Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
IL PRIMO DELLA LISTA È SALVINI, CHE ALL’ESTERO NON E’ VISTO COME IL CAZZARO CHE E’ MA, ESSENDO VICEPREMIER, VIENE PRESO SUL SERIO QUANDO SVELENA CONTRO BRUXELLES, CONTRO KIEV E FLIRTA CON MOSCA… IL CREMLINO PUÒ CONTARE SU TANTI SIMPATIZZANTI: DA GIUSEPPE CONTE AD AVS, FINO A PEZZI ANTI-AMERICANI DEL PD E AI PAPPAGALLI DA TALK … ANCHE FDI E MELONI, ORA SCHIERATI CON ZELENSKY, IN PASSATO EBBERO PIÙ DI UNA SBANDATA PUTINIANA
Il benevolo trattamento che Trump ha riservato all’autocrate ungherese Viktor Orban, atterrato a
Washington imbufalito per l’interdizione americana di importare a prezzo scontato il petrolio dalle aziende russe Lukoil e Rosneft (alle prossime elezioni politiche ungheresi, ad aprile del 2026, la sua riconferma è in bilico), non è stato innescato dal solito prolasso neurovegetativo del Caligola della Casa Bianca.
Aver esentato l’Ungheria dalle sanzioni, messe in campo con l’obiettivo di bloccare i guadagni su petrolio e gas, colonna portante dell’economia di Mosca, e costringerla a negoziare un cessate il fuoco in Ucraina, rientra nella strategia trumpiana di destabilizzare l’Unione Europea.
Non è certo un mistero che l’ex bancarottiere diventato presidente, dotato di una capacità di smentire se stesso al limite della follia, punti a una Unione economicamente debole e politicamente impotente, evitando così che possa mettersi di mezzo tra i due padroni del mondo: America e Cina.
Dal giorno del secondo sbarco di “The Donald” nello Studio Ovale, l’UE è stata maltrattata alla stregua di una immensa e insopportabile rottura di cojoni e dintorni.
Un pestaggio politico e mediatico che non ha avuto sosta. E’ iniziato con i dazi sui tanti prodotti importati dall’Ue (gli Usa esportano in Europa solo servizi e software delle Big Tech) ed è proseguito con l’obbligo, per l’Europa, di comprare risorse energetiche americane.
Se poi i paesi del vecchio continente hanno ancora il piacere di far parte della Nato debbono, entro i prossimi cinque anni,
destinare il 5% del Pil al potenziamento delle strutture di difesa, comprando ovviamente armi dalle industrie americane.
Solo la Spagna del socialista Sanchez ha subito sfanculato l’accordo Trump-Ursula sugli armamenti. La Germania di Merz ha già stanziato per conto suo la sommetta di 100 miliardi per riorganizzare il suo esercito e la Polonia, confinando con la minacciosa Russia, si era già preparata per tempo “corazzandosi”.
I veri guai riguardano Francia e Italia: con i bilanci malconci, e il debito alle stelle, per Parigi e Roma il diktat trumpiano è irrealizzabile.
Lo è soprattutto per il governo della “Nazione” di Giorgia Meloni, che vede Matteo Salvini, vicepremier e segretario di un partito della maggioranza, sbraitare ogni giorno contro l’invio di armi all’Ucraina.
Ne sa qualcosa il povero Crosetto, costretto a trasformarsi in un trapezista nelle sue continue interviste. Uno sbattimento equivoco che ha spinto la trumpetta Meloni a mandarlo di corsa in missione a Washington: il ministro della Difesa sarà negli States venerdì per rassicurare lo Zio Sam sull’impegno italiano per la Nato.
Tanto per gradire, il Folle a stelle e strisce ha aggiunto un’altra fantastica presa per il culo: nell’accordo sui dazi, firmato dal presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, sono previsti investimenti di aziende europee negli Usa. Cosa impossibile perché Bruxelles non ha assolutamente gli strumenti
per obbligare i 27 stati dell’Unione a un tale impegno.
Ma per “The Donald”, avere la possibilità di sputare in faccia all’Europa, esentando il trumputiniano e nemico numero uno di Bruxelles, Orban, dalle sanzioni petrolifere, era un’occasione da non perdere. E il “Viktator” ungherese ha capito al volo l’antifona.
Non a caso durante la sua recente visita in Italia, dove ha incontrato prima il suo compagno di merende moscovite Salvini e poi la premier, Orban si è infatti permesso dichiarazioni da gerarca sborone: “L’Unione europea non conta nulla. E presto sarò da Trump per risolvere il problema delle sanzioni al petrolio e al gas russo” (che coprono l’85% del fabbisogno di Budapest). Gran finale: “Trump sbaglia su Putin”.
Olè! Missione compiuta: esenzione a tempo indeterminato dalle sanzioni sugli acquisti di petrolio e gas russi, con il tycoon col ciuffo trapiantato che ha elogiato il tenero Viktor: “una persona speciale, un grande leader che ha fatto un lavoro fantastico, è molto potente nel suo Paese ma è anche molto amato”.
Una inversione a “u” visto che appena dieci giorni prima, il 31 ottobre, Trump aveva sentenziato: “Non concederò nessuna esenzione a Orban sul petrolio russo”.
Il presidente americano in modalità guappo di quartiere, un “Al Cafone” in tinta, si è poi rivolto ai leader europei: “Voglio dire loro che devono rispettare Orban e l’Ungheria”, ribadendo che vorrebbe organizzare a Budapest l’eventuale prossimo incontro con Putin.
La pazza gioia di Orban s’è ridimensionata quando è lo staff della Casa Bianca ha precisato che l’esenzione non è a tempo indeterminato ma di un anno. Poco male: resta un ottimo successo per affrontare in tranquillità le elezioni politiche ungheresi del 2026.
Ma la sbrindellata Europa, all’incudine americana, deve aggiungere il martello russo. Nell’Italia malgovernata dai meloniani, Il Cremlino puo’ contare su una nutrita pattuglia di simpatizzanti, di “pupazzi prezzolati” (Draghi dixit) e di obbedienti soldatini. Il filo-moscovita in chief è Matteo Salvini.
Se il leader della Lega, in Italia, viene considerato alla stregua di una “macchietta nera”, alla guida di un partito sempre più declinante e con i giorni contati, all’estero la sua immagine è “rafforzata” dal suo ruolo: è pur sempre il vice di Giorgia Meloni. Come possono le cancellerie internazionali sottovalutare, come fosse un comico di “Zelig”, le parole del vicepresidente del Consiglio italiano?
Salvini non si nasconde neanche: è una mina vagante anti-UE, un filo putiniano della prima ora e sta creando ostacoli insormontabili per la Ducetta che, poverina!, sta disperatamente tendando di “democristianizzarsi” e segare i ponti con il gruppo i conservatori europei di ECR. L’obiettivo della Meloni è entrare finalmente nelle grazie del Partito Popolare Europeo, che esprime il potere della Commissione presieduta dalla von der Leyen.
Che l’Italia rappresenti il ventre molle dell’Unione l’ha
compreso da un pezzo anche Mosca, che sa di poter contare, oltre che su Salvini, anche su una folta schiera di “amici”.
C’è il “paci-finto” Giuseppe Conte, che da premier fece sfilare i carri armati russi in Italia durante la pandemia di Covid; ci sono i sinistrelli anti-riarmo di Avs, Bonelli e Fratoianni; c’è una grossa fetta del Pd (tendenza vecchio Pci), che non è ostile alla Russia perché animata dall’eterno spirito anti-americano e anti-occidentale.
A fiancheggiare i politici, ci sono gli “opinion makers”, ovvero quei prezzemoloni da talk che ripetono a pappagallo la propaganda russa. I tipini come Alessandro Orsini, l’ex grillonzo Alessandro Di Battista, la diplomatica Elena Basile, lo storico Angelo D’Orsi e altri trombettieri putiniani.
La stessa Giorgia Meloni, che ora si è posizionata senza esitazioni a fianco di Zelensky, in passato ha avuto qualche sbandata pro-Mosca.
Come ricostruiva Vanessa Ricciardi su “Domani”, il 14 settembre 2022, la Ducetta si opponeva con forza alle sanzioni contro la Russia: “Si comincia nel 2014 con una mozione in parlamento e un video con tanto di intervento della leader sul sito “giorgiameloni.it”. Nel testo si diceva particolarmente preoccupata per il business italiano ‘del formaggio stagionato’.
Ma la leader di Fratelli d’Italia non desiste. L’anno successivo tra Twitter e Facebook tornava a chiedere «un sussulto di dignità». E rivolgendosi all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi proponeva di non confermare le misure. Era il 10
dicembre 2015”.
A marzo 2018, poi, “Azione giovani a Garbatella organizza addirittura un flashmob davanti all’ambasciata russa. Il movimento si schiera dichiaratamente con ‘il popolo russo’ e contro gli Stati Uniti e l’Europa”.
La Russia, evidentemente, sa di avere terreno fertile in Italia, e usa come pescivendola di propaganda la pimpante portavoce del ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, la cinquantenne Marija Vladimirovna Zacharova, ex direttrice del Dipartimento d’informazione del Ministero degli esteri.
Come avvelenatrice di pozzi la “Zoccolova” è imbattibile, degna di un ruolo nei film di James Bond. Al cedimento della Torre dei Conti di Roma, senza neanche aspettare il recupero del corpo dell’operaio incastrato sotto le macerie, poi morto in serata, la Zacharova ha collegato il crollo della struttura a quello dell’economia italiana, troppo generosa con i finanziamenti all’Ucraina.
Ma le dichiarazioni aggressive della tirapiedi di Lavrov non si contano. Toccò il fondo a luglio, con il lancio di una lista di ‘’russofobi’’. Presenti, oltre ai ministri Tajani e Crosetto, anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
A Mosca sanno che finché la “Statista della Sgarbatella” avrà come alleato Salvini, Putin avrà a sua disposizione una quinta colonna nel governo per destabilizzare l’appoggio di Palazzo Chigi all’Ucraina.
All’ex Truce del Papeete, si aggiungono i vari Orban e Rober
Fico, i lepeniani francesi e i post-nazi tedeschi di Afd.
Stritolata come una noce fra Trump e Putin, Bruxelles deve assolutamente cambiare copione, rimuovendo prima di tutto il voto all’unanimità nel Consiglio europeo, che dà ai piccoli paesi come l’Ungheria il potere di condizionare l’attività e le scelte più importanti dell’Ue.
Questo ipotetico cambio di passo vede contrari non solo Orban e compagni ma anche la camaleontica Giorgia Meloni che vuole tenersi nella fondina il diritto di veto per non finire ai margini dall’asse franco-tedesco. Ma se l’Ue non agisce ora che è sotto attacco di Washington e Mosca, è destinata a diventare solo un’espressione geografica.
La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni adesso seleziona accuratamente i media anglosassoni per proporsi come futura presidente del consiglio italiana. La sua veste atlantista la accompagna sempre così come il sostegno alla «coraggiosa Ucraina».
Ad agosto ha detto chiaramente a Fox News che l’Italia deve dire addio al legame via gasdotto con Mosca, il più forte, eppure fino all’inizio del 2022 la sua opinione sui rapporti economici tra Mosca e l’Italia era molto diversa, una storia di strenua difesa degli «interessi italiani» che faceva molto bene anche al presidente russo Vladimir Putin, di cui nel 2018 la presidente del partito di destra dichiarava la veste democratica: «Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe
appare inequivocabile».
Il primo no alle sanzioni di Giorgia Meloni parte all’indomani dell’invasione della Crimea. Si comincia nel 2014 con una mozione in parlamento e un video con tanto di intervento della leader sul sito “giorgiameloni.it”. Nel testo si diceva particolarmente preoccupata per il business italiano «del formaggio stagionato».Ma la leader di Fratelli d’Italia non desiste. L’anno successivo tra Twitter e Facebook tornava a chiedere «un sussulto di dignità». E rivolgendosi all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi proponeva di non confermare le misure. Era il 10 dicembre 2015.
Passa un altro anno. Marzo 2018. Per lei «è incredibile. L’Europa proroga di altri sei mesi le sanzioni economiche contro la Russia che massacrano il Made in Italy.
Nell’Italia che vogliamo, il Governo non cede ai ricatti di Bruxelles e difende le imprese italiane».
Sono le settimane in cui Azione giovani a Garbatella, la sede del suo quartiere dell’associazione che Meloni ha presieduto da giovane, organizza addirittura un flashmob davanti all’ambasciata russa. Il movimento si schiera dichiaratamente con «il popolo russo» e contro gli Stati Uniti e l’Europa.
Meloni non era tanto convinta nemmeno subito dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. A Porta a Porta ancora una volta le sanzioni non erano una mossa giusta da fare. E d’altronde l’8 febbraio, prima dell’invasione, era pacifista come Matteo Salvini: «Serve una pace secolare con la Russia ma mi sembra
che Biden usi la politica estera per coprire i problemi che ha in patria»
Tra una dichiarazione e l’altra contro le sanzioni dal 2014 al 2022, nel 2020 arriva il Covid. C’è la crisi sanitaria e in quel contesto Meloni lancia un endorsement al vaccino russo Sputnik: «Un altro potenziale rimedio». Nel 2021 non dovevano esserci pregiudizi geopolitici. Anche in questo caso, specificava la leader del partito di destra,
(da Dagoreport)
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Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
L’IDEA, LANCIATA DA “AZIONE UNIVERSITARIA FERRARA”, ASSOCIAZIONE STUDENTESCA DI DESTRA LEGATA A FRATELLI D’ITALIA, HA SCATENATO LE POLEMICHE DEGLI STUDENTI DI SINISTRA: “ASSURDO, UNA VERGOGNA…”
La proposta di intitolare un’aula studio dell’Università di Ferrara in memoria di Charlie Kirk, attivista statunitense di destra ucciso il 10 settembre, è stata approvata in Consiglio degli Studenti
Kirk, fondatore dell’organizzazione giovanile della destra americana Turning Point Usa, è stato assassinato durante una conferenza nello Utah. Aveva 31 anni.
L’idea era stata lanciata da Azione universitaria Ferrara, associazione studentesca della destra politica, legata a Fratelli d’Italia. «Un modello da seguire, non per quello che diceva, ma per il modo in cui si esprimeva: uno scambio aperto, plurale, democratico e soprattutto non violento. In un momento storico in cui il dibattito sembra spesso polarizzato o silenziato, crediamo che l’università debba tornare a essere spazio di confronto vero, anche tra posizioni diverse».
Un post che ha immediatamente aperto al dibattito tra i commenti dividendo l’opinione in due fazioni. «Vergogna», «Che schifo», «Allucinante» e «Siete ridicoli», sono alcune delle frasi che si leggono sotto al post
(da agenzie)
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Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
LA “FIAMMA TRAGICA” DI GIORGIA MELONI È IN SUBBUGLIO: “SE QUESTO DOSSIER DOVESSE DIVENTARE PUBBLICO NEL MOMENTO SBAGLIATO, OVVERO NEL PIENO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL REFERENDUM SULLA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE, POTREBBE CAMBIARE IL SENTIMENT DELL’OPINIONE PUBBLICA”
Da Palazzo Chigi filtra un nervosismo palpabile. La strategia dei centri migranti in Albania, pensata
come fiore all’occhiello della politica migratoria di Giorgia Meloni, rischia oggi di trasformarsi in un boomerang proprio nel momento in cui la premier è chiamata a guidare la maggioranza nel referendum sulla separazione delle carriere.
L’idea era ambiziosa: accelerare i trasferimenti, controllare i flussi e dimostrare efficacia nella gestione dell’immigrazione. Ma, dietro le quinte, i problemi non sono mancati.
Tribunali italiani hanno fermato trasferimenti, giudicando l’Albania non sufficientemente sicura. E, in queste settimane, fonti interne segnalano che la Corte dei Conti sta esaminando i costi e la gestione, con il rischio di aprire una verifica per danno erariale.
“Se questo dossier dovesse diventare pubblico nel momento sbagliato, ovvero nel pieno della campagna elettorale per il referendum sulla separazione delle carriere, potrebbe cambiare il sentiment dell’opinione pubblica”, ammettono fonti di Palazzo Chigi.
Dietro le porte chiuse dei corridoi di Roma, la discussione è serrata. Si valutano correttivi: ridurre la funzione dei centri albanesi ai soli rimpatri, ridisegnare protocolli, rafforzare la narrativa comunicativa sul “modello innovativo” dei centri. Tutto mentre l’opposizione prepara dossier e dichiarazioni pronte a trasformare ogni esitazione in un argomento contro il governo.
La posta in gioco, spiegano i consiglieri della premier, non è solo politica: è reputazionale. L’effetto domino potrebbe investire [l’intera credibilità dell’esecutivo. Una partita che si gioca su più fronti, tra uffici, tribunali e microfoni.
E mentre la maggioranza cerca di chiudere le crepe, tra i corridoi si parla di tensioni interne: ogni ritardo, ogni ostacolo giudiziario diventa un pretesto per opposizioni e media di enfatizzare criticità e rischi. Palazzo Chigi sa che deve muoversi con cautela, perché nel gioco dei retroscena politici anche un dossier apparentemente tecnico può trasformarsi in una bomba mediatica.
Il dossier Albania, pensato come simbolo di controllo e innovazione, si trova oggi al crocevia: se gestito male, potrebbe minare il messaggio politico del governo; se gestito con cura, diventare un esempio di efficienza. E tra le mura di Palazzo Chigi, la tensione cresce: ogni decisione pesa come un mattone sul futuro della strategia di Giorgia Meloni.
(da lespresso.it/
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Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
QUELLA FACCIA DI BRONZO DI GIULI, DOPO LE PROTESTE DEL SETTORE PER I TAGLI, HA ANCHE PROVATO IL GIOCO DELLE TRE CARTE: VOLEVA SPOSTARE 100 MILIONI DI CONTRIBUTI AUTOMATICI ALLE IMPRESE, GIÀ ASSEGNATI, AL FONDO PER IL CINEMA. UN “TRAVASO” BLOCCATO DALLA RAGIONERIA GENERALE
Alessandro Giuli ha sempre avuto un pallino fisso: colpire il mondo del cinema, reo d’essere pregiudizialmente ostile al governo. E per farlo, specie dopo l’intemerata di Elio Germano al Quirinale, non ha esitato a utilizzare l’arma più letale — ovvero le forbici — contro l’industria dell’audiovisivo. Difesa nelle dichiarazioni pubbliche, «mi sta a cuore», ferita a morte con gli atti d’ufficio.
A dimostrarlo sono le carte visionate da Repubblica. I tagli inizialmente proposti dal ministero della Cultura per ottemperare alla spending review imposta dal Tesoro erano infatti ben più ampi rispetto a quelli poi iscritti in manovra.
Di molto superiori ai 150 milioni (destinati a salire a 200 l’anno successivo) sottratti al Fondo per il cinema e scolpiti nel testo della Finanziaria. Cifre che rendono ancor più paradossale l’annuncio lanciato venerdì scorso da Giuli per sedare la rivolta di attori, produttori e distributori: ossia, prelevare 100 milioni di contributi automatici spettanti alle imprese del settore e spostarli sul suddetto Fondo
Una partita di giro, trattandosi di incentivi già maturati ma non ancora erogati, che ha subito fatto scattare l’allarme fra le associazioni di categoria — da Anica ad Apa — convocate ieri dal ministro e dalla sottosegretaria Lucia Borgonzoni per provare a trovare una soluzione.
Nella mail inviata il 17 ottobre per segnalare i capitoli su cui incidere, il gabinetto della Cultura aveva infatti suggerito al Mef di tagliare di circa un terzo il Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo.
Si legge infatti nella comunicazione spedita con posta elettronica dagli uffici di diretta collaborazione di Giuli: «Il complessivo livello di finanziamento dei predetti interventi è parametrato annualmente all’11% delle entrate effettivamente incassate dal bilancio dello Stato registrate nell’anno precedente e comunque in misura non inferiore a 450 milioni di euro annuo per il 2026 e a 400 milioni di euro annuo a decorrere dal 2027».
In sostanza, la richiesta era di decurtare fino a 240 milioni il primo anno e quasi 300 quello dopo. Riportando a regime la dotazione complessiva del Fondo a 400 milioni, dagli attuali 696: lo stanziamento originario stabilito nel lontano 2017, quando entrò in vigore. Anche se allora le piattaforme streaming
erano ancora agli albori e non c’era neppure una concorrenza tanto agguerrita, anche da parte di Paesi molto più munifici del nostro.
E per sommo della beffa i primi ad accorgersene sono stati proprio i tecnici del Tesoro, che hanno invitato i colleghi della Cultura a rivedere l’entità del taglio, da diluire semmai in un arco temporale più lungo. Necessario, pure in ragione del meccanismo con cui questi stanziamenti vengono incassati, per essere assorbito dal sistema. Pena, la sua sopravvivenza.
Naturalmente Giuli si è ben guardato dal parlarne nel corso della riunione-fiume con le associazioni al Collegio Romano. Dove è tornato ad attaccare la Ragioneria generale: «Sono stati loro a impedirmi il prelievo dei contributi automatici che vi avrei restituito nei mesi successivi, si poteva fare, ci sono dei precedenti. Ora però tutto il governo è al lavoro per trovare una soluzione».
Con Borgonzoni intervenuta però a correggere il tiro: «Non sono d’accordo, la Ragioneria e il ministro Giorgetti ci stanno aiutando a capire come ridurre i tagli». Che per il settore, hanno ribadito Anica e Apa, sono «devastanti».
(da Repubblica)
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Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
I GIUDICI CHIEDONO ALLA CONSULTA DI ESPRIMERSI SULLA COSTITUZIONALITA’ DELLA NORMA CHE PREVEDE CHE IL PROCURATORE GENERALE DEBBA ATTENDERE IL PARERE DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA PRIMA DI DARE SEGUITO ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE…A CAUSA DEL SILENZIO COMPLICE DI NORDIO ERANO STATI COSTRETTI A SCARCERARE IL TORTURATORE LIBICO
Non è “costituzionale” che l’intervento del ministro debba essere necessario per dare seguito a un
ordine d’arresto della Corte penale internazionale. Per questo la Corte d’appello di Roma ha chiesto l’intervento della Consulta per il caso Almasri.
Scrivono i giudici della Corte d’Appello di Roma nell’ordinanza di remissione alla Corte Costituzionale: “La situazione di stallo procedimentale venutasi a creare non solo determina le violazioni dello Statuto di Roma ma potrebbe anche costituire una violazione del principio di soggezione del giudice alla sola legge in quanto l’attribuzione della discrezionalità politica al ministro della giustizia nella procedura in esame assoggetta il giudice a una scelta discrezionale di natura politica, inibendone l’attività giurisdizionale di adempimento degli obblighi
internazionali previsti dallo Statuto di Roma, secondo quanto richiesto dalla Cpi”.
Nell’atto, come anticipato nei giorni scorsi dall’Adnkronos, i giudici chiedono in particolare alla Consulta di esprimersi sulla costituzionalità della normativa che prevede che il procuratore generale debba attendere il parere del ministro della Giustizia prima di dare seguito alla Corte penale internazionale.
La questione di legittimità costituzionale sollevata lo scorso 30 ottobre dalla Corte d’Appello di Roma sul caso Almasri riguarda il fatto che “in mancanza di un atto del Ministro della giustizia che dia seguito alla richiesta della Corte penale internazionale di arresto e consegna” trasmettendo gli atti al Procuratore generale, “non consentono a quest’ultimo di adempiere all’obbligo di cooperazione con la Cpi chiedendo nei confronti della persona ricercata i provvedimenti indicati nella richiesta di cooperazione della Cpi. Tale vulnus all’obbligo di cooperazione con la Cpi” si legge nell’ordinanza di remissione alla Consulta di 10 pagine della Quarta sezione penale della Corte d’Appello di Roma, presidente Flavio Monteleone, consiglieri Francesco Neri e Aldo Morgigni, “di conseguenza non consente a questa Corte di appello di deliberare sulle medesime richieste, che non possono essere presentate dal Procuratore generale non essendo state tramesse dal Ministro della giustizia, sebbene nel caso in esame la richiesta di cooperazione della Cpi sia stata oggetto di trasmissione diretta all’Autorità giudiziaria per il tramite dell’Interpol”
“La questione di legittimità costituzionale, quindi, è rilevante per la Corte di appello di Roma, dovendo essere adottata una decisione per definire il procedimento riguardante una richiesta di cooperazione della Cpi non formalmente trasmessa dal Ministro della giustizia ma pervenuta”. Per i giudici “la questione risulta anche non manifestamente infondata, in quanto le menzionate disposizioni di legge ordinaria condizionano la trasmissione delle richieste di cooperazione della Cpi ad una scelta discrezionale e insindacabile in sede processuale del Ministro della giustizia, anche quando sussiste un obbligo convenzionale internazionale di cooperazione con la Cpi”.
Nel caso in esame, la legge per l’adeguamento alle disposizioni dello statuto istitutivo della Corte penale internazionale non prevede alcun rimedio ‘processuale’ per la mancata trasmissione da parte ministro della Giustizia delle richieste di cooperazione della Cpi, con la conseguenza che l’Autorità giudiziaria non può adempiere agli obblighi dello Stato parte dello Statuto, che incombono anche su di essa quale espressione di un potere dello Stato parte, pur quando le richieste di cooperazione della Cpi le pervengono perché direttamente inoltrate dalla Cpi”. L’assenza “di rimedi procedimentali, quali quello della possibilità di procedere anche nei casi di trasmissione diretta dandone notizia al Ministro della giustizia, è particolarmente rilevante in considerazione dell’eccezionale gravità dei reati per i quali procede la Cpi, trattandosi di crimini di guerra e contro l’umanità che, come nel caso in esame, sono di regola relativi a migliaia di
vittime”.
I giudici sottolineano infine che “per quanto consta dagli altri procedimenti di cooperazione pendenti e definiti presso questa Corte di appello di Roma su richiesta dell’Ufficio del Procuratore presso la Cpi e della stessa Cpi, il ministro della Giustizia ha sempre trasmesso tempestivamente le richieste di assistenza giudiziaria previste dallo Statuto, con la conseguenza che la situazione creatasi nel presente procedimento si pone come un unicum che ne impedisce la definizione, in mancanza della possibilità giuridica di adottare qualsiasi deliberazione in relazione ad un eventuale titolo detentivo riguardante il prevenuto che, ove rientrasse in Italia, non sarebbe assoggettato o assoggettabile ad alcun provvedimento de libertate per giustizia internazionale”.
(da Repubblica)
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Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
“SONO NECESSARIE POLITICHE DI REDISTRIBUZIONE DEL REDDITO, RISCHIAMO FRATTURE A LIVELLO GLOBALE” …“TRUMP TRATTA L’UE IN MODO INCREDIBILE. SE FINISSE IL VOTO ALL’UNANIMITÀ, AVREMMO GIÀ RIFATTO L’EUROPA. QUANDO UNA STRUTTURA POLITICA NON PUÒ DECIDERE, È FINITA”
«La vittoria di Mamdani porta un vento nuovo: per la sua storia personale, per il tipo di campagna che ha fatto, per i suoi programmi», spiega Romano Prodi, preoccupato perché le diseguaglianze stanno crescendo a un ritmo «intollerabile.
Si parla di grandi cambiamenti, di intelligenza artificiale. Bisogna promuoverla, lavorarci su, però se non stiamo attenti comporterà nuove divisioni tra ricchi e poveri». Ecco perché, dice, pensare a politiche di redistribuzione è «assolutamente necessario».
L’ex presidente del Consiglio, che incontra i giornalisti a margine del Global Forum di Lugano, non vuole entrare nel dibattito politico italiano.
Piuttosto, punta il dito contro un sistema economico che si muove impazzito: «Pensi al piano di remunerazione che Tesla ha approvato a Musk: mille miliardi di dollari. Ma ci rendiamo conto? È una cosa degna dell’umanità?». Se spingiamo gli squilibri a questi livelli, «creiamo la frattura del mondo».
Dunque, bisogna tassare i super patrimoni?
«Musk è soltanto un esempio. Ma per quanto riguarda le diseguaglianze, il discorso fatto dal nuovo sindaco di New York va nella direzione giusta. Ho dei grandi dubbi che gli strumenti che propone siano realistici, anche perché non so se avrà la capacità di tassare nella quantità voluta per venire incontro alle promesse che ha fatto. Si troverà di fronte a un dilemma notevole, ma ha cominciato a scegliersi collaboratori capaci. Mi sembra che rappresenti il nuovo, anche se non il nuovissimo».
Nel suo intervento al Forum ha detto che «l’Europa è schiacciata fra una Cina sempre più forte e gli Stati Uniti, divenuti negli anni — prima ancora della presidenza Trump — sempre meno filo-europei». In questo scenario geopolitico così instabile, la costruzione di una difesa comune può diventare la via per uscire dall’angolo? I Paesi membri sono pronti?
«Non è una via d’uscita: di fronte ai cambiamenti che si stanno verificando nel mondo è una necessità assoluta.
Non è necessario avere un esercito, ma almeno un luogo in cui si decida insieme. Sul fatto che gli Stati siano pronti, penso di no. C’è un inizio di collaborazione industriale, ma la difesa comune significa che qualcuno prende decisioni valide e accettate da tutti».
Lei è stato tra i protagonisti della stagione in cui l’Unione europea si è costruita politicamente e istituzionalmente. Oggi Bruxelles sembra bloccata: ha ancora gli strumenti per reagire alle crisi?
«Devo dire con orgoglio che durante la mia Commissione abbiamo messo in atto l’euro, abbiamo fatto l’allargamento… e poi c’è stata la bocciatura del progetto di Costituzione da parte della Francia.
Lì è cominciata la decadenza della capacità di decidere.
Il potere è passato dalla Commissione al Consiglio, il diritto di
veto ha cominciato a essere la regola. È evidente che, quando l’Europa non decide nulla, la gente smette di amarla».
In che modo si può ripartire? Da dove ricominciare per ricostruire un’Europa capace di pesare sul piano globale?
«Trump sta trattando l’Ue in modo incredibile. Proprio per questo bisogna reagire. Pensate all’episodio più recente: il presidente degli Stati Uniti dice ai Paesi europei “Voi non dovete più comprare gas dalla Russia, però l’Ungheria può farlo, perché Orban è mio amico”. Intervenire nella politica interna selezionando tra amici e nemici del Paese con cui tratta è qualcosa che non abbiamo mai visto nella storia».
Esattamente come Draghi, considera il diritto di veto un nodo cruciale. Perché è così determinante superarlo?
«Se finisse il voto all’unanimità, avremmo già rifatto l’Europa. Unanimità, cioè il voto uguale di tutti, vuol dire impedire le decisioni.
Quando una struttura politica non può decidere, è finita. Ci vorrebbe poco, ma ci sono alcuni Paesi che non ne vogliono sapere. Non solo l’Ungheria. Anche l’Italia non vuole superare l’unanimità, perché pensa che l’interesse nazionale lo si difenda più da soli che insieme, e questo è proprio sbagliato».
Guardando invece al piano economico: che cosa serve oggi al Vecchio Continente per essere davvero competitivo?
«L’Europa è competitiva, la bilancia commerciale non è assolutamente male. Però lo è in un modo diverso dagli altri. Certo, sull’hi-tech siamo proprio indietro: servirebbe un grande
sforzo comune.
Ma nella media tecnologia l’Europa è una realtà. Gli Stati Uniti lamentano la concorrenza cinese, ma se pensiamo alla meccanica e alla chimica intermedia, l’Europa è molto più avanti dell’America».
(da La Stampa)
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Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
FORSE CALENDA IGNORA CHE IL VICESINDACO, FABIO BARSANTI, È UN EX LEADER LOCALE DI CASAPOUND: NEL 2022 SI ASTENNE SU UN ORDINE DEL GIORNO DI CONDANNA AL CREMLINO, SOSTENENDO CHE “LA NATO È LA PRINCIPALE RESPONSABILE DELLA GUERRA”. E L’ANNO DOPO PARTECIPÒ A UN EVENTO CON IN COLLEGAMENTO ANDREA PALMERI, LATITANTE NEL DONBASS E CONDANNATO A CINQUE ANNI PER RECLUTAMENTO DI MERCENARI FILORUSSI
Carlo Calenda non sembra più avere problemi a condividere spazi politici con il centrodestra: non
ci sono solo gli ammiccamenti romani di Azione a Fratelli d’Italia, ma anche e soprattutto le giunte appoggiate, o timidamente sostenute, in tutta Italia, dalla Basilicata di Vito Bardi alla Calabria di Roberto Occhiuto.
Ma a Lucca la questione è più surreale, come racconta Lorenzo Giarelli per “il Fatto Quotidiano”: qui, a metà consiliatura, Azione ha deciso di sostenere il sindaco Mario Pardini, virando a destra e finendo in una maggioranza dove siedono figure che lo
stesso Calenda, che si è appena tatuato il tridente ucraino Tryzub sul polso, faticherebbe a non definire “filorusse” o “putiniane”.
La svolta è arrivata con la nomina di Elvio Cecchini a commissario cittadino di “Azione”, decisione che ha spinto alle dimissioni il segretario provinciale Samuele Pierantoni, contrario all’alleanza con un’amministrazione fortemente segnata dall’estrema destra. Il vicesindaco di Pardini, Fabio Barsanti, è infatti un ex leader locale di CasaPound e rappresenta la figura più influente della giunta.
Le sue posizioni sulla guerra in Ucraina sono note: nel 2022, pochi mesi dopo l’invasione russa, si astenne su un ordine del giorno di condanna al Cremlino, sostenendo che “la Nato è la principale responsabile di questa guerra” e che “l’invio delle armi in Ucraina è un provvedimento assurdo e illogico”.
Parole che, come ricorda Lucca in Diretta, ricalcano la propaganda del Cremlino e si scontrano con la linea ufficiale di Azione, europeista e atlantista.
A peggiorare il quadro, un episodio del 2023: Barsanti partecipò a un evento degli ultras della Lucchese, dove intervenne in videocollegamento Andrea Palmeri, ex volto dell’estrema destra lucchese, oggi latitante nel Donbass e condannato a cinque anni per reclutamento di mercenari filorussi. Né il sindaco Pardini né Barsanti presero le distanze da lui, nonostante le polemiche esplose in Consiglio comunale.
In questo contesto, la scelta di Calenda di appoggiare la giunta Pardini appare come una contraddizione politica evidente.
Il leader di Azione, che ha fatto del sostegno all’Ucraina un tratto identitario e perfino un simbolo personale, si ritrova ora alleato di amministratori che hanno espresso apertamente posizioni filo-Cremlino.
Come conclude “il Fatto Quotidiano”, la parabola lucchese di Azione è l’ennesimo segnale di un partito sempre più spostato a destra, disposto a chiudere un occhio persino su nostalgie e simpatie putiniane pur di garantirsi spazi di potere locale. Ma, come in una vecchia canzone, Calenda non lo sa.
(da agenzie)
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Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
“NON ABBIAMO NULLA CONTRO DI LEI COME PERSONA, MA IL SUO CURRICULUM NON È ALL’ALTEZZA”… ALLA MANIFESTAZIONE HANNO PARTECIPATO ANCHE COLLEGHI DA TUTTA ITALIA, PREOCCUPATI DALL’INGERENZA DELLA POLITICA
«Basta con la politica nei teatri». Le voci sono tante, circa un migliaio, e si ripetono ribadendo un messaggio all’unisono: «La Fenice non si vende, si rispetta e si difende».
Per tre ore le maestranze del teatro veneziano e di tanti altri colleghi, arrivati da tutta Italia, sfilano per calli e campi cittadini fino ad arrivare davanti alla Fenice. Agli slogan si aggiungono i più celebri brani musicali di Monteverdi, Vivaldi, Puccini, Rossini, Verdi e tanti altri che fuoriescono da una cassa portata dai manifestanti.
Il messaggio di questo grande fiume di persone è lo stesso che i musicisti della Fenice ripetono da fine settembre, quando il
sovrintendente Nicola Colabianchi nomina all’improvviso Beatrice Venezi a direttrice musicale, dal 2026 al 2030.
«Chiediamo la revoca della nomina di Venezi, ma non abbiamo proprio nulla contro di lei come persona – ricordano in quasi tutti gli interventi, aperti e chiusi da Emiliano Esposito del Coro della Fenice – Lo abbiamo detto in tutti i modi, ma ci continuano a strumentalizzare. Noi chiediamo la revoca perché il suo curriculum non è all’altezza del ruolo di un Teatro come quello veneziano».
Dopo la mobilitazione dello scorso 17 ottobre, i musicisti vogliono dimostrare di essere ancora più uniti. «Quella di oggi è una grande festa perché si concretizza la solidarietà che tutti gli enti ci hanno espresso dall’inizio delle nostre proteste – spiega il violinista della Fenice Eugenio Sacchetti – Non è un attacco a Venezi, ma come musicisti dobbiamo passare esami su esami per dimostrare la nostra preparazione ed esigiamo che chi assumerà questo ruolo abbia un profilo professionale di altissimo livello e il suo non è adesso così».
La Fenice funge da pioniere di una battaglia che anche molti altri enti sentono loro, ovvero la paura che la politica invada l’arte, s’impossessi della cultura e che metta a tacere le competenze. Paure che sarebbero confermate dalla bozza del codice dello spettacolo redatta dal Sottosegretario Gianmarco Mazzi dove, denunciano i manifestanti, si va sempre di più verso una centralizzazione delle nomine.
«Si è detto che Venezi è una figura carismatica e comunicativa e che potrebbe attrarre più giovani a Teatro, ma trovo questa posizione offensiva – ha detto la regista veneziana Elena Barbalich, professoressa all’Accademia di Belle Arti e già con due spettacoli realizzati alla Fenice – I giovani vogliono qualità e hanno tutti gli strumenti per capire, non hanno bisogno di abbassare il livello».
«Siamo disponibili a un percorso con Venezi, basta che non sia imposta e che alla fine si valuti con trasparenza se può assumere questo ruolo – spiega Marco Trentin, violinista della Fenice e segretario nazionale della Fiasl Cisal – Se invece non si vuole discutere e si vuole imporre con forza questo nome si deve sapere che non molleremo e che andremo avanti a chiederne la revoca».
(da Corriere della Sera)
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Novembre 11th, 2025 Riccardo Fucile
FU LEI A PRESENTARE ELON MUSK A ALICE WIEDEL, LEADER DI AFD… LA SALDATURA TRA I DUE MONDI: IL CAPO DEI SOCIAL MEDIA DEL “MAGA”, ALEX BRUESEWITZ, HA TENUTO UNA LEZIONE DAVANTI AL GRUPPO PARLAMENTARE AFD A BERLINO
I meme si sprecano: “tenetevela”, “buffona”, qualcuno ironizza “prima o poi Ice deporterà anche
lei”. Ma Naomi Seibt fa sul serio. L’attivista tedesca di estrema destra ribattezzata negli anni del Covid ‘“l’anti-Greta”, la fanatica dell’Afd assurta di nuovo agli onori delle cronache alla fine del 2024 per aver attirato l’attenzione e ottenuto il sostegno di Elon Musk durante la campagna elettorale tedesca, la venticinquenne di Muenster dalle feroci campagne suprematiste ha trovato di nuovo un modo infallibile per attirare l’attenzione su di sé.
Nei mesi scorsi i suoi tentativi di screditare i corrispondenti a Washington dei principali media tedeschi perché avevano osato ricordare che Charlie Kirk era un estremista di destra erano stati inghiottiti rapidamente dell’oblio.
E allora la Seibt ha organizzato un colpo di scena molto più spettacolare. Ha chiesto seriamente asilo politico agli Stati Uniti di Trump perché sostiene di “non sentirsi più al sicuro in Germania”.
Seibt parla di minacce di morte e spionaggio da parte degli apparati dello Stato, vaneggia di un “deep state nazista” che l’avrebbe presa di mira. Vuol essere la prima rifugiata politica europea nell’America di Trump – e tutto ciò mentre migliaia di americani vengono brutalmente sequestrati per le strade di Chicago o Portland soltanto perché hanno la pelle scura.
Seibt vive a Washington dallo scorso autunno ed è sostenuta nel
suo tentativo di diventare una rifugiata politica dalla deputata repubblicana e trumpianissima della Florida, Anna Paulina Luna. L’esponente Maga sta persino scomodando il segretario di Stato Mark Rubio per aiutare l’estremista di destra tedesca, famosa per le sue dichiarazioni antisemite e razziste, peraltro liberamente propagate per anni in Germania.
L’Afd è già stata bollata come un partito “conclamato” di estrema destra e incostituzionale dai servizi segreti interni. E ieri il presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier ha sferrato un attacco durissimo contro l’ultradestra, suggerendo di vietarla prima che sia troppo tardi.
(da agenzie)
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