la madre aveva raccontato di non aver più ricevuto sue notizie, se non un messaggio audio arrivato a fine luglio, in cui il figlio aveva “chiesto aiuto”.
Le indagini della famiglia e di Amnesty International avevano indicato che l’uomo era trattenuto dalle autorità venezuelane. Proprio Amnesty, in un rapporto pubblicato a luglio, aveva denunciato una politica di “sparizioni forzate” messa in atto dopo
la rielezione di Nicolás Maduro, spiegando che “le autorità venezuelane sembrano usare questa pratica per alimentare le loro narrazione su ‘cospirazioni straniere’ e per usare i prigionieri come merce di scambio nei negoziati con altri Paesi”. Un quadro che aveva accresciuto l’apprensione della famiglia e moltiplicato le pressioni diplomatiche internazionali.
La gioia della famiglia: “Pensiamo agli altri, non li dimenticheremo”
La notizia della liberazione è stata accolta con profonda emozione da Helene Boursier, madre di Castro e attivista di Amnesty International. “Non potete immaginare l’emozione che questo rappresenta, rispetto a tutte le gioie che proviamo nella vita, a tutte le piacevoli sorprese, a tutto il sollievo”, ha dichiarato. E ha aggiunto: “Lotteremo affinché ciò non accada mai più. Solo perché le cose sono andate bene per noi non significa che ci fermeremo qui. Pensiamo agli altri, non li dimenticheremo”.
Poche ore dopo il rilascio, Castro ha raggiunto l’ambasciata francese a Caracas. Yves Guibert, compagno della madre, ha descritto il momento del ritorno: “Era estremamente felice di essere uscito, un po’ troppo emozionato e allo stesso tempo ancora un po’ preoccupato, visto che non aveva lasciato il territorio venezuelano. Non si esce di prigione il giorno stesso in cui si esce. C’è un intero periodo di riadattamento al mondo, un intero periodo di riconnessione con la vita normale. E sarà nostro compito ora preservare questo riadattamento e creare le condizioni che gli consentano di rimettersi in piedi”.
(da FanPage)
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